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CRISI DEL SISTEMA BANCARIO E FINANZIARIO GLOBALE

INTRODUZIONE

Nella storia delle società del mondo si sono susseguite crisi più o meno grandi, diverse di natura sistemica. Le cause principali sono da ricercare nelle storture e nelle contraddizioni dei processi finanziari ormai globalizzati i quali producono un indebolimento profondo delle società, dei loro modelli di sviluppo e di welfare.

Bisogna prendere atto del fatto che le politiche sociali tendenti a valorizzare l’uguaglianza, la giustizia sociale e la solidarietà tra gli uomini, tra i popoli e tra le nazioni, sono politiche antitetiche, aliene e, quindi, nemiche di un modello di capitalismo finanziario il quale, uccidendo il profitto da produzione, ha capito di poter espandersi senza limite rigenerando il capitale dal capitale.

Bisogna prendere atto del fatto che l’organizzazione economica che noi conosciamo è in forte consolidamento lungo le direttrici della disuguaglianza sociale nei popoli e tra i popoli, e non ci sono al momento, in Italia ed in Europa, modelli politici di riferimento che possano abbracciare percorsi alternativi e di rottura rispetto allo stato attuale.

Esaminando l’ultima crisi nata dalla sciagura dei mutui subprime negli Stati Uniti si riconosce immediatamente un intrinseco cambiamento di sistema che lentamente scivola nelle profondità dei processi economici e sociali modificandone i tratti nevralgici. Questo cambiamento si esplicita sia attraverso i danni di struttura provocati da un susseguirsi di shock di “mancanza di liquidità” a cui le politiche monetarie stanno continuando a far fronte, sia nelle modifiche dei regimi di fiscalità, di produttività e di economia reale, tutt’ora in atto, frutto di politiche neo-conservatrici di stampo liberista le quali tendono ad un graduale indebolimento delle protezioni sociali conquistate. E’ indubbio che l’impatto di questa crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento della politica.

L’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile ad un dialogo per il futuro. E’ evidente che il nodo principale da risolvere oggi è l’incapacità della politica, di sinistra e di stampo socialista, di delineare un percorso di rottura rispetto a schermi pensati decenni fa dalle forze conservatrici del pianeta. Forze che, in politica, riprendono i dettami della grande finanza e dei grandi istituti bancari, ormai globalizzati e transazionali nei processi, in grado di autoregolarsi bypassando le diverse regole nazionali e le deboli regole internazionali.

La storia del sistema bancario e finanziario è costellata da crisi. Nel diciottesimo secolo ci sono state 11 crisi bancarie e finanziarie di tipo sistemico. Nel diciannovesimo secolo altre 18, le quali includono le crisi americane del 1819, 1837, 1847, 1857, 1873, 1884, 1890 e 1896. Nel ventesimo secolo si raggiungono le 33 crisi, inclusa la crisi di Wall Street del 1929, durante la quale una enorme quantità di azioni vennero vendute, pari a 12 milioni. Dopo alcune sessioni abbastanza piatte, il 29 Ottobre una seconda ondata di vendite colpì il mercato con 16 milioni di azioni venute, causando il crack di Wall Street. Approssimativamente 14 miliardi di dollari vennero bruciati al New York Stock Exchange solamente in un giorno. Sino al 1933, undici-mila delle 25-mila banche fallirono e milioni di investitori furono rovinati. Il numero degli americani senza lavoro salì a 13 milioni. In milioni persero la propria abitazione.

Alla crisi di Wall Street seguì un decennio di espansione speculativa molto aggressiva durante la quale milioni di investitori entrarono nel mercato finanziario anche chiedendo prestiti per comprare in quantità sempre maggiore. La crescita del prezzo delle azioni indusse sempre più clientela all’acquisto anche attraverso prestiti bancari, creando così una tipica bolla finanziaria. Subito prima della crisi si era arrivati al punto che i brokers prestavano sino al 60% del valore delle azioni che si volevano acquistare. Naturalmente, questo atteggiamento portò all’insostenibilità del processo finanziario espansivo.

Naturalmente, ci sono state altre crisi nel mondo oltre a quella del 1929, come la crisi della BCCI (Bank of Credit and Commerce International) che emerse alla fine degli anni ottanta per esplodere agli inizi degli anni novanta. Ci fu poi la crisi argentina dell’inizio secolo in cui il governo decise di chiudere indefinitamente tutte le banche del Paese per prevenire il crollo dell’economia nazionale.

CARATTERISTICHE DI UNA CRISI

Le caratteristiche principali di una crisi sistemica sono diverse. Ogni grande crisi porta con se il crollo della produzione, i fallimenti a catena ed un forte aumento della disoccupazione.

Ogni grande crisi porta con se il crollo della produzione, i fallimenti a catena ed un forte aumento della disoccupazione.

Coinvolge tutti i comparti economici, dall’industriale al commerciale, dal finanziario al bancario. Tutte le crisi sistemiche sono precedute da una bolla speculativa ed in tutte si verifica quella che viene chiamata trappola della liquidità. Inoltre, le grandi crisi solitamente partono dal centro del sistema capitalistico mondiale e si espandono rapidamente al mondo intero, presentandosi come crisi del sistema capitalistico globale. Non consideriamo, quindi, come grandi crisi quelle che coinvolgono una specifica area geografica, come le recenti crisi del Sud-Est asiatico, dell’Argentina, del Messico, della Russia. Le crisi sistemiche durano a lungo, più a lungo delle normali recessioni cicliche e danno la sensazione che ci sia qualcosa di fondamentale che non funzioni nel sistema mondo. Ogni qual volta vi è una bolla finanziaria che esplode, deflagra, causando una crisi di tipo sistemica, non è solo il modello finanziario a dover essere regolamentato o aggiustato ma è l’intero sistema capitalistico a dover esser messo sotto accusa, nella sua interezza e complessità. Tutte le grandi crisi sono percepite come crisi del sistema capitalistico e non solo finanziario o bancario. Si fa avanti, quindi, l’idea fondata che non sia sufficiente aggiustare estemporaneamente pezzi di sistema per rilanciare la domanda aggregata ma servano riforme mirate a modificare nel profondo le istituzioni economiche nazionali ed internazionali, e le strutture politiche.

Teniamo anche conto che i sistemi finanziari, nei diversi Paesi nel mondo, variano in dimensione e complessità. Essi spannano da abbastanza rudimentali a notevolmente sofisticati, e da estremamente fragili a relativamente stabili. Quando il sistema bancario o, più in generale, il sistema finanziario entra in crisi temporaneamente oppure opera in modo inefficiente, la capacità delle aziende di ottenere i fondi necessari per continuare le normali attività viene meno.

Dal 1980 ad oggi, più di 130 Paesi hanno avuto problemi molto costosi in termini di benessere e sviluppo economico a causa della fragilità del sistema finanziario e bancario. La fragilità finanziaria di un mercato si manifesta quando il prezzo di qualche attività finanziaria tende verso una stato di bolla. Naturalmente la fragilità dei mercati finanziari è, all’interno della corrente organizzazione finanziaria ed economica della società capitalistica, del tutto inevitabile. La sfida che le istituzioni, incluso le banche centrali, cercano di portare avanti, è come minimizzare lo scoppio delle crisi finanziarie (come vedremo, senza prevenirle) le quali nascono e crescono dalla rottura delle trasformazioni di liquidità, vale a dire dalla rottura della capacità di finanziare investimenti a lungo termine dal risparmio il quale, però, continua ad essere del tutto ed istantaneamente accessibile.

LE BANCHE

Le trasformazioni di liquidità sono prodotte da soggetti di intermediazione. Il soggetto di intermediazione più immediato, ma non l’unico, è la banca, la quale emette un debito a breve scadenza nella forma di deposito o conto corrente e, con esso, finanzia prestiti a lungo termine. Quando vi è una rottura del mercato causato da una rottura delle capacità delle banche di generare investimenti di lungo periodo, la società è forzata a sostenere livelli di produttività strategica minori e meno efficienti e, di conseguenza, un livello inferiore di ricchezza complessiva.

La maggior parte delle passività delle banche sono depositi liquidi, ritirabili su domanda. La maggior parte delle attività delle banche, invece, sono prestiti illiquidi. Questa situazione porta al problema che se tutti i depositari domandassero indietro i propri depositi allo stesso momento, qualsiasi banca si troverebbe ad affrontare seri problemi di copertura. Una banca potrebbe ottenere un rifinanziamento sui mercati finanziari ma il problema persisterebbe nei casi di bassa liquidità sul mercato oppure se il problema coinvolgesse gran parte del settore bancario. E’ evidente che quando i depositari iniziano a temere l’insolvenza da parte delle loro banche, la prima reazione è il ritiro immediato dei depositi.

Tutte le banche sono in regime di riserva frazionaria, quindi, tutte le banche emettono dei prestiti finanziati dai depositi che ricevono dai clienti. Operare in questo regime, naturalmente, è un enorme incentivo per le banche per dare credito in modo avvolte spudorato e di accettare troppo rischio. E’ un fatto che, mentre il rischio di fallimento dell’investimento finanziario è sulle spalle dei depositari della banche, in caso di successo i profitti vengono per lo più incassati dalla banca. Un buon esempio, in questo senso, è data dalla crisi finanziaria asiatica del 1997.

LE GRANDI BANCHE

Il ruolo delle grandi banche è oggi preoccupante per la loro portata sistemica intrinseca. Esse sono state definite “too big to fail” (troppo grandi per fallire) in quanto il fallimento di una di esse potrebbe avere conseguenti enormi su tutto il sistema bancario internazionale. Sarebbe opportuno che venissero non solo monitorate ma, soprattutto, ripensate.

In effetti, prima del collasso della Lehman Brothers, in molti avevano pensato che il governo americano avrebbe coperto i debiti della banche maggiori nel caso, tali banche, fossero state costrette al fallimento. La decisione di non aiutare la Lehman spiazzò molti e fu drammatica per tutto il sistema bancario in quanto causò una serie di onde d’urto che attraversò l’intero sistema bancario e costrinse il governo americano a ricredersi e ad assicurare i mercati che nessuna altra grande banca sarebbe stata lasciata sola. In questa ottica il Congresso americano legiferò il Troubled Asset Relief Program (TARP) che veicolava miliardi di dollari nelle casse delle banche. Misure maggiori furono anche prese nei confronti di due istituti bancari tra i più grandi. Citigroup e Bank of America.

Con la riforma finanziaria Dodd-Frank, susseguente alla crisi, si cercò di arginare possibili (o probabili) crisi future imponendo una maggiore regolamentazione dei derivati, la creazione di una nuova agenzia per la protezione dei consumatori ed, infine, nuovi poteri al Governo americano per lo smantellamento delle banche in fallimento. Quello che, sfortunatamente, non fu preso in considerazione fu lo smantellamento dei grandi gruppi bancari e finanziari in gruppi più piccoli e, quindi, non più sistemici. Naturalmente, il ridimensionamento dei grandi gruppi bancari e finanziari rimane uno dei temi principali su cui operare.

Possiamo, per esempio, prendere in considerazione il patrimonio complessivo di alcune delle banche più grandi al mondo (Giugno 2011, FMI):
1. Bank of America Corp., $2.264,00 miliardi

2. J.P. Morgan Chase & Co., $2.246,00 miliardi

3. Citigroup, $1.957,00 miliardi

4. Wells Fargo & Co., $1.260,00 miliardi

5. Goldman Sachs Group, $937,00 miliardi

6. Morgan Stanley, $831,00 miliardi

L’ammontare totale è di $9.495,00 miliardi, pari al 65% del P.I.L. degli Stati Uniti d’America. Volendo avere, ora, una idea approssimativa delle dimensioni di questi istituti bancari, basta dire che (dati 2011 per PIL nominale):
1. il patrimonio complessivo di Bank of America si colloca tra il P.I.L. della Gran Bretagna ($2.250,00 miliardi) e il P.I.L. della Francia ($2.562,00 miliardi)

2. il patrimonio complessivo di J.P. Morgan si colloca tra il P.I.L. del Brasile ($2.090,00 miliardi) e il P.I.L. della Gran Bretagna ($2.250,00 miliardi)

3. il patrimonio complessivo di Citigroup si colloca tra il P.I.L. dell’India ($1.631,00 miliardi) e il P.I.L. dell’Italia ($2.055,00 miliardi)

Paragonare il prodotto interno lordo di un Paese con il capitale complessivo di un istituto bancario/finanziario ci permette di avere una idea dell’impatto sistemico, intrinseco nella dimensione, di tali istituti nelle economie reali:

1. USA $14.526,00 miliardi
2. Cina $5.870,00 miliardi
3. Giappone $5.458,00 miliardi
4. Germania $3.286,00 miliardi
5. Francia $2.562,00 miliardi
6. Bank of America $2.264,00 miliardi
7. Gran Bretagna $2.250,00 miliardi
8. J.P. Morgan $2.246,00 miliardi
9. Brasile $2.090,00 miliardi
10. Italia $2.055,00 miliardi
11. Citigroup $1.957,00 miliardi
12. India $1.631,00 miliardi

Naturalmente, dal 2008 ad oggi, le banche più grandi sono diventate ancora più grandi grazie a due fattori: 1) la bancarotta di moltissime banche medio-piccole e 2) l’acquisizione di banche in difficoltà. Infatti, mentre prima della crisi dei mutui sub-prime le quattro banche più grandi (Bank of America, J.P. Morgan, Wells Fargo, Citigroup) possedevano il 32% della totalità dei depositi, oggi siamo al 40%.

Inoltre, le quattro banche più grandi trattano oggi il 50% dei mutui ed il 66% delle carte di credito. Se aggiungiamo Goldman Sachs, in queste cinque banche abbiamo concentrate il 95% dei derivati.

E’ importante menzionare, comunque, che le sei banche americane riportate sopra non sono le uniche ad essere “troppo grandi per fallire”. Nel Novembre del 2011, la commissione per la stabilità finanziaria distribuì una lista di ventinove (29) banche internazionali considerate sistemiche e, quindi, troppo grandi per fallire. Di questa lista diciassette (17) sono europee, otto (8) americane e quattro (4) asiatiche:

Bank of AmericaBank of ChinaBank of New York Mellon

Banque Populaire CdE

Barclays

BNP Paribas

Citigroup

Commerzbank

Credit Suisse

Deutsche Bank

DexiaGoldman SachsGroup Crédit Agricole

HSBC

ING Bank

JPMorgan Chase

Lloyds Banking Group

Mitsubishi UFJ FG

Mizuho FG

Morgan Stanley

NordeaRoyal Bank of ScotlandSantander

Société Générale

State Street

Sumitomo Mitsui FG

UBS

Unicredit Group

Wells Fargo

Ora, è evidente che la motivazione principale della regolamentazione bancaria e finanziaria è di evitare conseguenze molto negative sull’economia dallo sviluppo e dallo spread delle crisi bancarie e finanziarie.

L’argomento principale per la regolamentazione bancaria si focalizza sulla possibilità di conseguenze sistemiche delle crisi bancarie come la possibilità che la bancarotta di una istituzione bancaria porti al fallimento di altre. E’ possibile distinguere alcuni processi attraverso i quali il fallimento di una banca può portare al fallimento di altre banche oppure di istituzioni non bancarie.

Il fallimento di una banca, come il fallimento di qualsiasi altro istituto in una economia, può portare al fallimento di altri istituti esposti verso la banca in crisi. La perdita di valore associata al fallimento porta alla riduzione nel valore del patrimonio in mano agli azionisti. Se la perdita in valore è sufficientemente ampia gli azionisti stessi potrebbero rimetterci. Sebbene ci siano, in generale, forti incentivi per diversificare, e sebbene le banche abbiano le capacità di diversificare, la decisione di investire in una banca sotto stress finanziario è una decisione di gestione del rischio.

Si tenga conto del fatto che la totalità delle informazioni sui rischi potenziali non è immediatamente disponibile, tanto meno può essere corretta oppure facilmente reperibile.

E’ indubbio, quindi, che vi sia una forte asimmetria tra le informazioni disponibili alle banche e le informazioni disponibili ai depositari o ad altri tipi di investitori. Le banche possono fare economia di scala e specializzazione 1) per ridurre i costi di transazione nel determinare la probabilità che un prestatore non pagherà un prestito come promesso, 2) per monitorare le prestazioni di un prestatore e per prendere la azioni necessarie per ridurre la probabilità ed i costi sulle bancarotte. In definitiva, le banche hanno informazioni circa il valore dei prestiti che i depositari ed altri investitori esterni non hanno. Nei casi più estremi di asimmetria, i depositari non possono distinguere tra un banca solvente ed una insolvente. Il risultato, quindi, è che la notizia che una istituzione bancaria stia fallendo può portare a credere che anche altre istituzioni bancarie siano in difficoltà. I depositari corrono, quindi, a ritirare i propri depositi sia dalle banche solventi che da quelle insolventi in quanto non hanno alcun tipo di informazione che li aiuti a distinguere lo stato delle diverse banche.

FORME DI REGOLAMENTAZIONE

Gli strumenti standard di regolamentazione bancaria sono essenzialmente l’assicurazione sui depositi, i requisiti di adeguatezza patrimoniale (vale a dire il rapporto tra capitale e rischio) ed il prestatore di ultima istanza. Questi tre punti sono legati tra loro. L’assicurazione sui depositi protegge i piccoli depositari da un fallimento bancario e previene la “fuga bancaria”; i requisiti di adeguatezza patrimoniale sono necessari per assicurare che la dirigenza della banca segua responsabilmente le regole sul credito; il prestatore di ultima istanza riduce ulteriormente i rischi di bancarotta in quanto è in grado di aiutare le banche con un assistenza di liquidità in caso di emergenza. La cura ultima per evitare che situazione di temporanea illiquidità porti la banca all’insolvenza.

Assicurazione sui depositi

L’assicurazione sui depositi è la garanzia che tutta o parte del deposito sarà restituito in caso di bancarotta. La forma specifica dello schema assicurativo varia da caso a caso, incluso il grado di copertura, il tipo di finanziamento. L’assicurazione sui depositi riduce l’incentivo alla fuga dalla banca nel caso di difficoltà finanziarie da parte della banca stessa. Riduce, quindi, la possibilità che una situazione temporanea di illiquidità sull’insolvenza di una banca porti realmente al fallimento della banca. Inoltre, l’assicurazione sui depositi previene la reazione a catena che può essere iniziata dalla fuga da una singola banca.

Il punto debole di questa misura è che l’introduzione dell’assicurazione sui depositi ha annullato, dal punto di vista del depositario, la differenza tra le banche, quindi ha annullato la necessità di determinare il rischio di una banca e la necessità per una banca di ricompensare il depositario per i rischi associati al deposito. Inoltre, l’assicurazione sui depositi ha dato un incentivo in più alle banche nel prendere maggiori rischi nelle operazioni bancarie. Basti ricordare l’effetto che si ebbe appena l’assicurazione sui depositi fu adottata negli anni 30, quando cioè il rapporto di adeguatezza patrimoniale (cioè la percentuale del capitale di una banca rispetto alle attività rischiose pesate della banca stessa) cadde dal 15% al 6%.

E’ evidente, allora, che una forma di regolamentazione come l’assicurazione sui depositi, se estesa a tutti i depositi ed a tutte le istituzioni finanziarie, può avere conseguenze macroeconomiche molto significative. Inoltre, è evidente come il sistema bancario e finanziario tenda ad evitare di essere imbrigliato in forme di regolamentazione, auspicando in riforme non esaustive ed non abbastanza complesse, e tenda, così, a privilegiare processi più rischiosi e, naturalmente, più remunerativi.

Requisiti sull’adeguatezza patrimoniale

I requisiti sull’adeguatezza patrimoniale possono prendere diverse forme. Molti Paesi considerano un livello minimo di capitale richiesto. Ad ogni modo, i requisiti di adeguamento di capitale pongono alcune problematiche. Il primo problema è il fatto che è difficile ideare dei requisiti che siano abbastanza sofisticati per essere esaustivi. Ritorniamo al punto già accennato. Ogni tipo di regolamentazione ha delle imperfezioni oppure delle mancanze, le quali vengono scovate ed usate dal sistema bancario, che in un sistema capitalistico fa il suo lavoro, cercando di massimizzare i profitti aumentando il rischio. Un esempio è dato dalle regole di Basilea ’88 sull’adeguamento di capitale per le banche, le quali assegnavano un peso di rischio, all’interno delle attività, sulle varie categorie dimenticando di differenziare il livello di rischio e, quindi, di definire un peso di rischio per le singole attività o risorse all’interno di una categoria. Una conseguenza fu che le banche iniziarono a ricercare le attività più rischiose all’interno di una categoria per la massimizzazione dei profitti.

Il secondo problema nasce con il prestito interbancario. Se il prestito tra banche è portato avanti per promuovere la liquidità sul mercato, incentivi in questo senso potrebbero aumentare il rischio di interconnessione tra banche e, quindi, di possibile contagio. Inoltre, un ulteriore punto di discussioni è dato dall’avanzamento tecnologico e dall’innovazione così rapida dei prodotti finanziari. La regolamentazione è molto più lenta e non cambia frequentemente rispetto ai mutamenti dei prodotti finanziari accessibili.

Prestatore di ultima istanza

In molti Paesi le banche centrali hanno il compito di provvedere all’assistenza di banche in difficoltà finanziaria. Se volessimo prendere spunto dal contesto americano relativamente all’ultima crisi finanziaria, potremmo dire che, nel tentativo di evitare processi deflazionistici sempre più acuti e dolorosi, la Federal Riserve ha deciso di adottare una misura fiscalmente standard come l’abbassamento quasi a zero dei tassi di interesse ed una misura straordinaria come il “Quantitative Easing” (QE), vale a dire l’inondazione delle banche con liquidità monetaria. Il Quantitative Easing è la droga per eccellenza dei mercati finanziari. Se andassimo a verificare l’andamento dei mercati finanziari americani, dal NYSE al NASDAQ, noteremmo un aumento forte degli indici Dow Jones, S&P500 e NASDAQ anche al solo annuncio di un nuovo turno di Quantitative Easing. E questo non deve sorprendere. Il settore bancario e finanziario è forse il settore più voluminoso del mercato finanziario americano e se brindano le banche, brinda Wall Street.

Quantitative Easing

Il processo del quantitative easing inizia con la Federal Reserve che compra i bonds governativi dal mercato secondario. Non li compra dal Tesoro ma direttamente dal mercato. Ma chi detiene vaste quantità di bonds nel mercato? Naturalmente le banche. Prime fra tutti Goldman Sachs, JP Morgan e Citigroup, i quali ricevono durante il processo miliardi di dollari in moneta in cambio di un equivalente valore in obbligazioni nazionali (Treasury Bonds). E’ evidente che in un sistema economico hyper-reattivo (irrealistico), l’immissione di tutto questo contante causerebbe l’immediato innalzamento dei prezzi dei beni al consumo ed il conseguente abbassamento del potere d’acquisto all’interno dell’intero sistema economico. In un sistema economico hyper-reattivo, l’aumento del’offerta di moneta (e quindi della “ricchezza”) sarebbe immediatamente bilanciata dal relativo aumento dei prezzi. In questo contesto irrealistico, nessuno ci guadagna e non ci sono benefici per la società se non, forse, nel lungo periodo. Solo nel lungo periodo, infatti, si avrebbe la speranza che le banche ricomincino a prestare denaro per investimenti, che la domanda di beni aumenti così come la produzione e, quindi, l’occupazione. Ma i processi di scarico dell’inflazione nei vari tessuti della società ha tempi non immediati. Il sistema economico non è hyper-reattivo, ha i suoi tempi, e nel breve periodo qualcuno di guadagna (molto) grazie al Quantitative Easing.

Quando il Quantitative Easing è in moto, ed è un processo rapido, le banche ricevono contanti per obbligazioni nazionali mentre, nella società, i prezzi di beni e consumi continuano ad essere sempre quelli pre-QE. Non essendo aumentati i prezzi, i primi “ricevitori” del contante godono di un aumento di capitale. In parole povere, essi sono più ricchi tenendo conto anche dei bassissimi tassi di interessi. Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup ed altre banche, infatti, comprano obbligazioni dal Tesoro e, tramite il QE, li rivendono alla Federal Reserve facendo guadagni giganteschi. Quindi, mentre le banche si arricchiscono con l’aumento dell’offerta di moneta, i prezzi non hanno ancora avuto modo di adeguarsi nei rivoli monetariamente inferiori della società. Naturalmente, le banche incrementano i loro prestiti ad altre banche attraverso la riserva frazionaria e fanno trading nei mercati azionari evitando prestiti ai privati per investimenti, soprattutto in una economia debole. Prestiti che dovrebbero essere fatti visto che la ragione primaria del QE è lo stimolo dell’economia attraverso iniezione di nuova moneta nel sistema.

Le banche che ricevono i prestiti investono e fanno anche, a loro volta, prestiti. E così a catena sino a quando l’aumento del livello dei prezzi aumenta conseguentemente al processo di propagazione della moneta nella società e raggiunge un suo equilibrio con l’aumento dell’offerta di moneta. Appena questo aumento dell’offerta di moneta è percepita dal consumatore medio, il livello dei prezzi è già adeguato ed il gioco è finito.

Ovviamente nessun guadagno per i livelli bassi della scala monetaria, ma alti profitti per i livelli alti. Più si sale lungo la scala monetaria che parte, dal basso, dal consumatore ed arriva alle grandi banche leader nel mercato obbligazionario, più alti sono i guadagni durante qualsiasi aumento dell’offerta di moneta.

BANCHE CENTRALI

Le banche centrali dovrebbero intervenire per il salvataggio di banche illiquide, migliorando solamente problemi di liquidità temporanei per banche senza liquidità sufficiente, senza estendere l’aiuto alla banche insolventi. Se il prestatore di ultima istanza assiste anche le banche insolventi, il suo intervento ha le stesse conseguenze di una assicurazione sul deposito, dando così alle banche un forte incentivo di creare portfoli più rischiosi.

La questione dirimente è capire se le banche centrali sono in grado di poter prevenire le crisi o, peggio, se le banche centrali contribuiscono a causare le crisi. Le direttive delle banche centrali nei decenni più recenti è per lo più focalizzata, in termini generali, alla gestione delle aspettative inflazionistiche con il compito ultimo della stabilità dei prezzi. Questo approccio contrasta con quello fatto dalla centralizzazione bancaria nei primi anni di attività nei Paesi dove si sono sviluppate le attività finanziarie: Inghilterra e Stati Uniti.

La Banca di Inghilterra, per esempio, fu creata per organizzare le finanze del Governo. Essa aveva il compito di gestire i debiti governativi. Però, dopo una successione di crisi finanziarie nel diciannovesimo secolo, si trasformò nel guardiano della stabilità finanziaria della Città di Londra.

La storia della Federal Reserve degli Stati Uniti, invece, parte dalla Commissione monetaria nazionale, guidata dal Senatore Aldrich nel 1910, la quale aveva il compito di investigare il lavoro dei sistemi finanziari stranieri, insieme alle banche centrali, per capire se la creazione di una banca centrale degli Stati Uniti avrebbe prevenuto le crisi di liquidità, seguite da estese crisi finanziarie, che aveva caratterizzato gli Stati Uniti dal 1863 al 1913.

Cosa dovrebbe fare, allora, una banca centrale? Dopo che una crisi finanziaria si è materializzata, in pochi sarebbero contro la necessità dell’intervento della banca centrale con tutti i mezzi necessari. Le ricette per rispondere alle crisi finanziarie sono state applicate secondo routine dalle banche centrali: abbondante offerta monetaria attraverso bassi tassi di interesse e operazioni nei mercati; un allargamento degli strumenti per ottenere credito dalla banca centrale (ottenere prestiti nella moneta della banca centrale) ed un accesso ad un credito più ampio.

Siccome la banca centrale è il monopolista della creazione di moneta, ha senso aspettarsi che abbia un ruolo attivo durante tempi di crisi sistemiche.

Ma le cose non sono effettivamente così. Dovremmo, infatti, interrogarci molto sul pre-crisi, cioè quando i mercati finanziari operano tranquillamente e senza stress. Sarebbe da capire se le banche centrali devono preoccuparsi della crescita delle bolle nei prezzi delle attività finanziarie, sotto la implicita assunzione che le crisi finanziari si hanno quando vi è lo scoppio di una bolla finanziaria. Sarebbe fondamentale comprendere e decidere se e come le banche centrali devono considerare, nel loro lavoro quotidiano, la possibilità di instabilità finanziarie.

L’argomentazione che la politica monetaria non deve essere influenzata dal timore per una fragilità dei mercati finanziari è abbastanza radicata nella grande finanza e nella politica tecnocratica. Un punto di vista comune alla grande finanza è che la stabilità finanziaria e la stabilità dei prezzi sono altamente complementari ed, entrambi, sono obiettivi che possono essere raggiunti attraverso un regime inflazionistico flessibile. In questo senso, le banche centrali hanno il compito di aggiustare la politica monetaria attivamente per evitare pressioni inflazionistica o deflazionistiche.

Questo significa che la complementarietà tra la stabilità dei prezzi (o stabilità macroeconomica) e la stabilità finanziaria si erge sul fatto che la ciclicità delle politiche sui tassi di interesse deprime le fluttuazione dei prezzi grazie ad un aumento dei tassi durante i periodi inflazionistici e un decremento degli stessi durante periodi deflazionistici. Per queste ragioni, la grande finanza e la politica tecnocrate, argomentano che le banche centrali non dovrebbero preoccuparsi della possibilità della crescita di bolle nei mercati finanziari, poiché l’uso della politica monetaria attraverso la variazione dei tassi di interesse che porta tendenzialmente ad una stabilità dei prezzi è del tutto sufficiente a garantire la stabilità finanziaria essendo la complementarietà tra stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria un assioma fondante.

Le banche, quindi, sempre secondo la grande finanza e la politica tecnocrate, dovrebbero solamente essere consapevoli degli effetti delle potenziali bolle o di qualsiasi altra fluttuazione nei prezzi dei prodotti finanziari, ed essere pronti a rispondere nel caso di cambiamenti repentini nel prezzo degli stessi prodotti.

La grande finanza e la politica tecnocrate sono sicuri del fatto che è impossibile scovare bolle finanziarie prima che esplodano e, quindi, le banche centrali non dovrebbero applicarsi nell’attività di scovarle.

Naturalmente, non basta essere contrari alla opinione della grande finanza e della politica tecnocrate riguardo la necessità di vigilare e scovare quei prodotti o attività finanziarie i cui prezzi tendono verso uno spropositato aumento. Sarebbe auspicabile, di certo, che le banche centrali si muovessero attivamente per monitorare i mercati in modo tale da evitare potenziali bolle finanziarie, ma questo è un compito complesso che richiede prima di tutto l’essere consapevoli che, oggi, la maggior parte delle operazioni finanziarie vivono nell’ombra delle regole e della trasparenza dei mercati, per quanto possibile, monitorati e regolamentati.

IL SISTEMA BANCARIO OMBRA

Con l’estensione della crisi finanziaria globale iniziata con i mutui subprime, anche tipi di transazione e istituzioni finanziarie non tradizionali che si collocano fuori dal sistema bancario tradizionale hanno iniziato ad attirare sempre più interesse. Sebbene essi includono istituzioni finanziarie come i fondi hedge ed investimenti alternativi, essi sono inclusi in quello che si chiama sistema bancario ombra, il quale è un insieme di intermediari finanziari non bancari che forniscono servizi simili a quello fornito dalla banche commerciali tradizionali.

Il limite di demarcazione tra il sistema ombra e quello tradizionale non è ben definito, anche se il sistema bancario ombra conduce operazioni in uno spazio che è esterno alla piena trasparenza e regolamentazione delle banche centrali e di altre autorità di regolamentazione. L’esternalità al sistema bancario tradizionale è legata strettamente all’anonimato ed all’imperfezione delle informazioni che accompagnano le transazioni finanziarie all’interno del sistema bancario ombra.

Il problema più complesso da affrontare è che la rapida espansione delle transazioni finanziarie associate con l’anonimato e con l’imperfezione delle informazioni ha reso difficile per le banche di investimento e per le istituzioni che dovrebbero regolamentare, di avere un quadro completo del sistema bancario ombra. Questo implica che è diventato sempre più difficile per tutti comprendere i rischi sistemici contenuti nel sistema bancario ombra.

I fondi hedge, in particolare, sono fondi non regolati, che richiedono commissioni molto alte, non necessariamente restituiscono capitale quando sono richiesti e, generalmente, non rendono note le operazioni che fanno. Devono fare soldi tutto il tempo altrimenti i facoltosi investitori cambiano fondo hedge. Sintetizzando, quindi, i fondi hedge sono ampliamente anonimi, largamente non regolamentati e gestiscono un enorme massa monetaria per investimenti. Nel suo complesso, il sistema ombra gestisce un capitale enorme, maggiore di quello del sistema bancario tradizionale, ed in crescita a causa delle sempre più stringenti regolamentazioni adottate. Paradossalmente, per chi crede nella regolamentazione dei mercati e non in un loro sviluppo selvaggio, sono proprio le regole più stringenti ad attirare i grandi investitori ed il grande capitale fuori dal trasparente e dal regolamentato verso il sistema bancario ombra. Ma, ritornando a quello detto all’inizio, il problema sembrerebbe non essere quanto e come si regolamenta. Il problema è l’utopia di rendere regolamentato un mondo nato, cresciuto ed evolutosi sulla libertà di creare profitto dal profitto.

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Durante l’ultima crisi finanziaria, le banche di investimento hanno cavalcato sia le operazione dell’investimento bancario tradizionale sia di quello ombra. Comunque sia, oggi, le banche di investimento negli Stati Uniti tendono ad un ridimensionamento ed ad un cambio di pelle. Lehman Brothers and Bear Stearns sono fallite; Goldman Sachs e Merrill Lynch sono diventare banche commerciali soggette a regole più dure. Nel modo del mercato finanziario, non vi è più nessun soggetto di investimento privato in grado di usare i suoi stessi fondi per transazioni finanziarie come fatto dalle banche di investimento prima della crisi.

Da un punto di vista strategico, il sistema bancario ombra, rappresentato soprattutto dai fondi hedge, è un prodotto dell’incremento della trasparenza e di una più dura regolamentazione del sistema bancario tradizionale. L’esperienza di Soros e di altri intraprendenti finanziari ci racconta una storia di costante ricerca del profitto al di fuori della regolamentazione bancaria, che ha portato il sistema ombra ad emergere come un sottosistema bancario in grembo a quello tradizionale.

Appena questo sottosistema cominciò ad espandersi in modo evidente sulla forza dei suoi alti profitti, il muro tra il sistema bancario tradizionale e quello ombra cominciò a collassare istituzionalmente negli anni ’90. Se l’ultima crisi finanziaria globale è interpretata come il risultato di questo collasso, una nuova regolamentazione che renda più stringente la regolamentazione già presente porterà alla creazione di nuove innovazioni finanziarie le quali saranno usate, al di fuori della nuova regolamentazione, per raggiungere grandi profitti.

Oggi, il sistema bancario ombra è cresciuto sino a 67-trilioni di dollari ed è ovvio che ponga rischi sistemici molto elevati. Operando senza alcuna vigilanza ed al di fuori di ogni regolamentazione, è necessario porre rimedio in fretta, almeno per calmierarne i possibili effetti negativi sui sistemi produttivi e sociali in una prossima crisi sistemica.

Penso sia evidente da questa breve relazione come, la politica debba riacquisire dignità, coraggio e solidarietà per ripensare un modello economico sulla base della necessità di una rottura netta delle catene del degrado sociale ed umano del nostro presente e futuro, e proporre una alternativa che sia punto di incontro, da una parte, ed opportunità politica, dall’altra. Una alternativa che vesta di socialismo ed abbracci tutti coloro che hanno la determinazione di costruire la sinistra di lotta e di governo in Italia, in Europa e nel mondo.

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