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L’occasione mancata, o perduta? Di Tonino Lattanzi

Il 24 febbraio u.s. all’interno del discorso al Senato del Presidente del Consiglio incaricato che stavo ascoltando, un suo passaggio mi ha fatto tornare con la memoria ad un piccolo paesino dell’entroterra savonese chiamato Stella ed al suo piccolo cimitero in cui mi recai tanti anni fa ad omaggiare un Uomo.

Fra altre simili una tomba raccoglie le sue spoglie. Una piccola lapide bianca spoglia, semplice, impolverata dalla terra del terreno al cui livello è posta con incise solo due date e un nome: SANDRO PERTINI.

Lì davanti guardavo inginocchiato con stupore e un forte sentimento emotivo e silenzioso rispetto verso questo grande Socialista, stupore nel vedere che i resti di questo grande uomo riposassero in quell’umile tomba. Poi, riflettendo su quel poco che avevo appreso della sua vita: la lotta antifascista, il carcere, l’esilio, il confino, la lotta partigiana e l’ascesa al Quirinale, capii che quella tomba era un po’ l’emblema della sua vita: grande Socialista, grande Politico ma, sempre, grande onesto ed umile Uomo.

Questo ricordo emozionale del mio vissuto mi ha fatto riflettere ed indignare sulle parole che stavo ascoltando pronunciate dal berlusconino Renzi che ricordava facendole sue, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa: 24 febbraio 1990, le parole che Pertini pronunciò, fra le altre, come lascito ed insegnamento da parte degli anziani ai giovani: lavoro ed onestà. Mi sono sentito ferito nel più profondo del mio animo socialista.

Come può e con quale faccia se non quella dell’opportunismo, del trasformismo più sfrenato e del richiamo dell’attenzione senza ritegno sulla sua persona degna della peggiore ambiziosità. Come può questo ex chierichetto, figlio della media borghesia imprenditoriale, vissuto fin da giovane negli oratori fiorentini fra una gita in bicicletta e una funzione sacra ergersi a capo della c.d. sinistra italiana (grazie anche ai voti avuti dalla gente di destra nel congresso aperto a tutti: iscritti e non) e usare in modo indegno e blasfemo le parole pronunciate da un uomo del vissuto di Sandro Pertini, lui sì vera Persona socialista e di sinistra.

Dopo questa indignazione e la forte ferita emotiva non potevo non riflettere su come l’Italia da quei primi anni novanta sia man mano politicamente, culturalmente e socialmente regredita, e ancora non è finita, fino ad arrivare ad avere come capo del PD (ex PCI-PDS-DS) maggior partito della sinistra (sic!) un democristiano e poi non avere anche un pensiero di riflessione non superficiale sugli errori, se così vogliamo chiamarli, del Socialismo italiano e del PSI.

C’è ancora una sinistra, quella vera e soprattutto socialista, in Italia? No. La Sinistra è stata assassinata dalla sua stessa mano o, più esattamente, da quella mano della parte massimalista che da sempre, ed a scapito della sua grande capacità organizzativa, ha sofferto la diversa capacità più pregnante ed intuitiva del coacervo delle idee della sinistra socialista e riformista; vivendo tutto questo come loro impotenza elaborativa tentando, sempre,  di eliminare politicamente quella parte della sinistra più fervida di idee e ideali progressisti a loro mancanti. Ritorniamo ai fatti del Raphael: chi lanciava le monetine al segretario del PSI erano forse i giovani del Fuan o del MSI, cosa del resto che poteva essere interpretata come naturale visto il loro essere avversari e nemici della sinistra, ma no non erano loro. Erano i giovani della FGCI e dell’allora PCI che commise l’ennesimo errore storico: sconfiggere e possibilmente far sparire dalla scena politica la sinistra socialista e riformista per affermare la supremazia e l’egemonia della sinistra comunista e massimalista. I massimalisti si ritenevano e autoproclamavano, e tuttora lo esprimono, affermandosi in una sola parola: la sinistra siamo noi!

Ripercorrendo brevemente la storia del secolo passato e dei primi anni del terzo millenio mi vengono alla mente fatti realmente accaduti. Fatti ed accadimenti che nel loro susseguirsi per ciò stesso hanno formato la storia politica dell’Italia e in particolare della Sinistra italiana. Rivisitiamo quei fatti soffermandoci anche su ciò che tali azioni e comportamenti hanno poi lasciato o provocato.

Dal Congresso di Livorno del 1921 uscì la scissione netta e definitiva dell’ala massimalista che sposò le tesi leniniste della “dittatura del proletariato” quattro anni prima vincenti in Russia ma che da noi in Italia portò appena 1 anno dopo, nel 1922, alla contro-rivoluzione dell’alta borghesia monarchica con l’avvento del ventennio fascista che fu sconfitto ed abbattuto (il regime ma non l’idea che, purtroppo, ancora oggi rimane in molti nuovi duci) solo grazie ad una terribile guerra mondiale. Dopo le lotte partigiane condotte e vinte assieme all’Assemblea Costituente la parte della sinistra socialista, ferma e decisa sull’affermazione della laicità della nuova Italia che stava nascendo, fu sconfitta dall’accordo fra il democristiano De Gasperi e il comunista massimalista Togliatti con l’introduzione di fatto nella Costituzione italiana dei Patti Lateranensi mussoliniani attraverso l’articolo 7. Quest’operazione ebbe come conseguenza quasi un cinquantennio di egemonia democristiana che formò le basi, fra le tante altre amenità di quel periodo, del clientelismo, del nepotismo, del voto di scambio, ecc.

Venendo, poi, agli anni ’90 e a tangentopoli chi fu il maggior accusatore di Craxi e del PSI se non il massimalismo dell’allora PCI che probabilmente vedeva in quegli eventi l’occasione buona e definitiva di togliersi da presso questa parte di sinistra socialista e riformista che gli toglieva quel poco spazio politico che il suo essere egemonico non era riuscito a fagocitare. Risultato: avvento del ventennale potere populista, liberista e ultraconservatore nonché del suo artefice maximo Berlusconi e morte totale della sinistra in Italia, quella reale perché quella puramente nominale (non socialista) sembra ancora virtualmente esistere anche dopo varie metamorfosi degne del miglior Kafka fino ad arrivare ad essere espressa e rappresentata da personaggi di fatto eredi di quella tipica DC del cinquantennio post-bellico.

Tutto questo che ho affermato può apparire come anticomunismo, ciò è possibile solo dietro una lettura superficiale. Esso non è altro che un diario cronologico, visto da un socialista con ottica e spirito a-comunista lombardiano, di fatti e verità inconfutabili degli accadimenti che nel loro susseguirsi quotidiano hanno creato la storia della sinistra italiana.

Dopo tangentopoli, condannati come unici responsabili di quei fatti e definiti “partito dei ladri” dai benpensanti dell’epoca che divennero i maggiori accusatori del PSI per salvare essi stessi dal vortice che stava affossando la c.d. prima repubblica, noi socialisti ci siamo vergognati quasi di esistere autorifugiandoci nel sottoscala della politica o peggio. Chi è passato addirittura dalla parte degli accusatori rinnegando le proprie origini socialiste (se mai l’abbiano sinceramente avute) per quadagnare una sopravvivenza politica per mero mercimonio e/o a copertura dei propri misfatti penali (ha, se ritornasse in vita Riccardo!), chi diventando fervente “massimalista” e tanti altri, come me, ritornati alla loro professione nella società civile o nel proprio privato.

Certo Craxi ha commesso nel suo agire gravi errori, (che non sta a me, ora, discuterli e giudicarli), il più grave dei quali aver avallato la legge Mammì sulle frequenze tv che permise a Berlusconi di costruire il suo impero mediatico e non,  anche se visti i politici di oggi sembrano quasi un rubare le caramelle di un bambino, ma come si diceva allora “gli uomini passano, le idee e il Partito restano”. Come abbiamo potuto vergognarci noi eredi di un’ideale ed una ideologia di lotta secolare per tutte le uguaglianze. Noi eredi di un’ideologia che ha espresso nel solo novecento, oltre a quelle a noi care di P. Nenni, F. De Martino, R. Lombardi, A. Giolitti ecc. fino allo stesso Craxi, ultimo vero statista che abbia avuto l’Italia; figure come il Mario Soares post-Salazar, il Felipe Gonzales post-Franco, l’Andreas Papandreou post-colonnelli e fondatore del Pasok ellenico, Willy Brandt, Gilles Martinet, Jacques Delors e certamente non ultimi le vittime della mai morta mano armata fascista: il cileno Salvador Allende e lo svedese Olaf Palme.

Restiamo in Italia. Cosa ha lasciato di tangibile, dal dopoguerra ad oggi, l’ortodossia e il pragmatismo organizzativo dell’attuale PD ex PCI-PDS- DS niente; se non il ricordo, indiretto, ma pur ricordo amaro dell’Ungheria del ’56, della Cecoslovacchia del ’68 dei Dubcek e di Jan Palak per finire alla DDR di  Erich Honecker e della sua Stasi. Dall’altra il Socialismo e i Socialisti hanno sostenuto e concretizzato riforme ormai ancorate nel tessuto del Paese: dal primo governo di centrosinistra del 1962 con Pietro Nenni che portò alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, della Banca d’Italia, ecc.; allo Statuto dei Lavoratori del ’70 di Brodolini e Giugni; all’istituzione delle Regioni intese in forma federalista poi modificate dalla frettolosa riforma del Titolo V° della Costituzione di dalemiana memoria; il divorzio di Loris Fortuna (insieme al repubblicano Gaslini); la battaglia per il NO all’abrogazione della legge sull’aborto.

Tutte riforme e battaglie di popolo vinte di cui dobbiamo rivendicarne la sola nostra primigenitura e di cui esserne orgogliosi. E dobbiamo noi vergognarci di tutto ciò? Anzi. Sono altri che devono vergognarsi del loro passato e, soprattutto, del loro presente; gli altri che hanno distrutto la sinistra con il loro arrogante modo di interpretarla!

La riflessione su tutto questo mi fa pensare, come in genere si dice, a quello che poteva essere e non è stato.

Perché siamo stati, noi socialisti e della sinistra socialista in particolare, così pavidi da doverci vergognare fino ad oggi dell’operato illegale, in uso anche da altrie parti, di un uomo e di un partito che da tempo non ci sono più. Altri partiti, anch’essi colpevoli o forse più di noi, hanno cambiato uomini e vestito e sono sempre rimasti o riemersi in breve tempo sulla scena politica. In fin dei conti la spinta a vergognarci di esistere non è stata dovuta solo ai fatti di tangentopoli ma, ad essere onesti con noi stessi, anche dal comportamento dei dirigenti succedutisi alla guida dei resti del Partito che lo hanno sempre più spinto in quel sottoscala fino a farlo morire completamente. Quando un segretario generale di un partito si candida e viene eletto, opportunisticamente, non sotto la propria bandiera ma sotto le insegne e con il vessillo di un altro partito che, addirittura, lo fa viceministro quel partito e la sua storia sono già morti e finiti: ancor prima che fisicamente, politicamente!

Forse se avessimo alzato la testa con l’orgoglio e la dignità dell’essere socialisti e portatori di quella ideologia portata avanti, anche col sangue, dai nostri padri superando la fallità dell’uomo e del momento del passato vissuto con amarezza e delusione la storia di questi ultimi dieci-quindici anni della sinistra e di questo Paese probabilmente sarebbe stata diversa.

Se nel prossimo futuro ne avremo la possibilità politica sarà bello e soprattutto proficuo discutere e riflettere e meglio concretizzare le soluzioni socialiste sul cambio di sistema: sociale, economico, ambientale, del lavoro e dell’economia del lavoro, dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica. In senso strategico per il Paese ma soprattutto finalizzato a quell’Umanesimo Socialista mai, neanche in parte, realizzato concretamente.

Quella del recente passato è stata dunque l’occasione mancata, o persa? Per sempre?

Tonino Lattanzi 

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