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Le pensioni tra obiettivi di bilancio e obiettivi sociali: conflitto di strategie?

di Roberto Spagnuolo

L’obiettivo delle diverse riforme, dal 1992 in poi, nel controllo del rapporto tra spesa per pensioni e il prodotto interno lordo (PIL) del Paese, è stato principalmente di limitare le uscite nel breve periodo, al fine di garantire all’Italia l’ingresso e la permanenza nell’area euro. Pur essendo condivisibili i mutamenti apportati al sistema pensionistico con il passaggio dal sistema retributivo al contributivo, tuttavia non mancano alcune spigolature.

Il primo sistema è noto per essere fortemente sbilanciato tra contributi versati e pensioni erogate, elettoralmente efficace ma assolutamente inefficiente per il mercato del lavoro poiché sovraccarica di spese le nuove generazioni di lavoratori attivi. Il secondo sistema vanta un innato equilibrio grazie al legame stretto tra contributi versati e rivalutati con l’importo della pensione finale erogata, quest’ultimo “trasformato” in base all’attesa di vita residua.

L’obiettivo delle riforme è stato di perseguire non solo l’equità intra-generazionale, eliminando le sperequazioni esistenti tra diverse casse previdenziali su prestazioni erogate e relative aliquote contributive, ma soprattutto l’equità inter-generazionale, dovuta alla non confrontabilità tra contributi versati e pensione ricevuta, che ha comportato sui lavoratori attivi un inevitabile aggravio delle imposte, maggiori contributi, maggior tempo e produttività richiesta nel lavoro a parità di salario e infine un indice di sostituzione tra retribuzione e pensione inferiore ai propri padri con relativa esigenza integrativa, senza contare il ricorso al debito pubblico.

Tutto ciò si è reso necessario sostanzialmente per rincorrere obiettivi finanziari di breve (il gergale “fare cassa”), per poter rimanere nel mercato dell’Unione Europea a pieno titolo. Il costo della miopia finanziaria, tuttavia, traspare nell’aver trascurato alcuni interventi di più lungo respiro socio-economico, sia in termini di efficacia sia di efficienza del sistema. Il rischio è la necessità di ulteriori interventi legislativi sulla stessa modalità di finanziamento utilizzata: la ripartizione. Essa consente di pagare le pensioni attuali con i contributi versati dai lavoratori attivi esistenti.

Vi sono sostanzialmente due grandi pilastri a sorreggere il sistema, l’uno è ricollegabile in parte all’ambito normativo (tasso di istruzione iniziale e percentuale di abbandono degli studi, formazione permanente, riqualificazione professionale, salario di mobilità a tempo, spese sanitarie della terza età lavorativa, mantenimento di livelli di produttività sino a età minima per il diritto alla pensione, capacità di assorbimento nel mondo del lavoro del maggior numero di popolazione attiva dopo i 60 anni e prima dei 24) e in parte a quello demografico (indice di natalità, tasso di immigrazione, tasso di invecchiamento della popolazione ); l’altro pilastro è di tipo macroeconomico, legato all’andamento del PIL e delle variabili reali quali produttività e mercato del lavoro.

Le previsioni utilizzate nei modelli per il tasso di occupazione, stimano crescita della produttività e crescita del numero di occupati sull’intero periodo di previsione, sino al 2060. Tuttavia sorge un forte dubbio sul sistema oggi in vigore nel mercato del lavoro, se possa supportare tali ipotesi, infatti è probabile che occorra una profonda riforma che corregga i punti strutturalmente deboli e/o carenti e/o assenti. Ad esempio, l’assenza di formazione continua che garantisca produttività continua per tutto la vita lavorativa, l’alto tasso di abbandono delle scuole e la bassa qualità della formazione iniziale, l’assenza di riqualificazione per gli over 55, peraltro molto problematica in presenza di una formazione continua in difetto nella vita lavorativa precedente. Inoltre lo shock negativo del PIL nel triennio 2008-2010, che ha condotto all’incremento della disoccupazione sino quasi al 13%, dal 6,1% del 2007, e a un tasso di occupazione del 55,6% nel 2013 (58,7% nel 2007), ha prodotto effetti negativi anche su produttività, contributi, salario medio, costi per ammortizzatori.

Viviamo quindi un progressivo innalzamento della disoccupazione di lunga durata per i meno qualificati, correlato all’assenza di programmi di recupero e riqualificazione professionale, al tasso di abbandono della scuola prima del diploma, alla bassa correlazione tra corsi universitari e richieste del mondo del lavoro, tutte problematiche che rimarcano l’esistenza sul mercato del lavoro di un serio limite nel collocare nuovi occupati, vista l’inadeguatezza del sistema scolastico inferiore e superiore. Senza dimenticare coloro che non lavorano e non sono disposti a lavorare (gli inattivi), 36,5% al 2013, sono il preludio di una disoccupazione di lunga durata i cui costi ricadranno sempre sulla popolazione attiva e sulla società.

È chiaro che un sistema previdenziale che per reggersi si basi sul finanziamento proveniente dagli attivi deve necessariamente bilanciare le entrate contributive di questi ultimi con le prestazioni da erogare, pertanto, una crescita nel numero delle pensioni dovuta all’aumento della popolazione anziana, dovrà avere come contro partita un innalzamento o del numero degli occupati o dell’aliquota di contribuzione, già elevata al 33% nel sistema contributivo, o del salario medio grazie all’aumento della produttività. Tutto il sistema previdenziale è interrelato sulla produttività, cui è commisurata la crescita salariale e dei contributi pensionistici, cui dipende la crescita del PIL che a sua volta rivaluta i contributi pensionistici con la propria media del quinquennio precedente, oggi e in prospettiva rendimento assai mediocre.

La Commissione Europea per gli obiettivi del 2020 denunzia il forte ritardo da parte di diversi paesi membri tra cui l’Italia. Un traguardo dichiarato per l’Europa del 2020 è il 40% di laureati (30-34 anni), l’Italia ha dichiarato che raggiungerà al massimo il 27%, nel 2012 è al 21,7% dove la media UE27 sale al 35,8%. Non trascurabile è anche quanto il livello qualitativo delle lauree italiane sia inferiore alla media UE, specialmente nelle materie scientifiche.

Oltre alla formazione continua e all’istruzione di qualità, per alzare la produttività, l’Europa punta sulla mobilità transfrontaliera del lavoro, al fine di ottimizzare l’allocazione delle risorse, che potrebbe anche avvenire per via telematica (telelavoro), con un maggior utilizzo delle strutture di telecomunicazioni avanzate, tramite banda larga e Internet mobile, ancora indietro purtroppo nei programmi italiani di sviluppo tecnico e copertura giuridica.

In tale contesto interno, il mercato del lavoro è obbligato alla sostituzione forzata degli attivi, per obsolescenza del capitale umano, al fine di “difendere” un modesto tasso di produttività, caricando sulla società i costi delle sue strutturali carenze formative. Mentre un ottica sociale dovrebbe guardare come fine la persona e non lo strumento, cioè il bilancio, si tratta di riuscire a trasferire parte delle risorse spese come ammortizzatori sociali, oggi con natura puramente assistenziale, trasformandole in istruzione iniziale di qualità, formazione permanente nel percorso lavorativo e riqualificazione per far rientrare nel mercato del lavoro chi è prossimo alla pensione ma non ha ancora maturato i requisiti minimi.

Senza riforme strutturali sul lavoro che investano soprattutto in capitale umano il futuro del Paese è la stagnazione di una crescita sempre modesta, preludio di una nuova riforma delle pensioni. L’incapacità strutturale di tenere in equilibrio finanziariamente il sistema, farà pesare eccessivamente sulla fiscalità generale e sul mercato del lavoro le continue carenze contributive La questione è piuttosto seria se si pensa che il tasso di crescita medio della produttività UE sino al 2022 previsto all’1,25% è comunque insufficiente a mantenere la protezione sociale attuale, l’Italia è ben al di sotto della media: 0,8%.

La necessità di finanziamento continuo delle pensioni e il vincolo delle persistenti e rigorose politiche di bilancio, determina una pressione esterna al mercato del lavoro, slegata da problematiche di offerta e domanda di risorse umane, finalizzata solo a generare cassa, a rischio di scelte politiche distorsive per il mercato medesimo. In permanenza di tale situazione sul mercato del lavoro, di produttività, d’istruzione e formazione professionale, di prospettiva demografica, di segmentazione contrattuale, contributiva e salariale, di mancanza di risorse a sostegno dell’attività lavorativa sia sanitarie sia sociali, sarà molto probabile un nuovo intervento sulla spesa previdenziale, questa volta modificativo della stessa struttura di finanziamento.

Si dovrebbe tendere ad un graduale passaggio, necessariamente a medio/lungo termine visti i costi, dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione definita, lasciando allo Stato il compito principalmente di garantire, a chi occupa il margine della società, non solo una vita dignitosa ma anche gli strumenti per crearsene una propria migliore.

Tutto ciò riporta in auge l’importanza della previdenza complementare, oggi ancora più utile agli interessi dei gestori (banche e assicurazioni) che come strumento previdenziale vero. Ricordando che essa non è speculazione, per rilanciarla lo Stato dovrebbe essere garante almeno di linee d’investimento con rendimenti uguali al TFR, quando il rendimento annuale fosse maggiore del TFR esso rientrerebbe al 90% nei guadagni del gestore e per un 10% allo Stato in un fondo rischi dedicato. Al momento del riscatto o dello spostamento di tutte le quote verso altra linea d’investimento previdenziale, se il montante rivalutato secondo il mercato ed effettivamente accantonato risultasse inferiore alla rivalutazione del TFR, la differenza verrebbe integrata per il 90% dallo Stato attingendo a detto fondo rischi e il restante 10% dal gestore come incentivo a garantire sempre la migliore gestione. Anche lo Stato potrebbe beneficiare del mercato invece che rivalutare solo per legge il TFR dei dipendenti pubblici, intervenendo solo per differenze negative.

Oggi in particolare il fine sociale deve fare da guida nelle scelte strategiche, anche se esse sono lontane nel termine e composte da piccole evoluzioni nella realizzazione socio-economica della vita degli individui. Tali scelte passano attraverso lo svincolo del lavoro dall’onere finanziario delle pensioni, in modo da concentrare le relative politiche solo sulla crescita occupazionale e professionale, indipendentemente da quante siano numero e importo delle pensioni da erogare, in quanto, a regime, ognuna avrebbe già accantonato le proprie risorse e non peserebbe più sull’economia reale (lavoro e produttività) prima e sulla società (disoccupazione e bassa qualifica) poi.

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