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OLTRE IL PIL ESISTE IL BENESSERE DI MILIONI DI DONNE E DI UOMINI

di Manuel Santoro

Il tema della misurazione del benessere di una società è serio e complesso, e non può essere declinato a semplice questione statistico-burocratica. Sapere cosa si vuol misurare, e quali indici di misura usare, indica già una certa consapevolezza del tipo di società che si vuole costruire, quali sono le priorità su cui spingere, con quali mezzi costruire il futuro delle generazioni a venire.


Nei decenni passati, come ancora oggi, si è voluto dare assoluta priorità alla produzione di beni e servizi, senza tenere conto nel giusto modo del consumo e dei benefici derivanti dal consumo in termini di felicità e di benessere. Il Prodotto Interno Lordo (PIL), in effetti, può essere considerato come il più dirompente effetto della vittoria della produttività sulla qualità del consumo, i cui effetti sono stati, e sono tuttora, devastanti in termini di risorse bruciate e scadente organizzazione sociale.

Aver innalzato il PIL a punto di riferimento assoluto nel mondo ha avuto l’effetto di decenni di pianificazione economico-sociale devote alla produttività senza limiti e senza una guida politica che potesse affermare il principio della sobrietà e della giustezza.

Se volessimo dichiarare cosa è il PIL potremmo brevemente dire che esso non riflette la distribuzione del reddito, così come non riflette il potere d’acquisto del reddito. Esso non include settori dell’economia nazionale come il sommerso ed il lavoro domestico. Non tiene conto delle negatività delle nostre attuali società come, ad esempio, i danni ambientali e sociali.

Qualcuno, però, nel torpore e nella ferocia degli interessi economici dei grandi centri di produzione e delle grandi lobby, ha voluto ristabilire il principio sacrosanto che pone l’essere umano e gli esseri viventi al centro del sistema organizzativo di una società e, in un mondo poco incline all’ascolto, politicamente colluso e mediaticamente guidato, ha cercato di far emergere la speranza in un mondo cosiddetto “migliore”, nel quale il PIL fosse superato da indici che ci permettessero di comprendere a pieno le fondamenta della nostra società.

Nel 1971, Nordhaus e Tobin proposero il Measure of Sustainable Welfare (MEW). Nel 1991, Daly e Cobb si inventarono l’Index of Sustainable Economic Well-being (ISEW). Nel 2007, Symbola uscì con il Prodotto Interno di Qualità (PIQ). Tutti indici derivati da correzioni qualitative del PIL.

A questi sono, naturalmente, da aggiungere indici alternativi. E non sono pochi.

Il Relative National Standards of Living (Bennett – 1937); il Level of Living Index (UNRISD – 1966); l’Indice di Sviluppo Umano (UNDP – 1991); l’Indice di Qualità della Vita delle Provincie (Sole 24 Ore – 1993); l’Indice di Qualità Regionale dello SviluppoQUARS (Sbilanciamoci! – 2006); Happy Planet Index (NEF – 2006).

E’ semplice comprendere come questi indici di misurazione alternativi al PIL diano un contributo fondamentale che mai potremmo estrapolare dalla produttività. Le negatività rimangono tali ed impattano il prodotto interno. I costi sociali come il crimine, gli incidenti automobilistici, la sottoccupazione, la mancanza di tempo libero, oppure i costi ambientali come l’inquinamento, la perdita di aree coltivabili, la riduzione delle risorse, sono tutte negatività tracciate da molti indici alternativi i quali ci permettono di dipingere la nostra società per quella che realmente è per tutti noi.

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