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CONTRATTAZIONE E LAVORO: LA SFIDA PER UN CAMBIAMENTO CULTURALE DELLE PARTI SOCIALI

di Roberto Spagnuolo

La contrattazione sul lavoro si accentra sempre più nel valutare le prestazioni, comportando una maggior distanza da calcoli meramente “politici” degli incrementi salariali.
Infatti, le diverse prestazioni lavorative, rese confrontabili nel livello di produttività, rappresentano l’unico giustificativo all’incremento della remunerazione del fattore lavoro.

Ormai la difesa del potere di acquisto dei salari, pur mantenendo rilevanza sociale, perde peso nella definizione del tasso d’incremento delle retribuzioni, sia per la sua natura non produttiva ma perequativa, sia per il forte controllo sul tasso d’inflazione esercitato nell’UE dalla BCE. Invero, in passato il forte sbilanciamento verso tale criterio (difesa del potere di acquisto, anche automaticamente), ne ha determinato un marcato sganciamento dalla reale resa produttiva, in particolare in ambito pubblico.

Nella fase socio-economica attuale è più rimarcato come giustificativo di crescita per i salari il valore della produttività, determinando un ridimensionamento della mera difesa del potere di acquisto.

Il distacco dalla valutazione politica può rappresentare un rischio in presenza di un forte arbitrio unilaterale nel determinare il livello di aumenti, qualora questi ultimi, slegati dagli interessi della contrattazione sociale, fossero condizionati dall’esterno e imposti da un deus ex machina. Esempi in tal senso posso ritrovarsi nei diversi vincoli esterni alle parti sociali: ad esempio, di bilancio, (locali, nazionali e UE); di reinvestimento dei profitti; vincoli derivanti da livelli di misurazioni di prodotto e produttività, vincoli di costo (fisso e variabile). Vincoli che messi assieme determinano per la contrattazione il margine residuo utile per gli incrementi salariali.

La minaccia di arbitrio unilaterale nel determinare il quantum di aumento salariale su cui sarà possibile aprire il confronto, diviene a questo punto concreta se l’organizzazione del lavoro e la misurazione della produttività restano demandate a una soltanto delle parti in causa, quella datoriale.

Tuttavia, è opportuno valutare anche l’altra faccia della medaglia, il medesimo distacco dalla valutazione politica può anche essere l’occasione per un’evoluzione sociale e culturale nel mondo del lavoro, se solo fosse individuato l’interesse comune, a lavoratori e datori, rappresentato dallo strumento di contrattazione utile ai rispettivi scopi: rispettivamente retribuzione realizzabile e profitto possibile, entrambi mediati da efficienza, efficacia ed economicità del lavoro.

La retribuzione, quindi, non riguarda più solamente la concertazione fra interessi politici contrapposti, ma viene oramai a caratterizzarsi soprattutto in termini tecnici (misurabilità e confrontabilità dei risultati marginali e presenza di vincoli quantitativi), riducendo la forza di alcune istanze sindacali, specie se arroccate, in primo luogo, su posizioni antinflazionistiche.

Quindi, in assenza di una partecipazione sindacale socialmente attiva, cioè responsabilizzata nel merito, la rappresentanza dei lavoratori è destinata a perdere sempre più terreno rispetto agli elementi portanti dell’economia reale: la struttura e le procedure organizzative, le modalità ed i criteri di misurazione della produttività del lavoro e la modalità di misurazione e distribuzione dei risultati conseguiti.
Pertanto, rebus sic stantibus nell’UE e nella relativa direzione economico-politica, accertata la relazione positiva tra produttività e organizzazione del lavoro, è il salario che, più del profitto, nei suoi andamenti incrementali accompagnerà d’ora in poi quasi pedissequamente l’andamento della produttività, in quanto, gli incrementi da riconoscere alle retribuzioni dovranno rispettare i margini di profitto necessari all’iterazione del sistema economico ed essere coerenti con i livelli di servizio richiesti dal mercato.

In quest’ottica, al fine di affrontare la contrattazione su basi paritarie appare appropriato concorrere alle politiche organizzative del lavoro attraverso una partecipazione attiva di tipo collegiale delle rappresentanze, rendendo anche opportunamente compatibili la tutela del singolo (come parte attiva delle modalità organizzative e valutative del proprio lavoro) con la tutela più ampia di una tale organica condivisione produttiva.
Pertanto, un adeguato avallo giuridico potrebbe dare fondamenta ad una rinnovata “normalità” di contrattazione, garante nell’attuazione delle migliori condizioni lavorative di una moderna “ideologia” del lavoro che teorizzi la coesistenza della medesima tutela per gli interessi di datore e lavoratore: certa, compatibile e reciproca.

Potrebbe così raggiungersi il fine comune: rendere realizzabile con maggior concretezza le aspettative incrementali di remunerazione (del lavoro e del capitale), in quanto ambedue le parti sarebbero protagoniste, responsabili nel merito, utili alla causa sociale.
Da parte sindacale, dovrebbe essere concesso un maggior spazio nelle discussioni politiche di categoria, alla partecipazione attiva ai contenuti della fase ascendente sia organizzativa sia produttiva dell’impresa, con l’obiettivo di contribuire, grazie alla propria esperienza diretta, al miglioramento della performance aziendali e a condividerne coscientemente, quali che siano, i relativi risultati.
Oltretutto è opportuno rammentare che il salario non è l’unica variabile dipendente dalle prestazioni lavorative ma lo è anche il risultato previdenziale, risultando entrambe subordinate a tale responsabile partecipazione attiva.

Anche da parte datoriale occorre un contributo attraverso la condivisione di alcune decisioni organizzative e dei relativi esiti, in maniera da ottenerne una maggiore resa e solidità della crescita nel tempo, avendo come contropartita concessioni di flessibilità lavorativa e salariale approvate in comune ma ben ripagate nei momenti positivi di sviluppo, anche se solo locali.
Il cambiamento culturale appare necessario per supportare quindi sul piano sociale e giuridico, consolidandolo nel tempo, quello che già potrebbe avvenire in ambito “tecnico” con la comunanza dei mezzi, utili agli scopi remunerativi: maggiore partecipazione attiva responsabile da parte di entrambe le rappresentanze (in particolare dei lavoratori) sia in ambito organizzativo, sia produttivo che dei risultati, come presupposto indefettibile di maggior equilibrio in fase contrattuale.

La sfida culturale è nel subire meno i picchi del rischio d’impresa, aumentando la partecipazione responsabile di tutte le parti sociali alle decisioni e ai risultati dell’attività lavorativa, diluendone i relativi pericoli, soprattutto per i lavoratori che finora, inconsapevoli, hanno potuto ben poco evitare. Anche la parte datoriale potrebbe sperimentare una crescita più costante nel tempo, meno marcata nelle oscillazioni di breve periodo (sia positive che, soprattutto, negative) ma consolidata nel medio-lungo, a tutto beneficio del sistema economico nazionale, soggetto in modo inferiore (meno passivo) alle conseguenze degli shocks economici improvvisi.

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