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LAVORO E RIEQUILIBRIO SOCIALE

di Roberto Spagnuolo

Il valore della solidarietà è tanto importante da risultare inserito in Costituzione ma la sua attuazione lascia ancora molto a desiderare.

La competizione per il potere politico si è finora servita delle differenze sociali continuando ad alimentarle per sfruttare il pluralismo a fini settoriali, sino ad esaurire le risorse produttive del Paese. Il pluralismo sociale e culturale ormai non ha rappresentanza politica omogenea, né le politiche sociali sono un settore a sé ma sempre più da coordinarsi con le politiche del lavoro.

Lo scopo funzionale dei diritti sociali (tutela dai rischi sociali) è stato spesso teatro di lotta per miopi strategie di politiche settoriali, che hanno generato nella normativa una frammentazione comoda ma disarmonica, mentre lo scopo distributivo (popolazione assicurata, grado di protezione) ha contribuito soprattutto ad alimentare scelte di ritorno elettorale, a discapito dell’universalità delle tutele medesime.

In un serio sistema di welfare le coperture dei rischi sociali, percorrendo strade diverse, devono comunque interessare l’intero ciclo di vita del cittadino: dalla malattia alla disoccupazione, dalla povertà alla esclusione sociale sino alla pensione, per tutti.

La spinta propulsiva liberale, anch’essa sulla Carta, necessita tuttavia di una più giusta coniugazione con la solidarietà. Il sovrappiù genera benefici individuali anche finanziando servizi sociali erogati da strutture pubbliche non sovraccariche: disoccupati impegnati nel proprio recupero professionale; poveri in grado di poter accedere ad un futuro migliore, figli non più avvertiti come peso economico ma come valore aggiunto della società. Non tutti benefici personali diretti e a breve termine ma che creano un circolo virtuoso nella collettività.

Anche con il recente riposizionamento della copertura dei rischi di disoccupazione, trascurati per lo scarso feedback elettorale, si è ancora lontani da una strategica ristrutturazione funzionale al recupero del valore sociale. Non a caso lo stesso Tfr, decantato prematuramente per le sue doti previdenziali, in presenza di un mercato del lavoro non omogeneo e discontinuo, è tornato alla sua funzione originaria di indennizzo per la disoccupazione temporanea, tamponando le insufficienze strutturali della tutela, con buona pace dei promotori della pensione integrativa e dei lavoratori che vi hanno aderito, senza politiche previdenziali sistemiche.

La pensione non può continuare ad essere guida demagogica di partiti e sindacati; è lo stesso lavoro che dovrebbe determinarla più equamente. Ma il punto di partenza andrebbe rivisto in un’ottica sociale, dando rilevanza alla fase contributiva individuale come base su cui integrare, a complemento, la quota pubblica sino al raggiungimento della quota convenuta di sostituzione reddituale. La prestazione congrua farà sì che il passaggio tra retributivo e contributivo non sia così squilibrato rispetto ai giovani, in quanto finanziato anche da chi ancora gode di eccessive rendite politiche.

A questo punto è più che opportuno definire un giudizio di valore, più squisitamente sociale, nell’erogare pensioni oltre un certo multiplo della minima. Oltre la soglia così convenuta, i contributi e le risorse andrebbero dirottati secondo necessità, in quanto la pensione non deve continuare ad arricchire in modo inadeguato, per non dire iniquo.

Discusso, definito e condiviso un limite alla pensione pubblica come multiplo congruo della pensione sociale, del sovrappiù redistribuito trarrà beneficio il sistema economico-sociale del Paese. Parte sarà utile per finanziare i rischi di perdita del lavoro (disoccupazione in genere e riqualificazione) e parte per integrare le risorse contro i rischi di povertà ed esclusione, i cui costi si riverberano sempre sulla società medesima. Anche i rischi nella capitalizzazione dei contributi pensionistici, proprio in ragione dell’assenza di scopi speculativi, dovrebbero essere a carico della collettività generale e non del singolo contribuente. L’individuo nulla può per combattere il rischio di perdita di valore della propria pensione, destinato a subirne lui solo le conseguenze reali. Si potrebbe ragionare sul loro finanziamento cedendo una parte dei guadagni nei periodi di crescita favorevoli.

Se hanno ancora importanza i nuclei familiari come fondamenta della società, allora ne manca la dovuta attenzione. Laddove non arrivano gli assegni familiari nell’alzare il reddito disponibile, si potrebbe lavorare sulle deduzioni massime oltre che su un più ampio paniere di beni. La fiscalità generale dovrebbe curarsi dei rischi non direttamente collegati al lavoro, per non porre vincoli esterni al relativo mercato. Nei momenti di crescita e di surplus reddituale, sarebbe lo stesso mercato a generare le risorse per contribuire ad altri bisogni finanziati dallo Stato.

Il lavoro resta la chiave socio-economica di rilancio. La priorità si muove tra le politiche che ne agevolano l’accesso e il sostegno: il diritto di ingresso al lavoro, di istruzione iniziale, di mantenimento professionale, di supporto per la riqualificazione durante la perdita, di integrazione reddituale per carichi familiari a parità di salario, di sostegno in malattia. Garanzie tra loro interdipendenti e miranti sempre a costituire fondamenta previdenziali, misurate da meriti sociali e non più oggetto di scambi elettorali.

In questi termini, la produttività del lavoro dovrebbe essere valutata da due componenti, economica e sociale. Quest’ultima concorre al valore del lavoro individuale ma deve necessariamente essere quotata in un altro contesto.

Un punto importante per il riequilibrio riguarda anche gli strumenti di gestione finanziaria. Il sistema a ripartizione, scudo flessibile per l’inflazione degli anni del dopoguerra, è divenuto nel tempo lo strumento principe votato al mantenimento dello status quo politico, con relativi dissesti sociali (privilegi per occupati e dipendenti pubblici sino alla pensione, poco sostegno ai disoccupati, assenza di aiuti per poveri ed esclusi). Tale sistema di finanziamento da circa vent’anni rivela però segni di cedimento, cui ben poche cassandre hanno saputo dar voce in tempi non sospetti. Solo grazie all’UE si è riusciti ad imporre una verifica economica dei provvedimenti, anche se dietro minaccia di esclusione dal mercato dell’euro.

Siamo ancora fortemente sbilanciati sul sistema a ripartizione integrato dalla fiscalità generale, più semplice da gestire nel ciclo politico-economico ma controproducente nell’attuale mercato del lavoro visti i vincoli reali che comporta. Per una seria programmazione delle politiche è il ciclo socio-economico la guida. Infatti, ferma restando la struttura del mercato del lavoro, si renderà prima o poi necessario un ripensamento anche dei sistemi di finanziamento delle prestazioni previdenziali. La fiscalità generale, la ripartizione e la capitalizzazione sono strumenti di governo finanziario da bilanciare accuratamente tra le politiche del lavoro e le politiche sociali. I primi sono più idonei negli obiettivi di breve-medio termine, mentre l’ultimo in quelli di medio-lungo termine ma tutti sono utili per strutturare in modo appropriato l’intero finanziamento delle prestazioni previdenziali e assistenziali, combinando efficacemente i contributi accantonati con le risorse necessarie nell’immediato.

Sembra un ritorno al passato remoto (oculato più per motivi liberali che economici) ma ora verrebbe tutto gestito con strumenti tecnici moderni, in cui la capitalizzazione farebbe da base e la ripartizione il complemento alla quota di sostituzione reddituale socialmente congrua. Migliori saranno le gestioni a capitalizzazione maggiori saranno i margini per i gestori, minore sarà anche la spesa statale integrativa. Importante sarà mantenere un incentivo per migliorare la gestione, differenziando sempre la tutela dei rischi dell’investimento previdenziale (maggior tutela) da quello speculativo.

Lo scompenso occupazionale di oggi, non può trovare soluzione (ancora) nell’emigrazione ma nel riequilibrio dello spiazzamento sociale (trade off), generato da politiche di breve periodo basate su obiettivi politici e di bilancio rispetto a quelle di medio-lungo temine miranti ad obiettivi sociali. Le criticità più volte evidenziate per l’Italia dalla Commissione Europea sono la crescita della povertà e dell’esclusione sociale; l’alta disoccupazione; la perdita di produttività decennale; il sistema produttivo e lavorativo in strutturale affanno; l’aumento dell’abbandono scolastico e l’abbassamento della qualità d’istruzione; l’insufficienza e inefficienza delle prestazioni sociali. Questa lista difetta solo dell’alta inflazione nel rammentare, con tutti i dovuti distinguo, le condizioni critiche del secondo dopoguerra italiano. Oggi, diversamente da allora, non si riesce a costituire l’unità nazionale necessaria al rilancio del Paese, la discrepanza sostanziale si trova nella presenza di forti rendite di posizione, ultimo ostacolo all’unità dovuta per le riforme. Il nemico non è più l’inflazione ma le competizioni tra gruppi d’interesse a difesa dello status quo clientelare.

Pertanto, nella ricerca di equilibrio per la tutela dei bisogni, contro il sottosviluppo dell’assistenza sociale e della tutela della disoccupazione, sarebbe opportuna un’assunzione di responsabilità collettiva che imponga alle rappresentanze di mirare all’equa messa a punto (fair tuning) tra politiche passive e attive (welfare e workfare). Sfruttare appieno il contributo aggiunto liberale per distribuirlo congruamente in funzione dei meriti socio-economici degli individui, può ridare vita alla crescita nazionale. L’impulso però è funzione di una seria formazione di base e professionale abbinata a seri servizi per l’impiego, prima durante e dopo lo status di ‘occupato’, per il quale si rende necessario andare oltre l’odierno schema, ipertrofico e ideologico, delle relative coperture. Meglio puntare su un programma di ispirazione più universalistica, giacché ‘attivo’ od ‘occupato’ sono soltanto due status intermedi di un percorso unitario, che prevede più fasi con sostegno diversificato sì per qualità e quantità ma al di fuori dei modelli del consenso sussidiato.

In conclusione, rischi comuni come vecchiaia, disoccupazione, malattia, povertà, esclusione sociale, hanno tutti pari dignità ed il loro riequilibrio sociale comporterebbe, nel medio-lungo periodo, un tangibile beneficio per la collettività-Stato. Solo abbandonando i simbolismi di facciata (pregiudizi di genere e preconcetti ideologici sfruttati dalla politica) si potrà definire un equo bilanciamento delle prestazioni in un nuovo contratto sociale tra lo Stato e l’universo dei cittadini.

Il mercato del lavoro emerge quindi come fattore strategico del moltiplicatore nazionale, mercato inteso come investimento sociale, a riprova del quale lo strumento del sostegno alla domanda è oggi relegato allo status di accessorio della politica economica.

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