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IL LAVORO TRA STATO SOCIALE ATTIVO E STATO DI DIRITTO PASSIVO, UNA COSTANTE ATTUALITA’

di Roberto Spagnuolo

Non si è dovuto attendere molto per avere un primo riscontro dei rischi strutturali che vive l’attuale sistema previdenziale e del lavoro in termini di ciclo: produttività – salario – contributi – PIL – montante rivalutato.
Ciò che emerge chiaramente è proprio la diversa finalità posta a monte delle iniziative politiche che si sono occupate delle questioni previdenziali legate al lavoro.

Un primo esempio deriva proprio dalla riforma del sistema di funzionamento delle pensioni la cui normativa, preoccupata dei vincoli di bilancio a breve, ha perso di vista l’equità sociale del provvedimento. Il riferimento è alla non applicazione, a tempo debito, del tetto dell’80% della pensione rispetto alla remunerazione lavorativa proprio per le categorie di lavoratori che meno hanno necessità di integrare la parte mancante, cioè abilitate a lavorate sino a 70 anni ed oltre, cumulando i versamenti anche del metodo contributivo sul massimo già ottenuto con il sistema retributivo.

La visione della riforma effettuata dallo Stato di diritto si è limitata a rispecchiare e rispettare la visione del diritto dell’economia della UE (con relativi vincoli di bilancio) mentre una visione anche sociale dello Stato si sarebbe preoccupata per tempo del rispetto dell’equità, sfuggito inizialmente, non attendendo il feedback negativo della maggioranza degli esclusi (coloro che dopo 40/42 anni di lavoro hanno raggiunto ormai i limiti di età per la pensione di vecchiaia).
Si è reso necessario correggere l’errore (ma solo da una certa data in poi) con un’integrazione normativa che fissasse con briglie il tetto della pensione all’80% dello stipendio a prescindere dal sistema applicato, più per motivi finanziari che anche sociali. Ancora una visione dello Stato solo di diritto.

Altra questione di rilievo sociale ma non trattata dallo Stato anche con tale finalità: la rivalutazione negativa per il 2013 del montante dei contributi pensionistici. Già segnalata come parte dei rischi dell’attuale sistema previdenziale, la rivalutazione segue criteri che garantiscono una sostenibilità finanziaria nel tempo in linea con la crescita del PIL nazionale, sempre a norma dei vincoli strutturali imposti dall’UE. Anche qui sfugge il motivo per cui non possa equilibrarsi fin da principio l’approccio sociale con lo Stato di diritto. Trattandosi di previdenza e non di speculazione, lo Stato dovrebbe curarne i contorni in modo definito e sempre a tutela dei diritti e dei principi solidaristici costituzionalmente garantiti. In attività di lavoro la produttività, messa a fattor comune, incide sul PIL a misura della remunerazione percepita; per cui un lavoro eseguito male o parzialmente è giusto che abbia congrue ricadute anche sullo stipendio; all’opposto, in pensione, che guarda caso proprio con il sistema contributivo e a differenza del retributivo, si costruisce durante tutta l’età lavorativa, non vi è produttività da imputare a fattor comune e su cui misurare il livello di pensione, pertanto essa non deve subire le conseguenze di fluttuazioni negative del PIL e ciò può avvenire solo nella fase della sua costruzione contributiva, tutelandola anche contro l’erosione reale dei fenomeni inflattivi.

L’avvenuta conseguenza negativa e il feedback sociale spinge per la legittima correzione di cui si è ancora in attesa. Tuttavia, sempre lo Stato di diritto, proprio in tema di stipendi che dovrebbero, giustamente, soppesare anche l’andamento del PIL in fatto di premi ed elargizioni aggiuntive, ancora una volta non persegue obiettivi di equità sociale quando consente di non calibrare le retribuzioni di risultato dei dirigenti pubblici anche all’andamento dell’economia nazionale, fatto che, correlato ai citati contributi rivalutati in negativo, appare come vero e proprio ossimoro sociale.
È difficile prevedere puntualmente i risultati delle iniziative politiche, mentre è più facile correggerne le conseguenze negative una volta note; tuttavia forse, se fosse sempre presente una visione teleologicamente orientata ad attuare un moderno Stato sociale attivo, si sarebbero potute anticipare simili casistiche con disposizioni ad hoc, invece di subirle passivamente per essere costretti a correggerle in seguito, sotto pressione e magari solo alcune. Uno Stato di diritto passivo abbinato a regole di economia di mercato manifesta l’assenza di una guida che orienti le scelte precludendone certe aberrazioni che, anche se finanziariamente equilibrate in bilancio, risultano certamente nel lungo periodo antieconomiche per l’intera società.

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