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NON PIU’ UN CONFLITTO TRA CLASSI MA UN CONFLITTO TRA LIVELLI

di Manuel Santoro

In Italia, ed in Europa, un nuovo modello politico e sociale è possibile. Un modello aperto, inclusivo, democratico, plurale, meritocratico, paritario ed accogliente di tutte quelle idee, idealità e programmi che si sviluppano nel nome della giustizia sociale e della solidarietà umana. Un modello radicalmente riformista che sfoci nella definizione di un Nuovo Stato Sociale. Un modello che sappia valorizzare e perseguire con saggezza un ancoraggio forte con i cittadini, con le comunità, con la società intera nei suoi mille rivoli. Un modello che sappia ricercare costantemente un rapporto privilegiato con la base, e dalla base, comprendere i problemi ed i bisogni reali della società.

Negli ultimi decenni la società italiana si è culturalmente e socialmente impoverita, degradata, impaurita. Tale processo recessivo ha coinvolto la politica, tutta, nella sfera dell’autorevolezza, delle capacità, dell’intelligenza. Pezzi importanti di nomenclatura sono scomparsi con la Prima Repubblica e, con loro, nel bene e nel male, una certa dialettica saggia, mai volgare e populista. Da una parte, infatti, la comparsa di sistemi elettorali sostitutivi della concezione inclusivista del proporzionale ha rimosso pezzi consistenti della società civile dall’essere laicamente rappresentati, inaridendo il dibattito politico, declassando parte della partecipazione culturale e sociale nei sotterranei della società attiva, all’ombra dei palazzi del potere; dall’altra parte, noi non abbiamo saputo ridefinire, sino ad oggi, un corretto modus operandi della politica che potesse riprendere un dialogo aperto ed condiviso con le cittadinanze.

E’ evidente come, mentre da un lato si sia verificato l’avvento di forze politiche tendenzialmente raccoglitrici delle semplificazioni del popolo, dall’altro lato i partiti a sinistra dell’arco parlamentare, inclusi quelli via via geneticamente modificati nel dopo PCI, abbiano visto dileguarsi un ancoraggio culturale ed ideale con la propria gente. Lentamente, l’individuo, l’elettore, il militante, che aveva, a sinistra, un punto di riferimento consolidato nel tempo, si è visto orfano e, vagando negli anni alla ricerca di un approdo familiare, si è culturalmente metamorfosato in qualcosa di diverso oppure eclissato nell’indifferenza.

E’ un fatto che, nei vent’anni che ci separano dall’implosione della prima Repubblica, l’opposizione culturale e sociale, prima che politica, alle elite ormai sovrannazionali si sia vista lentamente erosa nelle idee e nel consenso. Negli anni l’opposizione ad una tendenza crescente verso posizioni politiche disumanizzanti ha lasciato per strada un numero enorme di elettori, simpatizzanti, militanti e questo impoverimento culturale ed umano ha lasciato terreno aperto ai valori delle elite economiche e finanziarie.

Abbiamo ormai abbandonato il conflitto ottocento-novecentesco tra classi e siamo entrati, nel XXI secolo, in un conflitto tra livelli. Le popolazioni contro l’elite. Il 99% contro l’1%.

La crisi del 2008 si è rivelata globalmente strutturale nei risvolti finanziari e bancari. L’impatto della crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale, è stato l’effetto di una chirurgica autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, con l’ausilio di scelte politiche errate. Oggi, il nodo strutturale da risolvere è nella disparità di influenza e di forza tra una politica rimasta essenzialmente nazionale, e soprattutto in Europa, incapace di organizzarsi e di convergere su scelte oculate e socialmente utili e sostenibili, e un modello economico, bancario e finanziario del tutto sovrannazionale ed internazionalizzato il quale detta le sue regole senza alcun timore referenziale, ben sapendo di non avere un legislatore paritariamente forte e, quindi, in grado di gestirne l’autonomia e l’impatto sociale. Il grande sistema bancario e finanziario è riuscito, nei decenni, a “salire di livello”, dal nazionale al sovrannazionale, lasciando così la politica nella sua incapacità di organizzarsi similarmente.

Siamo ad un conflitto tra due livelli.

Un primo livello composto da uomini e donne, dai popoli del pianeta, segregati in un ambito nazionale e, quindi, localistico. Il 99% della popolazione. Un secondo livello sovrastante, invece, composto dal grande capitale la cui globalizzazione dei processi bancari e finanziari ha prodotto una convergenza transnazionale in grado di autoregolarsi bypassando le diverse regole nazionali e le deboli regole internazionali. L’1% rimanente.

Sovrannazionaliziamo il Legislatore oppure ridimensioniamo il Capitale?

Ho sempre avuto fiducia nel pluralismo ed in una società multipolare. Detesto l’idea del governo del mondo, il Legislatore unico, e le modalità con le quali l’Europa (monetaria) è stata costruita dovrebbe esserci di insegnamento. Penso fortemente, quindi, che la strada da intraprendere sia quella di un radicale ridimensionamento delle grandi voci multinazionali, soprattutto nel mondo bancario e finanziario. Se banche come Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e J.P. Morgan hanno un valore in assets comparabile ai primi dieci PIL nazionali (annui) nel mondo, un pensierino sul dove stiamo andando è dovuto. Dobbiamo puntare sul ripensamento e valorizzazione di una economia a misura d’uomo. Puntare alla centralità dell’essere umano e degli esseri viventi.

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