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LA VIOLAZIONE DELLE LIBERTA’ E DEI DIRITTI (parte 2 di 5)

di Annamaria Carrese

EFFETTI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA POLITICA E DEL RIFORMISMO INVISIBILE

Dall’ultima parte dell’articolo precedente “La violazione delle libertà e dei diritti (parte 1 di 5):
Per questo motivo, il partito di massa tendeva a proibire riviste socialiste che fossero fondate con capitale privato e quindi indipendenti dal controllo sociale del partito. Il partito di massa mostrava nella sezione territoriale un luogo aperto di socializzazione identitaria. Con il declino del partito di massa nel territorio, soppiantato da partiti liquidi e personali, si percepisce un’assenza. L’elevata percentuale di iscrizione ai partiti era un indice di vitalità e di cultura civica presente in un contesto regionale.

Abbiamo assistito alla trasformazione della originaria supplenza dei partiti alle istituzioni, in sé allora positiva, nella crescente occupazione di queste ultime da parte del potere; la progressiva conflittualità e paralisi del sistema politico; l’altrettanto progressiva degenerazione dell’apparato istituzionale e dello stesso sistema dei partiti, con il proliferare di questi ultimi e la crisi della loro legittimazione e identità.

La politica come dibattito su questioni di comune interesse è sparita per lasciare il posto a un’idea ormai condivisa e accettata di politica come carriera da perseguire per l’ottenimento di uno status e di un potere da usare dove occorra. Si è delineato un centro di comando blindato in cui importanti imprenditori entrano in politica per conservare ed accrescere il proprio potere economico e in cui i leader politici sono di casa nei luoghi degli affari e della finanza. La politica è anzi spesso il luogo in cui gli affari prosperano e si consolidano; lo dimostra il fatto che molti politici, al termine della loro carriera sulle scene, diventano consulenti ed entrano nei consigli di amministrazione delle banche o creano società di affari. Un’economia questa, immateriale, fatta di sportelli bancari, che crea flussi di denaro che produce altro denaro, e che ha preso il posto delle attività produttive che creano beni; il tutto dietro le quinte di una politica pubblica che contrariamente a quella nascosta, non si muove in maniera segreta e invisibile, ma al contrario, è spettacolarizzata, urlata, che si serve di nuovi e rapidi mezzi di comunicazione. Nel primo sistema politico, i partiti erano un soggetto collettivo di affermazione democratica. Grazie alla loro funzione di mediazione le istituzioni non operavano con asettico distacco, ma agivano in contatto diretto con il sentire comune.

Rispetto a quell’idea di partito, quelli attuali appaiono molto diversi; essi perdono profondi legami sociali e sono sempre meno costruttori di soggettività; le intercettazioni mostrano il volto di soggetti rapaci per i quali contano solo oligarchie sostenute da finanza, costruttori, imprese, banche. Il peso di queste ultime, insieme a quello di ambienti editoriali, industriali, non ispirano certo fiducia riguardo all’autonomia che la politica dovrebbe avere rispetto ai nuclei decisionali dell’economia.

Ma non basta: osserviamo con attenzione come è cambiato il concetto di lavoro negli ultimi quindici anni e che cosa questo ha comportato a livello di percezione sociale. La costituzione repubblicana esprime con molta chiarezza come il ruolo centrale del lavoro sia in stretta connessione con i diritti di cittadinanza e di quindi di partecipazione collettiva allo Stato. Attraverso leggi ordinarie che hanno sostenuto un principio di flessibilità posto come necessario requisito per le esigenze di rapida innovazione dell’ impresa, sono state annullate le garanzie normative rispetto all’incertezza, e i diritti delle persone sono stati declassati a elementi secondari. Il vecchio diritto del lavoro contemplava un trattamento economico dignitoso, che appare oggi evidentemente troppo rigido secondo le nuove regole improntate alla flessibilità. Le tutele giuridiche si sono assottigliate per poter assecondare le strategie aziendali impostate secondo una produttività competitiva irrinunciabile in tempi di globalizzazione. La scomposizione delle figure contrattuali sostenute da tutele in sfaccettature atipiche, differenziate, adattabili, incerte e flessibili hanno ricomposto un quadro normativo non più unitario, che privilegia le esigenze dell’impresa dimenticando del tutto la persona con i suoi bisogni di sicurezza, di possibilità di costruire un progetto e un percorso di vita che contempli anche la soddisfazione che deriva dal riconoscimento delle proprie capacità.

Riferimenti bibliografici:
Giovanni Maria Flick (2008), In “Vita e Pensiero”, La costituzione va rivista, ma con rispetto
Roberto Michels (1908), Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano
Michele Prospero (2012), Il partito politico
Michele Prospero (2007), La costituzione tra populismo e leaderismo
Amartya Sen (1997) La libertà individuale come impegno sociale
Max Weber (1980), Economia e società

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