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LA VIOLAZIONE DELLE LIBERTA’ E DEI DIRITTI (parte 3 di 5)

di Annamaria Carrese

EFFETTI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA POLITICA E DEL RIFORMISMO INVISIBILE

Dall’ultima parte dell’articolo precedente “La violazione delle libertà e dei diritti (parte 2 di 5):
Ma non basta: osserviamo con attenzione come è cambiato il concetto di lavoro negli ultimi quindici anni e che cosa questo ha comportato a livello di percezione sociale. La costituzione repubblicana esprime con molta chiarezza come il ruolo centrale del lavoro sia in stretta connessione con i diritti di cittadinanza e di quindi di partecipazione collettiva allo Stato. Attraverso leggi ordinarie che hanno sostenuto un principio di flessibilità posto come necessario requisito per le esigenze di rapida innovazione dell’ impresa, sono state annullate le garanzie normative rispetto all’incertezza, e i diritti delle persone sono stati declassati a elementi secondari. Il vecchio diritto del lavoro contemplava un trattamento economico dignitoso, che appare oggi evidentemente troppo rigido secondo le nuove regole improntate alla flessibilità. Le tutele giuridiche si sono assottigliate per poter assecondare le strategie aziendali impostate secondo una produttività competitiva irrinunciabile in tempi di globalizzazione. La scomposizione delle figure contrattuali sostenute da tutele in sfaccettature atipiche, differenziate, adattabili, incerte e flessibili hanno ricomposto un quadro normativo non più unitario, che privilegia le esigenze dell’impresa dimenticando del tutto la persona con i suoi bisogni di sicurezza, di possibilità di costruire un progetto e un percorso di vita che contempli anche la soddisfazione che deriva dal riconoscimento delle proprie capacità.

E sempre facendo ricorso a leggi ordinarie viene cancellato il concetto di uguaglianza sancito dalla Costituzione: la legge delega n. 80 del 2003 sul fisco mostra come la proprietà acquisisca una posizione rilevante, entrando con titolo formale a far parte dei diritti fondamentali, che erano invece contenuti nella parte prima dell’ordinamento statale, quella dei diritti inviolabili riferiti alla persona. Il nuovo orientamento offre invece una precedenza valoriale alla proprietà, quindi alla libertà economica, piuttosto che al diritto di cittadinanza, cioè alla libertà politica; sancisce e riconosce le differenze di potere, cancellando in questo modo il principio secondo il quale tutti i soggetti devono essere in condizioni di eguaglianza.

Se il fisco è avvertito come una rapina, se la successione non è soggetta a tassazione, anche in presenza di grandi ricchezze, vuol dire che la proprietà è nei fatti un diritto che precede la centralità della persona. E la conferma arriva dal diritto penale, che è più morbido ed indulgente verso l’impresa che verso il cittadino: l’esportazione di capitali, il falso in bilancio, l’evasione fiscale e la bancarotta fraudolenta appaiono reati minori rispetto a quelli relativi alla vita quotidiana, come ad esempio l’uso delle sostanze stupefacenti. La devianza dei colletti bianchi appare insomma meno grave, più giustificata dal profitto, che passa per benessere collettivo. La raccomandazione europea per migliorare le condizioni della concorrenza si tramuta subito in un invito a consentire la penetrazione massiva del privato (anche con un’impronta confessionale) nella scuola pubblica in modo che risultino leciti i finanziamenti alle scuole private, ma anche con la presenza di insegnanti nominati dai vescovi in ruoli pubblici, ai quali si dovrebbe invece accedere con pubblico concorso. Viene in questo modo aggirato l’ostacolo del vincolo costituzionale appigliandosi alla funzione svolta (anche da enti privati) e non alla titolarità, che invece è statale o regionale. A un’analisi attenta non sfuggono dunque i tentativi di de-costituzionalizzazione del lavoro, e di conseguenza della funzione pubblica, del principio di uguaglianza e del concetto di cittadinanza.

Ma il principio di uguaglianza e il concetto di cittadinanza si coniugano necessariamente con le libertà dell’individuo. Non si può parlare delle prime due senza investire l’idea di libertà. Come sostiene Amartya Sen, alcuni dei più laceranti problemi dell’etica sociale sono di natura profondamente economica. “Sir Isaiah Berlin”, dice Sen, “ha introdotto una importante e influente distinzione fra concezioni “negative” e “positive” della libertà. Una distinzione che può essere interpretata in modi diversi. Uno di questi fa riferimento al ruolo svolto dalle ingerenze di altri nel privare una persona della sua libertà di azione. Secondo questa prospettiva, la libertà intesa in senso positivo (la libertà di) riguarda ciò che, tenuto conto di tutto, una persona può o meno conseguire. L’interesse non è tanto rivolto verso i fattori causali alla base di ciò, ovvero se l’incapacità da parte di una persona di raggiungere un certo obiettivo sia dovuta alle restrizioni imposte da altri individui o dal governo. Viceversa, la concezione negativa della libertà (la libertà da) si concentra precisamente sull’assenza di una serie di limitazioni che una persona può imporre a un’altra (o che lo Stato o altre istituzioni possono imporre agli individui). Ad esempio, se io non fossi in grado di passeggiare liberamente nel parco perché invalido, ciò rappresenterebbe una carenza della mia libertà positiva, ma non vi è alcuna traccia di violazione della mia libertà negativa. Se invece non posso passeggiare nel parco non perché sia invalido, ma perché mi assalirebbero i malviventi, allora si ha una violazione anche della mia libertà negativa (e non solo della mia libertà positiva). Secondo questa interpretazione, che è leggermente diversa dalla dicotomia classica di Berlin, è chiaro che una violazione della libertà negativa implica una violazione della libertà positiva, mentre non è vero il contrario. E’ possibile sostenere che, se noi riteniamo importante che una persona sia messa in grado di condurre la vita che preferisce, allora ci dobbiamo servire della categoria generale della libertà positiva. Se, cioè, riteniamo di grande importanza l’ “essere liberi di scegliere”, allora è la libertà positiva che ci interessa. Ma non si deve pensare che questa argomentazione a favore della libertà positiva implichi che la libertà negativa non debba ricevere una speciale attenzione. L’ingerenza di altri nella vita di una persona ha risvolti sgradevoli – forse intollerabili – che vanno ben oltre la mancanza di libertà positiva che ne risulta”.

Ora, entrambe le libertà rappresentano la base del diritto, che non è solo quello di esercitare il proprio ruolo nella società assecondando capacità, attitudini e risorse, ma anche e fondamentalmente quello di godere di pari opportunità facendo riferimento agli stessi quadri normativi, che devono essere uniformi in tutto il territorio e che non sottraggano a molti per privilegiare pochi.

Riferimenti bibliografici:
Giovanni Maria Flick (2008), In “Vita e Pensiero”, La costituzione va rivista, ma con rispetto
Roberto Michels (1908), Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano
Michele Prospero (2012), Il partito politico
Michele Prospero (2007), La costituzione tra populismo e leaderismo
Amartya Sen (1997) La libertà individuale come impegno sociale
Max Weber (1980), Economia e società

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1 commento su “LA VIOLAZIONE DELLE LIBERTA’ E DEI DIRITTI (parte 3 di 5)”

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