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LA VIOLAZIONE DELLE LIBERTA’ E DEI DIRITTI (parte 4 di 5)

di Annamaria Carrese

EFFETTI DELLA TRASFORMAZIONE DELLA POLITICA E DEL RIFORMISMO INVISIBILE

Dall’ultima parte dell’articolo precedente “La violazione delle libertà e dei diritti (parte 3 di 5):
Ora, entrambe le libertà rappresentano la base del diritto, che non è solo quello di esercitare il proprio ruolo nella società assecondando capacità, attitudini e risorse, ma anche e fondamentalmente quello di godere di pari opportunità facendo riferimento agli stessi quadri normativi, che devono essere uniformi in tutto il territorio e che non sottraggano a molti per privilegiare pochi.

Il concetto di Stato esprime l’idea di un territorio governato secondo canoni omogenei. L’attuale condizione, invece, implica una deformazione dello Stato che serve a dare rilievo alle capacità competitive di ciascun territorio che rivendichi un trattamento giuridico adeguato alle proprie specificità. Lo Stato come unità del molteplice deve assecondare un molteplice che contempla solo un accennato rimando al concetto di Stato. La riforma del Titolo Quinto della costituzione, varata dalla maggioranza di governo che nel 2001 modificò i 15 articoli della carta, mostra in maniera chiara il declassamento dello Stato.

L’articolo 117 parla infatti di una repubblica come ambito distinto e più comprensivo rispetto allo Stato. Lo Stato quale ambito ormai ridotto figura come una parte accanto ad altre parti come le regioni, le province, le aree metropolitane. Lo Stato perde rilevanza nel sistema delle fonti normative e deve condividere le decisioni con vari enti nel territorio assecondando intricate reti di decisioni spesso concorrenti. La titolarità della decisione che gli spettava si frammenta, espropriando le ampie competenze che gli erano riconosciute e ridistribuendole ad enti diversi. E’ proprio questo che viene richiesto dai neo-regionalismi: dequalificare lo Stato, togliere alla sfera pubblica le investiture giuridiche un tempo prerogative indiscusse. La neo-borghesia del nord est, così inflessibile sullo sperpero assistenzialista a favore del sud, tace sulle pratiche che per molto tempo hanno convogliato in altra direzione denaro pubblico, considerevoli incentivi, finanziamenti a fondo perduto, proprio nel Veneto in quanto riconosciuta come area disagiata.

La parola “sussidiarietà” che la riforma del centro destra aggiunge al testo già emendato del 2001, comporta lo spostamento dal diritto di cittadinanza al diritto di territorio. Il criterio della sussidiarietà dà chiare indicazioni di come i diritti si intendano ridotti; il livello della decisione è ritenuto adeguato solo se è territorialmente in prossimità del cittadino. Lo Stato sarebbe infatti troppo distante dai problemi della vita quotidiana per amministrare le questioni pubbliche, a meno che le istituzioni delegate non siano in grado di agire. La svalutazione dei diritti configurata nel 2001 aumenta con le ulteriori correzioni presentate dalla destra: il nuovo articolo 118 conferisce alle regioni la competenza esclusiva in materia di grande rilevanza come sanità o scuola. Ma dopo aver decentrato perfino questioni di sicurezza sociale, il testo deve apparire eccessivo perfino a chi lo ha elaborato, perché con l’articolo 127 si configura un inutile tentativo di recupero del principio essenziale dell’interesse nazionale; inutile perché non è più possibile appellarsi a concetti di uguaglianza ed unità dopo aver trasferito ai territori materie cruciali in nome della differenza. Ciò che ne consegue è un’ipotesi contraddittoria di revisione costituzionale, al punto che lo smantellamento normativo sconcerta gli stessi formulatori di questo confuso disegno, perché non può non essere ambigua un’attribuzione esclusiva alle regioni senza che la potestà statale sia stata preventivamente disabilitata.

Ora, si può comprendere che in quei casi in cui vi fossero differenze identitarie e culturali da tutelare in maniera differenziata – ma occorre dire che più spesso si ravvisano invenzioni di tradizioni inesistenti e assenza di ancoraggio storico, si deve poter adattare il testo alla realtà particolare cui si applica, ma non è attraverso lo smembramento del vecchio ordinamento che verranno necessariamente soddisfatte le esigenze di una tutela giuridica adeguata.

Le revisioni costituzionali, tuttavia, non devono ritenersi sempre delle minacce alle tutele; esse sono certamente opportune quando indicano un adeguamento della Carta ai tempi, ma senza che questo comporti una perdita dei principi ai quali si ispirò l’Assemblea perseguendo un’idea di Stato ispirato all’equità e al riconoscimento di pari diritti per tutti. Né questo deve portare alla moltiplicazione di apparati burocratici e amministrativi, che fanno lievitare i costi della macchina statale rendendola meno trasparente ed efficace nel soddisfare bisogni primari e riducendo di conseguenza i diritti di cittadinanza.

Come afferma Giovanni Maria Flick, ogni revisione alla Carta costituzionale deve comunque riconoscerne il grande servizio reso alla democrazia nel nostro Paese. Essa si è opportunamente orientata a una prospettiva fortemente garantista, di equilibrio fra i poteri, per evitare il rischio di un nuovo autoritarismo, perché prioritario era, in quel momento, “abbondare in garanzie e poi il resto verrà”.
Le sentenze della Consulta, quando chiamata a pronunciarsi su questioni rilevanti e soprattutto improcrastinabili, devono comunque mantenere le fondamentali e irrinunciabili garanzie della persona, prima ancora che del cittadino, per scongiurare una corrosione nel tempo dalla quale sia poi difficile tornare indietro.

Riferimenti bibliografici:
Giovanni Maria Flick (2008), In “Vita e Pensiero”, La costituzione va rivista, ma con rispetto
Roberto Michels (1908), Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano
Michele Prospero (2012), Il partito politico
Michele Prospero (2007), La costituzione tra populismo e leaderismo
Amartya Sen (1997) La libertà individuale come impegno sociale
Max Weber (1980), Economia e società

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