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NUOVO STATO SOCIALE E SOCIAL COMPACT: LE POLITICHE DEL LAVORO DI CS

Relazione di Roberto Spagnuolo, Responsabile del Dipartimento Politiche sul Lavoro

L’attuale modello di sviluppo economico è da considerare “il modello” per antonomasia, o è solo una delle possibili alternative che sino ad oggi si sono succedute nella storia socio-economica?
Anche illustri studiosi (ad esempio, Stiglitz e Piketty) hanno sottolineano i forti limiti dell’attuale sistema di sviluppo, con conseguenze sociali sotto gli occhi di tutti. Eppure il lavoro continua ad essere misurato solo in termini quantitativi, pur necessitando di nuovi indicatori di qualità che ne mettano in evidenza i valori sociali di benessere, in termini di equità e sostenibilità, basati sulla condivisione.

In questa visione il mondo lavorativo rappresenta il punto nevralgico della persona, non in quanto individuo, nel percorso di vita che la vede istruirsi, formarsi e curarsi, per uscirne con un margine differito di reddito che gli consenta un congruo livello di esistenza.
Tutto ciò rende più che opportuno un sostegno da parte dello Stato laddove, la persona, non fosse in grado di sostenere l’impegno per accedere ad un’istruzione minima, all’assistenza sanitaria necessaria, alla formazione professionale opportuna, alla pensione o al reddito minimo, fondamentali per una vita dignitosa.

Il mercato del lavoro soffre di diversi mali: vuoti nella domanda di lavoratori adeguatamente preparati nei settori richiesti dalle aziende di oggi e anche, specialmente, di domani; limitate capacità di autoformazione e riqualificazione per mantenere o, meglio, per innalzare i livelli di produttività degli addetti; scarsa cultura digitale rispetto ai livelli medi europei, specialmente nella PA; forti vincoli reali generati da un ormai anacronistico sistema di finanziamento delle provvidenze (previdenziali e assistenziali); rendite di posizione di imprenditori e sindacati che limitano la compartecipazione dei lavoratori nelle scelte di gestione aziendali; miopia legislativa e interessi settoriali che generano aberrazioni sociali come i nuovi poveri stipendiati o il ricalcolo in negativo del montante previdenziale.

Lavoro e previdenza fanno sistema a se (produttività – salario – contributi – PIL – montante rivalutato) soprattutto in presenza del metodo contributivo, e devono perciò essere resi il più possibile indipendenti da politiche finanziarie lontane dalle loro specifiche finalità sociali. Di conseguenza, opportuna è la ristrutturazione di tale sistema in termini di remunerazione, finanziamento e rivalutazione, in modo da renderlo indipendente dagli shock finanziari esogeni ma sempre legato alla produttività. Quest’ultima, tuttavia, non può rimanere confinata in una valutazione economica interna ma dovrà tenere conto anche di economie (e diseconomie) esterne all’attività di impresa, per costruire dal basso il nuovo sistema di misurazione del benessere collettivo.

Definire “socialmente equo” un livello minimo di reddito o di pensione, significa anche definire come “non equo” un multiplo di questo livello minimo, specialmente se si tratta di una pensione calcolata al di fuori del sistema contributivo. Ogni contributo oltre tale multiplo andrebbe a sostenere altre esigenze sociali, demandate obbligatoriamente allo Stato nel loro livello minimo, limitando l’assistenzialismo puro solo dove vi sia un bisogno vitale insoddisfatto e irrealizzabile dal singolo.

Difendere il valore minimo del reddito comporta la difesa anche del livello minimo di pensione attraverso la salvaguardia dell’intero percorso, prima, durante e dopo l’attività lavorativa.

Istruzione, formazione, lavoro e previdenza devono essere affrontati, quindi, in maniera coerente con l’obiettivo che CS si pone, creare un nuovo spazio di crescita socio-economica, condiviso negli obiettivi e, di conseguenza, anche negli strumenti attuativi.
Strumenti che sono sempre legislativi ma con un occhio non solo alla contingenza ma, soprattutto, sugli effetti critici e sulle necessità tendenziali della società, tutelate per principio contro le mire speculative.

Un primo modo di intervenire a favore del lavoro e della previdenza sta nel prevederne gli effetti antisociali delle relative norme. Ad esempio, un’istruzione che non guarda alle carenze croniche di personale ricercato dalle imprese, presagisce la crescita dei disoccupati di lunga durata, sia giovani, perché preparati in modo inadeguato, sia di mezza età, perché obsoleti e tagliati per rallentare la perdita di produttività abbassando i costi invece di riqualificarli, perché per un’impresa il cui scopo è il lucro rappresenta la soluzione, al momento, più efficiente.

Dal punto di vista dell’istruzione iniziale, occorre un sostegno minimo garantito in quantità e qualità di natura pubblica, per attuare l’uguaglianza sostanziale tanto cara ai costituzionalisti. Tuttavia, senza un pratico collegamento con il mondo del lavoro (artigianale, professionale e tecnologico), ogni sforzo rimarrebbe solo sulla “Carta”.

L’istruzione non termina con l’inizio dell’attività lavorativa ma, necessariamente ormai, deve accompagnarne le esigenze evolutive in termini di formazione, magari cofinanziata in quote variabili dallo Stato, soprattutto in ambiti ritenuti socialmente più meritevoli, e dalle imprese, principalmente in settori di nicchia ad alto valore aggiunto. Ciò che occorre al sistema è un’entità che colleghi la domanda e l’offerta formativa e ne monitori efficienza ed efficacia dei risultati in termini di occupazione e rendimento produttivo, con indicatori come, ad esempio, incremento del salario, diminuzione degli inattivi, crescita degli occupati sotto i 24 anni e sopra i 55.

Anche sul costo del lavoro, se dal lato dell’impresa rappresenta un vincolo gestionale soprattutto finanziario, dal lato del lavoratore è una decurtazione del reddito disponibile in cambio di servizi in futuro, previdenziali e assistenziali, il cui valore è legato alla qualità della vita che hanno lo scopo di tutelare.

Un’aliquota contributiva pesata sul salario toglie, oggi, una parte di retribuzione valutata in base alla produttività del lavoro di ieri, per differirla alla vita di domani, chiudendo un ciclo vitale.

Se il salario deve offrire una vita dignitosa, con un minimo garantito dalla Stato, così deve essere anche per la pensione, la quale, per definizione non può più beneficiare di ulteriori crescite di produttività e dovrà pertanto rimanere, a maggior ragione, svincolata anche dalle relative perdite. Essa infatti, attraverso l’aliquota contributiva sul salario è espressione di una produttività già applicata e “acquisita” ai fini pensionistici, almeno difesa in toto dalla svalutazione e non rischiare i cicli economici come il PIL.

Il fondo complementare dovrebbe essere una prerogativa del lavoratore fin dall’inizio della sua attività, anche attingendo ad una quota parte dell’attuale 33 per cento. Quel 33 per cento che oggi finanzia pensioni ben oltre gli effettivi contributi versati a loro tempo, in molti casi determina un arricchimento come si trattasse di una rendita alla stregua di un investimento privato.

Lo Stato deve tutelare il fine previdenziale e non lo speculativo, per quest’ultimo basta il mercato. Proprio la pensione minima, ad esempio, potrebbe essere cofinanziata da una parte del 33 per cento oggi versato e da una parte della fiscalità generale, in modo da liberare la quota destinata alla previdenza complementare. che dovrà offrire almeno una linea rivalutata come il TFR.

La condivisione nelle politiche nel lavoro potrà rinnovare la modalità di distribuzione dei profitti e delle perdite che i cicli economici comportano, responsabilizzando le parti sociali coinvolte nelle scelte. Il vantaggio immediato sarebbe in una maggiore flessibilità gestionale tanto ricercata oggi, in grado di smorzare gli effetti sulle imprese (e sui lavoratori di conseguenza) delle flessioni dell’economia, mediante la variabilità di salari e tempi lavorativi adeguati alla fase. Mentre nei periodi di crescita, i maggiori profitti andrebbero in premi, investimenti in capitale umano e fisico e in un “congruo” profitto, invece che alimentare aride rendite. A garanzia di una maggiore solidità nel tempo del sistema produttivo e del lavoro.

Condivisi gli obiettivi se ne attueranno le applicazioni pratiche di volta in volta. Tutto ciò dovrà necessariamente essere allegato alle disposizioni della legge di bilancio che, pertanto, avrà nuove mire: la crescita di un PIL ridefinito nelle unità di misura, il sostegno del mondo del lavoro in funzione del benessere collettivo, la condivisione con un patto ad hoc delle necessarie disposizioni normative: il Social Compact.

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