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DAL SOCIALISMO LATINO-AMERICANO ALL’EUROPA: UNO SGUARDO AL FORO DE SAO PAULO

Relazione di Annamaria Carrese, Responsabile Relazioni con l’America Latina

Il Foro di São Paulo, fondato dal Partido de los Trabajadores de Brasil, a São Paulo nel 1990, è tuttora, a distanza di 25 anni, occasione di incontro e di discussione per gruppi e partiti della sinistra latinoamericana. Negli intenti dei suoi fondatori, vi erano infatti l’osservazione e la discussione dello scenario internazionale e delle conseguenze del neoliberalismo nei Paesi latinoamericani e dell’area caraibica, nonché di un piano di azione comune per le trasformazioni sociali nella regione. Nel 1990 c’era un solo partito di sinistra al governo, il Partito Comunista di Cuba. Oggi, in più di 10 Paesi al governo vi sono i partiti che ne fanno parte. Agli incontri assistono anche partiti e movimenti sociali di sinistra di altre regioni del mondo (come Europa e Asia), i quali hanno voce ma non voto, a meno di commissioni speciali.

Non bisogna trascurare però la controffensiva che tali eventi (e conseguenti trasformazioni) comportano, che si organizza con una “combinazione delle forme di lotta”, come i “golpe blandos”, o “golpe a bassa intensità”, che non spargono sangue visibile ma colpiscono e destabilizzano il Paese. Ma come? Con il capitale finanziario, come i fondi avvoltoi in Argentina e la speculazione sulla moneta in Venezuela, con la pressione diplomatica, con il rafforzamento della presenza militare con il pretesto della “guerra al narco-terrorismo” in Messico e in Colombia. Ma i golpe a bassa intensità si avvalgono oggi anche di un’arma nuova e insidiosa: il potere giudiziario, che è ancora prevalentemente dominato da poteri ancora più forti. In El Salvador, ad esempio, i giudici della Corte Suprema di Giustizia cercano di impedire al governo di emettere Buoni del Tesoro per trovare risorse da destinare alle politiche sociali. Ma allo stesso tempo difendono “la libertà di espressione” di alcuni militari arrestati perché volevano marciare, armati, verso il parlamento per rivendicare un aumento di stipendio.

Anche i media fanno la loro opera di manipolazione del “senso comune” e di utilizzo opaco delle reti sociali. Non manca un vero e proprio smantellamento delle conquiste sociali screditando opportunamente alcuni Paesi, e assecondando così quanto viene ordinato dai loro committenti: ecco quindi le immancabili accuse di corruzione contro i governi progressisti, spesso senza prove. Non si menziona di proposito un passato di corruzione, coprendo intrecci tra potere economico, potere politico e potere giudiziario che hanno caratterizzato gli anni delle privatizzazioni delle imprese pubbliche. Ne è un esempio il Cile di Pinochet, in cui una dozzina di famiglie vicine al dittatore si è arricchita a dismisura riuscendo a non pagare per i propri misfatti grazie al “patto di transizione” alla democrazia. Torna d’attualità una frase di Malcom X, risalente agli anni ’60, “Se non stai attento ai media, finiranno per farti odiare gli oppressi ed amare gli oppressori”.

La sinistra latinoamericana esprime preoccupazione sulla situazione colombiana, in cui il conflitto interno va avanti da più di cinquanta anni. Nonostante le speranze per il dialogo tra il governo e la guerriglia delle FARC-E e quella dell’ELN, le cifre di questo conflitto sono spaventose: si contano circa sei milioni e mezzo di rifugiati interni a causa del furto delle terre con minacce, omicidi e intimidazioni. I dati della Fiscalìa, un’istituzione statale, parlano di almeno cinquantamila desaparecidos, quasi il doppio di quelli causati dalla dittatura argentina. Gli esiliati all’estero sono quasi mezzo milione e i prigionieri politici più di 9.000. Le esecuzioni extragiudiziarie da parte delle Forze Armate hanno causato, dal 2002 ad oggi, più di 5.500 morti: per lo più civili innocenti uccisi e poi spacciati per guerriglieri per dimostrare la necessità e l’efficacia dell’azione militare.

Il dibattito prosegue, sia su quanto sopra elencato, che sull’utilizzo sostenibile delle risorse del sottosuolo – ma non solo – e sulla diversificazione produttiva. Questi i contenuti dell’incontro sul socialismo del XXI secolo come alternativa all’attuale modello di sviluppo. Argomenti da discutere ancora, anche prima del prossimo Foro di São Paulo.

I due Paesi che maggiormente hanno fatto parlare di sé negli ultimi anni sono certamente la Bolivia di Evo Morales e l’Uruguay di José Mujica.
Per quanto riguarda la Bolivia possiamo sicuramente parlare di un “rinascimento boliviano”, con la recente crescita economica e la diminuzione della disoccupazione, che è scesa a percentuali prima impensabili. Ma il dato più significativo è che in Bolivia si vanno riducendo le disuguaglianze sociali; si attenua infatti gradualmente la disparità tra le due Bolivie, quella degli indios delle Ande e quella dei discendenti europei delle pianure; divisione così accentuata fino a tutto il secolo scorso, da paventare una secessione delle aree più ricche. La popolazione india, che costituisce la maggioranza della popolazione sta prendendo consapevolezza della propria identità e del proprio diritto a non vivere in condizioni di subalternità alla cultura della dominazione subita per secoli, fin dai tempi della Conquista.

Il merito di questo cambiamento, nonché esempio stesso di un nuovo status di cittadinanza, è Evo Morales, il presidente indio, che ha conosciuto la dura vita del contadino, del raccoglitore di coca, e che oggi è al suo terzo e ultimo mandato presidenziale. “Quando raccoglievo le foglie di coca si diceva che i contadini servivano solo per votare, mai per governare”, racconta Morales. Per l’élite bianca che dominava il Paese, “la politica era la scienza di come utilizzare il popolo. Per noi invece è la scienza di servire il popolo”.

E a sostenerlo, oggi, sono perfino i boliviani delle aree orientali che gli erano ostili: il miglioramento delle condizioni materiali di vita di tante persone è così evidente che non può essere smentito. Perfino Christine Lagarde, presidente del FMI ha affermato che la Bolivia è un modello che altri dovrebbero seguire per il consolidamento economico e per la coesione sociale. Evo Morales parla in maniera chiara, e nei suoi discorsi nelle università americane non si stanca di ripetere. “Nelle zone più povere del pianeta milioni di esseri umani muoiono di fame e allo stesso tempo, nella parte più ricca della terra, si spendono tanti soldi per combattere l’obesità”.

La sua popolarità è l’effetto dei risultati concreti raggiunti e oggi il suo Paese è un modello per uno sviluppo possibile, sia in America Latina che altrove.

Ma Il presidente boliviano non è l’unica persona straordinaria che ha segnato un cambiamento prima impensabile. Chi non ricorda il discorso tenuto da José Mujica, fino allo scorso anno presidente dell’Uruguay, tenuto al G20 del 2012 a São Paulo, in Brasile? I consensi che ottenne in tutto il mondo dopo quel discorso fatto di parole semplici sono ancora lì a dimostrare la straordinarietà della persona e l’inconfutabilità delle sue parole.
Alla presenza di Capi di Stato e di governo di tanti Paesi, Mujica parlò del mercato, che non poteva ovviamente riguardare solo il suo Paese, dal momento che nell’era della globalizzazione tutto è connesso a tutto. Parlò di mercato e di sviluppo, e di che cosa bisogna fare per tirare fuori dalla povertà un numero enorme di persone. Innanzitutto bisogna cambiare mentalità, questo è certo; e molti sono i giovani che analizzano e studiano questo problema proponendo nuovi schemi e nuove ipotesi.

Lo studio effettuato da una ragazza italiana nella sua tesi di laurea magistrale in economia, sostiene che il PIL è formato da voci (consumi, spesa pubblica, investimenti privati e current account (export-import) che non tengono conto di un elemento di primaria importanza: le istituzioni. Rifacendosi a uno studio effettuato in Cina (M.W. Peng), la teoria che sostiene in un grafico molto chiaro è che i consumi interni al Paese crescono man mano che prendono rilievo le istituzioni informali (cultura, usanze, struttura societaria) rispetto a quelle formali (normative, regolamentazioni). Questo significa che se lo Stato promuove la Persona attraverso istituti come l’aggregazione sociale, la cultura, le ferie, aumentano di conseguenza le spese per migliorare la qualità della vita con beneficio dell’economia di tutto il Paese. In pratica, il P.I.L. consta anche della voce Istituzioni, se queste sono orientate al miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini.

Il PIL dunque può essere incrementato da voci che hanno una stretta connessione, preventivamente, con il miglioramento della qualità di vita delle persone. Ma farei qualche considerazione sull’aggiunta alla sigla di un aggettivo: Etico. Il P.I.L.E. Se esportiamo, infatti, mine anti-uomo o gas nervino, avremo senza dubbio un aumento del nostro PIL. Ma è solo questo che conta? Migliorare l’economia non significa soltanto far crescere dei numeri.

E allora vale la pena di ricordare alcune frasi del bellissimo discorso del presidente Mujica a San Paolo del Brasile:
“Per tutto il giorno si è parlato di sviluppo sostenibile e di affrancare, dalla povertà in cui vivono, immense masse di esseri umani. Ma non possiamo riferirci per tutto il pianeta al modello di sviluppo e di sperpero delle opulente società occidentali: quanto ossigeno ci resterebbe infatti per respirare?

Siamo stati noi a creare la civiltà che abbiamo: figlia del mercato, della competizione, che ha portato uno sviluppo materiale portentoso. Ma l’economia di mercato ha creato la società di mercato, che ci ha rifilato questa globalizzazione. Stiamo governando noi la globalizzazione, o è la globalizzazione che governa noi? E’ possibile parlare di fratellanza in un’economia basata su una competizione così spietata? Fin dove arriva la nostra solidarietà? La grande crisi non è ecologica, è politica. L’uomo non governa oggi le forze che ha sprigionato, ma sono queste forze che governano l’uomo … e anche la nostra vita! Perché noi non siamo nati solo per svilupparci, siamo nati per essere felici. Perché la nostra vita è breve e passa in fretta, e nessun bene vale quanto la vita: questo è elementare.

Ma se la vita ci scappa via, lavorando e lavorando per consumare di più, il vero motore del vivere è la società consumistica, perché di fatto, se si arresta il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, spunta il fantasma del ristagno per tutti noi. E’ il consumismo che sta aggredendo il pianeta. Per aumentare questo consumismo, si producono cose che durano poco, perché bisogna vendere tanto.

I vecchi pensatori, Epicuro, Seneca e anche gli Aymara, dicevano: ‘Povero non è colui che ha poco, ma colui che necessita di tanto e desidera sempre di più’. Questa è una chiave di carattere culturale, per questo, come governante, sosterrò tutti gli sforzi che si faranno. La crisi dell’acqua e del clima non sono la causa, ma è il modello di civiltà che abbiamo messo in piedi. Passiamo la vita a pagare rate per poter disporre di nuove comodità, e quando avremo finito di pagare, la vita ci sarà passata davanti: è questo il destino della vita umana? Le cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità; deve essere a favore della felicità umana, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto. Perché è questo il tesoro più grande che abbiamo: la felicità! Ecco perché quando lottiamo per le questioni ambientali dobbiamo ricordare che il primo elemento dell’ambiente si chiama felicità umana!”

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