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NOI NON DIMENTICHIAMO

di Annamaria Carrese

L’arrivo del presidente turco in Belgio è stata un’occasione per Amnesty di ricordare ai dirigenti belgi che i diritti umani in Turchia sono tutt’altro che rispettati.

“All’inizio di questa settimana il Belgio ha accolto in pompa magna il presidente turco Recep Erdogan, a un mese dalle nuove elezioni legislative in Turchia”, dice Jenny Vanderlinden, coordinatrice per la Turchia di Amnesty Belgio, intervistata da Brian May di Retour. “L’obiettivo ufficiale del presidente turco era quello di una visita di Stato in occasione dell’inaugurazione di Europalia Turchia. Sicuramente fra i suoi intenti vi è stato anche quello di portare alla sua causa la comunità di origine turca in Belgio. Egli è stato ricevuto con tutti gli onori dal re e dalla regina, dai governanti e dalle più alte autorità. Un’occasione, per Amnesty, di ricordare a questi ultimi che i diritti umani in Turchia non sono rispettati”.

Ecco un esempio di coscienza civile, delle organizzazioni preposte e dei cittadini, che non abbassano la guardia su questioni importanti che in nessun momento possono essere ignorate. “Non dobbiamo dimenticare che migliaia di persone sono attualmente in carcere in Turchia per aver espresso le loro opinioni, Chiunque può essere arrestato per aver criticato il governo, l’esercito o l’islam, per aver preso le difese dei curdi o per aver parlato del genocidio degli armeni. Scrittori, giornalisti, editori, sindacalisti e studenti vengono tuttora privati della libertà in virtù di leggi che vietano la libertà di espressione. La libertà dei media di grande diffusione è compromessa dalle fitte relazioni che queste imprese intrattengono con i poteri pubblici ”.

E’ risaputo che alcuni giornalisti conosciuti per la loro indipendenza intellettuale sono stati costretti a lasciare il loro lavoro da capi redazione che temevano di contrariare il regime. E non possiamo dimenticare che le “forze dell’ordine” (sostantivi quanto mai appropriati in un’espressione che si fa fatica a digerire) ignorano sistematicamente i diritti di chi manifesta in maniera pacifica vietando le assemblee o dispiegando poliziotti per disperdere ingiustificatamente in maniera violenta le persone riunite. Come non ricordare che le manifestazioni di protesta per mantenere e difendere il parco Gezi nel 2013 hanno fatto quasi 10.000 vittime? All’inizio non vi fu che qualche manifestante per protestare contro la decisione di destinare il parco Gezi a centro commerciale, ma man mano che aumentavano le violenze della polizia, la manifestazione crebbe e raggiunse altre città turche. Nelle tre settimane di protesta, la polizia fece utilizzo di gas anche in luoghi pubblici, come ospedali e alberghi e raggiunse perfino appartamenti per far sloggiare i manifestanti.

“Una delle vittime, Hakan Yaman”, sostiene Amnesty, “autista di minibus, ci ha raccontato di star rientrando dal suo turno di lavoro quando si è ritrovato in una manifestazione. Ci ha spiegato che cinque agenti lo hanno circondato e hanno cominciato a colpirlo in testa a più riprese prima di accecargli un occhio e gettarlo nel fuoco lasciandolo lì perché creduto morto. Niente è stato fatto finora dalla giustizia turca per identificare i poliziotti colpevoli, nonostante la scena fosse stata filmata e la vettura della polizia identificata”. Le inchieste sulle violenze commesse da parte di pubblici ufficiali si arenano e sono sistematicamente rallentate e rese inefficaci. In questo modo la possibilità per le vittime di ottenere giustizia è molto scarsa. Anche nei casi in cui i poliziotti vengono identificati, incorrono solitamente in condanne non commisurate ai crimini commessi.

“Non dimentichiamo”, dice ancora Amnesty Belgio, “che il presidente turco non esita a far ricorso alla censura in occasione delle critiche che gli vengono mosse. Nel 2014, quando, a poche settimane dalle elezioni, molti sono i sospetti di corruzione che riguardano lui e il suo governo, reagisce bloccando Twitter, YouTube per molte settimane”.

“Così come non possiamo dimenticare” continua Jenny Vanderlinden, “che le manifestazioni di massa di ottobre 2014 per protestare contro l’avanzata dello Stato Islamico nella città di Kobane in Siria alla frontiera con la Turchia hanno fatto più di 40 morti. Kobane è difesa da un gruppo armato curdo, vicino al PKK, mentre il governo invece lascia fare. Noi denunciamo l’uso delle armi da parte della polizia anche quando non sarebbe stato affatto necessario occasioni perché non vi era nessun reale pericolo di vita per gli agenti stessi”.
Ricordiamo che centinaia di persone sono ancora detenute in Turchia perché accusate di appartenere al PKK o allo Stato Islamico, e Amnesty International denuncia un considerevole degrado dei diritti umani nel Paese.

“Dobbiamo ricordare ai nostri sovrani, quando il tappeto rosso sarà srotolato per accogliere il presidente turco, che la grandezza di un Paese democratico si misura solo dalla maniera in cui esso tratta i suoi cittadini”. Con queste indiscutibili affermazioni ci associamo alla volontà di mantenere costante la memoria e l’attenzione sulla condotta della Turchia, che, ricordiamolo, è da anni nel novero dei Paesi che vorrebbero entrare nell’unione Europea.

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