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L’OPT-OUT E LE POLITICHE IN MATERIA DI OGM

di Renato Croci

Lo scorso settembre, il governo italiano ha deciso l'”opt-out” sulla coltivazione di OGM, un’opzione consentita dalle normative europee che invece li autorizzano. Di conseguenza, la coltivazione di piante geneticamente modificate è ora bandita sull’intero territorio nazionale.
Il governo prende quindi seriamente la tutela della salute dei consumatori, cosa di cui non c’è che da rallegrarsi.
Ma è davvero così?

Cominciamo col dire che il divieto è sulla coltivazione, ma non sull’importazione e sulla vendita. Si dirà: i prodotti contenenti OGM sono, per legge, ben etichettati ed identificabili, quindi possiamo evitarli. Ma non se (come la maggior parte di noi) vi cibate di prodotti di origine animale, si tratti di carne, latte o uova: la quasi totalità di quelli in vendita da noi proviene da animali alimentati con mangimi derivati da piante transgeniche.

La posizione normativa italiana appare quindi largamente incoerente: da un lato un bando totale, dall’altro una apertura incondizionata. Delle due, l’una: o gli OGM sono pericolosi in sé (e allora non andrebbero usati nemmeno per gli animali) oppure no, e quindi il bando totale non ha senso (non dimentichiamo che comunque le norme europee prevedono una approvazione caso per caso che richiede indagini approfondite – e da rivedere ogni 10 anni).

É una posizione non dissimile da quella presente in una larga parte del mondo agricolo che, mentre si batte contro gli OGM in agricoltura “in difesa della salute del consumatore”, non si fa remora di alimentarvi gli animali le cui bistecche poi finiranno sulle nostre tavole. Dipende forse dal fatto che non c’è nessuna etichetta obbligatoria per le “carni prodotte da animali alimentati con OGM”?
É quindi lecito dubitare che, più che di salute, si tratti in entrambi i casi, di una semplice questione di marketing.

É un dato di fatto che nel nostro paese vi è, tra i consumatori, una diffusa opposizione agli alimenti geneticamente modificati, motivata in larga parte da timori irrazionali, senza che da nessuna parte si sia fatto nulla per stimolare un dibattito serio e basato su argomentazioni scientifiche.

Ad oltre 15 anni dalla prima introduzione sperimentale di prodotti transgenici, e quindi con una significativa esperienza alle spalle, non sussiste alcuna evidenza di pericolosità di questi prodotti.

Anzi, in molti casi essi hanno permesso di limitare significativamente l’utilizzo di fitofarmaci, con significativi vantaggi ambientali. A chi obietterà che per questo meglio si fa con l’agricoltura biologica, si può ricordare che:
– la produttività del biologico è significativamente inferiore a quella della classica agricoltura ‘chimica’: se per noi ‘ricchi’ è un lusso che ci possiamo permettere, per paesi che devono sfamare centinaia di milioni, o miliardi, di bocche, non lo è;
– in diversi casi, i prodotti biologici contengo più sostanze tossiche dei loro corrispettivi non bio: parassiti, muffe e micotossine.

Per i mangimi animali, non dobbiamo dimenticare che:
– l’Italia è in larga misura non autosufficiente nella produzione di soia e mais, principali ingredienti dei mangimi animali;
– l’80% della produzione mondiale di soia è basata su OGM, e il mais non è lontano da queste percentuali;
– la qualità inferiore dei prodotti non-OGM rischia di portare presto i produttori italiani restanti fuori mercato.

Riguardo alla biodiversità, minacciata dall’impiego di pochi ceppi standardizzati da parte delle multinazionali del settore, é sicuramente un problema reale, ma non specifico degli OGM. Anche le coltivazioni convenzionali ormai seminano pochi ceppi standardizzati forniti dai grandi produttori di sementi (generalmente americani).

Rischiamo quindi, con l’attuale politica, di darci la zappa sui piedi dal punto di vista economico senza di contro garantire una maggiore tutela della salute.

Soprattutto, la messa al bando totale diventa un enorme ostacolo per la ricerca in questo settore (rendendo illegali anche le coltivazioni sperimentali), proprio mentre una attività di ricerca condotta in ambito pubblico e, quindi, senza fine di lucro, rivestirebbe grande importanza per contrastare la tendenza al monopolio delle sementi.

Occorrerebbe, quindi, che aldilà degli atteggiamenti demagogici, si portasse avanti una politica che:
– aprisse alle possibilità offerte dalla tecnologia per il miglioramento genetico (oggi non più limitate al vecchio ‘transgenico’, ma che può avvantaggiarsi di nuove metodologie come la cisgenica ed il genoma editing), senza abbandonare il principio di precauzione;
– promuovesse la ricerca nazionale, in particolare quella pubblica, fornendo alternative ai monopoli – in questo modo garantendo anche una maggiore variabilità del genoma delle sementi;
– a questo scopo, assistesse gli inventori di nuove varietà nelle procedure di approvazione UE, la cui complessità, seppur giustificata da ragioni di protezione del consumatore e dell’ambiente, ad oggi è tale da poter essere affrontata solo da grandi multinazionali, nel frattempo promuovendo, ove possibile senza venir meno delle garanzie di sicurezza, una semplificazione della normativa in sede europea;
– mettesse tutti i consumatori in grado di poter identificare e quindi scegliere tra prodotti OGM (inclusi i prodotti da animali alimentati ad OGM) e non-OGM, ma sulla base di dati oggettivi e non di atteggiamenti irrazionali, promuovendo un pubblico dibattito in tal senso.

Per approfondimenti:
http://www.senato.it/leg/16/BGT/Schede/ProcANL/ProcANLscheda15767.htm
http://www.nextquotidiano.it/elena-cattaneo-ogm-fermiamo-linganno-anti-scientifico
http://www.freshplaza.it/article/69961/Una-melicoltura-senza-pesticidi-La-sfida-della-cisgenetica

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