Convergenza Socialista socialismo sinistra partito socialista CS Nuovo Stato Sociale Manuel Santoro

CONVEGNO CS ‘RITORNO AL SOCIALISMO’. RELAZIONE DEL SEGRETARIO NAZIONALE

di Manuel Santoro

L’obiettivo di questo nostro incontro è di continuare con più forza nella costruzione dell’alternativa socialista in Italia. Convergenza Socialista, partito politico socialista, autonomo e con entrambi i piedi a sinistra.

Un partito che in Europa ha chiesto l’adesione alla Sinistra Europea come atto politico in quanto incanalato all’interno dell’impostazione antiliberista ed in quanto consapevole della totale insufficienza riformista del Partito del Socialismo Europeo, ormai del tutto reazionario e succube dei poteri forti. Il PSE non è più parte della soluzione ma parte integrante del problema.

Detto questo, chiariamo subito che siamo lontani galassie dalla piattaforma politica del PD e dei suoi partiti satelliti, così come siamo lontani da operazioni da accozzaglia a sinistra, soprattutto se fatte in chiave anti-renziana e non in chiave, lasciatemi passare il termine, antisistema.

Detto questo, siamo europeisti ma per un’Europa sociale e, soprattutto, socialmente utile ai suoi cittadini, non ai poteri forti.

In questa ottica, siamo interessati alle dinamiche dei movimenti e dei partiti del socialismo latinoamericano. Ad iniziare da quelli che fanno parte del Foro de Sao Paulo.

Esattamente come nel passato, e sicuramente con più coraggio di allora, continuiamo a criticare con forza il defunto socialismo europeo e comprendiamo l’importanza del risveglio di un socialismo protagonista e non succube del grande capitale e della grande finanza.

Questo perché vogliamo bene all’idea di Europa e agli europei.

L’Europa è ben lontana dall’essere una comunità giusta e solidale al suo interno, senza egoismi, egocentrismi nazionali e spunti violenti.

E’, anzi, dilaniata da una voglia autodistruttrice che farebbe impallidire i testimoni storici dell’avvento della prima guerra mondiale.

Sarà probabilmente che in guerra, come europei e tra europei, ci siamo già. Una guerra non più combattuta con il fucile e le granate nel tentativo di conquistare militarmente territori, ma con il credito, con le privatizzazioni a basso costo di pezzi di Paesi sul lastrico, con il rigore usato a beneficio di pochi e a danno di tutti gli altri, nel tentativo di conquiste di pezzi di economie.

In un Paese che non cresce socialmente da troppi anni, in un’Europa dilaniata da divisioni politiche e in un mondo dove regna sovrano il colonialismo economico il quale condiziona fortemente la politica sino ai livelli più alti e suddivide anche i morti su basi economiche e politiche, è necessario costruire un nuovo interesse attivo e partecipato su quello che ci circonda quotidianamente.

Una società che vive e si evolve secondo direttrici economiche, politiche e, di conseguenza, sociali e comportamentali, dettate da pochi per il benessere di pochi e l’impoverimento di molti, richiede una politica, e quindi una forza, socialista forte, in ambito nazionale e internazionale, che sappia rispondere alle difficoltà di intere cittadinanze passate troppo velocemente da un capitalismo produttivo ad uno finanziario.

Osserviamo, quindi, con interesse le esperienze del socialismo latino-americano ricercando giustizia sociale e una sostenuta ed equa ridistribuzione della ricchezza nella società. La nostra vicinanza alle esperienze del socialismo latino-americano è forte.

Così come è forte la curiosità su come alcuni dei Paesi dell’America Latina si stiano muovendo sulle problematiche sociali. Dall’abbattimento della povertà ai programmi statali per la casa, dal lavoro alla sanità.

Sin dalla nascita del partito ci siamo rifatti alle politiche economiche e sociali socialiste promuovendo l’alternativa al modello neo-liberista, denunciandone il totale fallimento nel soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo.

Ci siamo sforzati di far comprendere la necessità di riportare la dialettica politica sulla centralità dell’essere umano e degli esseri viventi, dei loro bisogni e delle loro necessità.

Abbiamo ribadito svariate volte come il ruolo di un partito socialista fosse quello di percorrere il tortuoso tragitto delle riforme di struttura, le quali pongono al centro sempre l’uomo e non il capitale.

Abbiamo, di conseguenza, coniato i tre pilastri sui quali reggere la piattaforma politica del partito:

  • sul piano economico, rendere pubblico tutto quello che è di pubblica utilità, dalle risorse naturali ai servizi di base, incluso quello bancario;
  • sul piano sociale, piena ed equa ridistribuzione della ricchezza;
  • sul piano politico, la piena rappresentatività nelle istituzioni affinché nazionalizzazione equivalga a socializzazione e non sia un processo in mano a pochi.

Il mondo è profondamente cambiato negli ultimi decenni. Anche negli ultimi otto anni, dal 2008 ad oggi, abbiamo constatato la totale impunità negli confronti dei grandi poteri forti del pianeta, gli intoccabili del settore bancario e finanziario, rei di aver distrutto l’avvenire di intere generazioni. Il nostro futuro.

E’ sotto l’occhio di tutti l’inesorabile e costante degrado sociale e comportamentale a cui siamo chiamati a testimoniare. Le società si impoveriscono materialmente e nei valori, mentre in pochi, sempre di meno, si arricchiscono.

Non so se è percepibile da parte vostra ma il mondo si sta speditamente dirigendo verso una divisione netta in due strati, su due livelli.

Non solo sotto forma di ricchezza e di benessere tra chi possiede e chi no, ma sotto forma di stili di vita, di comportamenti, di possibilità materiali di estraniarsi da un contesto di esteso malessere e povertà in quanto ha la capacità di pagare il servizio delle grandi multinazionali della sicurezza per la propria incolumità.

Ci stiamo avviando verso un modello di società in cui saranno palesi più o meno ovunque i processi di privatizzazione della sicurezza (polizia) e della difesa (esercito).

Se i processi di globalizzazione ci stanno conducendo verso una demarcazione così netta tra due macro-strati della popolazione mondiale, noi dovremo riavviare con forza una dialettica politica sulla fiducia nel pluralismo, in una società internamente diversificata ed in un quadro mondiale geo-politicamente multipolare.

Puntiamo sul ripensamento e sulla valorizzazione di una economia a misura d’uomo. Puntiamo sulla centralità dell’essere umano.

Dobbiamo, quindi, conoscere in quale mondo viviamo e quali dinamiche sono in atto. E dobbiamo anche prendere atto che il nostro lavoro sarà arduo, difficile.

E’ evidente che quando parliamo di socialismo e, di conseguenza, di giustizia sociale, andiamo a cozzare contro le dinamiche ed i voleri che vi ho appena accennato.

Il nostro sarà prima di tutto un lavoro di resistenza e nello stesso tempo di costruzione dell’alternativa.

Una alternativa non solo politica e programmatica ma ideologica.

Senza un impianto ideologico non andremo da nessuna parte e soprattutto saremo troppo deboli per avversare i fenomeni che vi ho brevemente accennato.

L’unica possibilità reale di affrancamento della società dalla sudditanza dei popoli agli interessi del capitale usuraio è, quindi, nel Socialismo, che punti al soddisfacimento dei bisogni delle popolazioni.

L’area del mondo che è oggi in fase di stagnazione permanente è l’Europa, perché attraverso i trattati che hanno dato vita a quel “mostrum” giuridico che è l’Unione Europea sono state imposte spietate regole neoliberiste.

Come conseguenza di tali logiche si è dato vita ad una unione monetaria che non si fonda, come dovrebbe, su di un debito pubblico unico e su un unico livello di pressione fiscale.

Avremmo dovuto fondare una Europa politica, prima che monetaria.

Così l’unione sulla moneta si è trasformata inevitabilmente in un nodo stretto al collo delle economie più deboli, quelle con minore capitalizzazione, quelle della Grecia, dell’Italia, della Spagna, del Portogallo.

E’ in questa ottica che rimane punto fondante per il Socialismo valorizzare linee guida, direttrici politiche riformatrici per il sollevamento economico, sociale e culturale di chi è indietro.

Questo implica essere contro le politiche di austerità sin qui adottate, promuovere ed ottenere il primato della politica sulla finanza, chiedere con forza la realizzazione di un’Europa politica, non tecnocratica.

E’ altresì fondamentale capovolgere profondamente l’idea di Europa, le sue funzioni, i suoi vincoli, iniziando dal Fiscal Compact e dal Patto di stabilità e crescita.

L’eclissi del Socialismo sta preparando l’eclissi della democrazia, del progresso, della giustizia sociale. E’ tempo di invertire la rotta.

L’Europa, che sta soffrendo, più di ogni altra area del mondo, a causa del trionfo delle “criminogene” politiche economiche neoliberiste, può conservare l’unità ed uscire dalla crisi solo invertendo marcia, solo scegliendo una nuova politica autenticamente “socialista”.

Solo grazie a questa svolta l’Europa potrà ricevere la spinta per procedere verso un’autentica unità politica.

Occorre porre fine allo strapotere delle banche, fondato sugli squilibri delle risorse finanziarie dei vari stati e sul deficit di diritti dei lavoratori, dei risparmiatori, della piccola e media impresa.

Non vi sarà mai vera ripresa senza un rafforzamento della domanda interna e senza combattere la speculazione attraverso il rafforzamento dello Stato sociale e l’intervento attivo dello Stato nell’economia.

Esaminando l’ultima crisi nata dalla sciagura dei mutui sub-prime negli Stati Uniti si riconosce immediatamente un intrinseco cambiamento di sistema che lentamente scivola nelle profondità dei processi economici e sociali modificandone i tratti nevralgici.

E’ indubbio che l’impatto di questa crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento di una politica collusa.

L’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo. Manchiamo di Socialismo.

Viviamo in una società dove le famiglie e la piccola impresa sono i soggetti più in difficoltà anche per il fatto che, quando si è in una crisi prolungata, il sistema bancario tende a chiudere i rubinetti del credito.

Il fattore cardine che non aiuta famiglie, lavoratori e piccola impresa (i soggetti cioè più vulnerabili) ad uscire da situazioni economiche e sociali difficili è, per esempio, nell’inutilità sociale del nostro sistema bancario.

A cosa serve e a chi serve l’attuale sistema bancario?

Non parliamo, quindi, a vanvera quando diciamo di voler valorizzare vere riforme strutturali per il sollevamento economico, sociale e culturale di chi è indietro.

Questo implica essere contro le politiche di austerità sin qui adottate, promuovere ed ottenere il primato della politica sulla finanza, chiedere con forza la realizzazione di un’Europa politica, non tecnocratica.

E’ altresì fondamentale capovolgere profondamente l’idea di Europa, le sue funzioni, i suoi vincoli, iniziando dal Fiscal Compact e dal Patto di stabilità e crescita, dalla creazione di una rete bancaria pubblica e socialmente utile, dall’utilizzo del indici di qualità alternativi al PIL, anche in chiave europea, come papabile indice per descrivere un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità e sulla sostenibilità.

Ripensare le politiche di governo, locale, nazionale ed europeo, in modo tale da ricostruire un welfare di “pubblica utilità” che punti sui temi di sempre con l’intento di assicurare il necessario a tutti, uomini e donne.

Ricostruire una forza politica socialista richiede ristabilire nuovi rapporti di fiducia con le cittadinanze e con gli elettori.

Non siamo per un socialismo da caffetteria.

Dobbiamo essere operativi. Nel pensiero e nell’azione.

Il socialismo radicalmente riformista oggi non esiste nella società italiana.

L’Italia è, invece, attraversata da pulsioni populiste e autoritarie, con un certa tendenza alla cieca fiducia verso politiche che mirano allo smantellamento del pluralismo e del welfare.

E’ in quel cieco ottimismo che giace il consenso. Non altrove.

Le diversissime realtà italiane hanno bisogno di sostegno, di assistenza, di solidarietà mentre il Paese intero sembra accontentarsi degli slogan roboanti, delle promesse falsamente riformiste in quanto realmente reazionarie, dagli alti toni senza che, ad oggi, si sia visto uno straccio di miglioramento delle condizioni di vita delle persone.

L’Italia vive momenti difficili ed è imbrigliata in un vortice di grandi cambiamenti già in atto che non prevedono nulla di buono.

Iniziamo dalla tenuta democratica di questo Paese ed il rispetto della Carta Costituzionale.

Quando si piegano le maglie delle regole democratiche viene meno la possibilità di giocarsi la partita politica su basi eque così come viene meno la possibilità che offerte politiche alternative abbiano la possibilità di emergere, di essere valutare e discusse ed, infine, di approdare nelle istituzioni.

Modificare le regole democratiche “ad partitum” e disattendere al dettato costituzionale evitando di attuare importanti articoli costituzionali rendono la società italiana sempre più succube dei più forti, cioè di una netta minoranza di individui che va combattuta con decisione sul terreno politico.

Abbiamo il grosso problema dell’informazione. Tv e giornali in mano a pochi individui.

Senza una multipolarità dell’informazione ed una trasparenza netta dei canali informativi, senza una chiara legge sui conflitti di interesse che spezzi il connubio potente-editore, il Paese rimane bloccato in un mondo chiuso, spesso censurato e senza verità.

Considerare la verità e la trasparenza elementi scomodi al congelamento del potere politico attraverso la complicità dei grandi media, rende inevitabile l’impossibilità di emersione di alternative politiche che proprio questo giochino vorrebbero rompere.

Prendiamo finalmente atto che viviamo in un mondo globalizzato in guerra.

Non mi riferisco solo alle guerre finanziarie e valutarie occulte ai più, ma a veri conflitti armati, piccoli e meno piccoli, causati da interessi economici e geopolitici vari e noti, i cui effetti sono morte, miseria, fughe ed emigrazioni forzate.

Grandi migrazioni forzate, poiché necessarie, effetto di guerre che sono a loro volta effetto degli interessi economici e geopolitici di nazioni, spesso, lontane ed immuni dagli effetti delle proprie azioni.

Se la causa è l’interesse economico e geopolitico di pochi ed uno degli effetti finali è la migrazione di massa, il nostro dovere non è quello di attaccare gli effetti ma la causa che rende il mondo meno vivibile, meno sicuro.

L’errore politico e strategico da evitare sta proprio nel prendercela con chi scappa.

Dovremmo, invece, contrastare con forza coloro che, lontani e dietro le quinte, destabilizzano Paesi, pianificano soluzioni, organizzano gruppi armati, per i propri interessi e contro gli interessi delle collettività del pianeta.

In un mondo realmente impoverito nelle risorse e nelle prospettive strategiche, in un mondo socialmente sfaldato ed economicamente polarizzato, in un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri, il socialismo è l’unica fonte di speranza che l’uomo possieda.

Non vi è altro compito per il socialismo se non quello poc’anzi descritto, ed una forza socialista come la nostra deve saper interpretare il disagio umano con umiltà e perseveranza, combattendo alla radice la furbizia dei pochi e contribuire all’instaurarsi di un nuovo e necessario processo di rinnovamento culturale affinché i più abbiano la consapevolezza che solo mettendosi insieme, iniziando dai territori, riusciranno ad emarcipare se stessi, gli altri e le generazioni future dalle miserie umane.

Abbiamo vissuto sulla nostra pelle crisi terribili, generazione dopo generazione.

Una crisi gravissima è, per noi italiani, ancora in corso e il nostro Paese stenta a risollevarsi.

Senza una profonda e meditata consapevolezza della necessità di un diverso modo di intendere l’esistenza umana, sarà molto complicato poter serrare le fila e lottare per un futuro diverso e condiviso.

Serve sicuramente un colpo di reni da parte dei socialisti italiani.

E’ il colpo di reni è nella forma partito che ci siamo dati. Un pezzo di terra ferma in un contesto politico del tutto liquefatto.

Essere parte di un partito significa soprattutto condividere delle idee e lavorare affinché tali idee vengano portate avanti nella società. Appartenenza, mobilitazione, altruismo.

Tutto questo significa scegliere da che parte stare e scegliere di aiutare tutti coloro che già lottano dalla stessa parte. Significa aver dato atto a se stessi dell’importanza della propria vita in mezzo ad altre vite. Significa essere portatori di valori condivisi.

Disegnatori di sogni e scultori di società a lungo immaginate.

Immaginare una società che sia comunità libera ed eguale. E’ una immagine fatta di idee, di sentimenti. Essenzialmente di programmi.

Costruire questa società richiede uno sforzo enorme. Richiede partecipazione, amor proprio ed altruismo. Richiede l’orgoglio di non lasciare ad altri il proprio destino, e con esso, quello degli altri e delle generazioni future.

Delegare senza approfondire, senza scegliere, senza partecipare è l’annullamento dell’individuo nella società.

E’ l’estraniazione, l’allontanamento dell’individuo dalla vita pubblica, dalla cosa comune. Non sentire il bisogno dell’appartenenza ad una comunità di idee e di programmi è socialmente grave.

E quando sono in tanti ad allontanarsi dalla partecipazione e dalla appartenenza, allora si entra nella società dei pochi. Una società culturalmente morta.

La ripresa culturale del Paese deve essere necessariamente il frutto di un processo di “pluralizzazione” delle idee e delle culture politiche e sociali e, quindi, deve derivare da un ampliamento della rappresentatività, nelle sue diverse forme e colori, e da una valorizzazione di culture politiche multiformi e variegate.

Queste realtà politiche sono vive anche al di fuori delle televisioni o della carta stampata.

Ognuno di noi è chiamato a ricercare dentro di se la forza morale per contrastare criticamente lo sfacelo dell’immobilismo politico che da decenni ci attanaglia.

Ognuno di noi è chiamato al dovere di criticamente valutare il degrado del “pezzo” di società in cui vive, ed agire organizzandosi realmente e fisicamente con altri.

Il più grande errore che tutti noi possiamo fare è quello di isolarci nelle nostre coscienze. Usciamo dalla gabbia dei comfort ed aiutiamo gli altri a seguirci perché vivere oggi in Italia è, per moltissimi, come vivere in uno stato di guerra latente ma quotidiana.

Ritorniamo, quindi, alla partecipazione vera, attiva. All’appartenenza verso l’associazionismo politico. Costruiamo insieme il futuro partito del socialismo italiano.

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