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AMERICA LATINA VERSUS EUROPA: LE NUOVE COSTITUZIONI AMERINDIE E LA NOZIONE DI CITTADINANZA NEGLI ORDINAMENTI OCCIDENTALI

di Annamaria Carrese, Dipartimento politica estera – America Latina

Nel 2007, per la prima volta nella storia costituzionale della Bolivia, la nuova carta magna riconosce il carattere plurinazionale dello Stato e garantisce i diritti, finora ignorati, di circa due terzi della popolazione di etnia indigena.

La Bolivia si definisce, nel nuovo ordinamento, una società plurale e pluralista che promuove i principi valoriali ed etico-morali del suma-qamaña (“vivir bien”) o “buen vivir”).

Seguendo l’esempio della Bolivia, anche l’Ecuador ha approvato, l’anno successivo, il progetto della nuova costituzione chiamando la popolazione ad esprimersi attraverso un referendum.

L’introduzione in Bolivia del concetto di suma-qamaña o del sumak-kawsay in Ecuador (“buen vivir” in lingua quechua) significa il riconoscimento del modello alternativo di società di cui sono portatori gli indigeni, storicamente ignorati ed emarginati dalle élites al potere e che ora reclamano una maggiore partecipazione alla vita pubblica nel rispetto della loro identità culturale.

Mentre alcuni Paesi latinoamericani compiono importanti passi avanti in un processo collettivo di decolonizzazione e di deoccidentalizzazione, orientandosi verso percorsi che includano la maggioranza degli attori presenti nella scena politica e sociale, in Europa si va in direzione opposta, in un decadimento di civiltà espresso in più sfaccettature.

I ripetuti tentativi di smantellamento a piccoli colpi della costituzione nel nostro Paese, per citare un esempio che ci tocca da vicino, ci danno evidenza di una graduale esclusione di ampie categorie di persone dai diritti che erano e sono stati le fondamenta di una civiltà evoluta e indiscutibile.

Mi riferisco, qui, a una vera e propria decostituzionalizzazione del lavoro, poiché è innegabile che esista un nesso rigoroso tra il richiamo costituzionale al lavoro e il concetto inclusivo di cittadinanza. Senza questo riferimento è difficile infatti pensare a un’idea di cittadinanza effettiva, piena. Rodotà ha scritto che il passaggio valoriale dallo Statuto albertino alla costituzione repubblicana può tradursi nella integrale sostituzione della vecchia carta della proprietà con la nuova costituzione del lavoro. Aristotele avrebbe detto che l’idea di bene collettivo espressa nella costituzione ruota proprio attorno alla centralità del lavoro quale strumento di accesso anche ai diritti di cittadinanza.

Ora, però, da più di un decennio assistiamo alla disgregazione del lavoro come essenza concreta della costituzione. Attraverso leggi ordinarie orientate alla flessibilità in favore dell’innovazione è stato di fatto archiviato il riferimento al lavoro come asse della convivenza. Con le leggi sulla flessibilità, sulla tassa di successione o sul regime fiscale, ecco che la proprietà prende nuovamente il posto del lavoro nella costituzione, come valore fondamentale della società civile.

Nei Paesi andini, dove la disoccupazione è ora inferiore al 3,2%, emerge con forza la filosofia amerindia del “vivir bonito”, orientato alla persona come portatrice di ricchezza. La “vita buona” dell’Occidente lascia il posto alla competizione, che diventa prioritaria; privilegia l’impresa e le sue esigenze di flessibilità a senso unico rispetto ai diritti della persona.

La configurazione giuridica del dipendente a tempo indeterminato, che era stata conquistata con impegno, costanza, determinazione e sacrificio e che offriva indiscutibili garanzie normative davanti all’incertezza, diventa rapidamente superata ed etichettata come “troppo rigida e vincolante”, con la sua attenzione alla sicurezza sociale e ad un trattamento economico dignitoso. Pertanto, uno snellimento delle tutele giuridiche sul tema lavoro è ben accolto dalla nuova cultura della modernizzazione competitiva per favorire il rendimento delle strategie aziendali nei tempi competitivi della globalizzazione. Il moltiplicarsi di innumerevoli figure contrattuali atipiche scompone e rende difficile la definizione per via normativa della nozione unitaria di lavoro. Questo fenomeno, allo stesso tempo, frammenta anche il concetto stesso di unità, di potere contrattuale, di condivisione e di forza comune. I numerosi profili lavorativi, sempre più incerti e flessibili, sempre più pronti ad essere utilizzati per turnazioni non idoneamente retribuite o per prestazioni estemporanee, che non parlano la lingua della formazione e dello sviluppo, riconoscono il primato delle esigenze della produttività rispetto ai valori dell’esperienza e della sicurezza dei percorsi di vita.

Sul piano fiscale, la legislazione ordinaria accompagna coerentemente la nuova filosofia accantonando in maniera evidente il disegno costituzionale dell’eguaglianza. La legge delega n. 80 del 2003 sul fisco, varata dal governo, presenta la proprietà come diritto fondamentale che preesiste alla sfera pubblica. Mentre per la costituzione i diritti inviolabili riguardano soltanto le libertà fondamentali, per la legge ordinaria la proprietà sostituisce i diritti ed assume una funzione prioritaria rispetto a quella dello Stato, che diventa sussidiaria e deve cedere il passo alla ricchezza. Per via ordinaria, dunque, viene riesumato lo Statuto albertino e la libertà economica, quindi la proprietà assume precedenza rispetto alla libertà politica, e cioè i diritti di cittadinanza. Non solo: la libertà economica prevede la possibilità di esportare legalmente l’impresa e il profitto nei paradisi fiscali, dove i fatturati sono da capogiro e i posti di lavoro scarseggiano, consentendo un trasferimento di ricchezza da 240 miliardi di dollari l’anno. Cifre che tradotte in termini pratici, significano meno servizi e meno benessere, quindi più povertà, più tasse per chi lavora e più incertezze per chi un lavoro non riesce neanche ad ottenerlo. Grazie alla loro residenza fiscale, queste multinazionali (fra cui Google e Amazon) agiscono nel pieno della legalità, al punto da portare il capo di una commissione parlamentare britannica a definire e mettere sotto accusa queste corporation per le loro pratiche fiscali IMMORALI, non illegali.

La proprietà torna ad essere centrale, a poter contare su un diritto che le consente di non tollerare né fisco né redistribuzioni perché il possesso è schermato da ogni interferenza pubblica, come un diritto di natura sul quale la collettività non può vantare pretese. Il nuovo ordinamento costituzionale, quindi, sancisce il primato della proprietà, e le differenze di potere che essa produce sono assunte come condizioni date e intangibili. Il principio che occorre mettere tutti i soggetti in una potenziale uguaglianza di condizioni diventa obsoleto, impolverato, non al passo con i tempi dell’innovazione rapida. Il concetto dell’uguaglianza viene dunque ignorato in partenza, quando la sfera pubblica non esprime alcuna pretesa sul trasferimento delle grandi ricchezze, ma anche come obiettivo, poiché il fisco è considerato un furto. Scompare la funzione sociale dell’impresa ed emerge un universo del lavoro frammentato e disgregato, che trasferisce nuovamente il principio ordinatore della sfera giuridica dal lavoro all’impresa.

Uno sguardo più attento ai capovolgimenti sociali e politici dell’altro emisfero, in conclusione, quello che fino a qualche tempo fa ci appariva come un vastissimo territorio dove lo sviluppo era una parola lontana e forse irraggiungibile, sarebbe invece opportuno nel vecchio continente. Forse la visione aristotelica della “polis”, che considera tutto ciò che si trova fuori da un contesto urbano come “incivile”, ci ha fatto sottovalutare per decenni la distruzione delle risorse naturali ad opera delle grandi imprese. Forse abbiamo male interpretato questi insegnamenti e ci siamo attribuiti un potere che non avevamo.

E’ tempo di rivedere le nostre posizioni. Il momento storico che stiamo vivendo ci invita al cambiamento. E’ necessario promuovere alternative contro il potere del capitale mondiale. E’ tempo anche per noi di “buen vivir”.

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