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IL SISTEMA A RIPARTIZIONE…IN MALA FEDE

di Roberto Spagnuolo, Dipartimento sulle politiche del lavoro

Il presidente della BCE dichiara apertamente i forti rischi a cui andrà, inevitabilmente, incontro la generazione di giovani relegata alla marginalità contrattuale e professionale, di conseguenza anche contributiva. Giovani che oltre a non poter avere continuità lavorativa, stanno anche perdendo motivazione nello studio e nel cercare lavoro e sui quali, paradossalmente, gli anziani di domani si appoggeranno per avere ripagata la propria pensione. Eppure, anche se le miopi politiche del passato hanno tenuto in vita altrettanto scaltri politici, oggi benestanti grazie a rendite vitalizie affatto legate ai contributi versati, l’azione di governo continua a non mostrare ottiche lungimiranti nel settore, dimostrando ancora interventi settoriali, occasionali e di cassa, piuttosto che organici, pianificati e economicamente e socialmente sostenibili.

“Finché dura …” sembra essere lo slogan politico sotterraneo, nessuno vuole avere la responsabilità di cambiare rotta nei sistemi di finanziamento delle pensioni che tanto pesano sul mondo del lavoro e ne penalizzano fortemente la ripresa oltre che le politiche. Fiscalità generale, sistema contributivo a capitalizzazione definita e previdenza complementare, andrebbero ricombinate attentamente e in funzione dei ritorni sulle prestazioni (di breve o lungo periodo) e della loro natura (pubblica minima, proporzionale al salario prodotto o privata complementare), per costruire un welfare previdenziale equilibrato.

Nonostante gli allarmi diffusi sul peso del numero di anziani rispetto al numero di giovani e le scarse riprese occupazionali, dai programmi delle classi dirigenti emergono soprattutto la ricerca di vantaggi personali (il caso Guidi non sarà l’ultimo) e molta improvvisazione. Eppure di discontinuità contributiva e della relativa importanza della continuità ha parlato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, così come ha sottolineato l’importanza del giovane capitale umano oggi così bistrattato soprattutto in Italia.

Ma se oggi i 35enni sono a rischio pensione a 75 anni, cosa potranno fare tra solo 14 anni, quando nel 2030 dovranno sobbarcarsi alla soglia dei 50 anni, l’uscita in pensione dei figli del boom del 1964?

Come farà il sistema a ripartizione a reggere un contraccolpo del genere senza penalizzare ulteriormente il mondo del lavoro?

Inoltre molte delle pensioni che da qui al 2030 verranno erogate ancora non saranno pienamente dentro il contributivo e peseranno ancor di più sul sistema di finanziamento le quote di rendita dovute al sistema retributivo in dismissione, che per nulla è legato ai contributi versati dal lavoratore in quanto parametrato solo sul livello di retribuzione raggiunto. È evidente che occorrerà una nuovo intervento sulle pensioni e soprattutto sul loro sistema delle fonti, ma senza una visione politica che riequilibri i benefici tra generazioni nell’ottica del lungo periodo, che rimoduli le fonti per non pesare sull’economia reale, anche attraverso contribuzioni extra prelevate da super pensioni ingiustificate rispetto ai contributi versati, si rischia una nuova ondata di esodati, questa volta dalla pensione però.

Nondimeno già due anni fa, il dipartimento del lavoro di CS ha manifestato i problemi e i rischi sul conflitto di strategie tra obiettivi di bilancio e sociali in tema di pensioni, riprendendo un caveat dello stesso scrivente sulla tenuta strutturale delle pensioni, peraltro manifestato agli inizi del 2012 poco dopo la riforma Fornero.

Ancora una volta invece di prevenire i bisogni si inventariano le urgenze con politiche di rattoppo.

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