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PARTECIPAZIONE E RESPONSABILITÀ TRA LAVORO E PREVIDENZA

di Roberto Spagnuolo, Dipartimento sulle politiche del lavoro

Gli obiettivi solidaristici che la Carta dei diritti dell’uomo rappresenta e che l’UE ha sposato, anche se postumi rispetto agli originari economici, hanno posto la persona al centro della azione euroepa ma sinora solo sulla carta. Il neo liberismo che affianca l’attuale sistema di sviluppo economico, ha infatti trovato un valido supporto nel monetarismo istituzionalizzato che ha elevare di rango sino al costituzionale, il pareggio di bilancio per osteggiare la temuta spesa in deficit specie se di tipo no profit. Il forte contrasto alle politiche fiscali statali viene appoggiato anche da una nuova dottrina keynesiana che ne snatura la portata sociale, limitandole all’interno di un rigido range d’intervento monitorato da entità super partes di livello UE. Il risultato a cui si tende è trasformare uno strumento, il controllo della moneta e dei tassi d’interesse, in un fine mentre all’opposto quello che dovrebbe essere un fine, le politiche fiscali degli Stati, diviene strumento del precedente. Si antepongono così gli interessi finanziari e valutari agli interessi socio-economici. Peraltro l’assenza del doppio obiettivo per la BCE, inflazione e disoccupazione, denota un forte sbilanciamento della stessa su politiche d’intervento mono-indirizzo rispetto al fulcro della crisi attuale, di fatto non esiste trade-off tra obiettivi da bilanciare. Inoltre di norma la politica fiscale viene decisa da un organo democratico mentre quella monetaria da un organo tecnico, pertanto in UE e nei paesi aderenti all’euro l’organo democratico è subordinato ad un organo tecnico, per definizione poco partecipato e politicamente deresponsabilizzato.

Anche a livello nazionale, pur essendo la solidarietà un valore costituzionalizzato la competizione per il potere politico si è finora servita delle differenze sociali per fini settoriali, quando non anche personali. L’iniziativa liberistica e liberale, sulla Carta all’art.41, dovrebbe essa essere coniugata con la solidarietà visto il suo maggior rango dato dagli artt. 2 e 3 e non il contrario. In tal modo si opererebbe affinché i poveri di mezzi siano in grado di poter accedere materialmente ad un futuro migliore, i disoccupati possano essere impegnati in un reale recupero professionale, i figli non siano più avvertiti come peso finanziario ma come valore aggiunto economico per il futuro della società, ecc.

Il pluralismo sociale e culturale ha ormai perso riferimenti nella rappresentanza politica, né emerge ancora una classe dirigente lungimirante e, di conseguenza, latita una programmazione delle politiche sociali coordinata con le politiche del lavoro.

La tutela dai rischi sociali è stata spesso teatro di lotta per miopi strategie che hanno generato la frammentazione della normativa, politicamente funzionale ma socialmente disordinata e squilibrata, invalidando sin dal loro avvio il principio di universalità delle tutele medesime.

Occorre dunque intelligenza politica e coraggio delle proprie azioni da parte della classe dirigente, anche attraverso segnali coraggiosi di sostegno al lavoro che incentivino l’emersione delle seconde attività mediante, ad esempio, l’uso di una cedolare, senza cumulo, in quanto spesso queste attività sono rese necessarie dalla precarietà e dal basso salario delle attività principali dimostrato dall’esistenza dei “nuovi poveri salariati”. Pertanto una classe dirigente responsabile dovrà essere capace di adattarsi ai mutamenti sociali per garantire continuità e crescita equilibrata, coniugando sostenibilità economico-finanziaria con quella sociale, non viceversa.

In un responsabile sistema di welfare le coperture dai rischi sociali percorrendo strade diverse dovrebbero interessare l’intero ciclo di vita della persona: dalla malattia alla disoccupazione, dalla povertà alla esclusione sociale sino alla pensione.

Fulcro della vita di una persona resta comunque il lavoro, centrare le politiche del lavoro sulla stessa significa prevederne i bisogni e non inventariarne le urgenze.

Il ciclo sociale del lavoro parte da un’istruzione pubblica aperta a tutti, erogata da insegnanti motivati e programmata in modo da garantire una sostanziale pari opportunità nell’accedere al mondo del lavoro, senza disperdere risorse nel privato; in seguito, detto ciclo passa per una formazione mirata non solo a creare professionalità ma anche a mantenerle nel tempo; transita per la riqualificazione professionale per conservare e manutenere l’opportunità del diritto al lavoro, specialmente in ragione della evoluzione tecnologica; alimenta un sistema previdenziale sin dall’inizio del ciclo di vita lavorativa, in modo da predisporre il dopo lavoro senza ‘buchi’, perché una politica responsabile della persona non lascia margini all’improvvisazione ma ne precorre le esigenze, integrando i periodi vuoti senza soluzione di continuità e nel contempo promuove azioni di coinvolgimento attivo della persona stessa, perché non si senta mai abbandonata nel momento del bisogno ma sia sempre stimolata a partecipare.

Politiche del lavoro attive e proattive non possono essere attuate senza un coinvolgimento diretto delle parti sociali. Imprese e sindacati nella loro rappresentatività effettiva, divengono parte nodale di una nuova visione partecipativa del mondo del lavoro, dove costi e benefici delle scelte organizzative sono i contenuti di una responsabilità comune di istruzione-formazione-riqualificazione-previdenza in congrua condivisione del ritorno su produttività-profitti.

Nel ciclo di vita della persona, il legame tra lavoro e previdenza potrebbe prendere il via proprio dal livello di pensione minima sociale, riferimento base di una vita dignitosa a cui anche il salario minimo deve essere parametrato ma in quota maggiore, per dare il giusto peso alla partecipazione attiva del singolo nel seguire i corsi e nel rispondere alle offerte di lavoro, a cui è chiamato quale beneficiario del sostegno pubblico.

Anche la definizione sociale di una pensione massima rappresenta un valore fondante per la solidarietà costituzionalizzata, in quanto, premesso che lo Stato non può essere occasione di arricchimento personale, oltre un certo multiplo della pensione minima gli ulteriori contributi devono poter essere reimpiegati verso situazioni che comportino invece un arricchimento sociale.

Anche dal punto di vista delle fonti quindi è opportuna una rimodulazione più equilibrata dei sistemi di finanziamento delle pensioni e di assistenza (a ripartizione, a capitalizzazione definita e con fiscalità generale) che tenga conto dei tempi di ritorno di politiche e risorse in termini di prestazioni erogate, distinguendoli in ragione della loro validità a supportare politiche di breve, medio o lungo periodo. Così facendo le fonti verrebbero abbinate a seconda se destinate, da un lato, a generare o, dall’altro, ad integrare una pensione pubblica minima, mentre dovrebbero essere separate da quelle necessarie per arrivare alla pensione massima erogabile dallo Stato, in modo tale da non far pesare un’eccessiva contribuzione sull’economia reale attiva.

Orientando politiche e risorse sui reali bisogni del lavoro (previdenziali e assistenziali), la stretta regolamentazione delle linee guida rimarrebbe solo per le integrazioni complementari che eccedono le garanzie statali di una vita dignitosa. Ad esempio, monitorando e garantendo i rendimenti minimi della previdenza complementare e riconoscendo i relativi rendimenti massimi tra l’80 e 90 per cento, si premierebbero i gestori più meritevoli con una politica che vede la finanza al servizio della società, impedendo la ripetizione di aberrazioni normative come la rivalutazione negativa del montante previdenziale, corretta ex post come urgenza. In questo modo gli investimenti di natura previdenziale vanterebbero verso lo Stato un trattamento preferenziale, ex artt. 2 e 3 Cost., sia di natura fiscale sia nei rendimenti minimi, rispetto alle speculazioni private vere e proprie che invece dovrebbero in parte contribuire solidalmente al peso finanziario di tali garanzie pubbliche, ex artt. 2, 3 e 41 Cost..

Anche nell’ottica gestionale del lavoro, la parte sindacale e datoriale sarebbero chiamate a realizzare una maggiore partecipazione comune attiva e responsabile, sia in ambito organizzativo, sia produttivo che nei risultati, come presupposto indefettibile di maggior equilibrio in fase contrattuale; la prima concedendosi un maggior spazio sulla definizione dei contenuti nella fase costruttiva dell’organizzazione del lavoro e della produzione, con l’obiettivo di contribuire con la propria esperienza al miglioramento delle performance aziendali, condividendo coscientemente i relativi risultati, anche in termini di quota di profitti e non solo dei costi; da parte datoriale occorre un contributo attraverso la condivisione di alcune decisioni organizzative e dei relativi esiti, in maniera da migliorarne la solidità di crescita nel lungo tempo, al costo di minori profitti nel breve ma avendo come contropartita concessioni di flessibilità lavorativa approvate in comune e ben ripagate nei momenti positivi di sviluppo, anche se solo locali.

All’interno di un quadro normativo che sia guida e tutela di diritti indisponibili, sarebbe possibile sfruttare i vantaggi anche della contrattazione decentrata e del welfare negoziato, dove la sfida culturale per sindacati e imprenditori è nel subire meno i picchi del rischio d’impresa, attraverso la maggiore partecipazione responsabile di tutti alle decisioni e ai risultati dell’attività lavorativa, diluendone i relativi pericoli soprattutto per i lavoratori che finora, inconsapevoli, hanno potuto ben poco evitare. Oltretutto il salario non è l’unica variabile dipendente dalle prestazioni lavorative ma lo è anche il risultato previdenziale, entrambe subordinate a tale responsabile partecipazione attiva che, se misurasse anche le ricadute del lavoro sulla collettività costituirebbe la vera produttività sociale del lavoro.

Partendo dalle imprese e dalla partecipazione dei lavoratori, passando per un calcolo della produttività economica che integri fattori esterni all’impresa per ottenere la produttività sociale, fino ad arrivare alla realizzazione di bilanci sociali delle aziende, specialmente di quelle pubbliche, si giunge a creare le fondamenta di un PIL non più misura solo quantitativa del benessere di un popolo.

Per intervenire sulle politiche occorre tuttavia uno strumento che interpreti le disposizioni normative e ne sappia prevenire le deviazioni sociali, che utilizzi lo stesso linguaggio giuridico e si “colleghi” con la legislazione attuale per correggere le norme e realizzare quel Social Compact essenziale a dare valore reale ai patti fiscali imposti dalla finanza, grazie ad una politica lungimirante che persegue una nuova visione sociale del futuro.

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