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QUANDO IL FINE CONTA PIÙ DEL MEZZO: IN COSTITUZIONE METTIAMO GLI INTERESSI INVECE DEI VALORI

di Roberto Spagnuolo, Dipartimento sulle politiche del lavoro

Diversi sono i dibattiti sulla riforma della Carta, diversi sono i punti di riferimento per giustificare un sì o un no al referendum. Tra le ragioni messe a confronto per il no sono degne di nota quelle che riconoscono nella Costituzione un mettere a fattore comune i valori di una società, per cui la modifica degli stessi non può non passare per una fase interlocutoria all’interno di una comune area politica, che consenta di esprimere nuove basi condivise per la convivenza civile e sociale. Basi espresse sempre in valori e non in interessi. Attuare i valori e principi così fissati è un problema che riguarda il funzionamento dei meccanismi istituzionali. Se i meccanismi posti a garanzia della divisione e bilanciamento dei poteri divengono più vischiosi, il problema non è il valore posto sulla Carta ma la procedura che lo attua attraverso la legge ordinaria e i regolamenti delle Camere. Se occorre un intervento anche sulla Carta, tale decisione deve essere presa in comune tra maggioranza ed opposizione, per dare continuità dinamica al valore in evoluzione con la società o abbandonandolo se la società non vi si riconosce più. Il rischio, o piuttosto l’obiettivo, è usare la scusa del pragmatismo decisionale per sostituire valori e principi sociali con interessi contingenti, legati a questioni di governabilità cioè a dinamiche più politiche e amministrative che costituzionali.

La sfiducia costruttiva sarebbe già un bel passo avanti pur rimanendo nel rispetto dei valori costituzionali.

Tra i fautori del sì alla riforma vi è chi promuove soluzioni tecniche, adatte in genere a curare interessi, su questioni fondanti una società civile; per cui solo la sensibilità dell’economista riesce a cogliere che la malattia del sistema economico italiano è nella sua Costituzione; il neoliberismo allora dovrebbe dare mandato (lo ha fatto) per riscriverla o correggerla, tornando magari all’individualismo puro o al diritto di proprietà misura del valore di una persona. Il ragionamento di tali autori porta ad affiancare i problemi decisionali, sbilanciati abilmente dalle capacità alla procedura, e l’instabilità dei governi con la bassa crescita dell’offerta e della domanda del Paese, come se gli interessi politici di settore non fossero parte dei governi e il problema quindi possa essere risolto semplicemente nel dare la massima ragione alla forza di un gruppo d’interessi (economici) ma di maggioranza relativa. Passa così in secondo piano, cioè non sarebbe più un valore, comporre le forze politiche su un fine in forza della ragione condivisa che esso rappresenta.

Viene altresì criticata da tali fautori del sì la molteplicità di centri decisionali (leggasi anche il pluralismo democratico) perché troppo vischiosa nella sua attuazione, rallentamento inutile per gli interessi contingenti soprattutto di natura economica. La soluzione è trovata quindi nel cambiare il valore sottostante piuttosto che verificare la ragionevolezza delle decisioni bloccate nelle discussioni; occorre calare tali decisioni dall’alto senza filtro democratico, senza discussione, necessaria sino ad ora per equilibrare gli impatti sociali delle stesse, perché la sensibilità economica guida la mano per cui, se ipse dixit, il resto ridonda di inefficienza. Il pluralismo è d’intralcio nella procedura decisionale che deve essere più snella più efficiente, allora si toglie il valore per non discutere su come cambiare la procedura che lo attua.

La devoluzione dello Stato si sposta quindi dal costituzionalismo democratico che ha istituzionalizzato i conflitti perché espressione del valore delle differenze in una società in evoluzione, al costituzionalismo liberale che risolve i conflitti elevando al rango normativo più alto le soluzioni procedurali, che bypassano le discussioni parlamentari perché rallentano le decisioni della sensibilità economica governativa. Inoltre viene spostata la tortuosità delle norme come responsabilità solo delle minoranze da accontentare, riportando il problema sempre sul pluralismo democratico, obliando del tutto le esigenze dei gruppi d’interesse economico-finanziario che rendono appositamente vacue e ambigue le disposizioni normative per dare meno trasparenza possibile ai ritorni personali, per cambiare tutto senza spostare niente. Anche in questo caso il problema che verte sulla procedura legislativa e che limita l’interesse economico del momento trasla sul valore che la procedura vuole tutelare e attuare. Il fatto che i governi navigano a vista è dovuto all’assenza di visioni politiche della società ed alla presenza di interessi politici nell’economia, per questo i public policy makers sono guidati dai sondaggi nel prendere le decisioni, rispecchiando nei fatti l’effimerità della portata risolutiva dei problemi sociali, fino al sondaggio successivo.

Nel ragionamento del sì non stupisce che il problema del processo decisionale politico venga paragonato a quello di un’azienda e o di un condominio, visto il livello di sensibilità ritenuto necessario (da economista) per riformare la Costituzione di un popolo. La competitività delle imprese, l’efficienza del sistema economico dipendono dal bicameralismo paritario, non più da investimenti, formazione del capitale umano, premio al merito nel lavoro, minore burocrazia, costo del lavoro alto perché gravato da rendite di posizione e sistemi di finanziamento anacronistici e ormai antisociali. Le procedure peraltro nella prassi politica non tutelano più valori costituzionali ma interessi, allora tanto vale sostituirli direttamente sulla Carta e spianarne la strada decisionale.

A sostegno sempre del sì viene messo in luce, senza neanche troppe remore, come i benefici che ne deriverebbero per l’economia nazionale, in termini di capacità decisionali della classe dirigente e crescita dell’offerta nazionale, siano confermati anche dalle pronunce emesse dalla Commissione Europea quasi fosse un garante terzo e imparziale della bontà delle argomentazioni. Eppure proprio tale pseudo-garante UE è latore dell’interesse primario al referendum che vede i valori costituzionali italiani, incardinati nella persona e nella cittadinanza, come limite per una grande e stabile forza politica che possa offrire al Paese competitività, efficienza alla pubblica amministrazione e riforma delle banche.

Viene spesso richiamata come esempio la Germania, eppure essa ha preso decisioni politiche sull’organizzazione del lavoro già a partire dal 2000 senza intervenire sulla Legge fondamentale. È vero che in quasi 70 anni la Germania ha anche modificato più volte la sua Legge Fondamentale (Grundgesetz 1949) ma ciò si è reso necessario proprio in quanto tale, con quasi 200 articoli di fatto, non è una vera e propria Costituzione ma una Legge che regolamenta in dettaglio il rapporto tra funzioni e competenze del Bund, Stato federale, e quelle dei Länder, Stati federati e tra tutti questi e l’UE (art. 146: “La presente Legge fondamentale, […], cesserà di avere vigore nel giorno in cui entrerà in vigore una Costituzione adottata dal popolo tedesco in piena libertà di decisione.”; l’art. 23, “L’Unione europea”, è stato riformulato nel 1992 proprio in conseguenza del Trattato di Maastricht); inoltre il Bundestag non può deliberare definitivamente senza l’assenso del Bundesrat (camera alta territoriale) su circa il 30 per cento delle leggi che approva, visto che riguardano il contratto istituzionale tra Bund e Länder i quali, peraltro, sono dotati di vere e proprie Costituzioni (Verfassung).

Tale snellimento legislativo è stato reso possibile grazie alle riforme federaliste del 2006 e 2009, che hanno limitato, non escluso, la ratifica della camera alta territoriale, riforma comunque approvata da oltre i due terzi dei membri (non dei voti!) del Bundestag e due terzi dei voti del Bundesrat (ex art. 79 GG), ciò significa che è richiesto un ampio consenso a livello politico ovvero una sorta di collaborazione tra maggioranza di Governo e forze di opposizione.

Punto di partenza delle riforme sono state tuttavia le proposte pervenute da due Commissioni costituite per la modernizzazione dell’ordinamento federale nel 2003 e 2006. Ricordiamo però che la Germania si è ristrutturata nel mondo del lavoro dal 2000 partendo dalle relazioni industriali che hanno spostato la contrattazione salariale a livello aziendale nel pieno coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori. Nel 2009 essa raccoglieva i frutti anche in fase di crisi.

Pertanto le ragioni del sì vogliono modificare la Costituzione per avere il livello produttivo e qualitativo tedesco, senza neanche mettere in discussione le rendite di posizione che oggi in Italia interessi di settore ancora difendono come diritti acquisiti non più giustificati dal bisogno, senza per nulla occuparsi dei bisogni alternativi che potrebbe curare la liberazione di tali risorse, come peraltro il presidente Boeri ha chiarito molto bene in termini, ad esempio, di uso alternativo della quota di vitalizi politici non coperta da contributo.

Anche in Italia sono possibili decisioni alla tedesca ma vanno adattate alla nostra cultura, ridiscutendo rendite ataviche che lobbies di venerandi più che benestanti vogliono mantenere per figli e nipoti con la ragione della forza, a discapito del merito e di conseguenza infiacchendo ormai da decenni le capacità manageriali e decisionali di un intero Paese.

Non sono i valori sociali della collettività il problema ma gli interessi finanziari di una classe dirigente arida che si appoggia al vuoto tecnicismo giuridico, avulso totalmente dal sociale, quale ultimo baluardo per una sterile autoconservazione.

Si accentrano le decisioni di natura economica, per aggirarne le opposizioni di natura sociale, anche nel modificare la Costituzione, che non è il problema ma la soluzione alle derive di liberalismo procedurale.

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