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UNIVERSITA’ STATALI E RICERCA PUBBLICA IN ITALIA: UNA SITUAZIONE MOLTO DIFFICILE

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Pochi mesi fa è stato presentato ufficialmente un grosso volume che racconta in modo particolareggiato, con cifre, tabelle e grafici, lo stato di salute degli studi universitari e della ricerca scientifica nel nostro paese. Si tratta del secondo rapporto biennale dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), una realtà costituita da esperti di nomina governativa e quindi assolutamente non sospetti di faziosità o di partigianeria anti-establishment (anzi, se mai dell’opposto). Eppure il quadro dipinto dall’ANVUR è assai preoccupante, peggiore di quello di due anni fa: (i) è basso il numero delle immatricolazioni; (ii) la percentuale di laureati e dottorati resta scarsissima rispetto alla media dei paesi dell’area OCSE (essenzialmente quelli economicamente più sviluppati); (iii) diminuisce il numero dei professori e dei ricercatori. Il dato meno sconfortante è quello (vi) secondo cui, almeno per ora, la ricerca scientifica italiana, nonostante un certo rallentamento, continua a essere a un buon livello rispetto alla media europea. Ma vediamo brevemente di cosa si tratta, riassumendo e commentando in poche righe le recenti analisi del giornalista scientifico Sandro Iannaccone apparse sulla rivista telematica Wired.

Le università
Si è detto che la parte principale della relazione dell’ANVUR è dedicata al sistema delle università italiane (principalmente pubbliche) mettendo in luce tre criticità: le immatricolazioni, il tasso di abbandono e di successo negli studi, l’invecchiamento e la carenza del personale.

La diminuzione degli studenti iscritti al primo anno delle università (gli “immatricolati”), iniziata intorno al 2005, sembra si sia finalmente arrestata, mostrando forse addirittura una piccolissima inversione nel centro-nord del paese. Ma, a detta dei demografi, il calo generale delle immatricolazioni è strutturale, connesso a quello delle nascite nel periodo 1995-2000 (ossia, ci sono meno studenti che superano l’esame di maturità) e al fatto, questo sì di natura sociale, che nelle scuole superiori arrivano sempre più studenti stranieri (i cosiddetti “immigrati di prima generazione”) che tendono a iscriversi, almeno per ora, meno volentieri all’università.

Per ciò che concerne il risultato degli studi il rapporto è ancora più fosco: dopo otto anni dall’inizio di un corso universitario solo uno studente su due ha conseguito una laurea (breve o magistrale), mentre il tasso di abbandono è di circa il 33%. Anche qui vi è un aspetto di natura sociale: sono soprattutto gli studenti che provengono dagli istituti professionali (e quindi spesso dalle classi sociali meno abbienti) a rinunciare. L’effetto combinato delle scarse immatricolazioni e dell’elevato abbandono è quindi particolarmente umiliante per l’Italia: si registra un basso tasso di laureati nel nostro paese che, dunque, si posiziona in coda alle nazioni dell’area OCSE. Infatti soltanto il 24% dei giovani tra i 25 e i 35 anni residenti in Italia è in possesso di una laurea, di un master o di un dottorato, contro il 41% della media dei paesi dell’OCSE.

La terza criticità riguarda la riduzione dei docenti e dei ricercatori a seguito dei pensionamenti e dei forti tagli ai bilanci universitari che impediscono nuove assunzioni di personale a tempo indeterminato: si tratta di un aspetto del famigerato blocco del turnover (rimpiazzo) che, in una forma o nell’altra, è in atto nella pubblica amministrazione già dal 2002, diventando però particolarmente feroce a seguito dell’ultima crisi economica: dopo aver raggiunto un massimo di circa 60 mila unità di personale docente di ruolo nel 2008, si è scesi a poco più di 55 mila unità nel 2015. Questi dati non sono un rebus, sono semplicemente la diretta conseguenza degli scarsi investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&D). Infatti la percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) spesa per l’R&D è stata essenzialmente stabile intorno all’1.3% nel quadriennio tra il 2011 e il 2014, ovvero molto al di sotto delle medie dell’Unione Europea e dell’OCSE. E anche molto lontana dall’impegno assunto dall’Italia nel 2007 con la firma del famoso “Trattato di Lisbona”, che vincolava i paesi europei contraenti a investire almeno il 3% del proprio PIL in ricerca scientifica e tecnologica. A tutt’oggi la maggior parte dei fondi per l’R&D a disposizione dei professori e dei ricercatori italiani non deriva da progetti di ricerca nazionali (per esempio, i PRIN), bensì da quelli europei; eppure anche qui la situazione non è ideale: appena il 70% di quanto il nostro paese ha speso come contributo statale al cosiddetto Settimo Programma Quadro (FP7 2007-2013) dell’Unione Europea è tornato nelle casse esangui della ricerca scientifica italiana. Il rimanente 30% è andato ad altri paesi europei con un sistema-ricerca più organizzato e coeso e, ovviamente, meno burocratico e nepotista.

La ricerca scientifica
L’unica nota positiva (anzi, parzialmente positiva, come si vedrà tra poco) nella relazione dell’ANVUR riguarda le tradizionali quantità e qualità della ricerca scientifica pubblica (ovvero delle università statali e degli Enti Pubblici di Ricerca, gli EPR), nonostante il grave sottofinanziamento di entrambi. Emerge infatti dall’analisi delle banche dati internazionali più attendibili (ossia Scopus e Web-of-Science) che la produzione scientifica e tecnologica italiana nel quadriennio tra il 2011 e il 2014 rappresenta più del 3.5% di tutte le pubblicazioni specialistiche mondiali. Ma anche qui non mancano segnali di allarme: se il numero degli articoli cresce ancora di circa il 4% l’anno, non si può nascondere un preoccupante rallentamento rispetto ai quadrienni precedenti. Un dato piuttosto ovvio considerando la contrazione e l’invecchiamento del personale scientifico e tecnico sia universitario che degli EPR. Certo, per ora anche la qualità dei lavori scientifici sembra essere soddisfacente: nel periodo 2011-2014, infatti, l’impatto della produzione italiana (misurato in termini di citazioni per pubblicazione) è stato addirittura superiore a quello medio dell’Unione Europea. Ma quanto potrà durare ancora questa eccellenza? Pochissimo, se non ci sarà una rapida inversione di politica scientifica da parte degli organi governativi preposti. Cosa su cui, ça va sans dire, siamo davvero molto scettici. All’opposto, un programma politico socialista democratico, genuinamente votato a riformare il paese in modo profondo, porrebbe l’istruzione universitaria e la ricerca scientifica tra le priorità della sua azione, certamente davanti a eventi esclusivamente mediatici come l’Expo di Milano del 2015 o gli improbabili giochi olimpici di Roma del 2024.

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