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REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO VUOL DIRE ANCHE REDISTRIBUZIONE DEL TEMPO DI VITA

di Roberto Spagnuolo, Dipartimento sulle politiche del lavoro e pensioni

Difficoltà sono state incontrate, molte ancora non risolte, da parte del governo nel disciplinare una nuova forma di rapporto di lavoro che, grazie alla telematica, rende possibile un approccio al mondo del lavoro decisamente più intelligente: smart work, liberamente tradotto in “agile”, evidentemente per contrapporlo al suo opposto “rigido”.

Conciliare tempi di vita e di lavoro a favore dei primi, decisamente più penalizzati in termini di bisogni sociali, è stato un obiettivo sino ad oggi ricercato soprattutto per coloro che avevano particolari emergenze familiari o personali, non estendibile in via di principio a tutti i lavoratori. Quando studi accademici hanno dimostrato che ne avrebbe beneficiato anche la produttività del lavoro in termini di costi, salari e profitti (quella sociale ne beneficia già dalla mera conciliazione dei tempi), allora si è allargata la cerchia degli utenti potenziali, tra cui il pubblico impiego.
Quest’ultimo, ancora ristretto in ambiti lavorativi gerarchici e compartimentali nelle mansioni, organizzativamente e culturalmente è testimonianza di archeologia industriale.

La questione quindi da risolvere è dotarsi di una legge che, visto il fallimento nell’estendere l’uso del telelavoro con le medesime regole nate per il rapporto subordinato in fabbrica, si allontanasse da certi riferimenti vincolanti per l’attività (temporali e spaziali) ma senza nocumento per il lavoratore in termini di salute e sicurezza. Per aiutare il legislatore si è ricercato proprio dalla realtà dei fatti, cioè dagli accordi integrativi tra sindacati e datori, come si potesse conciliare vita e lavoro nei casi in cui fosse indefinita la sede e il tempo di lavoro. La risposta, intuibile, è giunta dalla responsabilizzazione e dall’autonomia del lavoratore stesso nello svolgere il proprio lavoro, valutandolo solo sul risultato raggiunto e non sul tempo trascorso in un luogo fisso. Il lavoratore medesimo ottimizzerà i propri tempi di vita e di lavoro, traendo anche più soddisfazione dai risultati personali raggiunti.

A questo punto la questione da evidenziare è un’altra: vista la minore necessità di tempi fissi di lavoro e le minori ore comunque dedicate per le attività, grazie ad una potenzialmente migliore produttività, anche il lavoro può essere distribuito diversamente. Infatti, attraverso la ripartizione, da parte delle imprese, degli stessi obiettivi e salari a più individui, cui venisse concessa una maggiore autonomia nella gestione del tempo e nel modo di esecuzione, si allargherebbe la platea degli “attivi” che, in abbinamento ad un reddito di cittadinanza variabile tra un massimo (disoccupati) e un minimo (occupati), consentirebbe di redistribuire il tempo di vita e di lavoro in modo economicamente e socialmente più proficuo per l’intera collettività.

Dopotutto lo stesso Keynes aveva previsto un minor impegno di tutti nel lavoro, inoltre, il futuro auspicabile della società digitale è proprio nel migliorare la qualità della vita, attraverso l’uso solidale del lavoro disponibile espresso in termini di risultati ma redistribuito in termini di tempo dedicabile per raggiungerli, vista la sempre minore necessità di tenere accentrati controlli e procedure.

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3 pensieri su “REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO VUOL DIRE ANCHE REDISTRIBUZIONE DEL TEMPO DI VITA”

  1. sono assolutamente d’accordo ed in questa chiave, ridistributiva ….e riorganizzativa va inteso “alla Finlandese” il “reddito di cittadinanza”

  2. Il legame tra la redistribuzione del reddito e del tempo di vita è fondamentale per comprendere la necessità di un ripensamento strutturale del nostro comparto economico ed industriale. Bisogna lavorare di meno, lavorare tutti e, con il tempo in più, dedicarsi all’innalzamento ‘umano’ e culturale di se stessi e della società in cui si vive. L’uomo non è solo una macchina che lavora per il benessere di pochi. Il lavoro lo deve nobilitare, non schiavizzare. E’ evidente, comunque, che il modello lavoro dei nostri padri è oggi in crisi sistemica, sempre meno disponibile, e quindi altre forme ‘lavoro’ andranno trovate.

  3. Quando negli anni 80 si cominciò a parlare di reti e di produttività individuale in Italia, fu possibile perchè esisteva un’industria strategica che si chiamava Olivetti, aveva diversi centri di ricerca, di cui uno a Cupertino, in California, nella Silicon Valley. C’erano i personal computer e Omnitel, la rete per la telefonia mobile che poi divenne Vodafone nei primi anni ’90, Internet era stata inventata e l’Olivetti, se non ci fosse stato De Benedetti e Colaninno, e se D’Alema e i governi di allora fossero strati lungimiranti, oggi avremmo ancora la nostra industria competitiva. Interessante notare la coincidenza con le politiche finanziarie virtuali e il ruolo della moneta che parte dall’America con la fine della guerra col Vietnam, nel ’75 …,ma non è questo il tema, Volevo solo dire che era il periodo della progettazione e dell’innovazione digitale che investiva i data base relazionali distribuiti. Io stavo dalla parte del progetto e dell’innovazione e lavoravo nello sviluppo software in Olivetti. Un preambolo per ricordarmi e ricordare che il telelavoro e il suo omologo attuale, lo smart working, è storia antica, e vorrei aggiungere che, tra gli aspetti positivi, ha anche un ulteriore interessante rilievo nell’impatto ambientale, considerando che sposta il trasporto dal piano fisico a quello virtuale. Non c’è nulla che diverga sull’opportunità di utilizzare l’approccio strumentale al lavoro digitale da remoto, in special modo nella pubblica amministrazione, si pensi, per esempio, a Roma e al pendolarismo per attività incentrate sulla prevalente “gestione di pratiche”, giusto per fare un esempio di “produttività”.facilmente interpretabile. Per renderlo appena più complesso, s’immagini il ritorno nei piccoli Comuni nel recupero di immobili locali, spesso storici, da adibire a spazi di co-working per il telelavoro. Quanti progetti tutti andati a ramengo per inadeguatezza culturale, sia allora, che oggi, Strano a dirsi, l’evoluzione tecnologica continua a migliorare la qualità del lavoro e della vita individuale, mentre la politica governativa e l’amministrazione pubblica continuano a divergere, dimostrando l’inadeguatezza ad affrontare i temi del benessere dei cittadini. Tutto questo per concludere che solo le leggi possono adeguare i comportamenti alla realtà che si modifica con l’innovazione, e in tutti i campi e a maggior ragione nei settori digitali, della robotica, delle nanotecnologie ecc.. . Per questo, la quota di lavoro umano per unità prodotta diminuirà sempre di più nel tempo e così, non posso essere d’accordo di supporre che il telelavoro, o lo smart working, possa aumentare l’occupazione per effetto della distribuzione del lavoro indotta dal lavoro virtuale da remoto, Il tema è reale ed è affrontabile solo sul piano della legge che ne regoli la fattispecie, e si chiama, per intenderci: reddito di cittadinanza, o altro temine. Si tratta di una situazione a sé che non c’entra con il lavoro, perchè in caso di lavoro è inapplicabile e non deve, a mio avviso, confondersi con il concetto “lavoriamo meno, lavoriamo tutti”. Solo il piano normativo potrà regolarlo, anche introducendo di lavorare meno ore e dedicando più spazio all’educazione dei figli e agli interessi personali, perchè si tratta di reddito per sostenere la disoccupazione, l’incapacità a lavorare, sovvenire alla povertà e all’indigenza, sostenere e assistere chi ne ha oggettiva necessità. Tutto questo è compito dello Stato di diritto a ordinamento costituzionale come il nostro, e il diritto alla dignità è un obbligo costituzionalmente garantito, Così, se oggi ne dibattiamo è perchè ne percepiamo e siamo colti dall’inadeguatezza della politica governativa. E qui, ricordiamoci che i partiti politici, tutti, senza esclusione, fin dal ’48, e per pura gestione dei contrappesi utili ad affermare “potere” di un partito sull’altro, in nome della democrazia e della libertà, e non del benessere di un popolo, hanno scientemente mantenuto la nostra Costituzione in uno stato formale. E oggi, con il referendum Renzi, Boschi, Verdini, abbiamo l’opportunità di dire NO,alla forzata riforma costituzionale, da rendere innocua sull’ordine di potentati economico finanziari che nulla hanno a che vedere con la dignità di ciascuno di noi. Il NO a questo referendum, potrebbe segnare un punto di coesione tra noi cittadini della Repubblica Italiana, uniti sul bene comune per riprendere nelle nostre mani un cammino da troppo tempo interrotto, o per dire meglio, mai iniziato.

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