Sandro Pertini, socialista, 7º Presidente

SANDRO PERTINI: UN GRANDE ITALIANO E UN GRANDE SOCIALISTA

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Esattamente centoventi anni fa, il 25 settembre 1896, nasceva a Stella nel Savonese Alessandro Pertini (detto Sandro). Fu un importante dirigente socialista, un combattente antifascista indomito e coraggioso e, infine, il settimo Presidente della Repubblica (1978-1985), il più amato e rimpianto. In poche parole: un grande italiano e un grande socialista. Cerchiamo di ripercorrere brevemente le fasi salienti della sua vita lunga e avventurosa.

L’antifascista
Dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale come sottotenente, intraprende la professione forense e s’iscrive nel 1924 al Partito Socialista Unitario di Filippo Turati e Giacomo Matteotti, ma, dopo una prima sentenza a otto mesi di carcere per la sua attività antifascista, nel 1926 è condannato a cinque anni di confino. Sottraendosi alla cattura, si rifugia prima a Milano e, successivamente, in Francia dove fugge in modo rocambolesco insieme a Turati e ad altri antifascisti. Lì chiede e ottiene l’asilo politico, lavorando a Parigi e a Nizza anche come muratore.

Sempre in Francia subisce due piccoli processi per la sua attività politica antifascista avendo effettuato trasmissioni radiofoniche non autorizzate. Tornato in Italia nel 1929, è arrestato e nuovamente processato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato che lo condanna a undici anni di reclusione. Scontati i primi sette, è inviato per altri otto anni al confino (a Ponza e a Ventotene): ha infatti rifiutato di chiedere la grazia anche quando la domanda era stata firmata in sua vece dalla madre. Torna libero solo nell’agosto 1943 dopo il crollo del Fascismo ed entra subito a far parte del primo esecutivo del partito socialista, che ora si chiama provvisoriamente PSIUP. Catturato dalle SS naziste, è condannato a morte, ma la sentenza non ha luogo. Evade infatti il 24 gennaio 1944 dal carcere romano di Regina Coeli assieme a Giuseppe Saragat e raggiunge Milano per assumere la carica di segretario del partito socialista nei territori occupati dal Tedeschi, dove dirige coraggiosamente la lotta partigiana fino alla liberazione. Per questo motivo è insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Il socialista
Con la conclusione della lotta partigiana, Sandro Pertini si dedica completamente al giornalismo e alla politica. Segretario del PSIUP nella seconda metà del 1945, poi deputato socialista all’Assemblea Costituente, diviene per due volte direttore del quotidiano di partito l’Avanti (1946-1947 e 1949-1951). Nei giorni della scissione socialista di Palazzo Barberini nel 1947, pur riconoscendo le ragioni degli autonomisti di Saragat, si batte con tutte le forze per preservare l’unità del partito (che a breve torna a chiamarsi PSI), ma è sconfitto; così come si oppone l’anno successivo al Fronte Democratico Popolare tra PSI e PCI, adeguandosi però per disciplina alla scelta frontista e venendo comunque eletto come senatore. Sempre deputato del PSI nelle sei legislature tra il 1953 e il 1976, nel 1963 è Vice-presidente della Camera e, tra il 1968 e il 1972, ne è il primo Presidente laico. Amareggiato dal fallimento dell’unificazione tra PSI e PSDI, medita di dimettersi da parlamentare, ma poi prosegue il suo impegno politico, spesso molto personale e in disaccordo con la linea del partito, come nel 1978 durante il caso Moro, quando Pertini appoggia la linea della fermezza contro le Brigate Rosse.

Il Presidente
Viene infine eletto Presidente della Repubblica l’8 luglio 1978 (al sedicesimo scrutinio con 832 voti favorevoli su 995) e presta giuramento il giorno successivo. Con lui finisce la figura del cosiddetto “presidente notaio” chiuso nei palazzi del Quirinale. Infatti, nonostante l’età avanzata, Pertini mostra vigore ed energia, viaggiando per incontrare i maggiori politici della scena mondiale, ma soprattutto andando tra la gente per ricostruire la fiducia popolare nelle istituzioni democratiche del paese. Denuncia con forza la violenza del terrorismo, sia di destra che di sinistra, si oppone alla mafia, condanna l’apartheid sudafricana e i regimi dittatoriali fascisti (come quello cileno) e comunisti (come quello imposto dai sovietici all’Afghanistan).

Rassegna le dimissioni il 29 giugno del 1985 divenendo senatore a vita e accettando la presidenza della Fondazione “Filippo Turati” per gli Studi Storici, dedicata a tener viva la memoria del movimento operaio e socialista in Italia. Muore il 24 febbraio 1990 rimpianto da tutti i sinceri democratici, socialisti e non, per la sua schiettezza, la sua semplicità e la sua indignazione vera, non affettata, di fronte alle ingiustizie, specie a quelle perpetrate dal potere contro le classi popolari (come nel caso memorabile del terremoto in Irpinia).

Concludiamo con uno tra i tanti saggi aforismi che il compagno Sandro ci ha lasciato, ancora oggi tragicamente attuale: “La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame”.

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