IL VOLTO FEROCE DEL CAPITALISMO SENZA REGOLE: IL ‘SISTEMA’ PRATO

IL VOLTO FEROCE DEL CAPITALISMO SENZA REGOLE: IL ‘SISTEMA’ PRATO

di Daniele Colognesi, Referente di Convergenza Socialista di Prato e Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Engels in Toscana?
Turni di lavoro massacranti di oltre dodici ore quotidiane, mezza giornata di riposo alla settimana, ferie pagate nulle, buste paga inesistenti o fittizie, nessun contratto di lavoro, nessun versamento contributivo, salari largamente sotto i minimi sindacali, versamenti pensionistici e previdenziali zero, sicurezza sul lavoro sommaria o assente, di sindacati neanche a parlarne, fabbriche usate anche come mense e dormitori, dove le culle dei neonati si affiancano alle macchine da cucire, alle brandine, alle scodelle sporche e alle esche topicide: il tutto per non perdere neanche un minuto di lavoro.

Qualcuno starà sicuramente pensando al grande classico del socialismo “La situazione della classe operaia in Inghilterra” di Friedrich Engels, che fotografa in maniera impietosa la dura sorte dei lavoratori industriali nella Gran Bretagna del XIX secolo.

No! Parliamo di una realtà contemporanea.

Allora si tratterà sicuramente di un paese in via di sviluppo, come per esempio il Bangladesh, la nuova mecca degli imprenditori tessili europei e nordamericani, dove il 24 aprile del 2013 ci fu il gravissimo rogo del Rana Plaza, che costò la vita a 1.129 persone, principalmente operai chiusi a chiave nei loro opifici.

No! Parliamo dell’Italia.

Beh, certamente ci si riferirà al sud del paese, sempre in bilico tra modernità e arretratezza, come dimostra il recente crollo di Barletta (3 ottobre del 2011) dove morirono cinque giovani operaie che lavoravano in nero per 4,00 € l’ora a tessere calzini da uomo.

No! Siamo a Prato, nella civilissima e “rossa” Toscana, a soli 17 Km da Firenze. Qui vive da anni una vasta comunità cinese (all’oggi circa 20.000 persone tra immigrati regolari e irregolari) che con più di mille ditte individuali produce il 10% dell’intero tessile europeo, specializzata com’è nel cosiddetto “pronto-moda” (ovvero le collezioni stagionali del prêt-à-porter) di qualità bassa e media, ma da vendere rigorosamente con il marchio “made in Italy”.

Il “Rana Plaza” di Prato e gli splendori passati
Quanto appena descritto in maniera sommaria è, naturalmente, ben noto almeno da un paio di decenni a tutti pratesi, che hanno imparato, ahimè, a considerarlo come un fatto quasi normale e a non scandalizzarsene più. Ma tre anni fa anche Prato ebbe la sua piccola “Rana Plaza” e la realtà feroce dello sfruttamento dei lavoratori tessili orientali divenne a un tratto palese a tutta l’Italia: il 1o dicembre del 2013 un incendio divampa in una fabbrica-dormitorio del quartiere Macrolotto, la “Teresa Moda”, gestita da due imprenditrici cinesi. Muoiono sette operai, anch’essi cinesi, che lavoravano e vivevano in loculi in cartongesso all’interno della ditta. Fumo e fiamme non lasciano loro scampo: i finestroni del capannone sono dotati di sbarre e si salva solo chi riesce a raggiungere la porta e ad aprirla. L’immagine della mano di una vittima che esce dall’inferriata annerita dal fumo fa il giro del mondo. Prato come il Bangladesh?

Data la gravità dell’episodio un’ondata di sdegno percorre la città e si esprime come può: fiaccolate di solidarietà, veglie di preghiera, proteste dei varia natura e di diverso colore politico. C’è la percezione che Prato sia caduta veramente al punto più basso della sua storia millenaria: già capitale europea della produzione dei panni-lana nel medioevo e nel rinascimento, aveva dato i natali a personaggi famosi quali l’abile mercante e mecenate Francesco di Marco Datini (“Il Mercante di Prato” dell’omonimo romanzo di Iris Origo) e il celebre pittore botticelliano Filippino Lippi. Devastata dagli spagnoli nel 1512, risorge in pochi anni ed è l’unica città del granducato di Toscana (insieme a Livorno) a non decadere nei secoli XVII e XVIII. Nell’ottocento, tra il 1850 e il 1860, sviluppa l’originale tecnica del “cardato” ad opera di Giovan Battista Mazzoni, riuscendo a riutilizzare perfettamente i cenci usati e abbassando così i costi dei tessuti di lana rendendoli finalmente accessibili anche alle classi popolari. Si espande ancora con l’unità d’Italia fino a guadagnare il soprannome di “Manchester italiana”. È celebrata anche dal suo noto scrittore Curzio Malaparte (quello di “Kaputt” e “La Pelle” per intenderci), ma raggiunge l’apogeo negli anni del secondo dopoguerra, quando si registra una forte immigrazione dall’Italia meridionale (specie da Puglia e Campania), dovuta al cosiddetto “boom economico”, durante il quale (fino agli anni ’80) gli addetti tessili s’incrementano passando da 22.000 a circa 60.000. È il periodo che lo scrittore pratese Edoardo Nesi sintetizza amaramente così:

«A Prato c’era un tempo in cui anche gli stupidi facevano i soldi, in un paese dove il PIL cresceva di due cifre l’anno. Poi arrivarono i guru della globalizzazione a dire che si doveva cambiare e a sostenere che il vecchio modello, quello dove si stava bene, andava male».

Dentro il “sistema”: capire lo sfruttamento
Ma se la nostalgia dei tempi d’oro (ovvero i cosiddetti “30 gloriosi”: 1947-1977) si addice bene a un letterato, non è lo stesso per i socialisti. Vale piuttosto la pena di capire le cause economiche e sociali che, parallelamente al dipanarsi della crisi irreversibile della tradizionale industria tessile pratese, permisero la crescita impetuosa della comunità cinese e dei suoi laboratori di “pronto-moda” caratterizzati da tassi di sfruttamento della forza-lavoro prima impensabili. Allo scopo ci può aiutare un libro-inchiesta piuttosto recente: “Il Sistema Prato, il distretto industriale illegale dei cinesi e degli italiani” di Antonio Selvatici. È una vera miniera di notizie e di informazioni utili per orientarci in questo apparente labirinto (benché non sia priva di imprecisioni e, purtroppo, anche segnata da una certa patina xenofoba del tutto superflua).

Prima però dobbiamo ricordare che l’agonia del settore industriale di Prato, si badi bene, precedette di alcuni la crisi economica del 2008, essendo dovuta principalmente alla progressiva fine dei dazi d’importazione nell’Unione Europea sui prodotti tessili di provenienza asiatica (Cina, Pakistan, Bangladesh, Vietnam ecc.). A questo punto, intorno al 2005, diverse piccole ditte cinesi sono già presenti in certe zone di Firenze (Osmannoro, S. Donnino ecc.) e a Prato, essendosi specializzate come sub-appaltatrici nella produzione dei maglioni fin dagli anni ’80. È il momento opportuno per la rampante piccola imprenditoria sino-italiana di spiccare il salto e pensare in grande: le famiglie benestanti pratesi possiedono miriadi di capannoni, ormai inutilizzati, da affittare a prezzi contenuti; le leggi italiane sono lente e farraginose permettendo la rapida formazione (e l’ancora più veloce soppressione) di società s.r.l. intestate a prestanome di comodo con il chiaro scopo di evadere le tasse, schivare i pochi controlli e minimizzare le multe e le sanzioni; le aziende di moda italiane della fascia medio-bassa hanno bisogno di concentrare l’immensa produzione delle collezioni “made in Italy” in periodi di pochi mesi; infine, la mano d’opera cinese, pronta ad abbandonare le campagne e a emigrare in Europa con il miraggio di una vecchiaia tranquilla nel proprio paese, è praticamente infinita. La combinazione di questi quattro elementi porta in meno di dieci anni a una vera e propria dilatazione del settore e alla realtà che abbiamo descritto all’inizio dell’articolo.

Nasce una specie di nouveau riche a Prato: l’imprenditore tessile cinese, facilmente riconoscibile dal fuoristrada enorme coi vetri oscurati (da cambiare più volte l’anno), dai vestiti di sartoria rigorosamente total black, dai figli perennemente in maglietta Lacoste o comunque “griffati” da capo a piedi. Certo non sempre, ma molto spesso (nell’80% dei casi, scrive Selvatici), tale ostentato benessere è il frutto di illegalità e irregolarità: estratto dal sudore, e talora anche dal sangue, degli operai loro connazionali che, nei periodi di consegna delle collezioni, arrivano a punte di 18 (sì, diciotto!) ore di lavoro quotidiano alla macchina da cucire. Ma tanto questo non conta, è il libero mercato.

Conclusioni
In chiusura varie considerazioni potrebbero essere fatte sulla questione dello sfruttamento dei lavoratori cinesi a Prato, toccando temi contemporanei molto gravi e complessi: dalla globalizzazione del capitalismo, al problema delle migrazioni internazionali, alla deindustrializzazione dell’Italia, all’annosa questione del lavoro nero e dell’evasione fiscale. Ma non ci sembra questo il luogo più adatto. Piuttosto ci pare importante, come socialisti, ricordare ai lettori una scomoda verità scoperta da Marx già nel XIX secolo: il capitalismo senza freni, vincoli e controlli, a qualsiasi latitudine si trovi, tende costantemente, se non trova resistenza politica e opposizione sindacale, alla ricerca del massimo sfruttamento della forza-lavoro, sia mediante allungamento dell’orario lavorativo e l’aumento dello sforzo fisico o psicologico, sia mediante la riduzione dei salari, delle misure di protezione, delle ferie gratuite e degli oneri sociali. Oggi esattamente come centocinquanta anni fa. Né più, né meno.

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