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SOCIALISMO O COMUNISMO? OVVERO, PERCHE’ NON SIAMO COMUNISTI

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Che cos’è il Socialismo?

L’idea di “Socialismo” è assai antica, anche se il termine esplicito compare per la prima volta nell’opera del grande utopista francese Henri de Saint-Simon (1760-1825). Per questo motivo, dati anche i fiumi d’inchiostro che sono stati versati sull’argomento, è importante iniziare dalle definizioni, in modo tale che appaiano chiare e distinte nel miglior modo possibile. Credo che la descrizione di “Socialismo” più cristallina sia quella data nel 1904 dal piccolo gruppo di propagandisti noto come “The Socialist Party of Great Britain” (SPGB), ossia:
(…) a system of society based upon the common ownership and democratic control of the means and instruments for producing and distributing wealth by and in the interest of the whole community” [1].
Infatti in poche righe viene stabilito che: il Socialismo è un (1) sistema economico-sociale ancora non esistente, che prevede (2) la proprietà comune e (3) il controllo democratico dei (4) mezzi di produzione e di distribuzione (5) dei beni e dei servizi, (6) da parte dell’intera comunità umana e nell’interesse generale di essa stessa. Abbiamo aggiunto solo a “beni” anche il termine “servizi”, assente nel documento originale dell’SPGB.

Si può quindi dedurre facilmente che il Socialismo non è solo un’aspirazione etica, una tendenza politica, una sensibilità, ma è in primo luogo un’alternativa pratica al nostro sistema sociale attuale (il cosiddetto “Capitalismo”); anzi, ne è in un certo modo l’antitesi. Infatti se dovessimo condensare le caratteristiche di quest’ultimo sistema, almeno nella sua forma pura, cioè senza considerare il settore pubblico (Weber la chiamerebbe “forma idealtipica”), potremmo scrivere che:
il Capitalismo è un (1) sistema economico-sociale, che prevede (2) la proprietà privata per i capitalisti e (3) il controllo ristretto ai manager dei (4) mezzi di produzione e di distribuzione (5) dei beni e dei servizi, (6) nell’interesse dei capitalisti possessori e dei manager gestori.
Si noti come la presente descrizione non contenga in se stessa alcuno stigma morale, ma voglia essere solo una rappresentazione sintetica e schematica del sistema in cui viviamo.

Comunismo, Socialismo Reale ecc., ossia l’arte di fare confusione

Il lettore, a questo punto, forte di una definizione chiara di cosa sia il Socialismo, potrebbe però chiedersi perché esista una fitta selva di parole che vengono accostate più o meno frequentemente al termine in questione: “Comunismo”, “Socialismo Reale” (o “Realizzato”), “Statalismo”, “Dirigismo”, “Economia Pianificata” ecc. Anche se sarà un po’ noioso, dovremo per forza provare a fare ordine in questa Babele per nulla casuale, nata soprattutto con intenti denigratori e anti-socialisti.
Iniziamo da “Comunismo”, termine che rimonta al 1840 usato per la prima volta dal critico letterario C.-A. Sainte-Beuve come calco del latino “communitas”. Nei grandi classici del XIX secolo esso è utilizzato quale sinonimo di “Socialismo”; per esempio, K. Marx e F. Engels parlano di “partito comunista” nel famoso manifesto del 1848 [2] e poi di “pensiero socialista scientifico” in testi coevi e successivi [3]. Sarà invece V. I. Lenin, nel 1917 [4], a definire “Socialismo” lo stadio iniziale e “Comunismo” lo stadio maturo della nuova società senza classi che dovrebbe succedere al Capitalismo. Nel “Socialismo Leninista” vi sarebbe ancora una certa restrizione dei consumi in quanto i lavoratori percepirebbero buoni spesa (personali e non cumulabili) in quantità pari alle ore di lavoro effettuate. Al contrario, nel “Comunismo Leninista” il lavoro esisterebbe esclusivamente su base volontaria e i consumi sarebbero totalmente liberi e legati soltanto alle necessità di ciascuno.

Tuttavia a partire dal consolidamento della rivoluzione russa nella seconda metà degli anni ‘20, “Comunismo” (e “Socialismo Reale”) divennero qualcosa di profondamente diverso e si trovarono ad essere associati alle società esistenti prima in URSS, poi nella Iugoslavia e nell’Europa Orientale dopo 1948, e successivamente anche in Cina, in Vietnam, a Cuba ecc.
Sulla natura sociale di queste realtà si è detto molto; ma qui ci basti dire che nessuna di esse si è mai auto-proclamata società “comunista” (nel senso leninista), ma al massimo “socialista” (sempre in senso leninista). Se ne dovrebbe quindi dedurre che il termine “comunista” sia totalmente erroneo, mentre quello “socialista” (o “socialista reale”) sia per lo meno dubbio, con buona pace delle tonnellate di letteratura occidentale sui presunti “paesi comunisti” e sui loro fallimenti.

Sempre sulla scia dell’analisi di queste società, basate in genere:
(a) sulla proprietà statale dei principali mezzi di produzione industriale,
(b) su un’economia centralmente pianificata,
(c) sul monopolio pubblico del credito e del commercio estero e
(d) sulla dittatura di un unico partito,
invalse l’uso presso molti ambienti economici occidentali di utilizzare la parola “Socialismo” come sinonimo di economia pesantemente statalizzata (“Statalismo”), essenzialmente priva dei meccanismi autoregolatori del mercato (“Dirigismo”) e, quindi, rigidamente pianificata da parte di un ente centrale burocratico (“Economia Pianificata”). Anche su questi punti la discussione qui non potrà che esser sommaria: le caratteristiche appena elencate (a-d), di per se stesse non costituiscono un sistema socialista o comunista (neppure nella senso alquanto riduttivo di Lenin), ma soltanto una forma economica definibile a seconda dei gusti come “Industrialismo di Stato”, “Capitalismo di Stato”, “Collettivismo Burocratico”, ma certamente non come “Socialismo” nel senso genuino in cui lo intendiamo noi.

Un dio che ha fallito?

Questa colorita metafora (ma senza punto di domanda) dà il titolo ad un saggio di A. Koestler del 1950 che colleziona interessanti testimonianze di ex-comunisti come l’autore, uscito dal PCF nel 1938, tutte assai critiche nei confronti del movimento comunista dell’epoca di Stalin. Tuttavia nel corso del tempo si è molto abusato di quest’espressione fino a dilatarne il significato in modo tale da comprendere l’intero progetto socialista di superamento del capitalismo. Addirittura H. H. Hoppe, economista tedesco iper-liberista e anarco-capitalista, arriva ad usarla nel 2001 per sostenere che il XX secolo è l’epoca del fallimento simultaneo sia del Socialismo che della Democrazia, perché in fin dei conti si tratta di due facce della stessa “cattiva” medaglia. Provocazioni intellettuali a parte (inviteremmo volentieri H. H. Hoppe a rileggere alcune pagine illuminanti di J. S. Mill sul rapporto tra libero mercato, libertà civili e democrazia), facendo tesoro delle definizioni e dei richiami storici dei paragrafi precedenti, passiamo direttamente all’argomento centrale del paragrafo attuale: era inevitabile il fallimento catastrofico del movimento comunista mondiale?

Sgombrato il campo dal mito dell’URSS “socialista” (ma anche della Iugoslavia, della Cina, di Cuba, del Vietnam ecc. “socialisti”), rimangono però in piedi altre posizioni leniniste non ortodosse come, per esempio, quella trotzkista. In effetti anche se i paesi del “Socialismo Reale” non sono mai stati “socialisti”, si potrebbe sempre sostenere che si trattava di società di transizione verso Socialismo bloccate dalla nascita di escrescenze burocratiche [5], a loro volta causate dall’isolamento e dalle condizioni di forte sottosviluppo capitalistico iniziale. Vale la pena ricordare che anche in campo socialista democratico autori del calibro di O. Bauer [6], inizialmente molto ostili alla rivoluzione bolscevica, si avvicinarono a questa posizione nel corso degli anni ’30, sulla spinta del relativo successo dei piani quinquennali di Stalin.
Bisognerebbe quindi chiarire definitivamente la natura sociale dell’URSS, cosa però molto complessa e dove non sussiste il minimo consenso tra gli studiosi, o, per lo meno, sarebbe importante decidere se questa fosse o no una società di transizione verso il Socialismo (quello vero, non quello cosiddetto “Reale”), oppure una forma particolare, e magari nuova e instabile, di società classista. Ovviamente nell’epoca di L. D. Trockij e di O. Bauer un’interpretazione “transizionale” era sicuramente legittima, anche se era già fortemente contestata da vari teorici socialisti (come K. Kautsky. I. O. Martov e R. Hilferding), che rammentavano chiaramente già dagli anni ‘20 come fosse impossibile, almeno secondo K. Marx e F. Engels, “saltare gli stadi”, ovvero passare, o anche solo avviarsi, al Socialismo, in compagini molto arretrate dal punto di vista capitalistico (Russia, Iugoslavia) o addirittura con presenze capitalistiche appena embrionali (Cina, Indocina ecc.). Nacque quindi il germe dell’idea suggestiva, ripresa e sviluppata dal comunista “eretico” A. Bordiga [7] nel 1953, del “Socialismo Reale” come una sorta di “società di transizione al Capitalismo”, gestita dall’apparato burocratico statale per mancanza di valide forze borghesi nazionali non asservite alle potenze coloniali (o comunque imperialiste straniere). Questa idea ribaltava completamente il concetto trotzkista di “rivoluzione permanente” [8], ovvero quello secondo il quale una rivoluzione vittoriosa nei paesi in via di sviluppo debba procedere, sotto la guida di un partito rivoluzionario dei lavoratori, ininterrottamente dai compiti “democratico-borghesi” a quelli “socialisti-proletari”.
Direi che la giustezza della visione kautskiana-bordighista rispetto a quella trotzkista-baueriana non meriti ulteriori commenti alla luce dei fatti del periodo ’89-’92 dove, come abbiamo visto, intere nazioni completarono rapidamente la loro piena transizione al normale Capitalismo di mercato senza grossi traumi e dove anche quelle che non lo fecero (Cina, Vietnam ecc.) avviarono comunque una serie di importanti riforme operando sempre maggiori privatizzazioni di imprese pubbliche e permettendo una graduale apertura agli investimenti stranieri.

La via socialista democratica e la sua fine

Sul versante socialista democratico le speranze (ma anche le successive delusioni) non mancarono in tutta l’Europa Occidentale del primo dopoguerra. Vari partiti socialisti giunsero al governo: in Germania (1918–1921, 1923, 1928–1930), in Austria (1918-1920), in Svezia (1920, 1924), in Gran Bretagna (1924). Poi, negli anni ’30, anche in Spagna (1931-1933 e 1936-1939), Francia (1936-1937), ancora in Svezia (1936-1976), in Belgio (1938-1939) ecc., spesso in coalizioni con partiti repubblicani, radicali o addirittura democristiani e, talvolta, persino comunisti. Naturalmente i governi socialisti vollero subito implementare, per quanto possibile, politiche a favore dei lavoratori, con leggi sull’orario e le ferie, sull’assicurazione sanitaria e pensionistica obbligatorie, sui salari minimi, i contratti e le indennità di disoccupazione. Sovente i loro programmi di partito prevedevano anche di espandere il ruolo dello stato nell’economia con forme più o meno estese di nazionalizzazione di imprese strategiche (trasporti, energia, difesa, credito ecc.) e di programmazione economica, nonché lo sviluppo di un vasto sistema di cooperative. Ma, con la sola eccezione della Svezia, dove il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori restò al potere ininterrottamente per più quarant’anni, nel periodo tra le due guerre mondiali i socialisti democratici europei toccarono con mano l’acuta difficoltà di modificare gradualmente i paesi capitalisti avanzati in senso socialista ed essenzialmente si può dire che non vi riuscirono; a volte (come in Germania, Austria e Spagna) per l’avvento del fascismo, in altre circostanze (come in Belgio, Francia, Gran Bretagna ecc.) per l’incapacità di attrarre stabilmente il voto del mondo rurale e, soprattutto, delle classi medie.

La seconda guerra mondiale vide nel 1945 la sconfitta dell’Asse nazi-fascista (Germania, Giappone, Italia, più alcuni piccoli paesi europei: Ungheria, Bulgaria, Romania ecc.) ad opera dei cosiddetti Alleati, una coalizione composita che, insieme alle potenze liberal-democratiche occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Olanda ecc.), comprendeva anche l’URSS di Stalin e la Cina (benché quest’ultima fosse dilaniata da un conflitto mai sopito tra nazionalisti e comunisti). L’alleanza tra socialisti democratici e comunisti, che pure aveva prodotto risultati notevoli mobilitando forti milizie popolari in diversi paesi e impegnandole in forme di guerriglia antifascista (il fenomeno della “Resistenza”), andò presto in frantumi (nel 1947) appena sorsero contrasti tra Stati Uniti e Gran Bretagna da un lato e URSS dall’altro per il controllo dell’Europa dell’Est e dell’Estremo Oriente: era l’inizio della cosiddetta “guerra fredda”, che raggiunse il suo acme durante la Guerra di Corea (1950-1953). Solo l’Italia farà eccezione: la rinuncia al patto di unità d’azione tra PSI e PCI avverrà più tardi, nel 1956.

Ma quale è stata invece l’attività della Socialismo Democratico nel secondo dopoguerra? Ci limiteremo per brevità ad analizzare per questo periodo, in modo molto succinto, solo i principali partiti dell’Europa Occidentale (dato che i loro omologhi dell’Europa Orientale erano stati o sciolti, o unificati a forza con i movimenti comunisti al potere, già negli anni 1945-1948). La prima cosa da notare è l’estremo indebolimento delle ali sinistre massimaliste della Socialismo europeo come effetto della “guerra fredda”. Se infatti il pericolo fascista le aveva sviluppate a dismisura negli anni ’30, comportando addirittura l’uscita di talune di esse dall’Internazionale Operaia e Socialista e la conseguente fondazione dell’Ufficio Internazionale dell’Unità Socialista Rivoluzionaria; la minaccia comunista ha l’effetto opposto: con le sole parziali eccezioni dello SFIO francese e del PSI italiano (almeno fino alla fuoriuscita, rispettivamente, dello PSU nel 1960 e del PSIUP nel 1964), il riformismo revisionista conquista in modo graduale, ma irreversibile, tutto il campo europeo. Tuttavia si tratta ancora, legittimamente, di una strategia piuttosto che di un obiettivo, nel senso che il Socialismo degli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale rimane programmaticamente legato al superamento del Capitalismo (sebbene in modo democratico e graduale) e allo stabilimento di una società socialista mediante la nazionalizzazione dei principali rami della grande industria e la pianificazione democratica dell’economia.

In quest’ottica va visto lo splendido risultato laburista in Gran Bretagna da parte di C. R. Attlee nel 1945, che porta il partito a formare un governo monocolore fino al 1951. Successivamente il laburisti britannici torneranno al potere dal 1964 al 1970 e dal 1974 al 1979, mentre in Europa continentale lo SFIO governerà in coalizione dalla fine della guerra fino al 1950 e poi di nuovo nel periodo 1956-1958 in piena crisi per la guerra d’Algeria. Al contrario, il partito socialista democratico più forte, l’SPD tedesco-occidentale, giunge al potere molto in ritardo, prima insieme ai cristiano-democratici nella “Grande Coalizione” del 1966-1969 e poi con il liberali dal 1969 al 1982. Ma qui siamo già a un bivio della storia del Socialismo. Infatti proprio l’SPD è il primo partito della rinata Internazionale Socialista ad abbandonare esplicitamente l’idea della fuoriuscita dal Capitalismo nel famoso congresso di Bad Godesberg del 1959, quando l’obiettivo programmatico finale viene trasformato nel “Capitalismo controllato e umanizzato” mediante un intervento pubblico di tipo essenzialmente keynesiano e redistributivo unito alla cogestione aziendale tra imprenditori e sindacati. Questa variazione si diffonderà gradualmente in tutta Europa: in Francia, parzialmente, con la rifondazione del PSF a Épinay nel 1971, in Italia nel 1981 con il congresso di Palermo del PSI quando viene abbandonata l’ “Alternativa Socialista”, in Svezia con il rifiuto del celebre piano Meidner nel 1982 e, infine, in Gran Bretagna con l’elezione alla segreteria di N. G. Kinnock nel 1983.
È in un certo senso la vittoria postuma di A. Crosland che preconizzava questa trasformazione già nel 1956 con il suo libro provocatore “Il Futuro del Socialismo”. Ad esso vorrebbe fare eco nel 1998 il famoso saggio di A. Giddens (l’ideologo del “New Labour”) chiamato “La Terza Via, il Rinnovamento della Socialdemocrazia”, che però ha un obiettivo completamente diverso: sancire la completa resa al Capitalismo globalizzato da parte di quelli che una volta erano i socialisti democratici europei.

Per concludere questo paragrafo non ci resta che analizzare il progetto riformista del secondo dopoguerra che, come si è già visto, verrà lentamente a esaurirsi nel ventennio ’60-’80, spianando poi la strada prima all’idea keynesiana del “Capitalismo controllato e umanizzato”, ma poi a partire dalla metà degli anni ’90, alla grigia fase neo-liberista della socialdemocrazia europea che, ahinoi, sembra durare ancora oggi.
Il nucleo del pensiero socialista riformista, che, ci si passi la ripetizione, nulla aveva in comune con le tendenze neoliberiste odierne, si basava su due assiomi:
(A) il Socialismo non è nemmeno pensabile in un quadro politico autoritario, in quanto si tratta dell’estensione dei diritti democratici al piano economico;
(B) come il Capitalismo è cresciuto per secoli all’interno del sistema feudale prima di entrare in conflitto aperto con questo e prendere il sopravvento, così il Socialismo si svilupperà gradualmente e impercettibilmente dentro il Capitalismo prima di piegarlo e rimpiazzarlo.

Nella visione dei riformisti non vi era alcuna contraddizione tra le ipotesi appena esposte e i capisaldi dell’approccio marxista, in quanto l’assioma (A), dato il carattere largamente maggioritario dei lavoratori dipendenti nelle società occidentali del secondo dopoguerra, risultava perfettamente compatibile con “la dittatura del proletariato”. Anzi, la vittoria per via elettorale dei partiti socialisti sarebbe stata la forma più pura (perché essenzialmente non-violenta e soggetta a periodiche conferme) di tale “dittatura”, meglio definibile come “egemonia del Lavoro nella Società”. Più complesse erano invece le conseguenze dell’assioma (B). Infatti l’egemonia politica del partito dei lavoratori non si poteva esplicare (come nei fatti molte volte è avvenuto) nella sola redistribuzione di quote di plusvalore alla classe lavoratrice mediante una tassazione progressiva, aumenti salariali, istruzione pubblica, uno stato sociale avanzato ecc., poiché questo programma di per se stesso era largamente compatibile con il Neocapitalismo occidentale postbellico, soprattutto dopo la diffusione delle teorie economiche keynesiane sull’importanza della spesa pubblica nel perseguimento della piena occupazione. Per far “crescere lentamente il Socialismo in seno al Capitalismo” era necessario che, assieme alla politica redistributiva che abbiamo appena descritto, ci fosse un di più che impercettibilmente accorciasse la distanza tra lo stato reale dell’economia e il Socialismo, inteso in maniera consona alla nostra definizione del paragrafo (1): “proprietà comune e controllo democratico dei mezzi di produzione e di distribuzione dei beni e dei servizi, da parte dell’intera comunità e nell’interesse di questa”.
Già a partire dal programma riformista dell’SPD degli anni ’20 (stilato principalmente da K. Kautsky e R. Hilferding [9]) questo “surplus” di Socialismo era stato identificato con le quattro “oni”: nazionalizzazione (totale, o più spesso parziale, ma sempre con indennizzo, dei settori capitalisti strategici, quali: il credito, le assicurazioni, gli armamenti, i trasporti, la siderurgia ecc.); cogestione (rafforzando per legge il ruolo dei sindacati e di altri organismi elettivi dei lavoratori nella gestione delle imprese private); cooperazione (favorendo la formazione di imprese cooperative, soprattutto nel settore agricolo e in quello terziario); programmazione (indirizzando gli investimenti privati in settori, aree geografiche e forme prescelte, mediante forti incentivi quali, per esempio, la parziale detassazione degli utili).

Ma come avvenne allora l’abbandono graduale del robusto programma riformista da parte del Socialismo Democratico europeo? Il punto debole degli anni ’50 fu essenzialmente di natura sociale e, con l’esclusione della Svezia, toccò un po’ tutti i paesi europei, anche se in modo diverso: il laburisti britannici al potere fino al ’51 non furono confermati; i socialisti francesi di G. Mollet furono costretti a estenuanti e inconcludenti governi di coalizione; mentre i socialdemocratici tedeschi rimasero esclusi dal potere per decenni. La motivazione era legata essenzialmente a una premessa implicita nell’assioma (A) che si rivelò tutt’altro che ovvia: l’esistenza della coscienza di classe. Non tutti i lavoratori dipendenti, a causa della diversa istruzione, delle disomogeneità retributive e, soprattutto, delle differenti mansioni, avevano la percezione di essere parte di una stessa classe sociale. Soprattutto gli impiegati e i tecnici specializzati si ritenevano membri di una vaga quanto indistinta “classe media”, vicina sì, ma sicuramente superiore a quella operaia. Quindi erano in genere disposti a votare episodicamente per il Socialismo Democratico, ma non potevano essere considerati degli elettori fedeli e, soprattutto, non apprezzavano molto la “parte socialista” del programma, che seppure democratica, ricordava loro troppo da vicino l’esperienza sovietica, con le sue grandi aziende pubbliche, i suoi piani quinquennali e le sue fattorie cooperative. Per reagire a tale impasse, (ma, a onor del vero, spesso anche a causa dei compromessi impliciti nei governi di coalizione) vi fu la tendenza da parte dei dirigenti socialisti a mettere la sordina proprio su questi aspetti programmatici, favorendo invece quelli, per così dire, “keynesiani”. Tale processo s’intensificò soprattutto in Germania, a causa delle perenni sconfitte elettorali della SPD e per il fatto che il partito comunista tedesco (KPD), possibile critico da sinistra, era stato ufficialmente bandito dalla corte costituzionale. Fu l’era della celebre svolta anti-marxista del congresso di Bad Godesberg del 1959. In Francia e in Italia invece, dove il PCF e il PCI erano molto vivaci e spesso critici, rispettivamente, delle posizioni della SFIO e del PSI, la tendenza a eliminare i richiami teorici al Socialismo rimase praticamente inespressa ancora per decenni. Il Regno Unito sviluppò un atteggiamento intermedio, anche a causa della morte prematura di H. Gaitskell, un acceso keynesiano fautore della cancellazione della famosa “Clause IV” socialista, e alla successiva affermazione della sinistra interna di H. Wilson. Ad ogni modo, sia che fosse stato eliminato programmaticamente come in Germania, sia che rimanesse praticamente inespresso a causa delle vicende politiche contingenti, il Socialismo riformista, con qualche lodevole eccezione nell’Italia del centro-sinistra, cominciò a perdere velocemente quota lasciando il campo alla sola politica della redistribuzione e del “welfare state”. Di come poi questa non superasse agevolmente il periodo della crisi economica degli anni ’70 per venire totalmente affossata nel decennio successivo ne parleremo dopo. Scriveva polemicamente l’ispiratore di tali concezioni, il grande economista liberale J. M. Keynes, già nel 1926 [10]:

Ma i principi del laissez-faire hanno avuto altri alleati oltre i manuali di economia. Va riconosciuto che tali principi hanno potuto far breccia nelle menti dei filosofi e delle masse anche grazie alla qualità scadente delle correnti alternative: da un lato il protezionismo, dall’altro il socialismo di Marx. Queste dottrine risultano in fin dei conti caratterizzate, non solo e non tanto dal fatto di contraddire la presunzione generale in favore del laissez-faire, quanto dalla loro semplice debolezza logica. Sono entrambe esempio di un pensiero povero, e dell’incapacità di analizzare un processo portandolo alle sue logiche conseguenze. (…). Il socialismo marxista deve sempre rimanere un mistero per gli storici del pensiero; come una dottrina così illogica e vuota possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia.

Sfide nuove per tempi nuovi

Anche la fase di “capitalismo dal volto umano” della socialdemocrazia non ha avrà vita lunga: il lord inglese di Cambridge finirà presto nella “soffitta” dove lo aveva preceduto di venti anni il filosofo tedesco di Treviri. Sarà infatti la crisi economica degli anni ’70, catalizzata dagli shock petroliferi e dalla svalutazione del dollaro, a far emergere fenomeni apparentemente fuori dalla main stream economica keynesiana, come, per esempio, la temutissima stagflazione. Riprendono quindi quota le teorie economiche neoclassiche ultra-liberiste, improntate al più severo monetarismo della scuola di Chicago (R. Lucas e M. Friedman), se non addirittura ai furori ideologici di quella “austriaca” (F. von Hayek e L. von Mises), ancora più radicale. Ma queste non sono che gli apripista ideologici della ben nota “contro-rivoluzione” degli anni ’80, capitanata dai successi elettorali di R. Reagan e M. Thatcher, nonché dal crollo del muro di Berlino, che, per gli storici à la F. Fukuyama, segna ormai la fine della Storia. Trionferebbero ovunque: l’individuo (“la società non esiste” sentenzia M. Thatcher), l’edonismo, il libero mercato e la democrazia rappresentativa occidentale.
In vero, al di là delle manifestazioni politiche e culturali di questi anni, è il capitalismo mondiale a entrare gradualmente in una nuova fase, portando avanti in modo parossistico tre aspetti che, a periodi alterni, aveva sempre in qualche modo mostrato: la privatizzazione, la finanziarizzazione e la globalizzazione. Con il pretesto del debito pubblico lo Stato svende ai privati in tutta Europa banche, assicurazioni, compagnie idriche, elettriche e telefoniche, ferrovie, linee aeree ecc. Le attività finanziarie (non ultime le speculazioni valutarie) crescono a ritmi vertiginosi rispetto a quelle industriali, spingendo le borse a capitalizzazioni elevatissime e, sovente, a vere e proprie bolle speculative nei settori immobiliare e tecnologico. Ma quello che più sorprende è la rapida internazionalizzazione dei flussi degli investimenti che ben presto sopravanzano di gran lunga quelli di merci. E pure anche questi ultimi vedono una forte espansione soprattutto a causa delle massicce delocalizzazioni industriali dai paesi occidentali verso quelli emergenti dell’Asia orientale.
Di fronte a questa rapidissima mutazione del Capitalismo, le cui conseguenza negative per i lavoratori occidentali iniziano gradualmente a manifestarsi nel corso degli anni ‘90, la Socialdemocrazia europea si dimostra divisa e confusa: se una prima generazione (H. Schmidt, F. Mitterrand, B. Craxi, F. González, J. Delors ecc.) tenta in qualche modo di controllare ed arginare questi eventi incipienti, quella successiva (T. Blair, G. Schröder, M. D’Alema, J. R. L. Zapatero ecc.) diviene apertamente succube del pensiero dominante e comincia a non distinguersi in alcun modo apprezzabile dalla destra liberista. È davvero l’ora più buia del Socialismo europeo, quando nel 2002, L. Jospin, forse l’ultimo vero socialista democratico di Francia (e grande fautore delle 35 ore lavorative), viene umiliato nelle elezioni presidenziali essendo addirittura escluso dal ballottaggio.
Tutto sembrava dunque perduto quando, nel 2008, la “vecchia talpa” di marxiana memoria riemerse dai suoi lunghi scavi. La più grande crisi economica dagli anni ’30, innescata dalla vicenda dei cosiddetti mutui “subprime”, frantumò in pochi mesi le finte certezze costruite in decenni: le teorie economiche monetariste si dimostrarono fatue e inconsistenti, la finanza speculativa palesò tutta la sua instabile pericolosità e, in ultima analisi, il capitalismo mondiale stesso riprese ad esser considerato caotico, ingiusto e difficilmente governabile.
Nel 2013 il libro dell’anno fu “Il Capitale nel XXI secolo” del giovane economista T. Piketty dove la scomoda verità dell’aumento incessante delle disuguaglianze economiche nei paesi occidentali venne finalmente dimostrata in modo inequivocabile.

E per noi socialisti, che queste cose le abbiamo sempre credute, è tornato finalmente il tempo delle sfide: elaborare la teoria di un nuovo socialismo democratico nell’epoca della globalizzazione, memori della nostra storia e dei nostri valori, ma senza ripetere vecchie formule ormai fossilizzate o aggrapparsi a miti logori come la Rivoluzione d’Ottobre o la guerriglia castrista. Ne saremo all’altezza?

[1] Anonimo,“Socialist Principles Explained” (The Socialist Party, London, 2002).
[2] K. Marx e F. Engels, “Il Manifesto del partito comunista” (Editori Riuniti, Roma, 2005).
[3] F. Engels, “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza” (Editori Riuniti, Roma, 1971).
[4] V. I. Lenin, “Stato e rivoluzione” , cap. V (Editori Riuniti, Roma, 1965).
[5] L. D. Trockij, “La rivoluzione tradita” (Samonà e Savelli, Roma, 1972).
[6] O. Bauer, “Tra due guerre mondiali” (Einaudi, Torino, 1979).
[7] A. Bordiga, “Fiorite primavere del capitale” in “Il programma comunista” n. 4 del 1953.
[8] L. D. Trockij, “La rivoluzione permanente” (Einaudi, Torino, 1967).
[9] cfr. “Il programma di Heidelberg dell’SPD” (1925).
[10] J. M. Keynes, “La fine del laissez-faire e altri scritti economico-politici” (Bollati Boringhieri, Torino, 1991).

SOCIALIMO E COMUNISMO: LE DIFFERENZE PRINCIPALI

1) Burocrazia

Comunisti: la burocrazia non è considerata una nuova classe sociale, ma uno strumento necessario (sebbene subordinato al partito comunista al potere) nella fase di transizione post-rivoluzionaria dal capitalismo al socialismo. Alcune correnti comuniste “eretiche” (p.e. il trotzkismo e il consiliarismo) ne sottolineano tuttavia la pericolosità, vagheggiando quindi un ipotetico controllo del potere burocratico da parte di una rete di consigli aziendali e territoriali dei lavoratori (i cosiddetti “soviet”).

Socialisti: la burocrazia è considerata una nuova classe sociale, già attualmente esistente nel quadro dei settori statali dell’amministrazione (p.e. i dirigenti pubblici apicali) e dei manager delle imprese pubbliche o municipalizzate (i cosiddetti “boiari” di stato). In questo modo il modello comunista di “rivoluzione” viene soltanto a significare la spoliazione dei capitalisti privati a tutto vantaggio dei suddetti burocrati. Per i socialisti, invece, la burocrazia si controlla già da ora tramite la democratizzazione della pubblica amministrazione, il decentramento delle decisioni, la cogestione aziendale e l’incentivo alla formazione di imprese cooperative di lavoratori.

2) Classi sociali

Comunisti: l’evento rivoluzionario e la successiva nazionalizzazione dei mezzi di produzione elimina di fatto l’esistenza delle classi sociali non proletarie, con la parziale eccezione dei coltivatori diretti, dei piccoli commercianti e degli artigiani non imprenditori, che comunque verranno tutti rapidamente assorbiti in strutture pubbliche o, al massimo cooperative, fino alla loro completa sparizione. A questo punto ogni cittadino sarà un lavoratore pubblico.

Socialisti: lo scopo del Socialismo è l’eliminazione delle classi in sé, non la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori alle dipendenze dello Stato, o meglio dei suoi burocrati. Per questo motivo i socialisti pensano che il processo di smantellamento delle classi sociali debba necessariamente essere lungo e graduale, operato mediante la diffusione del benessere e dell’istruzione, l’accorciamento generalizzato dell’orario di lavoro, la partecipazione di tutti al governo della Stato e, soprattutto, la diffusione della proprietà pubblica dei beni e delle imprese, mediante la promozione di “public company”, cooperative e consorzi.

3) Democrazia rappresentativa parlamentare

Comunisti: per i comunisti della prima generazione (V. I. Lenin, L. D. Trotskij, N. I. Bukharin ecc.) la democrazia rappresentativa parlamentare (sempre contrapposta a un’ipotetica “democrazia sovietica”, mai davvero attuata) risultava essere un terribile inganno dei lavoratori perpetrato dalla classe dominante (nonostante che sia K. Marx che F. Engels, almeno dopo la cruenta repressione della Comune di Parigi, fossero divenuti di opinione opposta). La partecipazione alle elezioni veniva così accettata soltanto per fini di pura propaganda politica. Una generazione successiva di comunisti, forse segnata dalle amare esperienze anti-democratiche del Fascismo, del Nazismo e del Franchismo, cominciò a mutare gradualmente atteggiamento (influenzata soprattutto dagli acuti scritti di A. Gramsci), arrivando ad accettare formalmente la cosiddetta “via democratica” al comunismo. Non bisogna però farsi confondere dalle parole: per i comunisti post-bellici (in Italia si direbbe “togliattiani”) si tratta sempre e soltanto di una strategia, ossia di un “viaggio di sola andata”. L’obiettivo rimane quello della dittatura di un partito, che, arrivato al potere magari con mezzi elettorali dopo una lunga e faticosa conquista dell’egemonia, cattura lo Stato smantellando la democrazia rappresentativa parlamentare per poi non cedere più il potere a eventuali opposizioni. È il modello usato con successo in Cecoslovacchia nel 1948, ma clamorosamente fallito in Portogallo nel 1974 proprio ad opera dei socialisti lusitani.

Socialisti: per i socialisti la democrazia rappresentativa parlamentare è un valore in sé quando è accompagnata dal suffragio universale, da sempre parola d’ordine di tutto il movimento socialista. Tuttavia i socialisti, pur essendo strenui difensori della democrazia, ne individuano i limiti nel suo carattere “liberale” e, quindi, giuridico e formale. Propongono invece la cosiddetta “democrazia socialista”, in cui a fianco dei medesimi diritti politici, tutti i cittadini godano anche della medesima capacità di soddisfare i propri bisogni primari: il vitto, l’alloggio, la salute, l’istruzione, lo svago, la cura dell’infanzia, l’assistenza ai disabili e agli anziani ecc. Il passaggio dalla democrazia liberale a quella socialista deve però avvenire sempre per estensione e mai a detrimento delle conquiste giuridiche formali della prima.

4) Rivoluzione e dittatura del proletariato

Comunisti: per loro la “dittatura del proletariato” di cui parla K. Marx nella “Critica al Programma di Gotha” va intesa alla lettera, ovvero si tratta di una fase necessaria di privazione della libertà, di cessazione delle regole democratiche e, forse, persino dello Stato di Diritto. Ma siccome nelle moderne società capitaliste i lavoratori (ossia i “proletari” di K. Marx) rappresentano la grande maggioranza della popolazione, tale dittatura dovrà (se non altro per motivi pratici) essere effettuata da un partito che “rappresenti il proletariato”, o meglio, che il proletariato usi come “un suo strumento per esercitare la dittatura”: il partito comunista giunto al potere. Si vede così come K. Marx venga alquanto manipolato per giustificare una pratica politica anti-democratica, completamente al di là delle intenzioni dell’autore, almeno dopo il palese fallimento dei metodi insurrezionalisti e blanquisti nel 1871.

Socialisti: per loro l’espressione di K. Marx “dittatura del proletariato” va intesa in senso metaforico, ovvero come l’egemonia che i lavoratori saranno in grado di esercitare nella società quando, sviluppato un adeguato livello di coscienza politica, respingeranno le ideologie conservatrici e si schiereranno compattamente con i socialisti, sia votandoli, sia agendo attivamente nelle loro strutture partitiche e sindacali. A questo punto il partito socialista giungerà al potere legalmente e, senza bisogno di nessuna privazione delle libertà civili, comincerà la lenta e progressiva costruzione di una società socialista. Era la via segnata da Salvador Allende in Cile, stroncata dal colpo di stato fascista del 1973.

5) Economia e produzione

Comunisti: la gestione dell’economia è essenzialmente una procedura semplice, più o meno uguale in tutte le realtà geografiche. Una volta conquistato il potere, avviene la nazionalizzazione senza indennizzo delle grandi aziende, delle banche, delle assicurazioni e delle grandi proprietà fondiarie. Le realtà economiche minori (piccole imprese, negozi ecc.) sono lentamente riassorbite dalle maggiori oppure vengono trasformate in cooperative o consorzi vigilati dallo Stato. A questo punto, essendo l’economia quasi del tutto in mano pubblica, è possibile una rigorosa pianificazione centralizzata dei diversi settori produttivi e una rigida ripartizione tra beni di consumo e mezzi di produzione, come pure una politica salariale prefissata. Ricordiamo che questo sistema, già abbastanza discutibile nel caso di economie molto arretrate, ma comunque ancora sensato, si è dimostrato totalmente inefficiente e quasi ingestibile già nel quadro di realtà mediamente sviluppate (come l’URSS o la Polonia degli anni ’80).

Socialisti: la gestione socialista dell’economia è una questione complessa, per cui è impossibile fornire ricette valide sempre e dappertutto. L’idea di base è che, come il Capitalismo è cresciuto all’interno del Feudalesimo per un lunghissimo periodo prima di soppiantarlo, così il Socialismo farà con il Capitalismo. Per questo motivo un governo socialista deve prepararsi a uno sforzo lungo e continuo operando una “rivoluzione lenta” (O. Bauer) mediante opportune “riforme di struttura” (R. Lombardi). Alla fine di ogni legislatura il ministro socialista potrà chiedersi: “di quanto ci siamo avvicinati a una società socialista?” ma non: “quanto manca ancora al Socialismo?”. L. Bernstein, un po’ paradossalmente, diceva: “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Ovviamente saranno sperimentate nuovamente le nazionalizzazioni (con indennizzo almeno parziale) dei settori strategici dell’economia (le infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, l’energia, le telecomunicazioni, gli armamenti, il credito, le assicurazioni) o per lo meno si avrà un controllo strategico di questi settori, anche mediante un forte azionariato pubblico unito alla cosiddetta “golden share”. Ma pure altre strade dovranno essere battute. Per esempio la programmazione economica basata su adeguati incentivi fiscali ai capitali privati e lo sviluppo di un forte e radicato settore cooperativo. Tutto però senza rinunciare, almeno nella fase iniziale, al ruolo regolatore del mercato e quindi, in ultima analisi, e all’efficienza dei criteri produttivi e alla libertà dei consumatori. Un socialismo di mercato dunque, che sappia rispondere in modo serio e non demagogico alle sfide del capitalismo globale contemporaneo. Per esempio: come rendere migliori le imprese pubbliche notoriamente affette da problemi di efficienza e versatilità senza assumere atteggiamenti vessatori e anti-sindacali? Come confrontarsi in maniera davvero socialista con la finanza globale e con le titaniche imprese multinazionali dai fatturati più grandi di quelli di intere nazioni eppure così importanti nell’ambito dell’innovazione tecnologica?

6) Guerra e organizzazioni sovranazionali

Comunisti: la guerra è una conseguenza inevitabile del capitalismo contemporaneo in quanto questo è giunto (da circa un secolo) alla cosiddetta fase “imperialista”. Per questa ragione tutte le organizzazioni internazionali come l’ONU rappresentano una frode ai danni dei lavoratori, che prima o poi verranno comunque mandati a morire al fronte come soldati, o, nella migliore delle ipotesi, sono solo una pia illusione. Ovviamente fa eccezione la fase in cui era forte in tali organizzazioni la presenza di vari paesi socialisti (URSS, Iugoslavia, Cina ecc.), in quanto essi erano le uniche nazioni davvero interessate a mantenere la pace mondiale arginando il vorace espansionismo dei paesi imperialisti occidentali. Tuttavia la guerra è in genere anche vista dai comunisti come una dolorosa, ma necessaria, incubatrice delle rivoluzioni, in quanto le masse armate e deluse, qualora entrassero sotto l’influenza del partito, potrebbero permettere a quest’ultimo la conquista violenta e definitiva del potere. È il modello comunista per antonomasia: in Russia dopo la Prima Guerra Mondiale, in Iugoslavia e Cina dopo la Seconda, a Cuba e in Vietnam dopo le rispettive lotte per l’indipendenza da governi fantoccio o dal diretto dominio dei colonizzatori occidentali.

Socialisti: la guerra è un male enorme in quanto porta alla morte di miriadi di lavoratori ad opera di altri lavoratori, in totale spregio al principio dell’internazionalismo socialista. Di essa, certamente, le classi dominanti portano pesantissime responsabilità, tuttavia non è accettabile l’idea leninista per cui la guerra sia sempre inevitabile. Una frazione delle classi dominanti particolarmente razionale e lungimirante, supportata da una forte mobilitazione dei lavoratori, è spesso in grado di fermare la deriva bellica e di trovare soluzioni diplomatiche, anche grazie all’azione delle organizzazioni internazionali come l’ONU. La lotta contro la guerra è comunque nel patrimonio genetico del movimento socialista, anche se, in determinate condizioni (come nel caso dell’aggressione nazi-fascista), la guerra difensiva è giudicata un male necessario a cui i socialisti non si sottraggono.

7) Marxismo e dissenso

Comunisti: il marxismo, o meglio il marxismo-leninismo (ossia il pensiero di K. Marx, sistematizzato da F. Engels e poi “arricchito” da V. I. Lenin e altri leader quali J. V. Stalin e Mao Zedong, oppure L. D. Trotskij, oppure A. Gramsci) rappresenta l’unica ideologia rivoluzionaria che deve essere creduta dai lavoratori e difesa dagli attacchi e dalle denigrazioni da parte degli intellettuali al servizio delle classi dominanti. Essa è una visione completa della realtà e contempla aspetti filosofici e scientifici (“materialismo dialettico”), storiografici e politici (“materialismo storico”), sociologici (“lotta di classe”), economici (“teoria del valore lavoro”) ecc. Qualsiasi modifica di tale dottrina, almeno che non venga intesa come una sua estensione, è immediatamente etichettata come “revisionismo” e va combattuta in modo spietato.

Socialisti: essi rifiutano di conferire un carattere quasi sacrale e intoccabile alle concezioni di chicchessia, anche di K. Marx ed F. Engels, che pure sono considerati due pensatori fondamentali nella storia del socialismo e del movimento operaio. Non lanciano alcuna scomunica contro le revisioni del marxismo o dell’opera di altri teorici socialisti, ma da sempre discutono in modo aperto, franco e leale, come accadde nel dibattito tra L. Bernstein e K. Kautsky nella SPD tedesca del 1896-1902, ricercando in modo scientifico la conferma delle proprie posizioni mediante l’analisi dei fatti empirici. Inoltre i socialisti non temono il contagio da parte delle idee “borghesi”, anzi, al contrario, si confrontano con tutti gli intellettuali, cercando di separare opinioni chiaramente di comodo da risultati scientifici di rilievo, come nel caso di M. Weber, di J. Schumpeter e di J. M. Keynes, autori certamente non-socialisti che tuttavia hanno enormemente contribuito alla comprensione del capitalismo moderno. Lo stesso vale per i pensatori socialisti chiaramente non-marxisti come P. J. Proudhon, G. D. H. Cole, K. Polanyi e molti altri, che sono studiati e rispettati.

8) Partito e Stato

Comunisti: il partito in questione è quello leninista. Una struttura monolitica e centralizzata, senza possibilità di correnti pubbliche organizzate, in cui i quadri rivoluzionari vengono selezionati e formati. Si tratta di lavoratori più coscienti, che guidati da intellettuali rivoluzionari, aiutano il resto della classe ad elevarsi da un livello rivendicativo-sindacale a uno politico-comunista. Lo scopo ultimo del partito è però la conquista stabile del potere statale in modo da esercitare una specifica forma di dittatura. Questa, che si suppone essere solo una fase temporanea, ha come scopo la distruzione dell’apparato statale borghese e la sua completa sostituzione con uno cosiddetto “proletario”. Inoltre la dittatura del partito prepara la sostituzione dell’economia capitalista con quella “socialista” prima, e “comunista” poi. Solo al completamento di questa transizione dal capitalismo al comunismo, lo Stato proletario potrà deperire e lasciare il posto a una società di liberi produttori associati, cosa che, ça va sans dire, non si mai verificata storicamente.

Socialisti: il partito socialista è sempre, almeno come aspirazione, un partito di massa e non di quadri (che pure hanno un loro ruolo importante). Il partito vive solo se è in continua simbiosi con la classe lavoratrice; un processo in cui entrambi educano e sono educati: gli intellettuali, i giornalisti, i politici, i sindacalisti: tutti lavorano per i lavoratori e per il loro avanzamento economico, politico e culturale, eppure tutti hanno l’obbligo di esser in sintonia con la classe e di essere da essa valutati e confermati. Solo in questo modo si evitano i pericoli del carrierismo e del burocratismo, oppure, all’opposto, quelli del movimentismo e assemblearismo. Per quanto riguarda lo Stato, anche i socialisti sono convinti della sua futura estinzione, ma, a differenza degli anarchici, credono che si tratti di un processo molto lungo e complesso. Differentemente dai comunisti poi, i socialisti non credono che esista una specifica forma di “Stato operaio” contrapposto all’attuale “Stato borghese”. All’opposto, pensano che il miglior modo per garantire il graduale raggiungimento di una società socialista senza Stato sia la totale democratizzazione di quest’ultimo, ovvero il suo lento riassorbimento nella società civile mediante il decentramento delle decisioni, il ricambio della classe politica e l’indebolimento delle burocrazie pubbliche, spesso privilegiate e autoreferenziali.

9) Religione e laicità

Comunisti: benché verbalmente a favore della libertà di coscienza, in effetti essi sono convinti che le concezioni religiose siano tutte necessariamente nefaste e vadano quindi combattute, se non sempre in modo aperto e violento, almeno promuovendo il secolarismo e l’ateismo nelle scuole e nelle università, escludendo così le persone apertamente religiose dalla vita politica e culturale del paese.

Socialisti: essi, interpretando il marxismo in modo aperto e non dogmatico, non hanno nessun pregiudizio generale nei confronti delle religioni, ammettendo tutti i culti rispettosi delle leggi senza esclusione alcuna. Tuttavia questo atteggiamento si coniuga con il riconoscimento del carattere strettamente privato del fenomeno religioso e quindi si esplica nella più rigorosa difesa della laicità e non-confessionalità dello Stato, specie nelle sue istituzioni scolastiche, culturali e assistenziali.

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1 commento su “SOCIALISMO O COMUNISMO? OVVERO, PERCHE’ NON SIAMO COMUNISTI”

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