Da dove nasce il socialismo

DA DOVE NASCE IL SOCIALISMO?

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

La storia dell’idea di socialismo e del movimento politico mondiale nato per realizzarla è piuttosto lunga e tortuosa. Il lettore interessato ad approfondirla farà bene a consultare l’ottimo trattato di G. D. H. Cole [1], che ha il solo difetto di arrestarsi al quinto volume (“Socialismo e Fascismo”) a causa della morte dell’autore nel 1959. Qui fornirò soltanto brevissimi cenni storici per permettere un certo inquadramento dei fatti nel tempo e nello spazio. È utile dividere la storia socialista in sette fasi: (i) i precursori, (ii) gli utopisti, (iii) dai moti del 1848 alla Comune di Parigi, (iv) dalla II Internazionale alla Prima Guerra Mondiale, (v) dalla Rivoluzione d’Ottobre alla Seconda Guerra Mondiale, (vi) dalla decolonizzazione al crollo dell’URSS, (vii) fase attuale. In quello che segue tratteremo essenzialmente solo dei primi quattro periodi, fermandoci proprio in coincidenza del grande scisma che, nel periodo 1919-1923, sancì al livello mondiale la divisione tra socialisti e comunisti di cui abbiamo già scritto.

(i) Dalla remota antichità storica, ovvero da quando esistono testimonianze scritte di vita intellettuale sopravvissute ai millenni, i mitologi hanno potuto osservare la cosiddetta “nostalgia delle origini” (M. Eliade, 1971) in moltissime civiltà, ossia il rimpianto di un’epoca ancestrale caratterizzata da un rapporto armonioso degli uomini con se stessi e con la natura: un’era di pace, di prosperità, di fratellanza, di assenza di guerre e crimini, talora persino senza pestilenze, cataclismi e carestie. I greci antichi la chiamarono Età dell’Oro (cfr. Esiodo, VIII secolo a.C.), gli hindu Satya Yuga o Krutha Yuga (per esempio nei Visnu Purana, di età ignota) e gli ebrei Gan Eden (in Genesi, VI-V secolo a.C.). Mentre miti religiosi più o meno elaborati si preoccuparono di spiegare l’origine della “caduta” dallo stato di semi-perfezione originaria alla dura realtà storica caratterizzata dalle difficoltà quotidiane, non è assurdo interpretare razionalmente queste credenze in età auree come una memoria collettiva, più o meno distorta da millenni di narrazioni orali, del cosiddetto “comunismo primitivo”: una società senza classi sociali estremamente durevole che si sarebbe estinta solo con la cosiddetta “rivoluzione neolitica” (10.000-8.000 a.C. in Medio Oriente). Infatti l’addomesticamento degli animali e la coltivazione delle piante sono stati visti da vari autori (per esempio da V. Gordon Childe già nel 1923) come il punto di svolta verso una società classista, diretta conseguenza della proprietà privata della terra e delle greggi e dell’esistenza della schiavitù. Il socialismo emerge quindi, inizialmente in modo ancora confuso, come un grande atto di fiducia e di ottimismo verso la natura umana: è possibile la reintegrazione dell’uomo nella “perfezione originaria”, ma non in maniera individuale mediante una qualche forma di gnôsis, intesa come liberazione da un mondo circostante visto come prigione o illusione (cfr. la maya degli hindu o il “mito della caverna” di Platone). All’opposto, e questo è proprio ciò che E. Voegelin non comprese confondendo socialismo e gnosi, il proto-socialismo ammette la reintegrazione in forma collettiva, inizialmente ancora pre-politica e dunque, nota correttamente E. Bloch, inevitabilmente apocalittica, come ben testimonia la fase profetica posteriore della Bibbia Ebraica (VIII sec. a.C. – V sec. a.C.). Il salto, anche se solo temporaneo, alla fase politica avverrà tra il 390 a.C. e il 348 a.C., proprio nella Grecia delle póleis, ad opera della corrente pitagorico – platonica, che unirà filosoficamente il concetto di reintegrazione con quello di città perfetta mediante la teoria idealistica del Bene (si vedano “La Repubblica” o “Le Leggi”). Il modello mitico non è più stricto sensu l’Età dell’Oro, ma piuttosto la città di Atlantide prima della caduta. Eppure, proprio a causa del carattere aristocratico e anti-democratico dell’Accademia, nonostante la minuziosa descrizione (a tratti davvero “comunisteggiante”) della repubblica retta dai filosofi, con buona pace di K. Popper non si può parlare ancora di un vero e proprio pensiero socialista (o comunista) nella Grecia classica di Platone. Con l’Ellenismo prima e con l’Impero Romano poi, si eclissa la fase politica proto-socialista, ma nella lunga evoluzione di quest’ultimo si ripresenta in maniera massiccia e rafforzata la componente dell’apocalittica ebraica nella sua versione cristiana, almeno fino all’istituzionalizzazione della Chiesa Cattolica nel periodo costantiniano (313 d.C.) e, più ancora, in quello teodosiano (380 d.C.). L’esempio più maestoso di tale sensibilità è certamente la cosiddetta Apocalisse di Giovanni del 90-96 d.C. È cruciale l’innesto del filone escatologico ebraico – cristiano nel mondo classico in quanto proprio tramite quest’aggiunta viene a essere lentamente assorbito l’egualitarismo biblico che permetterà ai primi veri socialisti utopici di superare la Repubblica di Platone postulando l’eliminazione delle classi sociali. Sarebbe però troppo lungo spiegare in questo articolo perché (con qualche sparuta eccezione tra i filosofi stoici più illuminati) il mondo classico fu intrinsecamente refrattario a un concetto completo di solidarietà e fratellanza umana al di là delle classi; ci basti ricordare che lo schiavismo come base economica non può non aver contribuito a questa forma mentis.

(ii) Ora, mentre l’escatologia apocalittica cristiana attraversa tutto il medioevo europeo (si pensi, per esempio, a Gioacchino da Fiore o a Giovanni di Rupescissa) senza elaborazioni politiche davvero originali, è con la crisi del mondo feudale successiva al XIV secolo che si hanno le prime vere e proprie elaborazioni di socialismo utopico. Inizialmente vengono dal basso, come espressioni ideologico – religiose delle rivolte contadine (J. Žižka e i Taboriti nella Boemia del XV secolo seguiti da Th. Müntzer e dagli Anabattisti nella Germania del secolo successivo); poi appaiono anche nel mondo colto degli umanisti e dei filosofi come raccordo tra la tradizione ebraico – cristiana e la riscoperta del pensiero politico di Platone. Mi riferisco qui ai due veri e propri padri del socialismo utopico: Thomas More, autore appunto de L’Utopia (1516), e Tommaso Campanella che nel 1602 scrisse “La città del Sole”. Se il “comunismo contadino” degli anabattisti, che ancora si esprime nel linguaggio mistico del millenarismo cristiano, riuscirà a sopravvivere dopo varie metamorfosi solo fino ai noti Leveller della prima rivoluzione inglese (sciolti nel 1649) e ai più radicali Digger del Surrey (soppressi l’anno dopo), l’utopismo dotto avrà maggiore fortuna proprio perché propugna una visione ben più razionale della società e del mondo, che in Campanella giunge addirittura a una vera e propria religione naturale ante litteram. Tuttavia la critica all’esistente è ancora assai metaforica e allusiva. Si dovrà aspettare l’illuminismo radicale di D. Diderot e P.-H. T. d’Holbach e la critica democratica alle disuguaglianze di J.-J. Rousseau del 1755 [2] perché il socialismo utopico rinunci al suo cauto moralismo e acquisti quel carattere polemico, anticlericale e aggressivo che non perderà più. Già ad esempio il misterioso utopista É.-G. Morelly nel suo “Codice della Natura” (sempre del 1755) si dichiara “sensista” seguace di J. Locke, mentre il curato ateo e socialista J. Meslier nel suo scandaloso testamento, pubblicato postumo nel 1729, mostra chiaramente l’influsso del materialismo atomista dei libertini francesi. Ma sarà il sangue della repressione a marcare la fine del socialismo illuminista francese: nel 1796 la Congiura degli Eguali, primo moderno tentativo rivoluzionario socialista, verrà soppresso violentemente dal Direttorio e due degli ispiratori, G. Babeuf e A. Darthé, saranno ghigliottinati l’anno dopo. Tuttavia il Termidoro prima e la Restaurazione poi non faranno che stimolare le riflessioni degli utopisti, tra cui tre grandi vanno sicuramente citati: i francesi H. de Saint-Simon (1760-1825) e C. Fourier (1772-1837), nonché l’inglese R. Owen (1771-1858). Mentre il primo è lo scopritore del legame inscindibile tra mondo industriale e socialismo, al secondo si deve lo sviluppo dell’idea di “comune socialista”, mentre il terzo è unanimemente considerato l’inventore delle cooperative operaie.

(iii) La Restaurazione viene fatta terminare convenzionalmente dagli storici con i moti rivoluzionari europei del 1848. In Francia, per la prima volta dal 1796, la lotta politica non è solo tra monarchici costituzionali, bonapartisti e repubblicani: anche la cosiddetta “questione sociale” comincia a occupare i governi (per esempio, con la contestata chiusura degli Opifici Nazionali il 22 giugno 1848). Taluni uomini politici rivoluzionari, come L. Blanc, sposano, almeno verbalmente, programmi politici popolari e addirittura “socialisteggianti”, mentre nella più industrializzata Inghilterra un movimento democratico e operaio, il Cartismo, è già attivo dal 1838. Tuttavia la Parigi rivoluzionaria tra il 1848 e il 1850 è un luogo davvero eccezionale dove agiscono i giganti del socialismo europeo: da A. Blanqui, pianificatore di innumerevoli rivolte e insurrezioni, a P.-J. Proudhon, il padre del socialismo libertario, mutualista e federalista e, ovviamente, a K. Marx, uno degli inventori del cosiddetto “socialismo scientifico” che racconterà questi avvenimenti politici in un suo noto saggio [3] dove viene fatto uso, forse per la prima volta in modo completo, della concezione materialista e classista della storia.
La restaurazione bonapartista in Francia, l’affievolirsi del Cartismo nel Regno Unito e la sconfitta dei democratici in Germania, Austria e Italia, spingono i socialisti europei a fondare a Londra nel 1864 il primo embrione di un movimento mondiale dei lavoratori, la Prima Internazionale, meglio nota come “Associazione Internazionale dei Lavoratori” (AIL). Dilaniata da forti dissidi interni, prima tra socialisti (sia libertari che teorici della dittatura del proletariato) e democratici repubblicani (come G. Mazzini), poi tra seguaci di K. Marx e anarchici discepoli di P.-J. Proudhon e di M. Bakunin, la Prima Internazionale non supererà il trauma della cruentissima repressione della Comune di Parigi nel 1871 [4], la prima autentica rivoluzione socialista della storia. Infatti nel 1872 sorgeranno due AIL contrapposte, quella di Saint-Imier, anti-autoritaria e bakuninista, che durerà fino al 1877, e quella “ortodossa” marxista che, migrata negli Stati Uniti, si esaurirà già nel 1876.

(iv) Il periodo che si dipana dalla Comune di Parigi (1871) alla Prima Guerra Mondiale (1914) vede la nascita dei grandi partiti socialisti di massa in Europa e, almeno in parte, negli Stati Uniti, in Canada e in Australia. È l’età delle due grandi rivendicazioni operaie: quella sindacale, per la giornata di lavoro di otto ore; e quella politica, per il suffragio universale (tramite il quale i socialisti credono di arrivare finalmente al potere con il sostegno della maggioranza dei lavoratori). Ovviamente, benché la separazione dagli anarchici e dagli anarco-sindacalisti sia ormai definitivamente compiuta, non mancano differenze interne tra i socialisti, anche molto marcate e, nonostante che il marxismo cominci a divenire (tranne che nel Regno Unito) l’approccio dominante, non esiste in questi anni una chiara nozione di cosa sia esattamente la “rivoluzione socialista”. Nel 1889 nasce la Seconda Internazionale per volontà del vecchio compagno di K. Marx, F. Engels (in esilio a Londra) e dei suoi capaci collaboratori nel Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD): A. Bebel, W. Liebknecht, K. Kautsky e E. Bernstein. Proprio questo partito ben organizzato e con forti legami sindacali diviene il modello per tanti partiti socialisti fratelli in zone europee industrializzate più lentamente, come l’Italia e la Russia. Esistono però anche altri modelli quali i laburisti nel mondo anglosassone, i partiti socialisti scandinavi e il particolare caso francese. Eppure, morto F. Engels nel 1895, dopo pochissimo, già nel periodo 1896-1899, si scatena un acceso dibattito sulla revisione del marxismo operata da E. Bernstein in senso riformista, gradualista ed evoluzionista, e combattuta da K. Kautsky e da R. Luxemburg in difesa dell’ortodossia e della prospettiva rivoluzionaria (il cosiddetto “programma massimo”). Naturalmente il dibattito si riverbererà in tutta l’Internazionale dando luogo a correnti riformiste opposte a quelle “massimaliste” in molti partiti socialisti europei: J. Jaurès contro J. Guesde in Francia, F. Turati contro C. Lazzari in Italia, P. B. Struve contro G. Plekhanov in Russia ecc. Però non sarà la cosiddetta “Revisionismus Frage” lo scoglio contro cui s’infrangerà tragicamente la II Internazionale, bensì l’atteggiamento da tenere in caso di guerra pan-europea, da tutti i partiti membri verbalmente deprecata come inutile massacro di lavoratori a esclusivo vantaggio delle classi dominanti. Se nel congresso straordinario di Basilea del 1912, convocato sull’onda delle Guerre Balcaniche, a fatica si era giunti a una mozione unitaria di condanna del futuro conflitto (anche se non era stato precisato il mezzo di lotta da usare in questo caso), la prova dell’estate del 1914 manderà in frantumi l’internazionalismo socialista: il 4 agosto il gruppo parlamentare dell’SPD vota per i crediti di guerra e i sindacati rinunciano all’arma dello sciopero per tutta la durata del conflitto. Il 31 luglio l’intransigente pacifista J. Jaurès viene assassinato e il suo partito, lo SFIO, decide di entrare nel governo di unità nazionale in Francia. In Europa, a parte piccoli gruppi di dissidenti (come gli Spartachisti in Germania), rimangono compattamente contro la guerra solo il PSI italiano e l’ala sinistra dei socialdemocratici russi (V. I. Lenin, L. D. Trockij, J. O. Martov ecc.). Con il progredire del conflitto mondiale diviene sempre più chiara la sua natura di carneficina su vasta scala e di lunga durata: circa 16 milioni di morti in quattro anni. I fronti si bloccano e i sogni di facili vittorie scompaiono; nasce la guerra di trincea, con l’intento di un vero e proprio logoramento fisico e psichico del nemico. Si sperimentano i gas, i carri armati e gli aeroplani da combattimento. Molti “socialisti patrioti” (però non tutti) cominciano a prendere coscienza del carattere imperialista della guerra, foriera di lutti principalmente (ma non esclusivamente) per le classi sociali degli operai e dei contadini. Si organizzano tre conferenze intereuropee di “socialisti pacifisti”: Zimmerwald (1915), Kienthal (1916) e Stoccolma (1917); ma già dopo la prima una spaccatura insanabile comincia a dividere i fautori di una semplice “pace senza annessioni né riparazioni” (K. Kautsky e O. Bauer), da coloro che vogliono “trasformare la guerra in rivoluzione” (V. I. Lenin e R. Luxemburg). Tale frattura si amplia ancora di più alla fine del 1917 dopo la famosa “Rivoluzione d’Ottobre” in Russia, quando i Bolscevichi di V. I. Lenin (coadiuvati da L. Trockij), conquistano militarmente il potere sostituendo la debole democrazia parlamentare con un governo basato sui Consigli (Soviet) degli operai, dei contadini e dei soldati, dove il loro partito aveva conquistato quella solida maggioranza che tuttavia gli mancava a livello elettorale generale. Nasce così la cruciale scissione tra socialisti democratici e comunisti, basata proprio sulla valutazione della democrazia rappresentativa parlamentare. Per i primi si tratta di un elemento imprescindibile nella costruzione del socialismo, mentre per i secondi l’ultima foglia di fico del dominio politico della classe capitalista. A voler esser precisi però, almeno fino al 1923 (data di scioglimento dell’Unione dei Partiti Socialisti per l’Azione Internazionale), le posizioni politiche principali del movimento socialista sono in realtà tre: i socialisti riformisti a destra, fautori della sola azione parlamentare e ostili ai soviet e a ogni forma di rottura della legalità; i comunisti a sinistra, desiderosi di riproporre spesso acriticamente lo schema bolscevico in tutto il mondo; al centro i socialisti massimalisti (o “centristi”) che auspicano invece una “rivoluzione lenta” in cui la vittoria elettorale sia accompagnata dalla nascita di un sistema di consigli che gradualmente assuma sempre maggiore importanza. Gli odi, le rivalità sindacali e la sfiducia profonda tra le tre fazioni resero la posizione centrista assai instabile e quindi determinarono presto una polarizzazione del movimento socialista mondiale in due blocchi contrapposti: l’Internazionale Operaia e Socialista (1923-1940) da un lato e l’Internazionale Comunista dall’altro (1919-1943).

[1] G. D. H. Cole, “Storia del pensiero socialista” (Ed. Laterza, Bari, 1977).
[2] J.-J. Rousseau, “Origine della disuguaglianza” (Ed. Feltrinelli, Milano, 2013).
[3] K. Marx, “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” (Editori Riuniti, Roma, 1962).
[4] K. Marx, “La guerra civile in Francia” (Editori Riuniti, Roma, 1977).

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