Sandro Pertini, socialista, 7º Presidente

LA GRANDE RIMOZIONE. CHI HA PAURA DEL SOCIALISMO ITALIANO?

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Il 12 novembre 1994, travolto dalle note vicende di Tangentopoli, si scioglie dopo centodue anni di vita il Partito Socialista Italiano. Scatta quasi immediatamente nella politica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, nelle università ecc. il fenomeno della “rimozione del socialismo”. Cosa intendiamo con “rimozione”? Si tratta di un termine proprio della psicologia del profondo che indica un meccanismo inconscio che allontana dalla coscienza quelle pulsioni, quei desideri e quei ricordi che sono considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io poiché la loro presenza genererebbe vergogna o ansia. Ebbene, senza tema di smentite, possiamo tranquillamente affermare che negli ultimi venti anni è stata operata una vera e propria “rimozione” al livello nazionale del socialismo e dei socialisti che non ha paragoni in nessun altro paese del mondo. Ma prima d’indagarne le cause forniamo un paio di esempi concreti.

La Resistenza senza i socialisti

Prato (Toscana), 5 settembre del 2015: anniversario della liberazione della città dalla Wehrmacht. Il prof. Giovanni De Luna, noto storico contemporaneo specializzato nell’antifascismo, è invitato dalla locale sezione dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) a presentare il suo libro dal titolo “La Resistenza Perfetta”. È presente e prende la parola anche un altro storico, il prof. Marco Palla dell’Università di Firenze. Gli interventi dei due cattedratici sono dettagliati e interessanti; il pubblico li ascolta con visibile passione e, alla fine, pone diverse domande. Durata dell’evento: oltre le due ore. Decine e decine di nomi di personaggi della Resistenza vengono citati, famosi e meno famosi, dai comunisti Togliatti, Longo e Barbato (alias Pompeo Colajanni), alla cattolica democratica Leletta d’Isola, fino agli eroici azionisti Willy Jervis e Emanuele Artom, entrambi barbaramente trucidati dagli occupanti tedeschi. Tutto procede per il meglio e si conclude con una dura e giusta critica a un certo revisionismo storico che vorrebbe sminuire la Resistenza, quasi equiparando partigiani e fascisti nel concetto ambiguo e generico di “combattenti della guerra civile”. Ma neanche una parola sui socialisti e sul loro essenziale contributo alla lotta partigiana: Nenni, Morandi, Basso, Saragat e Pertini mai nominati, le “Brigate Matteotti” dell’indimenticabile Corrado Bonfantini totalmente ignorate; l’assassinio efferato di militanti socialisti come Bruno Buozzi, Eugenio Colorni o Mario Greppi non sembra valere quanto quello degli altri. In sintesi: una Resistenza senza i socialisti del PSIUP.

L’europeismo senza i socialisti

Proprio il nome di Eugenio Colorni (1909-1944), giovane milanese di origini ebraiche, filosofo della scienza, socialista e vittima della barbarie fascista, ci permette di raccontare un altro capitolo della “rimozione” che ha davvero dell’incredibile ed è ancora più grave in quanto accaduto recentemente nella televisione pubblica. Prima serata del 23 novembre del 2014: su RAI 1 va in onda il telefilm “Il Mondo Nuovo” di Alberto Negrin incentrato sulla vita di Altiero Spinelli durante gli anni trascorsi presso confino fascista di Ventotene. Qui, insieme ai suoi compagni di prigionia Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann ed Ernesto Rossi, avrà l’intuizione che la pace in Europa ha bisogno di un’unità politica continentale di tipo federalista e democratico. La trasmissione, che dura un’ora e quarantatre minuti, è commovente e molto dettagliata nel descrivere le vicende umane e personali dei protagonisti; per esempio i rapporti di amicizia tra Spinelli e Colorni, messi a dura prova dall’affetto che entrambi nutrono per l’affascinante e combattiva antifascista tedesca Ursula. Anche il travaglio politico di Spinelli è ben narrato: comunista sempre più disgustato dalla stalinizzazione, finirà per essere espulso dal PCd’I nel 1937 e, durante la Resistenza, aderirà al Partito d’Azione (1944), ma non prima però di aver dato vita a una realtà trans-partitica nota come “Movimento Federalista Europeo”. Anche in questo caso è tutto giusto e lodevole, ma mai nel film si fa parola del socialismo e dei socialisti; appaiono solo comunisti e azionisti. Eppure nel caso di Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann la cosa non è davvero plausibile dato che sono, rispettivamente, militanti del PSI e dell’SPD. Colorni è socialista dal 1935 e, dopo gli arresti di Luzzatto e Morandi, è uno dei massimi dirigenti del “Centro Interno Socialista”. Nel 1943 riesce a fuggire dal confino e raggiunge Roma dove organizza la locale sezione del PSIUP, poi della Federazione Giovanile Socialista e infine della “Brigata Matteotti”. Muore il 30 maggio del 1944, sempre da socialista, pochi giorni prima della liberazione della capitale, ferito gravemente dalle squadracce fasciste della famigerata “banda Koch” e inutilmente ricoverato in ospedale sotto falso nome. È medaglia d’oro al valor militare. Ma non cercate il Colorni socialista nel telefilm di Negrin: semplicemente non c’è.

Cui prodest? Cui bono?

Potremmo elencare molti altri esempi di recente “rimozione”, come quello descritto dal Luigi Covatta nelle ultime pagine del suo saggio “Menscevichi”, quando narra dell’improvvisa scomparsa dei ritratti di Nenni da una villa-museo di Ischia; ma non vogliamo tediare il lettore oltre misura. Piuttosto, come in ogni indagine che si rispetti, dopo aver catalogato i fatti vorremmo arrivare ai responsabili. La scienza dell’investigazione, già dall’epoca di Roma antica, suggerisce a questo punto di porsi le famose domande: Cui prodest? Cui bono? (“A chi giova? A chi arreca beneficio?”). Ovvero, nel nostro caso, chi si avvantaggerebbe dell’oblio del socialismo italiano? Certamente i conservatori e i moderati di centro-destra (sia liberali che clericali) poiché senza socialisti potrebbero stabilire una comoda equazione tra movimento operaio e comunismo, travolgendo il primo con le medesime macerie che storicamente hanno sepolto il secondo. Ovviamente si tratta di una grande menzogna in quanto la storia del XX secolo in Italia ha dimostrato come le massime conquiste del lavoro e, in generale, del progresso civile siano sempre avvenute per impulso dei socialisti (o comunque con la loro partecipazione attiva): dallo statuto dei lavoratori (di Brodolini e Giugni), alla legge sul divorzio (la legge Fortuna-Baslini), alla riforma del diritto di famiglia, alla nascita del servizio sanitario nazionale (la legge Mariotti) ecc.

Ma c’è un altro responsabile della “rimozione”, questa volta a sinistra: sono i post-comunisti, gli eredi del PCI di Togliatti, Longo e Berlinguer, che, pur vestendo ora panni ostentatamente “democratici”, spesso hanno mantenuto una certa diffidenza nei confronti del vero socialismo italiano e della sua storia. Vorrebbero dimostrare che il loro partito era l’unico rappresentante della classe lavoratrice italiana e che, quindi, al lento, ambiguo e tortuoso iter di sganciamento dal leninismo da loro compiuto nel lungo intervallo 1943-1989 non esisteva un’alternativa percorribile. Ma anche questo è un vecchio vizio: già l’intellettuale cattolico-comunista Franco Rodano nel 1975 aveva l’ardire di scrivere nel suo saggio “Sulla Politica dei Comunisti” che il nesso inscindibile tra democrazia e superamento del capitalismo era stato proposto per la prima volta in Europa da Togliatti con la svolta di Salerno del 1943. L’enormità di una tale falsificazione si commenta da sola una volta che, per puro esempio, venga citato un breve articolo del programma politico di Heidelberg della SPD del 1925:
Die Arbeiterklasse kann ihren ökonomischen Kampf nicht führen und ihre wirtschaftliche Organisation nicht voll entwickeln ohne politische Rechte. In der demokratischen Republik besitzt sie die Staatsform, deren Erhaltung und Ausbau für ihren Befreiungskampf eine unerlässliche Notwendigkeit ist. Sie kann die Vergesellschaftung der Produktionsmittel nicht bewirken, ohne in den Besitz der politischen Macht gekommen zu sein.
(“La classe lavoratrice non può condurre a fondo la sua lotta economica, o sviluppare completamente le sue organizzazioni economiche, senza godere dei diritti politici. Nella struttura della repubblica democratica, essa trova la forma di Stato la cui protezione e il cui ampliamento sono una necessità insostituibile per la sua lotta per l’emancipazione. Essa non può effettuare la socializzazione dei mezzi di produzione senza entrare in possesso del potere politico.”)

La realtà quindi è esattamente opposta: molto di quello che c’è di buono e d’innovativo nel pensiero di Antonio Gramsci prima (per esempio, la famosa “guerra di posizione contro fortezze e casematte del nemico”) e nell’eurocomunismo poi (come “La Terza Via”), nel senso cioè di un allontanamento dal dogma della vulgata leninista, è ormai ampiamente riconosciuto esser largamente ispirato alle migliori elaborazioni teoriche dell’Austromarxismo degli anni ’20, quelle di Otto Bauer, Max Adler e Karl Renner. Tutti socialisti democratici della SDAPÖ (cfr. il programma di Linz del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori d’Austria, 1926) e in grande sintonia con i compagni italiani del PSI in esilio.
Concludiamo dunque con una sferzata di ottimismo per tutti i compagni di Convergenza Socialista: una massima che il compagno Giacomo Matteotti, martire del socialismo italiano, ci ha lasciato e che ancora oggi resta attuale: “Come la libertà, Il socialismo è un’idea che non muore mai!

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