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SETTANTA ANNI FA SI SPEZZAVA IL SOCIALISMO ITALIANO: SARAGAT E LA SCISSIONE DI PALAZZO BARBERINI

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

breve introduzione alla conferenza di Gaetano Arfè: “Mai così attuale la riflessione sulla scissione di Palazzo Barberini”

L’11 gennaio del 1947, ovvero esattamente settanta anni fa, Giuseppe Saragat saliva sulla tribuna del XXV congresso del PSIUP (il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) e, prendendo la parola, annunciava che di lì a poco le due anime storiche del socialismo italiano (ossia quella riformista e quella massimalista) si sarebbero di nuovo divise, come già era accaduto nel 1922 sempre a Roma. Anche questa volta il motivo profondo della scissione non era tanto nelle due diverse strategie d’azione politica, quanto nel rapporto con i comunisti: l’adesione al Komintern di Lenin nel 1922, l’unità d’azione con il PCI di Togliatti nel 1947. Da una parte si schieravano i socialisti democratici, decisi a sottrarsi all’egemonia del comunismo sovietico e a rivendicare l’autonomia e la specificità socialiste. Dall’altra i socialisti senza aggettivi, seguaci di Nenni, Morandi e Basso, sempre convinti che il bene più prezioso da salvaguardare fosse l’unità della classe lavoratrice e della sinistra, di cui il PCI guidato da Palmiro Togliatti era ovviamente una componente essenziale. Naturalmente non è possibile comprendere la tempistica della scissione se non si considera anche il quadro internazionale: da pochi mesi era scoppiata la “guerra fredda” tra blocco occidentale liberal-capitalista, guidato dagli USA e dalla Gran Bretagna, e blocco orientale comunista capitanato dall’URSS di Stalin. Il famoso discorso di W. Churchill a Fulton sulla “cortina di ferro” calata in Europa rimontava infatti a soli nove mesi prima (il 5 marzo del 1946).

Il congresso socialista si aprì nell’aula magna dell’Università “La Sapienza” di Roma la mattina del 9 gennaio. Si capì fin dall’inizio che sarebbe stato un congresso con un alto tasso di tensione, di pathos e di ripensamenti. Ebbe un mattatore indiscusso: Giuseppe Saragat, un uomo di 49 anni dotato di enorme cultura e profonda conoscenza del marxismo, espressione di un nuovo gruppo dirigente e pupillo di Nenni; in pratica il suo successore in pectore. Fin dalle sue prime battute il XXV congresso del PSIUP si rivelò aspro, combattuto senza esclusione di colpi e con una completa assenza di correttezza politica: i vari delegati alternavano accorate invocazioni all’unità e intransigenti dichiarazioni di fedeltà ai principi. Quattro schieramenti si fronteggiavano: la maggioranza della sinistra “filocomunista” capeggiata da Pietro Nenni, Lelio Basso e Rodolfo Morandi. La destra riformista rappresentata da Giuseppe Saragat e dagli eredi di “Critica sociale” guidati da Giuseppe Faravelli e Ugo Guido Mondolfo. A mediare tra le due ali citate vi era il piccolo gruppo di Sandro Pertini e Ignazio Silone. Ed infine la sinistra estrema, radicale, libertaria e con venature trotzkiste, di “Iniziativa socialista”, impersonata dai giovani Virgilio Dagnino, Lucio Libertini, Matteo Matteotti, Mario Zagari, Giuliano Vassalli ecc. Saranno proprio questi ultimi a volere a ogni costo la rottura con i filocomunisti; infatti il loro primo atto fu la decisione di non partecipare ai lavori del XXV congresso del PSIUP per dar vita, nei saloni di palazzo Barberini, a un’assemblea che avrebbe dovuto già promuovere un nuovo partito socialista indipendente.

La scissione del PSIUP aveva avuto però un periodo di maturazione abbastanza lungo e per comprenderla bene vanno rievocati alcuni avvenimenti che ne costituirono i presupposti. Il primo fu certamente il XXIV congresso del PSIUP di Firenze nell’aprile del 1946, dove ebbe la meglio la coalizione guidata da Nenni, Basso e Morandi, mentre “Iniziativa socialista”, la corrente riformista di “Critica sociale”, e il gruppo di Pertini e Silone si schierarono insieme, ma con motivazioni diverse, all’opposizione. Però il vero motivo che spinse Saragat ad affrettare i tempi della scissione fu il rinnovo (il 25 ottobre del 1946) del vecchio patto di unità d’azione tra socialisti e i comunisti, al quale ora era fermamente contrario. A peggiorare la situazione contribuirono anche i risultati negativi delle elezioni amministrative svoltesi nel novembre del 1946. Essi videro calare il PSIUP e la DC, e avanzare il PCI e “L’Uomo Qualunque”, in completa controtendenza rispetto alle elezioni politiche del giugno 1946 quando i socialisti si erano affermati come il secondo partito italiano con più del 20% dei voti.

Due giorni dopo l’apertura, la mattina dell’11 gennaio, ci fu l’atteso intervento di Giuseppe Saragat che, come si è già detto, fu l’indiscusso dominatore del congresso. Questi venne accolto con un iniziale rispetto, ma anche con un palese rancore. Fu lui stesso ad annunciare ai delegati del XXV congresso che le loro strade, proprio alla fine di quello stesso intervento, si sarebbero inevitabilmente separate. Lo fece con un discorso chiaro, duro e senza sfumature; ma la sala in subbuglio replicò alle sue argomentazioni con insulti e offese così pesanti da indurre Sandro Pertini a intervenire per tentare di riportare la calma. Fu inutile: lo strappo si era consumato e, al termine del suo contestato discorso, Saragat, Mondolfo, la Balabanoff e la loro corrente abbandonarono il congresso al grido di “Viva l’Internazionale!” e “Viva il Socialismo!” per raggiungere i giovani di “Iniziativa Socialista” nel sontuoso Palazzo Barberini. Pertini, per altro applauditissimo dagli scissionisti che lo credevano uno di loro, vi si recherà anche lui a fare un ultimo generoso, ma inutile, tentativo di conciliazione. Dopo questa scissione vedrà immediatamente la luce il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, con la presidenza del vecchio socialista livornese G. E. Modigliani (il mitico “Menè”, compagno di Turati e Treves in mille battaglie) e la triplice segreteria di G. Faravelli, A. Simonini e G. Vassalli, un po’ per coprire il vero dominus del partito: Saragat. Così da quel momento in poi quest’ultimo divenne noto a tutti con il nome, invero un po’ riduttivo e schematico, di “uomo di Palazzo Barberini”.

La valutazione politica di questo evento è obiettivamente molto complessa in quanto torti e ragioni erano presenti sia nel PSIUP (subito dopo ribattezzato PSI) che nel PSLI (successivamente noto come PSDI). Per questo credo che sia conveniente lasciare la parola al grande storico socialista Gaetano Arfè (1925-2007) che, sedici anni fa, durante un convegno, illustrava gli eventi della scissione con una magistrale conferenza intitolata “Mai così attuale la riflessione sulla scissione di Palazzo Barberini”, ora messa gentilmente in rete dal sito socialista “l’Ossimoro” di Mario Artali (http://www.ossimoro.it/socialisti3.html). Eccone qui di seguito il testo completo.

«Ai fini della comprensione delle radici storiche della crisi nella quale versa oggi tutta la sinistra italiana d’ispirazione socialista la riflessione sulla scissione di palazzo Barberini assume, a distanza di cinquantaquattro anni, un’attualità che non ebbe mai prima d’ora.

Allora si trattò di affermare nei confronti dello stalinismo le ragioni dell’autonomia socialista, minacciata ma viva e reattiva, si tratta oggi di riportarle faticosamente alla luce, di ripensarle dopo mezzo secolo di sofferte esperienze, di immetterle per quel che hanno di vitale nel circolo della cultura politica, nel momento in cui l’autonomia ideale, e quindi politica, della sinistra di governo non è più insidiata dal comunismo staliniano ma appare sempre più intimidita e, per certi aspetti, egemonizzata da una ideologia che ha in Silvio Berlusconi il suo più efficace predicatore.

È un fatto che la originalità italiana rispetto all’Europa delle più antiche e maggiori rappresentanze politiche di quello che fu il movimento operaio si manifesta oggi in forma di deteriore e provinciale anomalia con la presenza di quattro formazioni politiche di ispirazione socialista, occultate da anonime sigle, chiuse, ciascuna d’esse in rigida autarchia e con l’assenza dalla scena politica di un partito socialista quale esiste nei normali paesi europei.

La storia della scissione di palazzo Barberini è la storia di un tentativo, audace, storicamente fallito e tornato politicamente attuale, di comporre in dialettica unità, nel comune segno della indipendenza dal gioco delle politiche di potenza, le forze del movimento operaio socialista, per farne, in un quadro di solidarietà europea la forza dirigente del processo di ricostruzione di un paese uscito dalla più grande catastrofe della sua storia.

Tra le interpretazioni che allora se ne dettero tralascio quella della rivalità personale tra Saragat e Nenni. Un tratto essi ebbero in comune – e lo direi di De Gasperi e di Togliatti e di tutta la classe dirigente maturata nella lotta antifascista – e fu la incapacità di subordinare agli interessi personali le scelte politiche. Trovò invece diffusione e credito, e ha lasciato il segno, quella, faziosa, con punte volgarmente calunniose partorita da sinistra. Si parlò allora di una operazione diretta a rompere l’unità della classe operaia, ideata e condotta dietro pressione o addirittura su mandato del governo americano, della destra italiana, dei potentati economici interessati a restaurare il loro traballante potere.

La realtà politica è sempre gravida di elementi contraddittori e i fattori allora operanti a favore della scissione furono molteplici e di varia e contrastante natura. È vero che a propagandarne la necessità fu la grande stampa che allora si chiamava padronale, che il governo degli Stati Uniti la vide con favore, che i sindacati americani non fecero mancare aiuti finanziari, generosamente offerti, peraltro, anni prima anche alla emigrazione socialista in Francia negli anni del fascismo trionfante. Ed è vero che la legittima preoccupazione di isolare un partito comunista potentemente radicato in tutte le organizzazioni di massa, da quelle sindacali e quelle resistenziali e al tempo stesso scoperto strumento di una strategia che aveva a Mosca il suo centro di direzione, si associava all’obiettivo di rompere l’unità del movimento operaio nel momento in cui si imponevano scelte decisive su quelli che sarebbero stati gli indirizzi della politica di ricostruzione economica del paese.

Su altro versante contribuirono a suscitare un senso di rivolta in larga parte della base socialista le pesanti e sistematiche interferenze comuniste nel loro partito che arrivarono fino alla infiltrazione nella compagine di quello che allora si chiamava il PSIUP di militanti comunisti forniti di doppia tessera e fu pratica che continuò in anni successivi anche nei confronti del partito di Nenni. La documentata denuncia che di questo fenomeno scrisse e lesse allora Matteo Matteotti può, a mio avviso, ritenersi largamente attendibile ed è integrabile con documentazioni ufficiali di parte comunista venute successivamente alla luce.

Tutto questo nulla toglie al fatto che i promotori e gli organizzatori della scissione furono animati tutti da un movente etico-politico, quello di porre un argine al dilagare del comunismo di confessione staliniana, e da una intuizione la cui validità è stata confermata dalla storia e con la quale i nipotini di Togliatti ancora si trovano a dover fare i conti – e li fanno malamente – che in Italia come in ogni paese dell’Europa occidentale un partito operaio a direzione comunista avrebbe avuta preclusa per tempi indefiniti la via al potere o anche alla partecipazione al potere. Il partito che nasce a palazzo Barberini non è nelle intenzioni dei suoi costruttori un partito di socialismo moderato, è un partito classista che si dà come obiettivo ultimo la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, che non esclude nelle dichiarazioni di suoi autorevoli esponenti, anzi auspica, che una volta affermata, organizzata e consolidata l’autonomia dei socialisti, una politica unitaria del movimento operaio possa essere ripresa. Il marxismo, liberamente interpretato, cultura e non dogma, è la sua dottrina, in esso è il fondamento teorico della sua autonomia ideale e programmatica. È un dato, anche questo, che mette conto di sottolineare in una Italia dove il marxismo sembra essere diventato una diabolica eresia da estirpare con metodi da Santa Inquisizione.

Marxista è Giuseppe Saragat, continuatore critico e più volte eretico della tradizione riformista. La sua formazione era stata fortemente influenzata dall’austro-marxismo e all’”umanesimo marxista”, in esilio aveva dedicato un pregevole saggio di recente ripubblicato a cura di Gian Piero Orsello. Nell’esilio francese era stato, con Pietro Nenni, tra i protagonisti della operazione rivolta a superare dottrinalmente e organizzativamente la frattura tra riformisti e massimalisti e ne era stato il brillante teorico. La politica di unità d’azione coi comunisti dopo il VII congresso del Komintern, lo aveva visto in prima fila e, fino al patto Ribbentrop-Molotov del 1939, era stato tra i sostenitori più decisi della politica di solidarietà con l’URSS.

È in questa fase che egli rivede il suo giudizio sullo Stato sovietico, introducendo tra i criteri di giudizio quello, mai più abbandonato, del totalitarismo. Ma nel 1941, quando i comunisti, solidali come sempre con la loro patria ideale, ritornano alla politica di unità antifascista, egli sigla ancora con Nenni, il nuovo patto unitario con loro, rischiando l’espulsione dal partito la cui direzione si era ricostituita in Svizzera sotto la responsabilità di Ignazio Silone.

Dell’anticomunismo, anche nei momenti di più aspra polemica, non fece mai una ideologia. La lotta aperta e intransigente, condotta con le armi della politica, contro il partito comunista si accompagnò all’apprezzamento delle doti di intelligenza e di coraggio dei suoi dirigenti e al riconoscimento del contributo che essi avevano dato alle battaglie della Resistenza e alla costruzione della democrazia repubblicana. Accettò con compiacimento i voti dei comunisti per la sua elezione a presidente della repubblica, valutandolo come un concreto e convincente segno della irreversibilità del processo di evoluzione del partito verso la piena autonomia. Era visibilmente commosso, mi raccontò Nenni, quando Giancarlo Paietta gli comunicò l’offerta in un incontro che si era aperto con la rievocazione delle glorie antifasciste del movimento operaio torinese e si era chiuso con un raffronto, senza pregiudiziali ideologiche, tra la gastronomia francese e quella cinese. Poco prima di morire raccomandò a noi, per lui giovani, di seguire con aperto e partecipe interesse le vicende comuniste perché senza l’apporto della loro forza mai si sarebbe potuto costituire in Italia una grande socialdemocrazia.

Al marxismo si rifaceva la vecchia guardia riformista, nella cui tradizione era l’espunzione dal proprio seno di Bonomi e Bissolati e la religiosa fedeltà alla eredità morale e politica di Matteotti, di Turati, di Treves. Essa affluisce compatta nel nuovo partito, organizzata nella corrente che aveva fatto rivivere la turatiana Critica Sociale.

Vi fa spicco, vicino a morire, Giuseppe Emanuele Modigliani, apostolo ed eroe del pacifismo fin dal tempo della guerra libica, che aveva rifiutato la qualifica di democratica alla guerra antinazista – una guerra imperialistica come quella precedente dalla quale si distingueva solo per il fatto che una delle parti si batteva nel segno di una folle e criminale barbarie – e affidava al movimento operaio europeo e mondiale il compito di costruire l’Europa fuori di ogni politica di potenza. Della sua generazione c’è Rodolfo Mondolfo, il più originale interprete italiano del marxismo nella sua versione socialdemocratica – lo ha confermato con la sua autorità Norberto Bobbio curando e presentando un volume di suoi scritti -, autore di profetici saggi sulla rivoluzione russa. Nella loro scia si muove Giuseppe Faravelli, reduce della cospirazione, dall’esilio e dalla galera, che nascondeva dietro il tratto arcigno e burbero qualità umane e intellettuali di enorme ricchezza. Faravelli avanzerà riserve nei confronti del congresso tedesco di Bad Godesberg con una duplice motivazione, una di metodo e una di merito: che non è competenza di un congresso approvare o condannare una dottrina, che il marxismo liberato delle distorsioni e delle deformazioni del leninismo-stalinismo rimaneva ancora strumento insuperato di interpretazione delle tendenze di sviluppo della società.

La giovane generazione è presente con due correnti minoritarie. La prima europeista ante litteram, di “Iniziativa socialista”, rappresentata da Mario Zagari, Matteo Matteotti, Giuliano Vassalli e Leo Solari, formatasi in Italia nella opposizione al fascismo, raccoltasi nella Resistenza intorno alla grande figura di Eugenio Colorni, filosofo di alta levatura – dobbiamo ringraziare ancora una volta Bobbio per aver raccolto e presentato i suoi scritti filosofici – che aveva portato nel partito socialista l’europeismo federalista e rivoluzionario del Manifesto di Ventotene del quale era stato, con Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, ispiratore e diffusore clandestino. Organizzatore delle formazioni militari socialiste e redattore capo dell’Avanti! clandestino, era stato ucciso da un sicario della banda Koch alla vigilia della Liberazione di Roma.

La seconda è quella di ispirazione trotzkista che faceva capo ai giovanissimi Livio Maitan, Rino Formica e Giorgio Ruffolo. La Resistenza era rappresentata da Corrado Bonfantini ex-comunista e comandante delle brigate Matteotti e da Aldo Aniasi, eroico comandante di una formazione partigiana della Val d’Ossola. Aderì al nuovo partito Angelica Balabanoff, rivoluzionaria riparata in Italia nell’età giolittiana e militante di rilievo nel partito socialista italiano, collaboratrice di Lenin negli anni ruggenti della rivoluzione, segretaria in Francia del partito massimalista italiano e del Bureau Internazionale d’Informazione dei Partiti Socialisti Rivoluzionari, rimasta massimalista e nemica implacabile dello stalinismo e del suo profeta.

C’è quanto basta per ritenere e sostenere che il partito quale fu concepito e partorito da Saragat non era un partito ideologicamente agnostico e politicamente moderato. “Nel nostro partito, egli aveva detto, fatte salve le regole della democrazia interna, hanno pari diritto di cittadinanza tutti i socialisti che credono nell’autonomia del socialismo, dai riformisti ai trotzkisti.”

A un anno di distanza dalla scissione si registrò la prima crisi: ad abbandonarlo, me compreso, fu la maggioranza della Federazione Giovanile, intrisa di trotzkismo e un gruppo di meno giovani, tra i quali ricordo per il tormento che segnò la sua decisione, Virgilio Dagnino.

Una decina d’anni dopo il processo di scadimento del partito si compie col distacco degli uomini più rappresentativi dei due gruppi che avevano dato dignità culturale e prestigio politico all’operazione, quello di Critica Sociale e quello di Iniziativa Socialista.

Il problema che a questo punto si pone – ed è qui che la riflessione storica si salda ai temi del dibattito politico attuale – è quello del perché il partito che si presenta baldanzosamente sulla scena nel gennaio del 1947 e che sembra avere tutti i titoli per dar vita al nucleo costitutivo di una grande socialdemocrazia italiana manca il suo obiettivo.

Gli ostacoli nei quali l’ambizioso disegno si scontrò furono molti e di varia natura.
Il primo d’essi fu la sopravvivenza forte e tenace del mito della rivoluzione d’ottobre rinverdito dalla epopea di Stalingrado e dalla immagine della bandiera rossa issata sulle rovine del Reichstag. Era il mito nel quale si compendiavano i motivi della rivolta contro la “inutile strage” della prima guerra mondiale, contro il fascismo e le sue guerre, contro la catastrofe con la quale si era conclusa l’avventura mussoliniana.

Di quel mito avevano il culto anche i “ragazzi” di Saragat. Correva tra noi una versione provocatoria di “Bandiera rossa”, che suonava: “Avanti, o popolo, fior di mimosa, bandiera rosa, bandiera rosa, – bandiera rosa e la costituzion, evviva il Santo Padre e la conciliazion!” e la bandiera rosa era quella di Togliatti. Il secondo ostacolo il cui superamento era ben fuori della nostra portata e che andò oltre le nostre previsioni fu l’insorgere e l’incrudelirsi della guerra fredda che parve in certi momenti dovesse sfociare in una terza guerra mondiale. Ne rimasero ridotti al minimo i margini di autonomia dei divisi stati europei, ne rimase mortificata e compressa l’autonomia dei suoi divisi partiti socialisti, condannati alla subalternità in un processo di ricostruzione della economia e di costruzione di un complesso sistema di alleanze politiche e militari che avveniva sotto la direzione degli Stati Uniti.

L’europeismo di Zagari e della sua Sinistra europea rimase sopraffatto dall’atlantismo. Tra gli ostacoli, forse insuperabile, certo insuperato, furono la genialità politica e la superiore cinica destrezza tattica di Palmiro Togliatti.

Fu lui a teorizzare e a tradurre in atti politici il superamento delle tradizioni riformista e massimalista in forme che anche Saragat trovava dottrinalmente ineccepibili, a costruire un partito capace di aderire a tutte le pieghe della storia italiana – si pensi alla politica di unità nazionale, all’amnistia ai fascisti e al voto dell’articolo 7 della costituzione – a intendere l’importanza decisiva nella lotta politica della “battaglia delle idee”, a costruire un partito di massa a ordinamento interno sapientemente autoritario, capace di captare gli orientamenti via via emergenti tra i militanti e di indirizzarli e aperto nei suoi vertici alla discussione. La contraddizione, alla lunga distruttiva, stava nella sua obbedienza ai dogmi del partito-guida e dello stato-guida, nell’accettazione del mito di Stalin pastore dei popoli, capo dell’universo progressista, maestro in ogni campo dell’attività e dello scibile umano, dalla politica all’estetica, dalla biologia alla linguistica. L’adesione al Cominform nel 1948 fu il primo duro colpo che Togliatti stesso inferse alla politica della svolta da lui enunciata e voluta. La risposta ai fatti d’Ungheria del ‘56 fu l’ultima occasione offertagli dalla storia ed egli la mancò. Le eccezionali capacità di dirigente politico delle quali ancora una volta dette prova si sono ritorte nei tempi lunghi contro il suo partito. Le ragioni profonde della crisi che egli allora riuscì brillantemente a superare hanno continuato latentemente a operare, e quando essa scoppiò sul ponte di comando non c’era Palmiro Togliatti, ma Achille Occhetto.

Tra le ragioni del fallimento storico della scissione hanno posto però anche le responsabilità personali di Saragat, dei metodi anacronistici, né democratici, né autoritari, ma rudemente paternalistici e alla fine inquinati di clientelismo, con i quali egli volle o per lo meno consentì che si organizzasse il suo partito. Il risultato fu un graduale e costante impoverimento del suo gruppo dirigente, incapace d’iniziativa politica che non partisse dalla persona del capo.

Al disegno della unità socialista nell’autonomia egli ritornò nel 1956, questa volta d’intesa con Nenni. L’avvio fu promettente. Tra i socialdemocratici presero posizioni di punta i superstiti protagonisti della scissione di palazzo Barberini – Faravelli, Zagari, Matteotti – furono coinvolti gruppi minoritari ma altamente rappresentativi come il movimento di Unità Popolare con Calamandrei e Codignola, l’USI di Magnani e Libertini.

Nenni vi si impegnò – fu lo stesso Saragat a riconoscerlo – con la forza di una locomotiva, profuse nel suo discorso al congresso di Venezia tutta la sua intelligenza e tutta la sua generosa passione. Fu Saragat questa volta a non esser pari al suo compito. Il chiuso e iroso commento che egli dedicò agli esiti del congresso dove gli autonomisti risultarono in minoranza nel Comitato Centrale pose, come Nenni scrisse, sulla unificazione socialista una pietra tombale che fu rimossa solo dieci anni dopo quando il partito socialdemocratico, usurato da una scialba pratica governativa e abbandonato dai suoi uomini più rappresentativi, confluiti nel partito socialista, aveva già subito un ulteriore processo di deterioramento e mentre il ‘68 batteva alle porte.

A punto di riferimento Nenni e Saragat, di comune accordo, avevano scelto, questa volta, il congresso della unificazione socialista tenutosi in Francia nel 1930 che li aveva incoronati e che aveva avuto la benedizione di Turati. Fui invitato da Nenni a redigere una carta della unificazione, chiara e breve come quella votata allora. Egli approvò il mio testo e mi pregò di sottoporlo a Saragat, il quale suggerì, poco democraticamente ma questa volta con buone ragioni, che la commissione paritetica competente si limitasse a una presa d’atto, trattandosi di principi e di idee su cui ogni socialista doveva essere d’accordo. Così non fu. Tutte le riserve e tutte le diffidenze covanti nei dirigenti minori dei due partiti trovarono modo di scatenarsi e il mio testo non lasciò traccia di sé nel documento lungo e prolisso che fu la carta con la quale si affrontò la parata della Costituente socialista.

Il partito che ne nacque ebbe vita breve, stentata e rissosa, si ridivise dopo il deludente risultato delle elezioni del ‘68. La bandiera dell’autonomia socialista sarà ripresa e con piglio aggressivo da Bettino Craxi.

Il mio primo incontro con lui risale al 1956 quando, giovane spilungone avvolto in un cappotto stinto, venne a trovarmi per dirmi il suo compiacimento per la “Storia dell’Avanti!” che avevo appena scritta e al congresso di Venezia molto si adoperò col suo gruppo per darmi i voti che mi collocarono ai primi posti tra gli eletti al Comitato Centrale. Fui confermato membro della Direzione quando egli ne divenne segretario e sul tema dell’autonomia ebbi con lui ripetute discussioni che avevano i segni di una meditata riflessione e che mi colpirono per la loro novità assai diversa dal “nuovismo” banale e dilettantesco di chi ha messo insieme la “cosa uno” e la “cosa due” e le varie cose minori che le hanno fatto contorno. Mi prefiggo, dum vita supersit, di raccogliere documenti e ricordi quale contributo alla conoscenza di una fase della storia del socialismo, della sinistra, della politica italiana, sulla quale anche chi l’ha vissuta ha idee oscure e confuse e che pure presenta, non solo in sede storica, motivi di grandissimo interesse. In sede politica il mio giudizio su di lui, formato e consolidato su esperienze vissute, lo espressi nel 1984 lasciando, dolorosamente, il partito nel quale avevo militato per un quarantennio.

Gli riconoscevo comunque allora e gli riconosco oggi il merito di aver portato nella sua rivendicazione dell’autonomia socialista una passione sincera e lungamente maturata, di avere avuto intuizioni lucide e lungimiranti sui mutamenti in corso nella società italiana e nel suo sistema politico, di avere avuto, nonostante che la sua cultura non brillasse per ricchezza e per raffinatezza, assai chiaro il senso della importanza della “battaglia delle idee” nella lotta politica, di aver praticato con maestria e con coraggio a volte temerario, la guerra corsara, fino al punto da modificare radicalmente i rapporti all’interno della sinistra: per la prima volta erano i comunisti a dividersi intorno al tema del rapporto coi socialisti. Il suo disegno strategico non ebbe però la duttilità e l’efficacia della sua tattica. La formula della Unità Socialista, intesa come riduzione a passivi satelliti di socialdemocratici e comunisti e emarginazione dei gruppi riluttanti ad accettarlo quale padre-padrone della intera sinistra italiana era per più ragioni impraticabile e il suo disegno non era emendabile nel clima da satrapia che era venuto a formarsi, a ritmi sempre più accelerati, nella Direzione del partito, che fece di lui il solo protagonista dell’azione politica e che favorì un processo di involuzione e di corruzione del costume dagli esiti nefasti e che da qualcuno dei suoi collaboratori fu finanche teorizzato.

Esiste nella politica un tasso di corruzione che può definirsi fisiologico e che in quegli anni fu superato nell’intero mondo politico italiano – e non sono sicuro che esso oggi sia significativamente calato – ma se esso ebbe nel partito socialista effetti particolarmente devastanti ciò fu anche perché il suo regime interno ne aveva fortemente indebolito il corpo e l’anima.

Ciò non toglie che interpretare la rivoluzione di Tangentopoli come rivolta di una società civile, presunta pulita contro la corruzione del mondo politico allontana e non avvicina la comprensione di quella storia. L’ipotesi che io consegno agli storici che mi seguiranno è che anche in questo episodio abbiano operato, come in tutta la vicenda politica italiana a partire dalla formazione del primo governo di centro-sinistra dei fattori occulti i quali, in questo caso, furono mossi dalla decisa volontà di limitare,fino ad annullarlo, il primato della politica nella gestione del potere, di ridurre il governo del paese, direbbe Marx, a comitato d’affari dei potentati economici nazionali e internazionali.

Il capitale finanziario, oggi come mai prima d’ora, nella sua tumultuosa e turbinosa corsa non può tollerare regole che non siano quelle sue proprie. Il parallelo sviluppo di ideologie volgarmente revisionistiche della storia, del diritto, dell’economia, il diffondersi delle pratiche referendarie e plebiscitarie, i criteri aziendalistici, anch’essi eretti a dottrina, coi quali avviene la selezione del personale di governo nazionale, regionale e municipale sono tutti indirizzati nella stessa direzione, mirano a dare il monopolio del potere a chi detiene il monopolio dei mezzi di comunicazione e di imbonimento.

Per questo la riflessione storica sulla scissione di palazzo Barberini ritorna attuale. L’obiettivo allora era quello di affermare e costituire in forza politica l’autonomia socialista contro l’egemonia del comunismo staliniano per ragioni che erano al tempo stesso etiche e politiche. Oggi la causa dell’autonomia socialista coincide con quella dell’autonomia della politica da una egemonia ideologica che trae la sua forza dall’essere espressione di tendenze reali della società avanzata del nostro tempo, dai mezzi imponenti di cui dispone e anche dalla miopia e l’ignavia di chi dovrebbe opporvisi, interpretando gli interessi presenti e futuri della intera umanità.
La riscoperta e la rivalutazione del ricchissimo e ancora vitale patrimonio di esperienze etiche, dottrinali e politiche del filone centrale del socialismo italiano, passato alla storia come riformista, diventa perciò il problema politico principale della sinistra italiana d’oggi.

E qui mi pare opportuna un’avvertenza. Il termine riformista è oggi talmente logorato dall’uso, dall’abuso e dal cattivo uso che ha perso ogni significato. Turati stesso quando la parola entrò nel gergo politico corrente tentò di respingerla: per lui esistevano due socialismi soli, quello di chi sapeva e quello di chi ignorava che cosa la parola socialismo significasse.

Riformista si proclama oggi ogni modesta e molesta compagnia di ventura messa insieme per partecipare alla lotteria delle elezioni. Riformista si proclama il residuato maggioritario, sfiduciato e sfiancato, di quello che fu il partito comunista, disposto a dichiarare, ignorando peraltro la dialetticità della storia, che il comunismo è incompatibile con la libertà, ma non a riconoscere che la causa della libertà, della giustizia, della pace dal lontano 1892 ha camminato al passo del partito socialista.

Di questa storia Veltroni salva solo Carlo Rosselli, creatore e martire del movimento nelle cui file nel 1942 ho iniziato la mia milizia politica, continuandola in una formazione partigiana giellista e alla cui figura mi lega un sentimento, più volte espresso di ammirazione e di devozione. Ma l’operazione rivolta a collegarsi idealmente a lui, isolandone la figura, pur di ignorare Turati e Matteotti, Treves e Modigliani, Saragat e Nenni, è storiograficamente infondata, culturalmente sterile, politicamente inutile.

Riformista, rifacendosi – e non senza qualche buona ragione – al Togliatti della svolta di Salerno si dichiara Cossutta e ne interroga l’ombra, ma senza riceverne esaurienti risposte. Rifiuta, a mia conoscenza la qualifica di riformista il partito di Fausto Bertinotti, rinchiuso in un socialismo, direbbe Gramsci, da “umiliati e offesi” che ha una sua nobile ragion d’essere nella società della opulenza senza speranza e della emarginazione disperata, ma che non basta a costruire una politica. Il gruppo del “Manifesto”, che non costituisce un partito ma che rappresenta certamente un movimento d’opinione con proprie radici e tiene in vita con coraggio, intelligenza, tenacia e sacrificio il solo quotidiano di sinistra esistente oggi in Italia, dopo aver superato lo stalinismo per la via del maoismo e il maoismo per la via del sessantottismo rimane irretito nelle maglie di un antisocialismo borioso e settario e di un avanguardismo esotizzante e finanche estetizzante, compiaciuto di se stesso e sdegnoso del dialogo con chiunque non abbia i loro titoli di nobiltà. È significativo il fatto che nonostante il vuoto lasciato dall’Avanti! prima e dall’Unità dopo, nonostante l’originalità della sua formula, “Il Manifesto” non riesca a far crescere i suoi lettori e debba ricorrentemente far ricorso al buon cuore anche di chi nutra nei loro confronti sensi di motivata irritazione, ma non può negare solidarietà alla sola voce libera e squillante nel grigio e urlante coro della stampa italiana.

Ora, la distanza che ci separa dalla scissione del ‘47 non è computabile in anni: è quella di un’era storica. Il comunismo nel suo stato e nei suoi partiti non esiste più e solo toccando i vertici della ignoranza e della sfrontatezza si può predicare che sull’Italia d’oggi incombe la minaccia del bolscevismo veltroniano. Ma il problema del recupero del senso dell’autonomia del socialismo si pone e si ripropone in termini perentori e ultimativi più di allora: si può dire, senza incorrere nel rischio di drammatizzare, che esso si identifica nell’immediato col recupero del vecchio elettorato socialista che è una delle condizioni necessarie di un auspicabile successo della coalizione di centro-sinistra e che è – oltre le elezioni – la condizione necessaria perché un deprecabile insuccesso non si trasformi in una disfatta della democrazia nel nostro paese.

È per questo che una grande ed esaltante responsabilità cade su di voi che avete promosso questo incontro nello spirito di chi non vuol fare di quel lontano evento una convenzionale commemorazione ma vuol riprendere il filo di una tradizione che non è fatta di stinte iconografie, ma di una cultura che fece dei nostri padri i maestri del vero realismo politico, quello di chi sa interpretare la realtà e prevederne gli sviluppi.

Un uomo della levatura intellettuale e morale di Umberto Terracini, di fronte alla crisi che percorreva il partito al quale aveva dato tutto se stesso, disse “Turati aveva ragione”. Ripetiamolo anche noi. Di fronte a tutti i grandi e grandiosi eventi della storia d’Italia e d’Europa, fino alla sua morte Turati ebbe ragione e non per virtù profetiche ma perché la sua cultura, la cultura del socialismo democratico coi suoi principi e coi suoi valori, gli dava la capacità di veder giusto e lontano. Ed ebbe ragione Matteotti quando con la parola e con l’esempio dette all’antifascismo un’etica che superò le barriere di parte e i confini della nazione. Ebbe ragione Saragat nel ‘47, quando pose, anche lui guardando lontano, il problema dell’autonomia socialista. Ebbe ragione Nenni, nel ‘56, quando intuì che il ciclo aperto dalla rivoluzione di ottobre si era definitivamente chiuso e che il socialismo italiano ed europeo doveva battere vie nuove. E ogni loro sconfitta è stata una sconfitta della civiltà.

L’era storica cui essi appartennero si è conclusa e io sento come un privilegio averla vissuta a fianco dei compagni che ho ricordato e dei tanti altri, oscuri e illustri, dei quali ho condiviso la fede e le speranze. Ma non è frutto della nostalgia la convinzione radicata che resta integralmente vera l’idea cardine del socialismo: che il sistema economico dominante, che ha certamente dato all’umanità conquiste civili e materiali inimmaginabili ancora nei tempi che ho rievocato, è sempre percorso da contraddizioni le quali, ove non siano contestate e contrastate per tempo, esplodono con la forza devastante degli uragani. I maestri del socialismo previdero la guerra e i suoi effetti.

Oggi il sistema dominante nei suoi frenetici e incontrollati sviluppi genera guerre e guerriglie, genocidi e terrorismi, condanna alla sicura morte per fame milioni di esseri umani, fa della criminalità organizzata una potenza a dimensione planetaria, minaccia le fonti della vita, l’aria e l’acqua. Non è massimalismo senile: ce lo dice la cronaca quotidiana, ce lo conferma la scienza.

In anni bui, Ignazio Silone scrisse che quando tutti dicono “sì” basta un “no” scritto nottetempo su un muro per illuminare mille coscienze.

È l’ora per esigue che siano le nostre forze e flebile la nostra voce di dire il nostro “no” alla barbarie, il nostro “sì” al socialismo. E consentite a un vecchio militante, carico di cicatrici, di chiudere con un suggerimento e un invito.

Il suggerimento è quello di scrivere sulle nostre bandiere non lettere che non dicono nulla ma due parole che dicono tanto: democrazia socialista. L’invito è quello di affrontare la campagna elettorale col motto – la parola d’ordine, si diceva un tempo – “socialisti di tutta Italia unitevi”, intorno ai vostri simboli – ve lo auguro -, intorno ai partiti della coalizione democratica, – lo spero – ma portandovi, tutti e dovunque, la volontà, a prova conclusa, di rialzare la bandiera dell’autonomia socialista che noi levammo a palazzo Barberini.

Dite che il socialismo non è morto, che esso è ancora la speranza del mondo. Promettetelo ai giovani che ancora non hanno conosciuto la speranza. Consentite ai vecchi – e son tanti – che vivono in malinconica solitudine la loro ultima stagione di toccare quel laico stato di grazia di chi ha conservato la propria fede e sa che quel che ha dato non è andato perduto.

Post fata resurgam è scritto su una tessera socialista dopo l’assassinio di Matteotti, su dettato – si disse – del latinista Turati: dopo il disastro risorgerò. È questo il mio auspicio. Sia questa la vostra volontà».

1947

emblema

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