ALLE RADICI DEL SOCIALISMO ITALIANO: RODOLFO MONDOLFO E L’UMANESIMO MARXISTA

ALLE RADICI DEL SOCIALISMO ITALIANO: RODOLFO MONDOLFO E L’UMANESIMO MARXISTA

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

Esattamente centoquaranta anni fa, nel 1877, nasceva a Senigallia (in provincia di Ancona) Rodolfo Mondolfo, uno dei più grandi interpreti italiani di Marx e forse anche uno dei filosofi più dimenticati del secolo scorso. Era l’ultimo di quattro fratelli di una famiglia di origine ebraica; il terzo di essi si chiamava Ugo Guido (1875-1958) e fu un importante dirigente socialista vicino a Filippo Turati e a Giuseppe Emanuele Modigliani, nonché un valido professore di storia nei migliori licei del paese.

La formazione del giovane Rodolfo, sia dal punto di vista accademico che da quello politico, avviene a Firenze, proprio sulle orme di Ugo Guido, che vi si era laureato in lettere nel 1896. Infatti è in questa città che il nostro autore entra in contatto con un gruppo di studenti che si ritrovano abitualmente presso l’abitazione di Ernesta Bittanti, futura moglie di Cesare Battisti, tra i quali figurano lo stesso Battisti (all’epoca studente di geografia) e il famoso Gaetano Salvemini. Con loro e con un più vasto gruppo di giovani intellettuali fiorentini appassionati di sociologia e di storia contemporanea, Rodolfo matura un interesse per il socialismo e, infine, prende la decisione insieme a suo fratello di aderire al partito da poco formato. Contemporaneamente però studia con grande impegno sotto la guida di insegnanti di prim’ordine: Pasquale Villari per la storia, Gerolamo Vitelli per la letteratura greca antica e, forse il più influente su di lui, Felice Tocco per la filosofia e la psicologia. Sarà infatti proprio la filosofia che Rodolfo sceglierà come passione e professione di tutta la vita, laureandosi con una tesi sul sensismo di Étienne Bonnot de Condillac nel 1899.

Inizia subito la carriera didattica, prima nei licei (a Potenza, Ferrara, Mantova) e poi, dal 1904, all’università, cominciando da Padova come “professore incaricato” dove sostituisce il celebre positivista Roberto Ardigò. Trasferitosi a Torino nel 1910, v’insegna come professore ordinario la storia della filosofia e pubblica nel 1912 il celebre saggio “Il materialismo storico in Federico Engels” che lo rende famoso e gli apre le porte dell’università di Bologna nel 1914. Rimarrà in questo ateneo fino al 1938, quando le infami leggi razziali lo costringeranno (nonostante l’aiuto di Giovanni Gentile) all’emigrazione in Argentina, dove resterà dal 1940 fino alla morte avvenuta nel 1976. In questo paese R. Mondolfo rinuncia a interessarsi di politica e si concentra sulla storia del pensiero filosofico antico, ma sempre alla luce del presupposto nesso tra le varie epoche storiche. Pubblica a questo proposito due lavori veramente fondamentali: “L’infinito nel pensiero dei Greci” (1934) e “La comprensione del soggetto umano nella cultura antica” (1955), nei quali lo schema hegeliano (e poi gentiliano) della filosofia antica come puro “oggettivismo” viene brillantemente confutato.

Ma anche l’esilio sudamericano, benché essenzialmente apolitico, non è privo di problemi: Mondolfo è marxista, di origine ebrea e con un passato da militante socialista. Entra presto in rotta di collisione con il corpo insegnante dell’università di Córdoba, di orientamento peronista. Sceglie quindi di spostarsi nella nuovissima università di Tucumán (1948) dove resta fino al 1952, anno in cui si trasferisce definitivamente a Buenos Aires. Muore novantanovenne, lucidissimo e amareggiato dalla crisi della democrazia argentina, a pochi mesi dal colpo di stato militare di Jorge Rafael Videla.

Nel resto di questo breve articolo ci focalizzeremo però sul contributo politico dell’autore, che essenzialmente si concentra nel periodo tra il 1911 e il 1926, quando collabora con varie testate importanti: in primo luogo “Critica sociale” di Filippo Turati, ma anche “L’Unità” di Gaetano Salvemini, “La Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, “Quarto Stato” di Pietro Nenni e Carlo Rosselli ecc. Nel 1925 firma il “Manifesto degli intellettuali anti-fascisti”, ma dall’anno successivo in poi produrrà solo lavori prettamente filosofici (a parte i contributi all’Enciclopedia Italiana sollecitatigli da Giovanni Gentile).

Come socialista R. Mondolfo si caratterizza subito per un forte impegno intellettuale e teorico, sempre vicino al “riformismo marxista” di Filippo Turati, ma anche aperto alle innovazioni, non sempre gradite al partito, proposte da Gaetano Salvemini (che infatti romperà con PSI sulla questione della guerra di Libia). Il nostro autore è la punta di diamante dei marxisti teorici italiani (orfani nel 1904 del padre fondatore Antonio Labriola) nel fuoco del dibattito filosofico che si ha a partire dal 1911 con la supposta “fine del socialismo” (secondo Benedetto Croce) e l’ipotizzata collocazione “in soffitta” del marxismo. Al contrario R. Mondolfo accetta la sfida e tenta in questi anni un’ambiziosa “ricostruzione” generale del marxismo come filosofia del movimento operaio mediante un’innovativa sintesi tra il positivismo moderato e gli elementi più tipici della lettura di Karl Marx data da Antonio Labriola. Precorrendo Antonio Gramsci e sviluppando coerentemente Friedrich Engels, il marxismo è per lui essenzialmente una “filosofia della prassi” che supera sia l’approccio materialista volgare, con la sua inevitabile tendenza all’evoluzionismo meccanicista, sia il punto di vista idealista, troppo incline invece al volontarismo. È una sorta di moderno “umanesimo” in cui si ravvisa, accanto a poderose forze storiche obiettivamente determinate, anche il libero agire umano. A illustrare le caratteristiche del marxismo inteso come progetto finalizzato all’attuazione completa della libertà dell’uomo, R. Mondolfo dedica una lunga serie di studi: dal già citato “Il materialismo storico di Federico Engels”, alla raccolta di studi “Sulle orme di Marx” (1919), fino alla miscellanea curata da Norberto Bobbio e intitolata “Umanesismo di Marx” (1968).

Nella concezione mondolfiana quella umana non è mai una libertà assoluta, poiché l’uomo trasforma con la sua azione la natura e compie la storia sempre a partire da condizioni date e l’ambiente da lui trasformato reagisce, a sua volta, sull’uomo, che procede poi a ulteriori trasformazioni, secondo un incedere dialettico che R. Mondolfo, riprendendo un’espressione gentiliana, definisce “il rovesciamento della prassi”. Questo significa che ogni momento del processo storico condiziona sempre quello successivo e che tra i vari momenti esiste sempre un certo legame di continuità. Così una vera rivoluzione può aver luogo solamente se sono mature le condizioni storiche e sociali che la rendono possibile; sotto questo punto di vista, R. Mondolfo giudicherà la Rivoluzione d’Ottobre come una forzatura del processo storico russo, costretta a impiegare la violenza come metodo d’azione e a fondarsi sulla dittatura di un’élite rivoluzionaria e non di un partito di massa dei lavoratori. In opposizione a questa forma di “volontarismo” bolscevico, che trascura o minimizza le reali condizioni storiche presenti, R. Mondolfo riconosce invece tutto il peso della struttura economico-sociale, ma sempre escludendo ogni forma di concezione deterministica dell’evoluzione storica e abbracciando all’opposto le posizioni di un socialismo democratico veramente riformista. Un “socialismo mite” come lo ha definito qualcuno (Carmelo Calabrò, 2007). In questo senso la sua lezione è ancora viva e vitale per quanti oggi si richiamano a questi ideali in Italia e nel mondo. Un maestro di socialismo, quindi.

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Un pensiero su “ALLE RADICI DEL SOCIALISMO ITALIANO: RODOLFO MONDOLFO E L’UMANESIMO MARXISTA”

  1. Veramente un intervento interessante. In effetti non si parla molto nel mondo socialista, figuriamoci fuori, del socialista e filosofo Mondolfo. E penso sia importante riprenderne gli insegnamenti, i discori interrotti ed evitare che il suo lascito politico vada perduto.

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