Congresso socialista Filippo Turati

LA “PROFEZIA” DI TURATI DEL 1921: IL SOCIALISMO CONTRO LA VIOLENZA POLITICA

di Daniele Colognesi, Dipartimento sulle politiche per l’università e la ricerca

brevissima introduzione al discorso di Filippo Turati al XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano

Nel gennaio del 1921 si svolge a Livorno il famoso XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano, quello che segnerà la scissione dei cosiddetti “comunisti puri” di Antonio Gramsci e Umberto Terracini (de “L’Ordine Nuovo” di Torino) e di Amadeo Bordiga (de “Il Soviet” di Napoli), con la conseguente nascita del Partito Comunista d’Italia. Ciò che può facilmente sorprendere il lettore è il fatto che lo scontro maggiore non avviene tra i futuri comunisti e l’ala “destra” riformista di Filippo Turati e Claudio Treves, ma tra i primi e i cosiddetti “socialisti comunisti” di Giacinto Menotti Serrati. Questi ultimi erano gli eredi della vecchia “sinistra” massimalista del PSI e detenevano l’egemonia del partito già dal XIII Congresso Socialista di Reggio Emilia del 1912. Entrambi i gruppi volevano all’adesione del PSI alla Terza Internazionale (il Komintern) e si definivano “marxisti rivoluzionari”: erano favorevoli a una presa del potere con mezzi violenti, come in Russia, e alla successiva instaurazione di un sistema di governo di tipo sovietico.

Tuttavia si differenziavano tra loro su un certo numero di questioni tattiche importanti, non ultima la modalità di applicazione dei cosiddetti “21 Punti dell’Internazionale Comunista”, formulati nel 1919 per l’adesione definitiva e organica al Komintern, ma approvati formalmente solo a metà del 1920. Per esempio, era richiesta da Mosca l’espulsione dal Partito di tutti gli elementi riformisti e gradualisti, a prescindere dalla loro lealtà e dalla loro volontà di rispettare le decisioni prese in sede congressuale. Questo punto non piaceva per niente a molti massimalisti che avevano lottato fianco a fianco per anni con personaggi del calibro di Camillo Prampolini, Filippo Turati, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani, Giuseppe Massarenti, Ludovico D’Aragona ecc., imparando a stimarli a prescindere dalle diverse visioni tattiche e strategiche. Ma c’era di più: Serrati, che pure era completamente entusiasta della Rivoluzione d’Ottobre e coltivava per Vladimir I. Lenin e Lev D. Trockij una vera e propria venerazione, sapeva che i riformisti del PSI, forse un po’ meno abili dei massimalisti nella propaganda verbale e nell’agitazione, erano però degli organizzatori infaticabili e costituivano il nerbo dei quadri della Confederazione Generale del Lavoro (la CGdL, il sindacato socialista), nonché delle leghe, delle cooperative e delle tipografie legate al Partito. Separarsi brutalmente da loro, come avvenne comunque un anno dopo (1922) con il XIX Congresso Socialista di Roma, significava per il PSI perdere un gran numero di attivisti e di dirigenti e, quindi, diminuire di molto la propria influenza sulla classe lavoratrice. C’era poi il problema gravissimo del fascismo: già il Partito Popolare, alquanto incostante nella sua opposizione alle violenze squadriste, a causa dell’atteggiamento prudente delle alte gerarchie ecclesiastiche, aveva diminuito l’unità della classe (specie nelle campagne) e quindi la sua capacità di coagulare una forte risposta difensiva; ora eventuali scissioni comuniste o riformiste non avrebbero potuto che peggiorare la situazione. Ebbene, si ebbero entrambe e, pochi mesi dopo, il 28 ottobre del 1922 Mussolini giunse al governo trasformandolo in soli tre anni (dicembre del 1925) in una feroce dittatura. Ma per lo sfortunato Serrati le cose andarono ancora peggio del previsto: non solo il PSI perse i “comunisti puri” del PCd’I e i riformisti del Partito Socialista Unitario (PSU), ma addirittura nel XX Congresso Socialista di Milano del 1923 la maggioranza degli stessi massimalisti, rimasta profondamente irritata dai modi burocratici e dittatoriali di Grigorij E. Zinov’ev, rifiutò la ventilata fusione con i comunisti (che Bordiga stesso palesemente avversava) e rinunciò definitivamente, con la nota mozione Nenni-Vella, all’adesione al Komintern. Serrati, deluso e amareggiato, abbandonerà allora il PSI e con piccolo gruppo di compagni noti come i “i terzini” (ironia, forse calcistica, sulla Terza Internazionale) chiederà e otterrà l’ammissione al PCd’I, dove, tuttavia, rimarrà sempre emarginato fino alla morte avvenuta nel 1926.

Tornando a Filippo Turati, il suo intervento al XVII Congresso Socialista viene oggi riletto come una sorta di profezia. Egli stesso, rivolgendosi ai compagni che stavano abbandonando il PSI, dice in modo un po’ ironico: “Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po’ ridicola) “una profezia”, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Fra qualche anno, io non sarò forse più a questo mondo, voi constaterete se la profezia si sia avverata”. In effetti in questo discorso Turati, che pure non era affatto un “teorico”, dimostra un intuito politico veramente sorprendente su almeno quattro questioni:

  1. Il potere bolscevico riuscirà a sopravvivere in Russia, senza mai espandersi nel resto dell’Europa, solo facendo appello al nazionalismo. In questo modo entrerà in conflitto con i grandi imperialismi britannico e statunitense, costituendosi così come potenza minore, ma pur sempre imperialista. La svolta di Iosif V. Stalin e Nikolaj I. Bukharin del 1925, nota come “socialismo in un solo paese”, ne sarà il primo assaggio; mentre la divisione dell’Europa post-bellica fatta a Jalta ne darà la dimostrazione finale.
  2. I partiti comunisti occidentali, irreggimentati dalla ferrea disciplina del Komintern, diverranno quindi solo strumenti politici del potere sovietico e verranno costretti ad avallare tutte le svolte diplomatiche da esso ritenute fondamentali per la sopravvivenza dell’URSS. Anche in questo caso episodi incresciosi come la famigerata “tattica del terzo periodo” del Komintern (1929-1934) o il patto Ribbentrop-Molotov (1939) non potranno che avallare i timori di Turati.
  3. Alla minaccia di una rivoluzione comunista violenta e anti-democratica, le classi dominanti reagiranno con metodi altrettanto, se non di più, violenti e anti-democratici, talora addirittura fascisti o semi-fascisti, come in Ungheria (1920), Italia (1922) e Bulgaria (1923). E poi ancora in Polonia (1926), Austria (1932), Germania (1933), Spagna (1936) ecc. In epoca recente questa tesi si è molto diffusa tra gli storici contemporanei, come, ad esempio, Ernst Nolte e la sua scuola.
  4. Il futuro partito comunista, se riuscirà a divenire un partito di massa, sarà lentamente costretto a modificare il suo programma politico, diluendo sempre di più i suoi proclami rivoluzionari e evolvendo verso forme, più o meno consapevoli, di vero e proprio riformismo. La storia del PCI dal 1943 al 1991 (specie a partire dal 1973) ne è la conferma più brillante.

Ma tralasciamo ora le qualità “oracolari” di Turati e anche i suoi errori e le sue sviste. Sì, perché anche lui ne fece: era in fin dei conti un uomo formatosi alla fine del XIX secolo in pieno clima di ottimismo positivista e concepiva la transizione al socialismo come un’evoluzione naturale della società che il Partito avrebbe dovuto soltanto guidare e controllare, ma il cui esito sarebbe stato, in un certo senso, scontato e inevitabile. L’esperienza del fascismo lo colse quindi culturalmente abbastanza impreparato e lo costrinse, più avanti nel suo lungo esilio francese, ad approfondire alcune questioni, specie quelle legate al ruolo sociale e politico delle classi intermedie. Ma di questo sarà opportuno parlarne in altra sede, concentrandoci nelle poche righe che seguono sul tema, davvero attualissimo, del socialismo come rifiuto della violenza politica. Qui Turati si dimostra, sulla falsariga del celebre Karl Kautsky, conoscitore davvero profondo del marxismo quando segnala ai comunisti (ma anche ad alcuni massimalisti) che Marx ed Engels non rimasero per tutta la vita fermi alle posizioni insurrezionaliste del “Manifesto” del 1848, ma, soprattutto dopo la sanguinosa repressione della Comune di Parigi nel 1871, ripensarono in modo graduale, ma irreversibile, tutta la strategia rivoluzionaria del movimento operaio. Nel quadro di un capitalismo in tumultuosa espansione, scosso sì da crisi periodiche, ma lontanissimo dall’ipotetico Zusammenbruch (“crollo finale”), i due fondatori del socialismo scientifico concepirono la creazione di partiti di massa dei lavoratori dotati di un duplice programma: quello minimo di rivendicazioni immediate e quello massimo implicante la conquista del potere e il superamento del capitalismo mediante la socializzazione dei principali mezzi di produzione (si veda, per esempio, il Programma di Erfurt della Partito Socialdemocratico Tedesco, largamente redatto secondo i consigli di Engels nel 1891). Tuttavia anche il programma massimo non veniva più inteso necessariamente in senso insurrezionalista, al contrario, almeno nei paesi capitalisti giunti a una piena democrazia basata sul suffragio universale, la conquista politica del potere, sosteneva Marx già nel suo famoso discorso (detto “La Liberté”) di Amsterdam del 1872, sarebbe probabilmente avvenuta in maniera pacifica mediante la normale competizione elettorale.

È una tesi che Turati, quasi cinquant’anni dopo, sottoscrive pienamente: se i lavoratori salariati, nel quadro di un capitalismo sempre più sviluppato, costituiscono la larghissima maggioranza della popolazione compenetrando ormai ogni settore economico: dai campi, alle fabbriche, ai trasporti, alla distribuzione, agli uffici, all’amministrazione pubblica, alle forze dell’ordine, all’esercito ecc., chi sarà in grado di fermare la loro avanzata verso la graduale conquista del potere? E, soprattutto, con quali mezzi? Se organizzati dai sindacati e uniti politicamente nel loro partito di riferimento, il Partito Socialista, la loro lotta potrà essere pacifica proprio perché espressione di una maggioranza davvero soverchiante. La violenza, ripete Turati, è peculiare delle minoranze che hanno bisogno di “terrorizzare” proprio per paralizzare la maggioranza e indurla all’inazione.

Certo, oggigiorno, sulla scorta di Antonio Gramsci, potremmo obiettare che qui si sottovaluta il ruolo delle ideologie individualiste o fataliste, dei nazionalismi xenofobi, dei populismi demagogici che impediscono ai lavoratori salariati (classe obiettivamente in sé direbbe György Lukács) di costituirsi anche come classe per sé, ovvero di sviluppare una profonda coscienza del proprio essere sociale. Ebbene Turati avrebbe risposto in modo pacato che solo l’instancabile azione politica, organizzativa e educativa, svolta dal Partito (o meglio, con il Partito e dentro il Partito) può sviluppare la coscienza e preparare i lavoratori a gestire, loro soli, la cosa pubblica. Ma lo direbbe diversamente, dato il suo bell’eloquio da avvocato e letterato, con una magnifica frase che mi piace riportare a chiusura dell’articolo: “Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura, tutto ciò è il socialismo che diviene. E, o compagni, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorciatoia allunga il cammino, la via lunga è anche la più breve. Perché è la sola. E l’azione è la grande educatrice e pacificatrice”.

 

Filippo Turati
Discorso al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano
(Livorno – 19 gennaio 1921)

«Compagni amici e compagni avversari, non voglio, non debbo dire, nemici. A Bologna [1], un anno fa, in un discorso molto contrastato, che forse ebbe tuttavia qualche conferma dai fatti, io vi pregavo di accogliere le mie parole come un testamento. Io non debbo, senza volere avere la presunzione sciocca e ridicola di aggiungere lugubre solennità alle mie parole (poche parole)… Non debbo e non posso farvi altra dichiarazione oggi.

Più che mai, anzi, debbo ringraziare il Partito e il Congresso che mi hanno “lasciato in vita”, che “mi lasciano tuttora in vita”. È stato un po’ il mio destino d’essere sempre un imputato davanti a questo o quel tribunale e quando è un tribunale rivoluzionario, che non vi schianta completamente, che vi lascia qualche respiro, è un tribunale molto mite a cui bisogna essere grati. Perciò io invoco ancora la vostra cortesia, tanto più che le mie parole, siano dette per la frazione a cui appartengo o per fatto personale o per dichiarazione anticipata di voto, potranno essere assolutamente brevi, più brevi di quelle di tutti gli altri che mi hanno preceduto, se, s’intende, avrete la cortesia di non interrompermi troppo e non avrete interesse a interrompermi, specialmente i compagni che desiderano condannarmi. Costoro hanno tutto l’interesse, perché la loro condanna abbia un’apparenza di fondamento, a sentire la mia esposizione, che non abuserà né del loro tempo, né urterà volontariamente i loro sentimenti. Lontana da me ogni intenzione, anche se una parola fosse mal detta o male intesa, ogni intenzione urtante o offensiva e voi, che siete i più bolscevichi di tutti, dovrete ammettere questa confessione “alla russa” fatta ad alta voce. Non ho bisogno di molto tempo, né per fatto personale, né per dichiarazione di voto. Non per fatto personale, perché sebbene in un certo senso tutto questo Congresso sia un po’ anche il mio processo (anzi io dovevo averne uno speciale: fui rimandato dalla Camera di Consiglio a questa Corte di Assise per uno speciale processo che forse soltanto l’angustia del tempo non farà celebrare con tutti i riti), tuttavia io constato che lo stesso Congresso, gli stessi oratori che mi accusano, mi hanno anche un po’ difeso. Poi consentite questo orgoglio testamentario innocuo: credo che nel profondo dei vostri cuori sentiate che, dopo tutto, la mia difesa personale più che nelle parole è in me stesso. Ma io non avvilirò, non umilierò, non immiserirò il Congresso con una discussione di piccole minuzie quali sono appunto i fatti personali. Che io abbia usato in un’occasione o in un’altra una frase più o meno opportuna, che un mio atto, come quello di chiunque altro, possa essere stato qualificato a torto o a ragione (io dico a torto), io rivendico i miei infortuni sul lavoro come una parte della mia sincerità, del mio dovere verso il Partito; ma a ogni modo, che abbia incappato in un infortunio sul lavoro, tutto ciò non può scompormi molto, tutto ciò prova che ho lavorato! Gli infortuni sul lavoro non avvengono ai critici inerti, a coloro che non si prestano al rude lavoro; essi d’altronde hanno una ben misera importanza per chi non si crei degli idoli, dei feticci personali. Se il nostro Partito è un partito di classe, se la nostra azione è veramente un’azione della storia, gli errori, fossero pure tali, dei singoli uomini comunque si chiamino, non possono che scalfirne appena l’epidermide.

Amici e compagni, abbattiamo tutti gli idoli, tutte le idolatrie, anche questa idolatria a rovescio che consiste nel sopravalutare gli atti e le parole dei singoli uomini, si chiamino Turati, Serrati, anche Marx o Lenin, come se la forza, la coscienza, l’azione fossero in determinati uomini che potessero tutto compromettere e non fossero nella vostra grande coscienza, nella forza grande di tutto il Partito Socialista. Dunque alla pattumiera tutte le misere quisquiglie personali. Leviamoci più alto, al di sopra di queste miserie e soprattutto degli uomini e delle persone.

E neppure varrebbe la pena di un lungo discorso per una dichiarazione anticipata di voto, dopo che nelle parole di tanti altri, di Baldesi [2] fra gli altri, dello stesso Lazzari [3] (che veramente mi ha trattato un po’ maluccio, ma tanto non siamo schizzinosi, e nel cui discorso abbiamo sentito pulsare quel senso di profonda umanità che si direbbe smarrito, inaridito nei teoremi, nei filosofemi astratti, ideologici dei nuovi filosofi), nelle parole di Vacirca [4], c’era quanto bastava per la difesa dottrinale nostra, c’era quanto bastava per persuadere quelli che potevano essere persuasi, per farli dubitare, per farli studiare. Quanto a quelli che hanno un velo settario nella mente che impedisce loro di dubitare, per questi ormai sono vani i discorsi e lascio che l’evoluzione degli spiriti avvenga da sé. Mi pare che l’evoluzione spontanea degli spiriti avvenga e non vi offendete se dico bene di voi. Sì, io constato, sì, io trovo negli stessi discorsi dei compagni avversari, di quelli che più furono prigionieri di se stessi, delle loro tesi di ieri. Sì, io trovo questa evoluzione rapidamente in cammino. Allora, quale e quanta differenza, compagni (e lo dico a elogio, perché gli immobili, gli statici, coloro che non sanno mutare non sono che dei capita mortua, delle cose morte, non un partito vivo e che avanza), quale e quanta differenza tra l’avventata revisione e proclamazione di Bologna [1] e i cauti e ponderati discorsi degli stessi estremisti e massimalisti di questo Congresso. Non voglio giocare a fare la personalità, dico un’impressione generale. Vi parla un compagno avversario: forse non ve ne avvedete, ma voi correte verso di noi con la velocità di un treno lampo! Quando la mentalità della guerra, non è colpa di nessuno, sarà evaporata, quando quella che, con frase felice, Serrati (faccio nomi di persone quando debbo lodarle, unicamente) chiamava “la psicologia di guerra”, ossia il socialismo dei combattenti, sarà svanita, allora quando l’esperienza, la riflessione avranno fatto scuola e lezione nei cervelli di tutti, io credo fermamente che l’unità, che oggi è tanto di spregiata e combattuta, l’unità del Partito tornerà a trionfare. Ecco in che senso, pur constatando un dissenso che non giova attenuare con foglie di fico compiacenti, che giova analizzare, che giova denudare, perché la critica è la vita del pensiero, anche nei partiti, ecco perché, pur constatando un dissenso, noi rimaniamo fermamente unitari. Ecco perché io stesso, che passo per essere, sarà giusta o no questa topografia, il più destro dei destri, io stesso mi unisco con tutto il cuore alla mozione votata a Reggio Emilia (che vi sarà presentata qui con la stessa sostanza, mutata solo la forma, per renderla adatta al Congresso), mi vi associo, malgrado certe concezioni, certe transazioni, certe, se vogliamo dirlo, ambiguità che essa sostiene, dovute a un onesto opportunismo di Partito, dovute al desiderio di venire incontro a tutti i compagni per fare la reale, la leale unità.

Compagni, io non toccherò che due note in questo, ripeto, breve discorso: una nota dottrinale e una nota pratica. Nella dottrina, sul terreno dottrinale, io rivendico, noi rivendichiamo, solennemente il nostro diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il “socialismo comunista” o il “comunismo socialista”, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo e il sostantivo rinnega l’aggettivo.

Il comunismo ebbe due sensi, voi tutti lo sapete, nella storia del moderno movimento proletario. O fu il comunismo critico di Engels e di Marx, il comunismo classico, opposto per ragioni tutte tedesche e transeunte ai falsi socialismi che prevalevano un quarto di secolo fa, socialismi filantropici falsi, a tutti i socialismi antirivoluzionari di quel tempo (e tutto questo è superato in Germania, come in Italia, come dovunque), oppure si chiamò comunismo in senso ideologico, nella previsione della forma della futura società socialista, che fosse più in là del collettivismo, che al concetto del sistema collettivista: “a ciascuno secondo il proprio lavoro, salvo gli invalidi, i bambini, ecc.”, sostituiva il concetto più vasto: “a ciascuno secondo i propri bisogni”, prendere nel mucchio, come si diceva sinteticamente, ché più che due concetti opposti significavano due fasi successive di evoluzione. La prima applicabile a una società in periodo classico capitalistico, la seconda in una società di abbondanza, di esuberanza in cui le condizioni sociali permettano il grande consumo, la grande distribuzione ugualitaria di tutte le ricchezze.

Compagni, questo comunismo, in un senso o nell’altro, questo comunismo che è il socialismo, può anche espellermi dalle file di un partito, ma non mi espellerà mai da se stesso. Perché io ho detto che quando si fa testamento si può essere un po’ orgogliosi, perché, francamente, compagni, è un diritto dell’anzianità, niente altro, non è un merito. Questo comunismo, questo socialismo e questo comunismo, non solo noi li abbiamo imparati negli anni della giovinezza sui testi sacri, direi quasi, della nostra dottrina, ma li abbiamo in Italia, per solo merito di anzianità, ripeto, insegnati alla massa, al Partito nostro, ai partiti che precedettero il nostro nell’evoluzione del socialismo, quando questi lo ignoravano, quando lo temevano, quando lo sospettavano, quando lo avversavano.

Ed è così che io, con pochissimi altri, in un tempo che i giovani non possono ricordare, lo abbiamo portato nella lotta proletaria per la prima volta in Italia. Oh! Copiammo dall’estero, più avanzato di noi, la suprema finalità del socialismo: la conquista del potere da parte del proletariato costituito in partito indipendente di classe, questa conquista del potere che il compagno Terracini ieri, mi pare ieri, enunciava come un segno di distinzione fra la loro schiera e la nostra, fra il programma antico e quello tutto nuovo, anzi, come egli ci confessò onestamente, tutt’ora in faticosa elaborazione, che però egli vorrebbe sostituire in blocco al vecchio e glorioso programma del Partito Socialista. Io posso dunque amichevolmente sorridere di questa novità e di questa scoperta, che furono l’anima della nostra intelligenza e della nostra vita da che cominciammo a pensare. Non è questo che ci distingue oggi.

Ciò che ci distingue non è la generale ideologia socialista, la questione del fine e neppure quella dei grandi mezzi (lotta di classe, conquista del potere ecc.), ma è la valutazione della maturità della situazione e l’apprezzamento del valore di alcuni mezzi episodici. Primo fra questi la violenza, che per noi non è, e non può essere, programma, che alcuni accettano pienamente e vogliono organizzare (i “comunisti puri”) [commenti] e altri accettano soltanto a metà (gli “unitari comunisti” o viceversa). Altro punto di distinzione è la dittatura del proletariato, che per noi o è dittatura di minoranza e allora non è che dispotismo, il quale genererà inevitabilmente la vittoriosa controrivoluzione, o è dittatura di maggioranza ed è un evidente non senso, una contraddizione in termini, poiché la maggioranza è la sovranità legittima e non può essere la dittatura. Terzo punto di dissenso è la coercizione del pensiero, la persecuzione all’interno del Partito dell’eresia, che fu l’origine ed è la vita stessa del Partito, la sua grande forza salvatrice e rinnovatrice, la garanzia che esso possa lottare contro le forze materiali e morali che gli si parano di contro.

Ora tutti e tre questi concetti si risolvono poi sempre in un solo: nel culto della violenza, sia esterna sia interna e hanno tutti e tre un presupposto nel quale è il vero punto di divergenza tra noi: l’illusione che la rivoluzione sia il fatto volontario di un giorno o di un mese, sia l’improvviso calare di uno scenario o l’alzarsi di un sipario, sia il fatto di un domani e di un posdomani del calendario (la rivoluzione sociale non è un fatto di un giorno o di un mese, è il fatto di oggi, di ieri e di domani, è il fatto di sempre, che esce dalle viscere stesse della società capitalista, del quale noi creiamo soltanto la consapevolezza e così agevoliamo l’avvento); mentre nella rivoluzione ci siamo e matura nei decenni e trionferà tanto più presto quanto meno lo sforzo della violenza, provocando prove premature e suscitando reazioni trionfatrici, ne devierà e indugerà il cammino. Onde è che per noi le scorciatoie sono sempre la via più lunga e la via, che altri credono più lunga, è stata e sarà sempre la più breve. L’evoluzione si confonde nella rivoluzione, è la rivoluzione stessa, senza sperperi di forze, senza delusioni e senza ritorni.

Ed ecco perché il concetto lumeggiato dal compagno Serrati nelle linee del suo discorso, secondo il quale, in omaggio alla disciplina (la quale, ragionevolmente intesa, noi accettiamo senza riserve e senza ipocrisie, con dedizione e immolazione alle necessità del Partito), noi dovremmo, oggi più di ieri, sottometterci e appartarci, deve essere inteso con molto grano di sale, al pari della formula stereotipa della libertà del pensiero e della critica combinata con la assoluta disciplina nell’azione [commenti]. Ma quando, in un partito come il nostro, incomincia l’azione? Quando finisce? Per chi crede al trapasso taumaturgico l’azione è di un momento e allora si comprende la sottomissione passiva dei dissenzienti, se la loro coscienza non permette loro l’attiva cooperazione. Ma se l’azione si spiega nei decenni, se la rivoluzione non è il fatto di un istante, ma il frutto di una lenta e faticosa conquista, allora, compagno Serrati, chi si sottomettesse sistematicamente e rinunziasse per un tempo indefinito alla parola e al pensiero, evidentemente rinnegherebbe se stesso e io non credo che voi abbiate nessun interesse ad avere dei rinnegati tra voi [approvazioni]. Sarebbe questo il maggiore tradimento che, per ipocrisia, per vanità o per utile personale, si possa fare al Partito.

Questo culto della violenza, che è un po’ negli incunaboli di tutti i partiti nuovi, che è strascico di vecchie mentalità che il socialismo marxista ha disperso, della vecchia mentalità insurrezionalista, blanquista, giacobina, che volta a volta sembra tramontata e poi risorge di nuovo e a cui la guerra ha ridato un enorme rigoglio, non può essere di fronte alla complessità della lotta sociale moderna che una reviviscenza morbosa ed effimera. Organicamente la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo. È propria delle minoranze che intendono imporsi e schiacciare le maggioranze, non già delle maggioranze che vogliono e possono, con le armi intellettuali e coi mezzi normali di lotta, imporsi per legittimo diritto. La violenza è il sostitutivo, è il preciso contrapposto della forza. È anche un segno di scarsa fede nell’idea che si difende, di cieca paura delle idee avversarie. È, insomma, in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfa per un’ora, poiché apre inevitabilmente la strada alla reazione dell’insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto, diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni nemici. Questo avvenne sempre nella storia. Lo stesso Cristianesimo, alle origini una grande idea-forza, che sommosse il mondo, si afflosciò, tradì se stesso, mancò completamente alla sua missione, quando volle appoggiarsi ai troni, ai soldati e ai roghi [applausi]. Con la violenza che desta la reazione, metterete il mondo intero contro di voi. Questo è il nostro pensiero di oggi, di ieri, di sempre, ma soprattutto in periodo di suffragio universale: quando voi tutto potrete se avete coscienza e, se no, nulla potrete a ogni modo. Perché voi siete il numero e siete il lavoro e sarete i dominatori necessari del mondo di domani a un solo patto: che non mettiate, con la violenza, tutto il mondo contro di voi. Ecco il fondo del solo nostro dissenso, che è di oggi come di ieri, nel quale sempre insorgemmo e ci differenziammo. E quando Terracini ci dice, credendo coglierci in contraddizione: lanci la prima pietra chi in qualche momento, nel Partito, non fece appello alle violenze più pazze, io posso francamente rispondergli: eccomi qua! Quella pietra io posso lanciarla [applausi vivissimi].

Sì, a noi può dolere che questa mostruosa fioritura psicologica di guerra ci divida fra noi, ci allontani tutti quanti dalla mèta, ci faccia perdere anni preziosi, facendo involontariamente il massimo tradimento del proletariato, che noi priviamo di tutte le enormi conquiste che potrebbe oggi conseguire, sacrificandolo alle nostre divisioni e alle nostre impazienze, suscitando tutte le forze della controrivoluzione. Sì, noi lottiamo oggi troppo spesso contro noi stessi, lavoriamo per i nostri nemici, siamo noi a creare la reazione, il fascismo e il Partito Popolare [5]. Intimidendo e intimorendo, proclamando (con suprema ingenuità anche dal punto di vista cospiratorio) l’organizzazione dell’azione illegale, vuotando di ogni contenuto l’azione parlamentare (che non è già l’azione di pochi uomini, ma dovrebbe essere, col suffragio universale, la più alta efflorescenza di tutta l’azione, prima di un partito, poi di una classe) noi avvaloriamo e scateniamo le forze avversarie che le delusioni della guerra avevano abbattute, che noi avremmo potuto facilmente debellare per sempre. Né, cari amici, vi sarà sempre possibile ripararvi sotto il “vecchio ombrello di Turati” [ilarità vivissima].

Ma conviene rassegnarsi al destino, subire questa sosta. Le vie della storia non sono facili. Noi possiamo cercare di abbreviarle con sincerità, sdegnosi di popolarità facilmente accettata a prezzo di formule ambigue. E questo noi facciamo e faremo, con voi e fra voi, o separati da voi, perché è il nostro preciso dovere. Noi saremo sempre col proletariato che combatte la sua lotta di classe. Questo è l’imperativo categorico della nostra coscienza. Noi siamo, come voi, figli del “Manifesto” del ‘48. Soltanto che noi, pur sentendoci figli di quel “Manifesto”, non lo seguiamo come un sistema che si elevi a dogma religioso, ma criticamente integrato da oltre sessant’anni di esperienza, corretto e perfezionato, come fu, dai suoi stessi autori e dai loro interpreti più autorizzati. Io citai a Bologna [1] la celebre prefazione a “Le lotte di classe in Francia” di Marx, scritta dopo un cinquantennio, nel 1895, dal suo collaboratore e continuatore più fedele, Federico Engels, nella quale c’è come il coronamento di tutta l’idea marxista. Dopo avere lamentato l’enorme salasso di sangue e di forze che l’esperimento della Comune parigina aveva costato, onde si ebbe in Francia per parecchi decenni l’anemia e l’arresto del movimento proletario, dopo aver dimostrato come la tattica rivoluzionaria abbia dovuto subire una profonda mutazione per effetto delle conquiste del suffragio universale e chiarito come la violenza, che del resto anche nelle rivoluzioni del passato ebbe una parte assai più superficiale e apparente che profonda e reale, sia diventata oggi, per tante ragioni, anche tecniche, il suicidio del proletariato, mentre la legalità è la sua forza e la sua vittoria sicura. “Comprende ora il lettore – egli chiedeva – per quale motivo le classi dominanti ci vogliono a ogni costo trascinare colà dove spara il fucile e fende la sciabola? Perché ci si accusa oggi di vigliaccheria, quando non scendiamo nelle strade, dove siamo in precedenza sicuri della sconfitta? E perché con tanta insistenza s’invoca da noi che abbiamo una buona volta da prestarci alla parte di carne da cannone? Eh, no! Non siamo cosi grulli!”.

Evidentemente il povero Engels peccava un tantino di presunzione e, almeno in quest’ultima frase, non prevedeva con esattezza l’avvenire! Ma già in molte delle monografie precedenti, in quelle magnifiche monografie che sono come il compimento e il saggio di applicazione delle teorie astratte, Marx, su questo tema della violenza, aveva corretto abbondantemente il suo pensiero del 1848. Baldesi vi ha citato un solo discorso del ‘72 ad Amsterdam. Io vi rammenterò le prefazioni alle varie successive edizioni e traduzioni del “Manifesto”, nelle quali i due autori confessano apertamente di essersi ingannati nell’aver sopravalutato le forze rivoluzionarie proletarie (sono del resto le illusioni di tutti i giovani e di tutti i partiti giovani e per Marx erano state concessioni inevitabili allo spirito blanquista dei tempi) e nelle quali si ride delle congiure e dell’azione illegale sistematizzata. Potrei ricordarvi ugualmente quel brano de “La guerra civile in Francia nel 1870-1871”, in cui afferma che anche dalla Comune i lavoratori non potevano aspettarsi dei miracoli: “(…) Essi sapevano che, per realizzare la loro emancipazione e raggiungere così quelle forme superiori a cui tende la società moderna con tutte le sue forze economiche, essi avrebbero da sostenere delle lunghe lotte e attraversare una serie di fasi storiche, che trasformerebbero le circostanze e gli uomini. Essi non avevano da realizzare l’ideale: dovevano soltanto sviluppare gli elementi di un nuovo mondo che la vecchia società in dissoluzione racchiude nel suo seno”. E rideva, verso la fine di quello scritto, già fin dal 1872, dello spirito poliziesco dei borghesi, che si figura: “l’associazione internazionale del lavoratori che agisce alla maniera di un’associazione segreta, con un Comitato centrale il quale ordina di quando in quando delle esplosioni nei diversi Paesi”.

Acquistate nell’atrio del teatro l’opuscolo postumo di Engels, edito da Edoardo Bernstein, “I fondamenti del comunismo” e vedrete, alle pagine 15 e 19, quello che egli scriveva circa l’inutilità, anzi i danni, dell’azione illegale, circa la gradualità inevitabile della trasformazione economica e l’impossibilità di abolire la proprietà privata prima che sia creata la necessaria quantità dei mezzi di produzione e circa la necessità per l’esercito proletario di proseguire ancora per molti anni “con lotta dura e tenace da una conquista all’altra”. Potrei moltiplicare le citazioni dalle fonti, ma non è, purtroppo, con dieci o cento citazioni che muterò l’abito mentale dei dissenzienti pertinaci. Bastino le poche che ho fatto, per i compagni di buona fede, a dimostrare almeno da quale parte siano i veri eredi del vero marxismo e che cosa debba pensarsi, alla stregua di esso, del bergsonismo [6] sociale, del socialismo generato dalla carestia e di tutte le altre decrepite novità che ci vengono oggi ammannite dall’estremismo che si dice comunista. Fu unicamente il culto di alcune frasi isolate da comizio (“la violenza levatrice della nuova storia” e somiglianti), avulse dal complesso dei testi e ripetute per accidia intellettuale che, in unione alle naturali ribellioni del sentimento, velò a troppi di noi il fondo e la realtà della dottrina marxista.

Quel culto delle frasi, in odio al quale Marx amava ripetere che egli, per esempio, “non era marxista”, e anche a me, di cento cubiti più piccolo, a udire le scemenze di certi pappagalli, accadde di affermare che io non sono turatiano [ilarità]. Perché nessuna formula, neanche quella di Mosca [7], sostituirà mai il possesso di un cervello, che, in contatto coi fatti e con le esperienze, ha il dovere di funzionare. Vengo alla nota pratica della mia dichiarazione, nella quale mi sarà concesso di essere anche più breve. Sul terreno pratico, quarant’anni o poco meno di propaganda e di milizia mi autorizzano a esprimervi sommariamente un’altra convinzione. Potrei chiamarla (se la parola non fosse un po’ ridicola) “una profezia”, facile profezia e per me di assoluta certezza. Vi esorto a prenderne nota. Fra qualche anno, io non sarò forse più a questo mondo, voi constaterete se la profezia si sia avverata. Se avrò fallito sarete voi i trionfatori.

Questo culto della violenza, violenza esterna o interna, violenza fisica o violenza morale, perché vi è una violenza morale che pretende di forzare le mentalità, di far camminare il mondo sulla testa (Marx, come sapete, correggendo Hegel, lo rimise sui suoi propri piedi) e che è ugualmente antipedagogica e contraria allo scopo, non è nuovo, già lo dissi, nella storia del socialismo italiano come di altri Paesi. E il comunismo critico di Marx e di Engels ne fu appunto la più gagliarda negazione. Ma, per fermarci all’arretrata Italia, che, come stadio di evoluzione economica, sta, a un dipresso, di mezzo fra la Russia e la Germania, la storia dei nostri Congressi, che riassume in qualche modo le fasi del Partito, stona … (sorridete pure del mio consiglio, ché fareste bene a leggere negli articoli pubblicati dalla Nuova Antologia del 1o e del 16 dicembre da un nostro avversario, onesto, di non comune dottrina e di assoluta obiettività, intendo l’onorevole Meda [8], Ministro del Tesoro!). Quella storia dimostra a chiare note come codesta lotta fra il culto della violenza che pretende di imporsi col miracolo e il vero socialismo che lo combatte, è stata sempre, nelle più diverse forme, a seconda dei momenti e delle circostanze, il dramma intimo e costante del Partito Socialista. Ma il socialismo, in definitiva, fu sempre il trionfatore contro tutte le sue deviazioni e caricature. Non è da oggi che noi siamo i “social-traditori”. Lo fummo sempre: all’epoca degli inizi, all’epoca degli scioperi generali politici, degli scioperi economici a ripetizione, eccetera, eccetera [voce: “Bravo! Viva la sincerità!”].

Sissignori! il “Partito Operaio”, nel decennio 1880-1890, era già una reazione al corporativismo operaio. E noi, che volevamo farne un partito politico, eravamo guardati con sospetto. Nel 1891-92 il Partito Operaio si allargava in “Partito dei Lavoratori” (che s’inspirava a un concetto già più ampio, in quanto abbracciava i lavoratori del cervello) e più tardi, a Reggio Emilia [9] (1893), in “Partito Socialista del Lavoratori Italiani”, per divenire finalmente a Parma [10], nel 1895, sotto i colpi della reazione più dura, il “Partito Socialista Italiano”. Queste trasformazioni del nome esprimono appunto il concetto della conquista del potere, che noi introducevamo man mano nel programma che il partito aveva tracciato, ai suoi inizi, programma di azione diretta, una specie di pre-sovietismo dell’epoca. Nel 1892 (a Genova) [11] esso culminò nella violenta separazione dagli anarchici. Ma non per ragioni ideologiche di pura filosofia. Forse che dagli anarchici ci divideva la diversa concezione di quello che dovrà essere la società futura? Ma neppure per sogno! Per un avvenire lontano noi tutti possiamo anche professarci anarchici, perché l’ideale anarchico rappresenta, tecnicamente, un superlativo di perfezione. Quello che ci divideva era l’impazienza, la violenza, l’improvvisazione, il semplicismo dell’azione. Molti anarchici, fatti riflessivi dall’esperienza e dagli anni, ritorneranno poi nelle nostre file. Sono note le vicende dal 1894 al 1898 [12]. Nel 1904 imperversò il sindacalismo, coi primi grandi scioperi generali, col labriolismo [13], con lo sciopero agrario di Parma [14]: era il sovietismo italiano di quel tempo, e fu debellato al Congresso di Firenze nel 1908 [15].

Oscillazioni, ritorni, transazioni, ce ne furono a iosa. Venne poi il ferrismo [16], ossia il rivoluzionarismo verbale, ossia proprio quello, mutatis mutandis, che è oggi il graziadeismo [17] [ilarità] e venne la transazione “integralista” dell’ottimo Morgari [18], che durò appena un paio di anni sui palcoscenici dei nostri comizi [vivissime interruzioni]. Non pretenderete mica, spero, che io dica le opinioni vostre. Vi esprimo francamente le mie. Venne dunque l’integralismo, che, a dir vero, in quel momento salvò il partito (onde noi lo accettammo come un meno peggio al Congresso di Firenze) e che fu l’anticipazione dell’odierno serratismo [19], del “comunismo unitario”, del “socialismo comunista”, di quel socialismo che sta un po’ di qua e un po’ di là, sia pure per amore dell’unità, ma che reca nel proprio seno la contraddizione insanabile [applausi dei comunisti puri]. Sono perfino gli stessi tipi antropologici e somatologici che riescono e si presentano. La guerra ha ridato una giovinezza perfino all’anarchismo, che ha oggi in Italia un proprio giornale quotidiano. Ebbene, nella storia del nostro partito l’anarchismo fu rintuzzato, il labriolismo finì al potere, il ferrismo, anticipazione, come ho detto, del graziadeismo [nuova ilarità], fece le capriole che sapete, l’integralismo stesso sparì e rimase il nucleo vitale: il “marcio riformismo” secondo alcuni, il Socialismo secondo noi, il solo vero, immortale, invincibile Socialismo, che tesse la sua tela ogni giorno, che non fa sperare miracoli, che crea coscienze, sindacati, cooperative, conquista leggi sociali utili al proletariato, sviluppa la cultura popolare (senza la quale saremo sempre a questi ferri e la demagogia sarà sempre in auge), s’impossessa dei Comuni, del Parlamento, e che, esso solo, lentamente, ma sicuramente, crea con la maturità della classe, la maturità degli animi e delle cose, prepara lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrarne il timone.

Sempre “social-traditori” a un modo, e sempre vincitori alla fine. La guerra doveva rincrudire il fenomeno. La lotta sarà più dura, più tenace e più lunga, ma la vittoria è sicura anche questa volta. Fra qualche anno il mito russo, che avete il torto di confondere con la rivoluzione russa alla quale io applaudo con tutto il cuore [voce: “Viva la Russia!”] … Il mito russo sarà evaporato e il bolscevismo attuale o sarà caduto o si sarà trasformato. Sotto le lezioni dell’esperienza (e speriamo che all’Italia siano risparmiate le sanguinose giornate d’Ungheria [20], verso cui la si spinse inconsapevolmente) le vostre affermazioni d’oggi saranno da voi stessi abbandonate, i Consigli degli Operai e dei Contadini (e perché no dei Soldati?) avranno ceduto il passo a quel grande Parlamento Proletario, nel quale si riassumono tutte le forze politiche ed economiche del proletariato italiano, al quale si alleerà il proletariato di tutto il mondo. Voi arriverete così al potere per gradi… Avrete allora inteso appieno il fenomeno russo, che è uno dei più grandi fatti della storia, ma di cui voi farneticate la riproduzione meccanica e mimetica, che è storicamente e psicologicamente impossibile, e, se possibile fosse, ci ricondurrebbe al Medio Evo. Avrete capito allora, intelligenti come siete [ilarità], che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto, nazionalismo che del resto avrà una grande influenza nella storia del mondo, come opposizione ai congiurati imperialismi dell’Intesa e dell’America, ma che è pur sempre una forma di imperialismo. Questo bolscevismo, oggi, messo al muro di trasformarsi o perire, si aggrappa a noi furiosamente, a costo di dividerci, di annullarci, di sbriciolarci; s’ingegna di creare una nuova Internazionale pur che sia, fuori dell’Internazionale e contro una parte di essa, per salvarsi o per prolungare almeno la propria travagliata esistenza ed è naturale, e non comprendo come Serrati se ne meravigli e se ne sdegni, che essa domandi a noi, per necessità della propria vita, anzi della vita del proprio governo, a noi che ci siamo fatti così supini, e che preferiamo esserne strumenti anziché critici, per quanto fraterni, ciò che non oserà mai domandare né al socialismo francese né a quello di alcun altro paese civile. Ma noi non possiamo seguirlo ciecamente, perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale, in opposizione al ricostituirsi dell’Internazionale più civile e più evoluta, l’Internazionale di tutti i popoli, l’Internazionale definitiva.

Tutte queste cose voi le capirete fra breve e allora il programma che state (come confessaste) faticosamente elaborando e che tuttavia ci vorreste imporre vi si modificherà fra le mani e non sarà più che il vecchio programma. Il nucleo solido, che rimane di tutte queste cose caduche, è l’azione: l’azione, la quale non è l’illusione, il precipizio, il miracolo, la rivoluzione in un dato giorno, ma è l’abilitazione progressiva, libera, per conquiste successive, obiettive e soggettive, della maturità proletaria alla gestione sociale. Sindacati, cooperative, poteri comunali, azione parlamentare, cultura ecc., ecc., tutto ciò è il socialismo che diviene. E, o compagni, non diviene per altre vie. Ancora una volta vi ripeto: ogni scorciatoia allunga il cammino, la via lunga è anche la più breve… Perché è la sola. E l’azione è la grande educatrice e pacificatrice. Essa porta all’unità di fatto, la quale non si crea con le formule e neppure con gli ordini del giorno, per quanto abilmente congegnati, con sapienti dosature farmaceutiche di fraterno opportunismo. Azione prima e dopo la rivoluzione, perché dentro la rivoluzione, perché rivoluzione essa stessa. Azione pacificatrice, unificatrice. Non è a caso che proprio dove più l’azione manca, perché non vi può essere ancora, ad esempio, nel Mezzogiorno, ivi l’estremismo e il miracolismo hanno maggior voga. Non è un caso che, dove l’organizzazione è più forte, essi si attenuano e la Confederazione del Lavoro è e rimarrà sempre, per sua organica necessità, checché voi tentiate il contrario, col vecchio e vero Socialismo. Onde è, che quand’anche voi avrete impiantato il partito comunista e organizzati i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto, ma lo farete con convinzione, perché siete onesti, a ripercorrere completamente la nostra via, la via dei “social-traditori” di una volta e dovrete farlo perché è la via del Socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe.

E dovendo fare questa azione graduale, perché tutto il resto è clamore, è sangue, orrore, reazione, delusione; dovendo percorrere questa strada, voi dovrete fino da oggi fare opera di ricostruzione sociale. Io sono qui alla sbarra, dovrei avere le guardie rosse accanto… [Si ride] perché, in un discorso pronunziato il 26 giugno alla Camera: “Rifare l’Italia!”, cercai di sbozzare il programma di ricostruzione sociale del nostro paese. Ebbene, leggetelo quel discorso, che probabilmente non lo avete letto, ma avete fatto male [ilarità]. Quando lo avrete letto, vedrete che questo capo di imputazione, questo corpo di reato, sarà fra breve il vostro, il comune programma [approvazioni]. Voi temete oggi di ricostruire per la borghesia, preferite di lasciar crollare la casa comune, e fate vostro il “tanto peggio, tanto meglio!” degli anarchici, senza pensare che il “tanto peggio” non dà incremento che alla guardia regia e al fascismo [applausi]. Voi non intendete ancora che questa ricostruzione, fatta dal proletariato con criteri proletari, per se stesso e per tutti, sarà il miglior passo, il miglior slancio, il più saldo fondamento per la rivoluzione completa di un giorno. E allora in quella noi trionferemo insieme. Io forse non vedrò quel giorno: troppa gente nuova è venuta che renderà aspra la via, ma non importa. Maggioranza o minoranza non contano. Fortuna di congressi, fortuna di uomini, tutto ciò è ridicolo di fronte alle necessità della storia. Ciò che conta è la forza operante, quella forza per la quale io vissi e nella cui fede onestamente morrò uguale sempre a me stesso. Io combatterei per essa. Io combatterei per il suo trionfo e se trionferà anche con voi, è perché questa forza operante non è altro che il Socialismo. Evviva il Socialismo!»

Da “Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano”, Edizioni “Avanti!”, Milano, 1921.
Note e attualizzazione di lessico e punteggiatura a cura di D. Colognesi (2017).

NOTE
[1] Turati si riferisce al XVI Congresso Socialista, che si tenne a Bologna dal 5 all’8 ottobre del 1919, dove l’assemblea congressuale votò per acclamazione l’adesione del Partito all’Internazionale Comunista da poco fondata.

[2] Turati si riferisce al collega di partito e di corrente Gino Baldesi (Firenze, 22 settembre 1879 – Roma, 12 febbraio 1934), uomo politico socialista e sindacalista.

[3] Turati si riferisce a Costantino Lazzari (Cremona, 1o gennaio 1857 – Roma, 29 dicembre 1927) che fu un importante dirigente socialista massimalista, fondatore del Partito e Segretario dal 1912 al 1919.

[4] Turati si riferisce al collega di partito e di corrente Vincenzo Vacirca (Chiaramonte Gulfi (RG), 26 novembre 1886 – Roma, 25 dicembre 1956), politico socialista, sindacalista e giornalista.

[5] Il Partito Popolare Italiano era un partito politico di centro, nato il 18 gennaio 1919 e ispirato alla dottrina sociale cattolica, fondato da don Luigi Sturzo. Forte era il contrasto tra popolari e socialisti poiché entrambi facevano propaganda specialmente tra i ceti più poveri del paese.

[6] Turati forse ironizza sottilmente sulla supposta passione del giovane Antonio Gramsci per il pensiero del filosofo spiritualista francese Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – ivi, 4 gennaio 1941), filtrato però attraverso gli scritti del teorico del sindacalismo rivoluzionario Georges Sorel, alquanto critico del marxismo e ammirato anche dal giovane Benito Mussolini.

[7] Chiaro riferimento ai già citati “21 Punti dell’Internazionale Comunista” voluti da V. I. Lenin nel 1919, ma adottati ufficialmente nell’agosto del 1920 a Pietrogrado e Mosca, durante il II Congresso dal Komintern.

[8] Turati si riferisce a Filippo Meda (Milano, 1o gennaio 1869 – ivi, 31 dicembre 1939) che fu due volte ministro e deputato, nonché giornalista e banchiere, protagonista del movimento politico cattolico tra il XIX e il XX secolo.

[9] Nel II Congresso Socialista di Reggio Emilia del 1893, il Partito dei Lavoratori Italiani si diede una costituzione autonoma e il nome ufficiale di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, assorbendo anche il piccolo Partito Socialista Rivoluzionario Italiano di Andrea Costa.

[10] Nel gennaio del 1895 si tenne in clandestinità il III Congresso Socialista, a Parma, dove si decise di assumere la denominazione definitiva di Partito Socialista Italiano. Fu eletto Segretario proprio Filippo Turati.

[11] Nel 1892 nacque a Genova il Partito dei Lavoratori Italiani che fuse in sé l’esperienza del Partito Operaio Italiano, della Lega Socialista Milanese (riformista, fondata nel 1889 da Turati) e di molte altre leghe che si rifacevano al socialismo marxista. L’evento è noto come il I Congresso Socialista.

[12] Turati si riferisce al difficile periodo che va dalla repressione voluta da Francesco Crispi e successiva alla rivolta dei Fasci Siciliani (1894), fino ai moti popolari contro il carovita del 1898 sfociati nel tragico cannoneggiamento ordinato dal gen. Fiorenzo Bava Beccaris su pressione del Re e del Primo Ministro, il marchese di Rudinì. In queste occasioni il PSI fu praticamente messo fuorilegge e, alla fine, Turati e altri compagni furono arrestati e condannati a forti pene detentive, poi fortunatamente ridotte.

[13] Turati si riferisce con ironia non allo stimato filosofo marxista Antonio Labriola, ma all’ondivago Arturo Labriola (Napoli, 21 gennaio 1873 – ivi, 23 giugno 1959), che fu un politico e un economista: prima socialista, poi sindacalista rivoluzionario, quindi liberal-socialista e infine liberale.

[14] Si tratta di un doloroso episodio per il giovane socialismo italiano accaduto in concomitanza dello sciopero agricolo che la Camera del Lavoro di Parma, a maggioranza anarco-sindacalista, indisse il 1o maggio 1908 e che si concluse (dopo una dura lotta culminata con l’occupazione da parte dell’esercito della stessa Camera del Lavoro) il 25 giugno. La conclusione dello sciopero fu accompagnata da gravi polemiche degli anarco-sindacalisti contro i sindacalisti riformisti della CGdL vicini al PSI, i quali, sconfitti a Parma, mantenevano però il controllo di altre camere del lavoro nella provincia. Essi infatti non aderirono allo sciopero e, verso la fine, decisero di sospendere i sussidi agli scioperanti e di nominare una commissione d’inchiesta.

[15] Nel IV Congresso Socialista, celebrato a Firenze nel 1908, prevalgono proprio i riformisti di Filippo Turati e Claudio Treves.

[16] Turati si riferisce con ironia al suo acerrimo avversario, il massimalista Enrico Ferri (San Benedetto Po (MN), 25 febbraio 1856 – Roma, 12 aprile 1929) che fu politico, scrittore, giornalista, criminologo, direttore del quotidiano del PSI “Avanti!”, nonché segretario del Partito nel 1896 e poi dal 1904 al 1906.

[17] Turati si riferisce con ironia ad Antonio Graziadei (Imola, 5 gennaio 1873 – Nervi (GE), 10 febbraio 1953) che fu un economista e un uomo politico, prima socialista e poi tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia.

[18] Oddino Morgari (Torino, 16 novembre 1865 – Sanremo (IM), 24 novembre 1944) fu un uomo politico socialista di orientamento conciliatorio tra massimalisti e riformisti, nonché uno stimato giornalista. Fu brevemente segretario nel periodo 1906-1908. Nonostante le critiche che abbiamo sentito, Morgari seguirà fedelmente Turati e Treves nella scissione che darà vita al PSU nel 1922.

[19] Riferimento ironico alla corrente del citato Giacinto Menotti Serrati e alle sue idee massimaliste, ma “unitarie”.

[20] Turati si riferisce alla cosiddetta Repubblica dei Consigli d’Ungheria (1919) guidata per pochi mesi dal socialista Sándor Garbai e dal comunista Béla Kun. Dopo la caduta, i suoi attivisti furono violentemente perseguitati dal governo dell’ammiraglio Miklós Horthy durante il periodo del cosiddetto “Terrore Bianco”.

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2 pensieri su “LA “PROFEZIA” DI TURATI DEL 1921: IL SOCIALISMO CONTRO LA VIOLENZA POLITICA”

  1. Il discorso di Turati è molto attuale in quanto, a parer mio, ci permette di dare uno sguardo nel ventre oscuro della nostra società, avvilita da una mancanza di maturità non solo politica, ma economica e sociale. Turati riprende le tre questioni ‘tattiche’ che hanno allungato di molto i tempi per una maturazione vera del popolo italiano. La violenza, la dittatura del proletariato, la coercizione del pensiero. Lo dice chiaramente anche quando ricorda la scissione ‘anarchica’ del 1892. E’ immensa la consapevolezza che “per un avvenire lontano noi tutti possiamo anche professarci anarchici, perché l’ideale anarchico rappresenta, tecnicamente, un superlativo di perfezione”. La distanza è tattica, non strategica. E nei passi da compiere, non negli obiettivi.
    Molto rilevante anche l’esposizione dell’evoluzione del pensiero di Marx e Engels, i quali “dopo la sanguinosa repressione della Comune di Parigi nel 1871, ripensarono in modo graduale, ma irreversibile, tutta la strategia rivoluzionaria del movimento operaio.” Lontani dalla violenza per il bene del socialismo.

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