Filippo Turati socialismo sinistra

RIPENSARE FILIPPO TURATI

di Paolo Bagnoli

Il riproporre, come ha fatto “Convergenza Socialista”, la figura di Filippo Turati è sicuramente meritevole di attenzione. Per due sostanziali motivi: il primo riguarda la conoscenza del leader fondativo del socialismo italiano; il secondo perché il solo riferimento a Turati evoca, subito, suggestioni che interrogano il nostro presente e, tanto più, ciò vale per chi continua a credere, nonostante le repliche amare della nostra storia recente, che il problema del socialismo in Italia continui a essere all’ordine del giorno. E lo è tanto più se si vede come una rinascita ideale-politico-organizzativa, nonostante vi siano abbastanza diffuse sul territorio energie disposte a battersi in tal senso, non solo stenta ad alzare la testa, ma, pregiudizialmente, a porsi nella condizioni per cercare di rialzare la testa. Le osservazioni un po’ fanciullesche che, in perfetta buona fede peraltro, ogni tanto si alzano da questi microcosmi per ammonire che uno spazio di ripresa ci sarebbe, non costituiscono un dato politico. In politica, infatti, lo spazio c’è sempre, che lo si sappia conquistare e non è sufficiente lanciare una qualche iniziativa perché ciò avvenga. Occorre programmare un progetto che segua organicamente all’intenzione e le possibili, subito agguantabili, soluzioni organizzative, sono solo una corsa sul posto. Occorre all’intenzione far seguire la chiarezza sulle idealità, su come si vuole stare nella storia, quali forze si vuole rappresentare; significa fare dell’intenzione un progetto politico e muoversi lungo la definizione che ci offre un pensiero compiuto. E, significa altresì, puntare a dare forma al soggetto che non può essere il vecchio PSI travolto dal craxismo – e qui il discorso ci porterebbe lontano e non è questa la sede per farlo – ma dalla vicenda del PSI, il soggetto storico per eccellenza del socialismo italiano non si può nemmeno prescindere in un rapporto serio di continuità di funzione storica e di innovazione metodologica. Naturalmente occorrono idee che tengano conto della lotta che occorre aprire nel presente storico che viviamo senza, con ciò, affogare nel presentismo poiché la rinascita del socialismo in Italia implica una non ineludibile scommessa con la storia. Una scommessa duplice in quanto a essa è legata la più generale questione della sinistra; di quella vera, anch’essa cancellata soprattutto per responsabilità delle scelte compiute dai postcomunisti dalla fine del PCI in poi.

Il discorso è complesso e richiede intima consapevolezza di cosa esso voglia dire; una consapevolezza che, al momento, non ci sembra di vedere ovunque ci rivolgiamo. Ciò non significa abbandonarci al fatalismo della storia e del suo procedere; bensì assumere la responsabilità della questione e cercare di esserne all’altezza.

Come non mai, nel caso dello specifico socialista, il rapporto tra passato e presente si impone. La vicenda del PSI ci consegna, infatti, un messaggio culturale e pure un contributo di identità che, se viene smarrito o messo in second’ordine, tutto riduce alla miseria dell’oggi frutto di una politica smarrita. Se guardiamo bene, la questione socialista italiana viene ridotta solo a dover rendere omaggio a Craxi e alla tragedia umana che ha sofferto e travolto. Così non si va da nessuna parte e, infatti, si sta fermi.

Non crediamo al tacitismo, ma senza saper leggere il passato, soprattutto quello al quale idealmente uno sente di far riferimento, non solo non si governa il presente, ma si perde di vista – cosa fondamentale in politica – che l’oggi deve ragionare e incidere in funzione del domani. Se ciò non avviene lo smarrimento porta all’abdicazione di se stessi e dei propri ideali che è quanto è successo e sta succedendo, pur con gradazioni diverse, al socialismo europeo. La negatività indotta dal blairismo rischia di essere un virus da cui sarà difficile guarire poiché esso cancella del socialismo quella che è la sua ragione, ossia l’alternativa al capitalismo; tanto più alternativistico quanto più questo è barbarico. In fondo l’arrivo di Corbyn in Inghilterra e il farsi avanti di Hamon in Francia, al di là dei risultati legati alle rispettive situazioni, ci dicono della volontà socialista nei due Paesi di recuperare il socialismo alla sua funzione naturale di forza di sinistra, non di cogestione compassionevole del mercato senza regole. E dove il socialismo non assolve al proprio ruolo ecco che, come in Spagna e in Grecia, sorgono forze con la storia nel presente, ma non nella storia, che ne surrogano la funzione; ma, piacenti o nolenti, il socialismo sta, per molteplici ragioni, solo nei partiti socialisti.

Di Filippo Turati occorrerebbe tenere presente due cose che, quando si parla di lui, vengono sempre ignorate preferendo ricorrere alla formula trita del “riformismo”; un termine che identifica che significa, un metodo legalitario di lotta politica. Parlare di “riformismo” ha veramente poco senso oggi poiché non si sa più cosa la parola voglia dire. Per lo più essa è usata oramai da destra e da sinistra per celare un vuoto di identità e di proposta. Di Turati si dovrebbe ricordare che egli definiva il socialismo quale “rivoluzione sociale” sostenendo che era dovere dei socialisti avere una risposta per ogni problema sociale e politico che si presentava e doveva essere affrontato.

Confessiamo che ci sembra un lascito su cui vale la pena di riflettere. Infatti, se ci pensiamo bene, se si vuole provare seriamente a ridare avvio a un processo di ricostruzione vera del socialismo italiano che non si riduca solo ad un’accolita di reduci o a un’adunata dei refrattari, è un po’ difficile sfuggire a ciò. Queste osservazioni, ci sia permesso, le abbiamo avanzate più volte, ma sono rimaste in solitudine travolte da un contingentismo politicante che ha prodotto il nulla. Aveva ragione quel filosofo tedesco: il nulla produce solo il “nullismo”!

Ripartire, tuttavia, è sempre possibile se si sa non solo quale treno prendere, ma, nel caso, come prenderlo.

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1 commento su “RIPENSARE FILIPPO TURATI”

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