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RIFARE L’ITALIA!

Il socialismo contro la crisi del Paese

Discorso di Filippo Turati alla Camera dei Deputati
a cura di Daniele Colognesi


Presentiamo nelle pagine che seguono il lungo discorso pronunciato da Turati il 26 giugno del 1920 davanti alla Camera dei Deputati. Si tratta di un documento importante che, riletto quasi un secolo dopo, nonostante le profonde trasformazioni del Paese, si rivela ancora attuale, soprattutto nel metodo. Allora come oggi c’è una nazione, l’Italia, praticamente allo sbando: economicamente, socialmente, politicamente e moralmente; un paese che potrebbe ritrovare la strada maestra mediante la collaborazione (anche se solo temporanea) tra le sue classi sociali produttive: i lavoratori, i tecnici e quella parte dell’imprenditoria ancora sana e innovatrice.

È quindi uno dei testi più significativi della tradizione socialista italiana ed è ispirato al metodo della pianificazione e delle riforme di struttura, condivise dai lavoratori con i settori più dinamici e moderni del mondo imprenditoriale e delle professioni tecniche. Un sottile filo rosso lo lega idealmente alle elaborazioni di Rodolfo Morandi della fine degli anni ‘40 e ai programmi socialisti del primi governi di centro-sinistra. Nell’idea di Turati l’importanza del discorso traspare subito dal suo titolo, che è quanto mai emblematico e destinato a essere più volte ripreso da altri: «Rifare l’Italia!».

Tuttavia non sfugga al lettore il fatto che Turati non proponga mai ai socialisti di sostituire semplicemente la borghesia nelle imprese e nel governo per gestire le contraddizioni del capitalismo. Questo, specie nel primo dopoguerra, sarebbe apparso non solo sbagliato e vigliacco, ma anche pericoloso per il futuro stesso del socialismo, che non può mai diventare il semplice puntello di un capitalismo in crisi. Turati chiede infatti molto di più: domanda alla borghesia, ormai in affanno, di cogestire il potere economico e politico con i lavoratori tramite cooperative e piani industriali (per l’elettrificazione e le bonifiche ecc.), almeno per un certo periodo, prima dell’avvento del socialismo. L’offerta, come sappiamo dalla Storia, verrà seccamente rifiutata: al socialismo gradualista si preferì il fascismo e il suo regime, pentendosene venti anni dopo, quando era davvero troppo tardi.

TURATI: «Onorevoli colleghi e compagni! Non prendo la parola (devo dirlo subito per dovere di delicatezza) per incarico formale del gruppo a cui appartengo, del quale udrete senza dubbio altri oratori, più particolarmente autorizzati. Tanto meno prendo la parola contro, o in dissenso, dalle direttive generali del mio gruppo. Per sforzarmi a essere preciso, avevo tentato di coagulare il mio discorso preventivamente in un ordine del giorno. Mi accadde poi di avvertire, anche per interpretazioni aberranti, che forse lo sforzo della sintesi ne aveva, non dico deformato, ma obnubilato il concetto troppo compresso. Lo dissimulava, così come il gomitolo dissimula il filo. Ho gettato il gomitolo e ho liberato il filo.

Parlo dunque, sopratutto, per la mia coscienza, per il mio Paese e per quello che fermamente credo essere essenzialmente, immutabilmente, il socialismo. Non parlo da possibilista; non parlo da “impossibilista”. Non temo che le cose modeste che mi accingo a dire possano essere accolte da altri spiriti liberi, i quali, quale che sia la cerchia a cui li assegna la mutevole e spesso convenzionale e arbitraria nomenclatura parlamentare, abbiano chiara la visione delle necessità improrogabili di quest’ora. Non penso che il socialismo abbia alcunché da temere da onesti consensi. In sostanza adulerò me stesso, adulerò un pochino anche te, Umberto Bianchi, che primo (o solo?) in questa legislatura, con due nobili, notevoli discorsi, hai toccato la nota sulla quale anche io indugerò. Ridirò un mio vecchio e dimenticato discorso di parecchi anni fa.

Il fallimento in vista

Ma le cose vecchie sono fatte nuove dal momento tanto diverso. Ciò che allora si affacciava come savia profilassi, oggi si presenta come terapia necessaria; direi quasi, come soccorso d’urgenza. Quelle che allora, anteguerra, erano soltanto spinte verso il meglio, aiuti che si invocavano, con l’intento di creare un’Italia forte, libera fra il concerto dei popoli liberi alla testa, forse, dell’evoluzione mondiale, aliena da ogni violenza all’interno e all’estero; un’Italia assetata di riforme e fervida di lavoro, capace quindi di evitare i tranelli in cui purtroppo siamo caduti; un’Italia che avrebbe potuto evitare la guerra, perché non sarebbe stata strozzata, ricattata, dal bisogno di pane, di carbone; perché, di fronte a una guerra, che fu una guerra di materie prime, unicamente una guerra di materie prime (oggi molti lo capiscono, lo capiscono un po’ tardi però!), l’Italia non sarebbe stata in condizione di dover mendicarle all’estero; oggi quegli stessi aiuti si presentano invece come urgenti, improrogabili necessità di salvezza e di vita.

L’idea madre del mio modesto discorso è semplice. Vera oggi, come ieri, come domani; ma, nel mutare inevitabile dei tempi, diverso può esserne il punto di applicazione. Se ogni lotta di classe è lotta essenzialmente politica e viceversa, è evidente che ogni politica trae colore e vigore dalla classe sulla quale essenzialmente si appoggia. Dunque, rivolgendomi oggi alle classi borghesi, le quali, se anche non nelle proporzioni di una volta, hanno pur sempre la dirigenza della società, in un certo senso anch’io posso dire loro: oggi o mai più! Del resto, questo dell’urgenza è un sentimento che in diverse forme trapela da ogni discorso, è nello stato d’animo di ciascuno di noi. Lo stesso onorevole Giolitti, a cui s’imponeva, per il posto che occupa (NdC: il Presidente del Consiglio dei Ministri), maggiore prudenza di parola, non temette, e fece bene, di parlare di fallimento imminente, improrogabile, se non si corre ai ripari. Quale fallimento? Di chi? Come evitabile? Questo è un po’ il tema generale della discussione.

Politica e tecnica, il suffragio universale e la demagogia

E l’idea madre che mi guida è questa: la politica è essenzialmente una tecnica. La politica non è quella che più comunemente si fa nei parlamenti politici; non è quella che è fatta dai partiti, non è quella che è fatta dai governi. I partiti e gli stessi governi, qualche volta, servono gli eventi anziché dominarli; sono le mosche cocchiere della storia. I partiti qui dentro giocano d’abilità, cercano di scalzarsi, di “farsela” a vicenda. Il suffragio universale, questa necessità che tutti abbiamo voluto e di cui siamo i figli, ha generato, nella sua molteplice prole, un figlio cattivo: il gesto demagogico; la gara, dirò meglio, dei gesti demagogici. Noi dovremmo, come Bruto, condannare a morte questo figliolo traditore (NdC: Lucio Giunio Bruto nella Roma antica fece giustiziare il figlio Tullio per altro tradimento). Noi dovremmo insorgere contro di esso. La demagogia non è affatto, come si pretende, un privilegio dei partiti avanzati. C’è una demagogia dei conservatori e dei governi che è di gran lunga la peggiore [approvazioni all’estrema sinistra].

La politica non è questo: non dovrebbe essere questo e lo sarà sempre meno, quanto più i popoli diverranno consapevoli. La politica non è nell’agguato, non è negli intrighi, non è nell’arrembaggio ai ministeri, non è nelle sapienti combinazioni di coulisse (NdT: quinte di teatro) parlamentari, non è nelle competizioni degli uomini; non è nei discorsi sonanti. È, o dovrebbe essere, nell’interpretare l’epoca in cui si vive, nel provvedere a che l’evoluzione virtuale delle cose sia agevolata dalle leggi e dall’azione politica. Questa interpretazione e questa azione sono essenzialmente una tecnica. E una tecnica, essenzialmente, è anche il socialismo. Noi stessi lo dimentichiamo troppo spesso, forse, quando, nel fervore degli attacchi e dei contrattacchi, subiamo noi stessi l’avvelenamento di tante illusioni, l’asfissia di tanto fumo. Il socialismo, nel suo primo e più grande assertore, è l’espressione ideale dell’evoluzione dello strumento tecnico; è lo sforzo di adeguare le condizioni politiche della vita sociale alle necessità materiali del momento storico. In questo senso (e in doppio senso) il socialismo è scientifico: in quanto sorge dalla coscienza storica e quindi scientifica dell’evoluzione e in quanto chiama la scienza al proprio servizio. La schiavitù cessa, secondo il vecchio motto famoso, “quando la spola comincia a camminare da sé sul telaio”. Il socialismo è nella macchina a vapore, più che negli ordini del giorno; è nella elettricità, più che in molti, cari compagni, dei nostri congressi [“Bene!” Si ride].

In cerca della salvezza. Il socialismo e le tendenze

Ora voi tutti, signori, cercate, in questo momento più che mai, la salvezza: la salvezza del Paese e la vostra. Anche i socialisti cercano la salvezza del Paese e la loro. Se oggi il partito socialista, così com’è, sembra ad alcuni eccessivo per intransigenza, vivacità e precipitazione, pensino coloro che di questo lo accusano, riconoscono che ciò è l’effetto fatale della guerra [approvazioni all’estrema sinistra], la quale ha creato nelle masse uno stato d’insurrezione psichica che non sarà domato se non da conquiste reali, radicali e profonde. E il partito deve riflettere questo stato delle masse, per interpretarle ed eventualmente anche per poterle contenere. Chi spera che le differenze inevitabili di tendenze, che ci sono in ogni partito vivo, debbano condurci al distacco, allo sfacelo, credo che s’inganni [vive approvazioni all’estrema sinistra]. Credo fermamente, non da oggi e non per l’opportunità del momento, nella fondamentale necessità dell’unità del partito socialista [“Bene!”]. Coloro che lo accusano di eccessività, di testardaggine nella ricusata collaborazione con gli altri partiti e con i governi, non si domandano se una collaborazione diretta, oggi, nelle attuali condizioni, sarebbe possibile, senza che il partito abbandonasse le masse a se stesse, facendo inconsciamente opera di vero anarchismo. Non si domandano, o dimenticano di domandarsi, se, in un momento in cui la nostra azione deve essere fortemente stimolatrice, l’opposizione, anche la più dura, non sia in effetti, oltre che il solo sistema possibile, anche la più utile delle collaborazioni. Del resto il dibattito delle tendenze che si comporrà è molto meno semplice di quanto non paia ai critici superficiali. Molti cominciano ad avvedersene, dentro e fuori il nostro partito. Vi è una complessità nel partito socialista, potrei dire una felice incoerenza, che è in tutte le cose complesse. Secondo un certo ricettario noi dovremmo essere qui unicamente a sabotare il parlamento, a sabotare il regime borghese; eppure furono i socialisti (constato i fatti) durante la guerra e dopo la guerra (e lo sarebbero ancora) i più energici difensori delle prerogative parlamentari.

Nelle sezioni del nostro gruppo si studiano proposte di legge e provvedimenti positivi, con il consenso anche dei nostri più estremi estremisti, che eventualmente potrebbero anche essere l’ancora di salvezza per quel tanto di regime borghese che è giusto debba per un certo tempo sopravvivere nella zona del trapasso storico. Questa incoerenza formale è la prova che siamo vivi; che la formula ci serve ma non ci opprime; che sappiamo distinguere e che non confondiamo quella che sarebbe collaborazione vera e propria di partiti e di classi, pericolosa in dati momenti, specialmente pericolosa per i più deboli, da quella che è coincidenza o comunione inevitabile di interessi vitali, insuperabile in qualunque convivenza sociale; che nel nostro programma effettivo (quello che erompe nell’azione, la quale è la grande pacificatrice delle tendenze) abbiamo l’oggi e il domani: l’oggi per il domani, il domani per l’oggi. Certo non c’è più, oggi, l’ormai arcaica distinzione del programma minimo e del programma massimo, come si concepiva una volta, che era un po’ una concezione cattolica, forse più del vecchio che del nuovo cattolicesimo: qui la terra, con le sue miserie che si tratta di attenuare e, nell’aldilà, il paradiso, sia pure terrestre. Ormai, per il precipitare degli eventi e per i tempi mutati, l’oggi si fonde sempre più nel domani e il domani nell’oggi.

Crisi di regime

Perciò si parla, non soltanto da noi, di periodo rivoluzionario, di crisi di regime: di regime politico, di regime sociale. Molti di voi ripetono oggi (e molti credo in buonissima fede) che bisognerà concedere molto per non perdere tutto, per mantenere la compagine sociale; dico la compagine, non dico l’attuale compagine; per conservare ciò che è degno di essere conservato, ciò che è necessario ai supposti eredi del domani; per non precipitare insomma nell’anarchia, che è un po’ la sorella, un po’ la figlia del capitalismo e che sta in diametrale antagonismo teorico, che è la negazione in termini, del socialismo.

Molti sentono fra voi che ciò che siamo abituati chiamare l’ordinaria amministrazione non basta più. Lo sentì l’onorevole Nitti, che si ribellò, almeno idealmente, al trattato di Versailles che era (e dico che era, perché si può forse cominciare a parlarne al passato prossimo) il capitalismo nella sua più cruda espressione applicato alla politica internazionale; era la pace di guerra, così come il capitalismo, all’interno e all’estero, è sempre la guerra anche in tempo di pace. L’onorevole Nitti prese dai socialisti le principali direttive della sua politica estera; forse avrebbe preso da essi anche molte direttive nella politica interna se i socialisti gliele avessero offerte. E più volte preluse all’inevitabile, all’augurabile avvento di un governo laburista in Italia. Ma l’azione, soprattutto nella politica interna, fu impari, forse per acerbità di casi e di tempi, alla fede professata e ne venne la sua (NdC: ossia del governo di Nitti) fatale caduta. Così è tornato l’onorevole Giolitti, il cui ritorno a quei banchi sembra l’epilogo solenne di un vasto dramma, non soltanto suo personale, ma nazionale e storico e trascende di gran lunga l’importanza di uno dei consueti avvicendamenti ministeriali. Bisognerebbe essere un po’ meno che uomini per non sentirlo, a qualunque idea si appartenga, sotto qualunque vessillo si militi; ragione per cui, anche a parte la reverenza dovuta all’età, alla probità personale dell’uomo, alle lunghe sofferenze sopportate in un superbo silenzio, io non saprei parlare di lui senza il più libero, ma anche sincero, rispetto, quando anche dovessi dubitare, diffidare di lui, essere tra coloro che più aspramente lo combatteranno.

E tornato, dunque, l’onorevole Giolitti, preconizzato da Francesco Crispi, come tutti ricordano, quale l’ultimo ministro della monarchia [commenti], ritenuto da molti (e se ne scrive e se ne parla ogni giorno) l’ultima risorsa, l’ultima carta su cui la borghesia italiana possa ancora puntare; come, insomma, l’ultima salvezza [commenti]. Lo sarà veramente? È ciò che vedremo alla prova. Ma dopo di lui molti vedono il buio, il nulla, l’abisso. Questo dopo (poiché l’onorevole Giolitti, a cui personalmente auguro trenta anni ancora di vita fisica vegeta,“ministerialmente” non sarà eterno) [si ride] è per molti terrificante [commenti]. Altri, dopo di lui, intravedono l’alba e ciascuno sogna l’alba che più gli conviene. Certo è che la monarchia, in questo crollare fragoroso di troni e di dominazioni, non parve mai meno salda di ora anche in Italia, proprio quando si può dire (e non se ne abbiano a male i pochi superstiti repubblicani) che il partito repubblicano si sia eclissato o evaporato [commenti]. E più s’invoca il potere forte, il governo innovatore e più i vostri governi appaiono imbelli, impotenti, impotenti persino a contenere le ribellioni dei loro dipendenti, di quei funzionari alla cui fedeltà, al cui lealismo, l’altro ieri l’onorevole Giolitti dirigeva un appello disperato. E più si carezza il socialismo e più esso si ritrae e vi sfugge.

L’ora dell’espiazione. Dal vecchio al nuovo

Ora qui accade di ricordare una frase di Claudio Treves, che chiuse un suo mirabile recente discorso, nel quale il mio amico analizzò la grande tragedia dell’ora e a questa tragedia pose il nome: “Espiazione”. Espiazione, egli intese, della borghesia, che volle la guerra, che vinse la guerra, ma che non seppe e non sa darci la pace. Eppure, amico Treves, l’espiazione non è solo della borghesia, è di tutta la nazione, è di tutto il mondo [approvazioni al centro e a destra]. Treves lo intravide. Noi viviamo (egli disse in sostanza, e scusa amico Treves, se ti calunnio ripetendoti male)… Noi viviamo in questo paradosso: la borghesia, in questo momento, non è più capace di reggere il potere; il proletariato non è ancora pronto a riceverne la successione. Così Treves chiuse il suo discorso. E così può chiudersi un discorso, come si può chiudere un romanzo, un dramma, un film cinematografico: ma così non si chiude la storia. Anzi, la storia non si chiude [“Bene!”]. Essa non procede per scene, per atti, per quadri; essa non spegne i suoi lumi all’ora prefissata del coprifuoco.

Il mondo deve vivere, la scena del mondo non ha sipari. Lo iato che Treves additò era un tropo letterario: nella realtà esso deve colmarsi. Come? Da chi? Ecco il tema del mio discorso. Vorrei dire: ecco il tema della nostra conversazione, perché questa conversazione non si esaurirà. Se la borghesia è abdicataria, se il proletariato non è pronto, se il mondo e la civiltà debbono pur vivere, bisognerà pure, a dispetto di tutti i preconcetti, che qualcuno o qualcosa assuma la gestione sociale; qualcuno che non può più essere la borghesia quale fu, che non può ancora essere il proletariato quale sarà, che deve essere qualche cosa di mezzo fra proletariato e borghesia, che deve essere un potere, una forza, che anticipi in qualche modo l’avvento del proletariato, che prolunghi in qualche modo il dominio della borghesia, fino al punto di saldatura, che sarà anche il punto della scissione. Ora io penso (ma siamo in materia opinabile) che questa forza sarà il partito socialista, reso dalla necessità delle cose più plastico e forzato ad allearsi non dirò con partiti borghesi (in realtà quali partiti galleggiano dopo tanto nubifragio?), ma con forze borghesi, con elementi borghesi, con tecnici, con esperti, disposti a servire con lealtà il proletariato e il socialismo.
Penso che questo si vedrà più presto di quanto non si creda: ma il mestiere del profeta è il più dannato dei mestieri. Alla fine poco importa sapere chi sarà il protagonista dell’imminente domani; importa sapere quale debba essere l’azione. Essa genererà gli attori, gli esecutori. L’onorevole Nitti (l’ho già detto) prese dal pensiero socialista la politica estera e la orientò come meglio poté, dato il molteplice vassallaggio dell’Italia verso le care alleate, le potenze dell’Intesa: vassallaggio che sembra essere il più certo retaggio di questa grande guerra “di liberazione”!

Nella politica interna fu anch’esso (NdC: il governo di Nitti) contraddittorio. Volle essere, concepì la superba ambizione (forse non l’ha ancora abbandonata) di poter essere la passerella fra il vecchio ed il nuovo. Ora una passerella è contraddittoria per definizione: essa sta di qua e di là nel tempo stesso. Ogni cultore di logica formale le può intimare: si decida! Perciò alle forze reazionarie nella Camera e nel Senato egli gridò più volte sul viso, quanto più i miei compagni socialisti gli facevano sberleffi, che non avrebbe mai combattuto i socialisti, che sarebbe stato sempre coi socialisti e i reazionari mormoravano appena. Poi, rivolto ai socialisti, disse loro più d’una volta “noi vi assorbiremo!”. E i miei compagni, manco a dirlo, protestarono a gran voce con tutta l’irruenza giovanile che li distingue.

In realtà (siamo giusti coi trapassati, anche se sono trapassati provvisori, trapassati in semplice vacanza temporanea) le due frasi erano espressione di un solo pensiero: di un pensiero di passerella. I socialisti, non dirò che non lo capirono, sono troppo intelligenti! [ilarità]; ma stimarono opportuno, direi quasi doveroso, di non doverlo capire troppo. Il loro proposito d’intransigenza, di anticollaborazionismo a oltranza, che, come già dissi, nel momento attuale ha le sue eccellenti ragioni, derivate dalla guerra che non è tramontata, che perdura, che minaccia sempre, anche in questo momento … Il loro proposito d’intransigenza fece capir loro che non dovevano intendere questa, che, da un punto di vista critico, da un punto di vista filosofico, fosse pure quello cristiano o “tommaseano” (NdC: da Niccolò Tommaseo) di Benedetto Croce (NdC: il Ministro della Pubblica Istruzione del momento) [si ride], è una verità innegabile, ma non può essere evidentemente un punto di vista di partito: perché in politica, come nella vita, chi è assorbito assorbe. Non parlo, s’intende, delle dedizioni personali; parlo delle idee, la forza dei partiti veri. Debbono essere i lati del parallelogramma a dare la diagonale, la risultante; non per questo la diagonale ha minore realtà matematica dei lati. Ora, poiché ogni trapasso non è una linea matematica, ma una zona distesa nel tempo e nelle cose, ogni trapasso, anche se assume forme violente, è sempre un assorbimento del nuovo nel vecchio e del vecchio nel nuovo; con questo vantaggio: che il vecchio non si rinnova e il nuovo non s’invecchia. E questa è la rivoluzione. Perciò, ripeto, chi è assorbito assorbe. La generazione, la procreazione, la fecondità sono a questo patto. “Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio” (NdC: “La Grecia sconfitta conquistò il rozzo vincitore e portò le arti nel Lazio rurale”). La Grecia, in qualche modo, è il socialismo; il Lazio è la società capitalista, alla vetta della sua evoluzione, già declinante verso il suo Basso Impero, col suo grande latifondo incolto, in cui s’importano le arti, ossia la prevalenza del lavoro. L’immagine oraziana dà una perfetta e completa l’epigrafe del mio discorso.

Il ritorno di Giolitti al potere. Parole e silenzi

Ma, caduto per quelle ragioni a cui ho accennato, così diverse dai motivi apparenti dai voti della Camera, all’onorevole Nitti subentra l’onorevole Giolitti, che è anch’egli assorbito e assorbe e pare antigiolittiano, mentre gli antigiolittiani sono tutti ai suoi piedi. Egli viene come antagonista dell’onorevole Nitti (povero il mio “binomio” scomunicato e fallito!) per compiere l’opera, in parte mancata, dell’onorevole Nitti. Ci viene con la mentalità di anteguerra o con una rinnovata mentalità di dopoguerra? I principi, arditi, che ha affermato, sono una veste o sono lo spirito? Sono parole o vogliono e possono essere sostanza? E l’ambiente consentirà loro di essere inizio di fatti? Ecco il punto interrogativo che si pongono tutti, dal quale dipenderà se egli sia politicamente vitale, se il suo temporaneo esperimento stia per avere un successo, o se invece passerà come meteora, lasciando una scia di amarezze e di delusioni. Se dovessimo giudicare l’onorevole Giolitti dalle sole parole e dai silenzi più eloquenti delle parole, avremmo diritto a essere alquanto pessimisti. In astratto il suo trionfo, che è una grande rivincita, non voglio dire una grande vendetta, dovrebbe essere il rinnegamento della guerra. Ma egli si affretta a dichiararci il contrario. La rivendicazione, che gli era dovuta, egli la dissimula. Sente certo le difficoltà tremende dell’ora; sente che, in un momento come questo, non si assume il potere se non per adempiere a un alto e penoso dovere; dichiara che la politica si fa per l’avvenire e non per rimasticare e “riinvelenire” il passato. Attenua la inchiesta solenne sulle responsabilità politiche della guerra, riducendola a un’inchiesta contabile, a una revisione fiscale di contratti. Consente (opportunismo, diranno alcuni; civismo, abnegazione, diranno altri) che ciascuno veda in lui quello che non fu e che non è e che vi siano qui dentro tanti Giolitti quanti sono gli specchi riflettori dei vari settori della Camera. Invoca la concordia di tutti; ciò che, direbbe l’amico Treves, è la negazione in termini del parlamento di cui si atteggia vendicatore. E rifiuta anche di essere il simbolo sul vessillo di una reazione antisocialista, forse ricordando che egli pure può vantare, nella sua lunga e varia carriera politica, qualche titolo come sostegno dell’elevamento proletario, da quando, sia pure premuto dalle organizzazioni socialiste e proletarie, ruppe i vecchi preconcetti di classe, consentendo la libertà di coalizione degli oppressi, fino a quando, con gesto più spontaneo, gettò il seme del suffragio universale, forse ricordando anche (e sentendo) ciò che nel discorso di Dronero (NdC: località in provincia di Cuneo dove Giolitti pronunciò il suo celebre discorso elettorale del 1919) egli affermava con robusta parola e cioè che della pace (passaggio supremo e necessità generale e urgente delle genti in quest’ora) la più solida garanzia è nella Internazionale proletaria. Ma dei temi più scottanti di quelli che provocarono le recenti crisi, l’onorevole Giolitti si libera troppo facilmente, tacendo.

Così della questione del pane; così della questione degli scioperi nei servizi pubblici; così dei nuovi rapporti da istituirsi fra capitale e lavoro; così della questione adriatica, rimettendola alla commissione parlamentare da eleggere, che diverrebbe in tal modo non tanto il controllo, quanto l’alibi di un pensiero governativo eventualmente assente (e chi pensa ai miliardi che ci costa e alle minacce che quella questione cova, troverà forse troppo comodo il silenzio e l’indugio…). Questo accenno, mi suggerisce, onorevole Giolitti, di muoverle una domanda più decisa: che farà della delegazione jugoslava chiamata a Pallanza (NdC: luogo dei colloqui italo-jugoslavi sulla questione di Fiume prima della stipula del trattato di Rapallo)? Quelle trattative furono sospese, prima ancora del loro inizio, per Versailles un fatto puramente materiale, come potrebbe essere stato un terremoto o un disguido ferroviario, per la intervenuta crisi ministeriale. Ma le trattative erano stabilite e la delegazione jugoslava aspetta di essere richiamata. È opportuno dimenticare o rinviare questo impegno, in attesa delle deliberazioni che il governo prenderà quando avrà ascoltato la commissione parlamentare? Tanto più che la questione adriatica non è che un frammento di tutta la questione internazionale, la quale è pur sempre il perno anche della politica interna. La guerra, che doveva uccidere tutte le guerre, ci ha dato la balcanizzazione di tutta l’Europa, ci ha dato un nuovo fervore di guerre in Europa e in Asia, sta forse per scagliare l’Asia contro l’Europa e tutto ciò ha la radice nel patto scellerato di Versailles, il quale, onorevole Giolitti, non consente pronti disarmi.

Anche su ciò, sulla revisione del Patto di Versailles, il presidente del Consiglio si rimette, con una costituzionalità molto comoda, alle future commissioni. Forse, per ciò che riguarda gli scioperi nei servizi pubblici, gli basta il richiamo, fatto ai Prefetti nel famoso trinomio, all’ “osservanza della legge”, una frase abbastanza vaga, anche perché le leggi si fanno e si rifanno anche qui in quest’aula; osservanza della legge che, ad ogni modo, sarebbe desiderabile non avvenisse fra troppo crepitio di mitragliatrici!

La “giustizia sociale” e Arturo Labriola

Per i nuovi rapporti da istituirsi fra capitale e lavoro, quella circolare richiama un’altra frase ancora più vaga; intendo la “giustizia sociale”. Per inaugurare o rafforzare la quale, mantiene il Ministero del Lavoro e si propone di riordinare, non dice di rafforzare con nuovi poteri, il Consiglio Superiore del Lavoro. E, per tutto ciò, all’onorevole Abbiate, che aveva creato quel ministero, che aveva preparato un progetto veramente poderoso di riforma del Consiglio del Lavoro diventato Consiglio Nazionale del Lavoro, creando un vero parlamento tecnico del lavoro accanto al parlamento politico, con poteri anche deliberativi nel suo raggio determinato di competenza… All’onorevole Abbiate sostituisce l’onorevole Arturo Labriola, il quale, è bene riconoscerlo, nella molteplice sua attività di uomo politico, di studioso e di economista, per nessuna cosa ebbe tanto disdegno, nessuna cosa ostentò di ignorare tanto e di porre tanto in non cale, quanto la legislazione sociale, che gli parve sempre del tutto riformistica e filantropica…»

LABRIOLA, Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale: «Si può migliorare» [si ride].

TURATI: «Perfettamente logico che l’autore della “Storia di dieci anni”, l’autore di “Riforma e rivoluzione”, l’autore degli opuscoli che s’intitolano “Parlamentarismo e riformismo”, “Ministero e socialismo”, “Lettera aperta a Filippo Turati” ecc. abbia avuto la legislazione sociale sempre in gran dispetto [vivi applausi all’estrema sinistra]. Ma in ciò è, forse, un tratto di spirito dell’onorevole Giolitti, il quale a tempo perso si ricorda di averne [si ride] e il quale, conoscendo il grande ingegno, ma anche l’infinita versatilità del suo nuovo collaboratore [si ride], probabilmente ha arguito che, dall’avere l’onorevole Labriola pensato e detto tanto male della legislazione sociale, ricaverebbe un argomento dialettico per porla oggi in cima al proprio percorso e al proprio pensiero [si ride]

Giolitti restauratore. Da Dronero a Montecitorio

In modo che, se è facile dire oggi chi l’onorevole Giolitti non è, o non è più, o non vuole più essere, o non ama troppo parere, è un poco più difficile districare che cosa veramente egli sia. Col discorso di Dronero, con l’intervista alla “Tribuna” (NdC: quotidiano romano), con il programma di ieri l’altro e con i progetti conseguenti, egli (ponendosi sul terreno della gradualità, che è veramente il più comodo) si affaccia con l’aspetto di un restauratore dei malanni più urgenti del paese, che egli riduce essenzialmente a due: primo, lo scadimento del Parlamento, a cui si propone di riparare con la abolizione dei decreti-legge (oppure modificandoli, il che, non essendovi oggi altro che decreti-legge, potrebbe equivalere a perpetuarli per lunghissimo tempo); con le commissioni parlamentari, con le note riforme dello Statuto ecc. Cose lodevolissime nelle quali per altro all’onorevole Giolitti giova assai essere venuto dopo l’onorevole Nitti, in tempi più lontani dalla guerra e dalla legislazione di guerra, quando abbandonarla è molto più facile, per non dire necessario. Secondo: il pericolo, anzi il disastro finanziario dello Stato, a cui veramente promette di ovviare con provvedimenti draconiani. Segue, nel suo programma, la restaurazione economica del paese, anche per la quale presenta un primo disegno, quello dell’esproprio delle terre per la produzione granaria (sul quale avrò poi qualche cosa da dire), a modifica e rafforzamento di altri decreti già esistenti. Ma questa parte del programma rimane nel retroscena, è la più schematica e, salvo per il grano, ha un po’ il colore (siamo pratici e queste cose le sentiamo col fiuto) dei programmi elettorali, non voglio dire dei discorsi della Corona [approvazioni all’estrema sinistra]. Ho anzi l’impressione, lo confesso candidamente, che proprio questa parte della restaurazione economica del paese, mentre nel discorso di Dronero, sebbene collocata alla fine, aveva una notevole forza, respirava a larghi polmoni, via via si è venuta rattrappendo nell’ultima edizione del programma di ieri l’altro.

A Dronero era il pensiero di uno studioso solitario che vedeva i grandi problemi e pensava soprattutto al Paese. Qui, fra l’uomo e il Paese, è calato il paravento parlamentare, con i gruppi e i gruppetti, con gli umili interessi elettorali, con tutta la miserabile cianfrusaglia parlamentare dei corridoi.

La riforma finanziaria e fiscale

Il pezzo forte del programma (ossia del programma in atto) rimane dunque la riforma finanziaria e fiscale, nella quale l’onorevole Nitti, come ho ricordato, fu formidabile nelle parole e pavido e indugiante nell’azione. Egli aveva assunto le due facce di Eraclito e di Democrito (NdC: Turati si riferisce al celebre dialogo satirico dello scrittore greco Luciano): ferocemente pessimista per il presente, baldanzosamente ottimista per l’avvenire dell’Italia. L’onorevole Giolitti ha altro stile: acta non verba (NdC: “fatti non parole”) Sarà veramente così? Senza professare lo scetticismo diabolico dell’onorevole Perrone [ilarità] (quasi quasi mi scappava detto dell’onorevole Pirrone) [vivissima ilarità] (NdC: ironia sulla confusione tra il politico liberale Freancesco Perrone, ex-sottosegretario e il filosofo scettico greco Pirrone), senza avere quello scetticismo sistematico, proprio degli uomini che da troppo breve tempo hanno dovuto abbandonare i banchi del potere, io temo fortemente che molta parte di questo vostro bagaglio finanziario lo abbandonerete per la via».

GIOLITTI, Presidente dei Consiglio dei ministri, Ministro dell’Interno: «Questo no!»

TURATI: «Questo no? Se dipendesse unicamente dalla vostra volontà non ne avrei il minimo dubbio; ma qui s’invoca il già citato parallelogramma delle forze e gli applausi da cui quelle vostre minacce furono coronate, specialmente e proprio da quella parte della Camera che doveva sentirsene più fieramente intimidita, erano una glossa straordinariamente eloquente. Proprio quelli che sarebbero stati i più colpiti, facevano a gara (era un alibi forse che cercavano?)… Facevano a gara ad applaudirvi più calorosamente. Sulla nominatività dei titoli, intesa ad assicurarvi la tassa sopra settanta miliardi, non indugerò dopo che ne ha parlato con tanta maggiore competenza l’onorevole Perrone. Non credo che tutti i suoi argomenti saranno scesi nel cuore dell’onorevole Giolitti.»

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro dell’Interno. «No! no!» [ilarità].

TURATI: «Quando, per esempio, difendeva il titolo al portatore, il titolo libero, spiegando come fosse merito speciale del titolo al portatore l’aver “portato” in questa Camera i centocinquantasei monelli turbolenti che compongono il mio gruppo, forse l’onorevole Giolitti avrà pensato che, se esso non ha altre maggiori benemerenze, sarebbe stato opportuno abolirlo qualche anno prima…» [Ilarità].
Comunque, come marxista impenitente, confesso di essere alquanto perplesso in materia. Ho letto nei libri dei miei maestri, quelli che l’onorevole Giolitti ci rinfacciò un giorno di avere messo in soffitta [ilarità] (ma non è affatto vero, noi li abbiamo ancora e sempre sul tavolino), che la funzione essenziale della borghesia era di aver reso fluidi tutti i titoli, al di là dei nomi, delle persone, degli Stati, delle fedi e, ripeto, come marxista, pensando soprattutto al capitale estero, di cui tanto abbiamo bisogno, rimasi e rimango un po’ turbato. Ma sutor, ne ultra crepidam (NdC: “ciabattino, non andare oltre le scarpe!”) e lasciamo ai tecnici della finanza questa spinosa questione… Delle altre entrate fiscali, diceva, lo riferirono i giornali, il collega Merloni, che sarebbe una grande fortuna se metà della metà (come suole dirsi della santità) potesse essere attuata. Alludo specialmente alle imposte terribilmente progressive.

Tutti ricordano e ricordo io stesso perché ho riesumato un altro suo discorso di Dronero del 29 ottobre 1899 (sono passati 21 anni, poco meno di una generazione!) che lei, dopo aver fatto un’aspra requisitoria contro la borghesia, per avere essa, non dirò iniziato (questa sarebbe un’esagerazione), ma acuito la lotta di classe riversando sempre tutti i gravami unicamente sulle spalle dei poveri, confessava che con l’imposta progressiva non si va né si sta al potere: anzi se ne scende. Tanto se ne scende che ricordo (siamo entrambi anziani!) quando, in un certo periodo, l’onorevole Giolitti presentò agli Uffici un certo progetto di imposta progressiva…»

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei Ministri, Ministro dell’Interno: «Contro il quale voi votaste!»

TURATI: «Noi votammo contro? È possibile. Per spiegarcelo bisognerebbe riesumare tutte le ragioni storiche di quel momento [ilarità]. Un collega, meno smemorato di me, mi ricorda come allora noi fossimo accusati di “ministerialismo” e le avremmo votato contro proprio per farle piacere [ilarità]. Sappiamo di quante ragioni e interpretazioni sono suscettibili i voti della Camera! E allora i maligni mormoravano che lei avesse presentato quel progetto appunto per andarsene!

Gradualismo tardivo. Un po’ di conti

Ma voglio ammettere (non voglio appesantirmi su un argomento in cui non sono affatto un tecnico), voglio augurarmi che tutto il programma finanziario possa essere realizzato. Dico che tutto ciò non serve, o almeno che non basta; che il gradualismo dell’onorevole Giolitti è un gradualismo prebellico, impari alle esigenze del momento, in ritardo di sei anni sul quadrante della storia. Il gradualismo è una magnifica cosa. Io sono accusato ogni giorno da questi miei turbolenti compagni di essere troppo gradualista. Comunque, il gradualismo è una cosa ammessa da tutti (abbiamo persino un massimalismo gradualista!) quando la natura delle cose lo consente. Quando insomma c’è tempo e si può aspettare. Allora, chi va piano va sano e va qualche volta lontano.

Ma voi avete lasciato camminare le cose così avanti e in tale direzione, che davvero dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur (NdC: “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”) si minaccia l’espugnazione di tutte le Sagunto della società, di quelle che premono a voi, ma anche di parecchie di quelle che premono a noi. Oggi è il tempo di tutti i massimalismi. Ma a voi non parlo del massimalismo socialista, ma di un massimalismo aritmetico.

Facciamo un po’ di conti, onorevole Giolitti. Voi confessate che abbiamo un deficit, in un solo anno, di 18 miliardi: 28 di spese contro 10 di entrate. Confessate che abbiamo 95 miliardi di debito, che presto (crepi l’astrologo!) toccheranno i cento, per arrotondare la cifra, dei quali 20 o 21 in oro verso l’estero, che, al tasso attuale, farebbero salire il debito di un’altra metà e poveri noi se li dovessimo pagare davvero e non potessimo scontarli sulle indennità che la Germania dovrà o non dovrà pagarci! Ci raccomandiamo agli sforzi dell’onorevole Sforza (NdC: il Ministro degli Esteri del momento). Secondo le vostre stesse previsioni amiche, liquidati tutti i relitti della guerra, anche tolta la differenza dei 5 miliardi per il prezzo del pane (difficoltà che non so come e quando potrete superare) rimane sempre un deficit costante annuo di 5 miliardi.

L’ultimo prestito, che ci diede 7 miliardi in contanti, non potete certo rinnovarlo a ritmo continuo e ad ogni modo non coprì che cinque mesi circa del nostro deficit di questo esercizio finanziario. Il reddito presunto dell’imposta sul patrimonio, diventata durante l’iter (e su questo l’onorevole Giolitti non accenna a nessuna riforma) una pura e semplice imposta sul reddito, diluita negli anni, perdendo così il carattere di un vero prelievo risanatore del bilancio dello Stato, quale era in origine secondo la proposta della famosa commissione degli economisti, per quest’anno finanziario è stato già ingoiato dall’ultimo caro-viveri agli impiegati. Ad ogni modo, circa 5 miliardi di deficit (prendiamo la cifra più ottimista) rappresentano un capitale di 100 miliardi; un altro debito di guerra, un secondo debito di guerra, a cui l’economia del Paese non può certo sottostare. Dove lo trovate? Se voi glielo estorceste, la uccidereste. Ne viene che il rimedio primo, il più vero, vorrei dire il solo rimedio, è nel trasformare l’economia, non la finanza del Paese. Ciò che voi ponete dopo, deve venir prima, o almeno contemporaneamente.

La crisi psicologica. “Arditismo”, rivolte e rivoluzione

Tanto più che a rendere più spinose tutte le questioni, più difficili tutti i rimedi, concorre la crisi psicologica, la quale è insieme causa ed effetto della crisi economica: generate entrambe dalla guerra, mantenute dalla pace che non è pace; crisi che è una vera psicosi, diffusa, molteplice, universale, ma più grave in Italia, perché è un paese economicamente fra i più deboli in Europa.

Non dirò dei fenomeni più appariscenti: il lusso sfrenato, rivoltante, che fa pensare con nostalgia, per quanto scettica, alle antiche leggi suntuarie (NdC: antiche leggi romane contro il lusso). Ciò che più impressiona è lo spirito d’indisciplina che ha invaso tutte le classi sociali.

Aggiungete il menomato rispetto della vita umana, dell’altrui come della propria. La guerra ha alterato profondamente tutti i valori morali consuetudinari. La gente minaccia l’altrui vita, ed espone la propria con un’indifferenza non conosciuta prima della guerra. L’“arditismo” è un fenomeno quasi generale, che sopravvive, onorevole Giolitti, anche allo scioglimento del corpo militare degli Arditi, se è vero che sia stato sciolto. Chi una volta diceva una villania o dava uno spintone, oggi cava la rivoltella. Io penso se non toccherebbe proprio ai socialisti (vi prego, colleghi, di non subissarmi subito: se mai subissatemi dopo), grandi fautori come sono del disarmo degli Stati, di proporre intanto il disarmo delle persone; badiamo, compresi i cosiddetti custodi dell’ordine!

Nelle retate di polizia si trattengono in arresto coloro che hanno la rivoltella senza porto d’armi. Ma io mi domando a che serva il porto d’armi, salvo casi specialissimi (oggi mi assicurano che persino i boschi della Sila sono divenuti luoghi innocenti!) se non per uccidere o, più facilmente, specialmente per chi non ha pratica d’armi, per essere uccisi. Gli assassini hanno sempre una prevalenza in simili gare e non chiedono porto d’armi! Perfino l’uso delle bombe a mano è divenuto una specie di sport. Ah, voi non avete abituato impunemente, per cinque anni, tre o quattro milioni di giovani a uccidere e a rapinare! E oggi essi sono nel popolo, ma sono anche nelle guardie regie, nei carabinieri, dei quali si ricorda che, con la rivoltella puntata alle reni, spingevano i nostri giovani ai gloriosi assalti [applausi all’estrema sinistra].

Da cui purtroppo (dico pur troppo, perché io sono figlio di un prefetto e probabilmente un certo lievito burocratico da uomo d’ordine mi è rimasto nel sangue)… Da cui purtroppo l’affetto per la “benemerita” non si è eccessivamente sviluppato nel nostro popolo ed è naturale che il vecchio motto di Rabagas (NdC: personaggio di V. Sardou, rivoluzionario, ispirato al nome del giornale napoletano dove scriveva l’anarchico C. Terzaghi): “Uccidere un gendarme non è uccidere un uomo, ma ferire un principio”, sia diventato un po’ una realtà psicologica. Ora, i fatti di tante risse dolorose, quotidiane, con la polizia, che seminano di vittime le terre d’Italia (e ancora ieri avevamo i fatti di Ancona, di cui qualche collega parlerà in fine di seduta) (NdC: rivolta violenta dei bersaglieri in partenza per Valona, culmine del cosiddetto “biennio rosso”) sono il fatale relitto della guerra e certo non è con procedimenti di violenza, sia pure ammantati sotto la decorazione dell’ ”osservanza della legge” che potrete evitarli o temperarli.

Non credo siano fatti rivoluzionari, perché altrimenti vedrei i più accesi dei miei compagni rivoluzionari mettervisi alla testa, anziché fare, come fanno, e fanno bene, opera di croce rossa [approvazioni]. Sono fatti piuttosto che dimostrano una necessità rivoluzionaria. Solo una rivoluzione di fatto (auguriamo pure che sia legale, pacifica, idillica, quanto volete)… Solo una rivoluzione di fatto, che modifichi profondamente i rapporti fra Stato e cittadini, fra classe dominante e classe soggetta, potrà neutralizzare questo fomite di violenza che la borghesia della guerra ha evocato dall’inferno capitalistico e non sa più ricacciare nell’inferno da dove l’ha suscitato!

Corruzione amministrativa

D’altronde, per tutte le riforme, fiscali, economiche ecc., vi occorrono organi di Stato, sapienti e fedeli. Ora, da tutti i competenti, anche da quelli che sono stati al Governo (piglio, ad esempio, l’onorevole Perrone) sento dirmi che questi organi, per gli accertamenti fiscali e per tutto il resto, mancano in Italia e, dove ci sono, molto spesso sono corrotti. È meglio dirle queste cose, perché è il solo modo di porvi rimedio, se è ancora possibile. La moralità delle amministrazioni, per il fatto della guerra, per il “libito” fatto “licito(NdC: dalla frase di Dante “il libito fé licito in sua legge”, riferito alla corrotta regina Semiramide) della guerra, è scaduta in modo fenomenale. Una volta la nostra burocrazia era povera, ma onesta; qualche volta, non dico tutta, era magari stupida, ma onesta [si ride]. Oggi non più!» [Commenti].

UNA VOCE A SINISTRA: «Stupida lo è ancora!»

TURATI: «Non lo so. È molto accorta, almeno in questo ramo. Durante la guerra (lei, onorevole Giolitti, lo deve sapere meglio di me) molti di coloro che avevano da fare, per motivi anche i più nobili, con certi ministeri, ne uscivano stomacati per le mance che dovevano distribuire ad ogni piè sospinto. Un mio amico cooperatore, che siede su questi banchi e che ebbe spesso a che fare con certi ministeri, mi diceva che tutte le volte che gli occorreva di andarci, doveva, per prudenza, lasciare il portafoglio a casa, per non correre il pericolo di dovervelo riportare vuoto. Egli è qui e può farmi da testimone». [Commenti e rumori].

UNA VOCE A DESTRA: «Non avete mai denunziato questi fatti!» [Rumori all’estrema sinistra].

TURATI: «Si è arrivati a questo e mi dispiace di non vedere presente il testimone che potrei invocare e che dovrebbe sedere al banco del Governo. Questo che dico è un sintomo.
In un vostro ministero, un alto funzionario, con la sfacciataggine che deriva dalla consuetudine del reato, per la richiesta di certi lavori, si offriva alla corruzione, ricattando per parecchie centinaia di migliaia di lire il sollecitatore (NdC: collaudatore esterno). Il sollecitatore era un ricchissimo e avrebbe tratto profitto di milioni subendo il ricatto, ma, da uomo onesto, preferì denunciare il funzionario al ministro. Il ministro chiamò il funzionario e gli sottopose l’alternativa (e forse fece male): o firmare un atto di dimissioni, oppure la denuncia al procuratore del Re. Il funzionario, allibito, accettò di firmare. Ma poi, ricorse al Consiglio di Stato, sostenendo che la sua dimissione era stata coatta, quindi nulla e ottenne la riammissione nel posto e spinse la disinvoltura fino a sporgere querela contro il denunciatore. La querela è ancora pendente e, almeno moralmente, coinvolge evidentemente anche il ministro, il quale, ripeto, può avere mutato il Portafoglio, ma è ancora oggi al governo».

DRAGO: « Ma oggi questo funzionario è di nuovo sotto il Consiglio di Disciplina!»

TURATI: «Secondo me, se il concetto morale non fosse enormemente scaduto, dovrebbe essere invece in galera. Ora, fatti simili dicono molto più di ciò che non appaia dal fatto in se stesso, considerato singolarmente. Dicono del sistema, dicono dell’ambiente. Dicono della rapina di Stato organizzata, spavalda, sicura dell’impunità».

Un volo nell’aeronautica

Signori, non vi è quasi ramo della pubblica amministrazione che ormai non possa essere sottoposto ad inchiesta. So bene che anche l’inchiesta è un rimedio empirico, che di rado va a fondo, che più spesso colpisce a caso, colpisce e non colpisce. Cito di passaggio l’aeronautica, perché è oggetto di conversazioni quotidiane e della quale ci svelò ieri cose edificanti l’onorevole Perrone. Potrei dire di molte altre amministrazioni: ve ne parlerò un’altra volta.

Dell’amministrazione delle poste, per esempio, si sanno cose addirittura inverosimili che possono far piangere o ridere, a seconda dei temperamenti. Ma per l’aeronautica io domando all’onorevole Giolitti, il quale ha inaugurato il suo ministero con un atto di energia, abolendo quella Direzione Generale Civile a cui ieri furono fatti tanti “elogi”, se non ritenga anche necessaria un’inchiesta profonda sulle cause e sulle responsabilità per cui furono prodigati in un anno, secondo quello che mi fu autorevolmente riferito, circa settecento milioni».

GIOLITTI, Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministro dell’Interno: «L’inchiesta parlamentare dovrà indagare anche su questo ed è meglio che sia una inchiesta parlamentare perché è al di fuori di ogni sospetto».

TURATI: «Tanto meglio; ne prendo atto e me ne rallegro, perché in quei settecento milioni, anche ammesso che buona parte sia stata onestamente spesa per liquidazioni di guerra, vi deve essere un’enorme parte non giustificata, se persone competenti assicurano che un’aeronautica seria in Italia non costerebbe più di cinquanta milioni all’anno.
Io ho avuto la ventura e l’onore di conversare giorni fa con un vecchio generale, che l’onorevole Giolitti, credo, conosce molto bene, che non è affatto sospettabile, che non può avere rancori né aspirazioni, perché è giunto alla fine della carriera; uno di quei tanti generali (mi diceva che sono trecento) che da tanto tempo invocano la propria smobilitazione senza mai poterla ottenere e ai quali ripugna di riscuotere lo stipendio intero per l’ozio in cui sono tenuti. Questo valentuomo, il quale è competente sul serio perché all’aeronautica consacrò venticinque anni della sua vita e buona parte del suo patrimonio, mi ha raccontato cose che fanno strabiliare ed io vorrei che il Ministro dei Trasporti, il Ministro della Guerra e il Ministro dell’Industria, si procurassero un abboccamento con lui. Ne faccio subito il nome: si tratta del generale Moris!

L’Italia, nazione povera, si permette, o si permetteva fino a ieri, il lusso di tre aeronautiche, fra loro indipendenti, una militare, una civile e una marinara. Tutto quel vasto e complicato organismo, di cui parlò ieri l’onorevole Perrone e di cui tratta un pregevole opuscolo del professor Bassi del Politecnico di Milano, pieno di dati di fatto e di buon senso, praticamente non rende quasi nulla. L’Aeronautica Civile particolarmente, creata con decreto del giugno 1919, ha sperperato in meno di un anno varie diecine di milioni. L’Aeronautica Militare ha dimostrato, anche di recente a Valona (NdC: tentativo italiano fallito, successivo alla fine della Grande Guerra, di occupare una parte dell’Albania), la propria assoluta inefficienza. Questa vasta e inorganica congerie di Uffici e di Comandi fu creata ed è evidentemente difesa non per altro scopo che giustificare un considerevole numero di “canonicati” e “sinecure”. Al contrario, gli enti tecnici e veramente produttivi sono stati e vengono tuttora tenuti in un’umiliante condizione di inferiorità. Si sperperarono diecine di milioni per un inutile e male organizzato raid, quale quello Roma-Tokio e si negano i fondi per gli studi, le esperienze, i nuovi tipi di apparecchi. Cosicché i veri tecnici sono fuggiti e sono rimasti gli imboscati e gli incompetenti. Ora, di tutte queste malefatte, l’amico Ciccotti, che presentò un’interpellanza, vi parlerà, credo, diffusamente; ma è strano che nessuno se ne sia mai accorto e che non si sia provveduto in tempo, tanto più che i giornali ne hanno parlato in tutti i toni e non ci furono smentite.
Soltanto l’onorevole Perrone (ma egli ha fatto abbondantemente la propria apologia e non c’è bisogno che vi aggiunga parola!) ha mostrato una certa energia, ordinando un’inchiesta sul raid Roma-Tokio, che ci costò, a quanto pare, forse 30 milioni e non so quanti aeroplani andati in malora e altre inchieste, affidate ad uomini di sua fiducia, le cui risultanze, che conosciamo, sono di una gravità spaventosa.

Come mai tutti questi malfattori sono rimasti impuniti, mentre si lasciavano senza difesa gli ingegneri, gli ufficiali e i funzionari che, rimasti poveri, nella loro onestà credevano di trovare una protezione e di trovare una difesa da parte del Governo?

Ora, se il recente decreto dell’onorevole Giolitti è un inizio di epurazione, tendente a “cacciare i mercanti dal tempio”, io non gli farò mancare il mio plauso; ma debbo aggiungere che esso certo non risolvere il problema dell’aeronautica che noi non possiamo ignorare.
Non possiamo, noi uomini politici, ammettere che l’aeronautica sia servita solo a distruggere vite umane, a massacrare torme di donne e di fanciulli inermi.

Non intendo certo esagerarne la portata: tutti sappiamo che l’aeroplano è ancora un mezzo insicuro di trasporto, che il dirigibile ha ancora notevoli difficoltà da risolvere, relativamente alle manovre di ormeggio e di atterraggio e non so quanto sia pratica finora la scoperta dell’elio da sostituirsi all’idrogeno per evitare pericoli di incendio. L’onorevole Umberto Bianchi, che ne sa più di me, mi accenna di no. Certo è che aeronautica e aviazione potranno, dovranno rendere al Paese, per la genialità dei nostri tecnici, una quantità di vitali servizi in tempo di pace e non è ammissibile che noi italiani, gli eredi di Leonardo da Vinci, che fin dal ‘500, osservando il volo della rondine, più pesante dell’aria, intuiva l’invenzione dell’aeroplano, dimentichiamo che “noblesse oblige” (NdC: “la nobiltà dà degli obblighi”) a tal segno da abbandonare a una cricca di parassiti l’avvenire di questo servizio, che nei primi anni ha prosperato con mezzi scarsissimi, per virtù di pionieri veri e disinteressati ed ora è mandato in malora dalla fungaia dei briganti del denaro pubblico [approvazioni].

L’Italia, ripeto, non può permettersi il lusso di tre aeronautiche. Non so se avete fatto bene a portare l’Aeronautica Civile al ministero militare. Per me si tratta di un servizio essenzialmente civile e, cessata la guerra, il suo posto naturale è ai Trasporti o all’Industria e non al Ministero della Guerra. Se anche rimane da utilizzare materiale o personale militare, ciò non ha importanza. Un’Aeronautica Civile si può sempre, nel caso di una guerra, rapidamente armare e attrezzare, come si è fatto con gli stabilimenti industriali per la fabbricazione dei proiettili.

Ma, ad ogni modo, sia aggregata all’uno o all’altro ministero, ciò che importa è che l’amministrazione sia una sola, che sia affidata a tecnici seri e che una commissione di competenti sia incaricata di studiarne a fondo l’ordinamento per assicurare all’Italia di non essere l’ultima nazione del mondo, almeno in questo ramo.

Il miraggio delle economie

Il tema, che ho toccato per incidens (NdC: “incidentalmente”), mi riconduce alla materia finanziaria e precisamente all’argomento delle economie, nelle quali l’onorevole Giolitti, pur dichiarandole necessarie, confessa però di avere una limitata fiducia. Egli ci dice: “dovranno farsi tutte le possibili economie, ma esse non bastano”.

L’onorevole Perrone ieri mostrò invece in esse una fiducia illimitata e quasi esclusiva. Il compito essenziale, secondo lui, del Governo starebbe soprattutto nel ridurre quella che egli qualificò come “la follia delle pubbliche spese”.

Non posso non ricordare che tutte le volte che furono incaricate illustri commissioni di preparare la semplificazione dei servizi pubblici, il solo effetto che se ne ebbe fu un aumento delle spese.

Abbiamo decuplicato il bilancio (parlo in cifre grossolane, non badate a un miliardo in più o un miliardo in meno!) e, fatta anche la tara di quel che è puramente nominale o effimero in questa inflazione dovuta alla svalutazione della moneta e alle liquidazioni della guerra, noi rimarremo sempre, a dir poco, con un bilancio quadruplicato. Ciò dipende in prima linea (ci dice il Presidente del Consiglio) dalle spese militari e dall’inflazione burocratica.

Esaminiamo i due problemi.

Le spese militari, Versailles e l’internazionale

Quanto alle enormi spese militari, sostengo che non si elimineranno finché non saranno eliminate realmente le cause di guerra che tuttora ci minacciano, o siano guerre europee, o guerriglie coloniali, o guerre (aggiungiamolo pure) dovute alle linee dell’armistizio.

Non vorrei parlare della Libia (NdC: durante la Grande Guerra l’Italia aveva perso quasi completamente il controllo della Libia, che dovette, in seguito, a fatica riconquistare), per timore di suscitare e scatenare le invettive dei miei amici, mentre, semmai, vorrei ragionarne un po’ pacatamente. Ma penso proprio (anche in seguito agli ultimi incidenti, a quello che sappiamo e a quello che ancora non sappiamo e che dovremmo sapere) che, quando tireremo sul serio la somma del denaro e delle vite che la Libia ci è costata, ah, quanto sarà riabilitato il nostro grido dei primi giorni: “Né un uomo, né un soldo”! [Approvazioni dall’estrema sinistra] (NdC: Turati si riferisce qui allo slogan socialista anti-coloniale del 1911). O almeno rendiamo un po’ di giustizia ai poveri morti, quanto, in subordine, sarà riabilitata la tesi dell’occupazione limitata a qualche punto della costa sostenuta dal nostro compianto Leonida Bissolati! Ma le cause di guerra sono nel trattato di Versailles, che è (lasciatemi ripeterlo) l’espressione del capitalismo più crudo applicato alla politica internazionale e la cui revisione s’impone. Ora su ciò tace completamente il programma del Governo.

Se non che, forse, anche in questo silenzio c’è un argomento a favore della mia tesi, della preminenza, necessità e urgenza assoluta della restaurazione economica del Paese, anche prima delle economie e dei provvedimenti finanziari. Perché, certo, finché noi saremo così strettamente vassalli dell’estero per il pane quotidiano [“aes alienum, acerba servitus!” (NdC: “il debito è un’aspra schiavitù!”)], quale voce effettivamente influente potremo avere nei consessi dei potentati, sia pure con le proposte Commissioni Parlamentari? Dopo aver demolito la Germania, con nostro danno infinito, oggi dobbiamo pensare ad aiutarla a ricostituirsi per il nostro meglio; dopo aver combattuto la Russia (NdC: Turati si riferisce al corpo di spedizione anti-sovietico dell’Intesa durante la Guerra Civile Russa), o almeno esser stati nella combriccola che s’ingegnava a combatterla, dobbiamo fare di tutto per rappacificarci al più presto con quel grande ex-impero; dopo aver suscitato la guerra civile in Albania (a proposito, quanto c’è costata, onorevole Meda?) (NdC: il Ministro del Tesoro del momento), che si ripercuote in un’altra e ben peggiore guerra civile in Italia (e i fattacci di Ancona ammaestrano), dobbiamo dichiarare che rinunciamo (e ahimè, non farà ciò l’impressione della favola dell’uva acerba?) (NdC: riferimento alla celebre favola della volpe e l’uva di Fedro) a ogni protettorato.

E così via. Non vi è punto del trattato di Versailles che non sia tutto da rifare, da capovolgere. Senza dire che l’onorevole Giolitti, il quale fu già rimproverato, sia pure a torto, di aver lasciato disarmata l’Italia (e dovette difendersene nel discorso di Dronero) e vuoti i magazzini militari in un periodo pericoloso, certo non vorrà affrontare oggi la stessa accusa nel caso di altre guerre possibili. Ora, onorevole Giolitti, voi avete fatto, con nobili parole, appello all’Internazionale operaia, nel vostro discorso di Dronero, per la salvaguardia della pace. Ma l’Internazionale proletaria non può esistere, non può essere forte, se non sono forti localmente, in ogni nazione, i proletariati organizzati e i partiti socialisti.

Ora questi proletariati e questi partiti cominciano ad avere la loro politica estera e cominciano ad imporla ai rispettivi Stati. È inutile dirvi che noi vogliamo che sia soppresso il trattato di Versailles, perché esso è un’abominazione, perché esso è la proprietà privata applicata a tutto il mondo a beneficio di un’egemonia [vive approvazioni, applausi all’estrema sinistra].

Sopprimere questa egemonia significa iniziare un certo collettivismo, almeno sul terreno internazionale; significa rendere possibile il libero scambio, l’abolizione delle dogane e l’unità monetaria. Onorevole Perrone, se il programma socialista in questo tema trionfasse, quanti dei suoi argomenti di ieri perderebbero valore! L’abolizione dell’egemonia anglo-francese condurrebbe all’abolizione della proprietà privata delle colonie; ci avvierebbe insomma davvero a fare di tutti i paesi un solo paese.

Ora ciò è necessario al socialismo, ma ciò è necessario, in prima luogo, all’Italia. Un altro punto di collaborazione? Ma no! Si tratta semplicemente di una coincidenza di interessi. E la vera “Società delle Nazioni” (NdC: organizzazione antesignana dell’ONU fondata nel 1919 proprio a Versailles), della quale, nel travisamento fattone dal trionfo dell’Intesa, voi lamentate, onorevole Giolitti, l’imperialismo risuscitato e spavaldo, la faranno, alla peggio, i socialisti dell’Internazionale operaia.

L’elefantiasi burocratica e il problema del Mezzogiorno

Altra fistola finanziaria è quella che avete ricordato voi stesso: l’elefantiasi burocratica; un problema che, non saputo affrontare seriamente in tempi tranquilli, diventa ogni giorno più spinoso.

Chi mai infatti, in questo preciso momento, avrebbe il coraggio (e i cenni del mio onesto amico, onorevole Alessio, confortano il mio dire) di sfollare le amministrazioni buttando sul lastrico diecine di migliaia di famiglie? Dopo avere, per tanti anni, predicato il celebre aforisma: “pochi impiegati, responsabili e ben pagati”, noi abbiamo, durante la guerra, riempito gli uffici di precari (maschi e femmine) che dovevano rimanere per il solo periodo della guerra e che ora nessuno osa mandare via, sebbene ingombrino gli uffici.

Ci sono torme di impiegati ai ministeri che non si ha modo neppure di collocare; mancano le stanze, i tavolini e le sedie. Il capo di un importante ufficio di Milano si lagnava con me di una trentina di ragazze, delle quali non sapeva che fare, perché incapaci anche di scrivere una lettera e mi diceva che gli avrei reso un vero servizio portandogliele via. Una trentina di ragazze, alla mia età, capirete… [Viva ilarità].

Siamo arrivati agli scioperi per invidia, perché si dice che in un qualsiasi ritocco di organico un’altra categoria, che si pretende similare e che spesso non lo è, ha avuto un beneficio maggiore di qualche centesimo! Ora questo terribile problema, che avete lasciato ingigantire, che vi dà una pletora enorme di impiegati, mal pagati, inetti, turbolenti, non si risolve con le economie per decreto. Non escludo che qualche miglioramento si possa apportare.

Quindici anni fa sostenevo, fra gli urli della Camera, l’arbitrato nel servizio ferroviario. Il Governo mi stigmatizzò come un sovversivo; i ferrovieri mi sconfessarono come un reazionario. Nessuno ne ha voluto sapere. Non è impossibile che si debba ritornare a quella vecchia idea, calunniata e derisa. Come credo che dovremmo mettere allo studio forme di cointeressenza più estesa, fino a dare questi servizi a cooperative di impiegati quasi in appalto, sotto la vigilanza, beninteso, dello Stato da un lato e, dall’altro, della rappresentanza degli utenti, in modo da stimolare l’interesse dei lavoratori dello Stato.

Ma, evidentemente, il rimedio profondo, il rimedio radicale non sarà neppur questo; esso non si trova se non nella restaurazione economica dell’Italia. Industrializzare i servizi, il più che si può, ma soprattutto industrializzare l’Italia, ecco ciò che occorre. Perché la questione degli uffici e della burocrazia è soprattutto [intendetemi “cum grano salis” (NdC: “con un po’ di acume”)] una cosa sola con la vessata questione del Mezzogiorno [commenti].

Il Mezzogiorno è il gran vivaio e quasi il solo vivaio, di tutta la burocrazia italiana, di tutti i gradi, dal capodivisione ormai alla guardia carceraria. La difficoltà del problema burocratico è là; si tratta, al lavoro parassitico, malsano, turbolento, di sostituire in Italia la possibilità del lavoro produttivo, sano, che innalza l’uomo. Da noi, per esempio, nell’Alta Italia, regione industriale, si può dire che non vi sia un solo alunno dei nostri politecnici, delle nostre scuole superiori e anche delle medie, che aspiri a un ufficio di Stato.

Questi uffici sono diventati uffici di collocamento per quella che chiamerei (se la frase non fosse troppo meschina) la “mano d’opera cerebrale disoccupata”, inadatta a qualunque servizio utile. Senza notare che, quando avrete introdotto nell’attività dello Stato, i tanti nuovi servizi necessari che la moderna civiltà reclama, quando avrete organizzato la grande assicurazione operaia, la tutela della legislazione sociale fatta sul serio, i nuovi servizi coordinatori e stimolatori dell’economia pubblica, insomma le “riforme che costano”, voi avrete dovuto creare una nuova burocrazia, che è sperabile, sarà migliore della presente, ma anch’essa vi costerà dei milioni.

Le nuove “grida”

In sostanza voi avete già escogitato quasi tutti gli espedienti. Sul terreno delle economie, come su quello fiscale, l’onorevole Giolitti arriva tardi. Tasse draconiane, confisca dei sopraprofitti, politica dei calmieri, monopoli di Stato, politica di guerra anche in tempo di pace, tessere, contravvenzioni a tutto spiano, tutto ciò ha già fatto le sue prove e poco più vi rimane da racimolare. Temo che anche le nuove tenaglie roventi che l’onorevole Giolitti minaccia ora ad accaparratori, incettatori, bagarini e simile marmaglia, non troveranno più, oramai, molta carne viva da attanagliare.

E non parliamo, per rispetto alla nostra serietà, delle solite raccomandazioni di economie rivolte ai privati, alle leghe dei consumatori e di tutte le predicazioni “savonarolesche” (NdC: da Gerolamo Savonarola, frate predicatore nella Firenze del XV secolo) con cui ci pigliamo in giro da noi stessi e caschiamo nel ridicolo. Predicate quanto vi pare, ma la gente non economizza se non quando ha interesse a economizzare e il proletariato, per questa ragione, è relativamente più dissipatore della stessa borghesia.

La gente vuole sopratutto vivere; questa è la legge e chi è più in basso nel livello morale, non può cercare che il godimento materiale [applausi all’estrema sinistra, approvazioni].

Non vi è altro modo di spingere all’economia che rendere accessibili e appetiti dalle masse i piaceri intellettuali [bravo!]. È questione quindi di educazione, di civiltà, quindi (una volta di più) di rinnovamento economico. La malizia umana, signori miei, è infinitamente più agile e potente di tutte le nostre “grida” (NdC: nel senso manzoniano del termine, ossia leggi tanto severe quanto inutili). Lodevoli come gesti morali ma, ahimè, come per tutte le cose morali, onorevole Giolitti, dieci in condotta, ma zero in profitto! [Si ride].

Circolo vizioso senza uscita. Il prezzo del pane e il “pescecanismo” dello Stato

Noi ci avvolgiamo in un tremendo circolo vizioso. Noi ci siamo ridotti a quel certo stato di malattia in cui vi è da temere che al malato gli stessi rimedi nuocciano invece di giovare. Le indennità di caro-viveri aumentano il caro-viveri, aumentando poi la domanda delle merci. Ogni diminuzione di prezzi, ottenuta sia con mezzi violenti, ad esempio l’assalto ai negozi, sia coi calmieri, o anche con le vostre persecuzioni legali, rischia di aumentare sempre più il caro-viveri, facendo stagnare la produzione, impaurendo, impacciando o arrestando il traffico privato, mentre non abbiamo ancora organi di Stato maturi che possano sostituirsi efficacemente alla funzione (sia pure parassitaria) degli esercenti.

La stessa altezza dei cambi, così dannosa per un verso, è proclamata protezione utile per una quantità di industrie italiane e senza di essa molta più gente non troverebbe lavoro. La polemica per il prezzo del pane, per cui fu rovesciato l’ultimo ministero Nitti e si mormorò da parte dei maligni che l’amico Soleri (NdC: Sottosegretario all’Industria con delega agli approvvigionamenti nel governo Nitti, ma cuneese amico di Giolitti) “va sans dire” (NdC: “non c’è bisogno di dirlo”) cosa che io non lo credo] abbia congegnato quell’orribile decreto per preparare il trionfo di Cuneo (NdC: ossia di Giolitti), è una prova di più del circolo senza uscita in cui ci dibattiamo.

Sono ben lungi dallo svalutare l’importanza politica dell’argomento del pane a buon mercato e anche gratuito, che è nell’indirizzo del programma comunista; ma non dimentichiamo per carità che il pane costa quello che costa, che lo Stato di suo non ha un soldo, che ogni imposta è più o meno reversibile, che la farina bisognerà pure che qualcuno la paghi, che non paga in realtà se non chi lavora e produce e che quindi, sotto una forma o sotto l’altra, direttamente o indirettamente, chi pagherà la differenza sarà sempre il lavoratore!

In sostanza il terribile disagio di cui soffriamo è dovuto a cause non politiche ma economiche e quindi i rimedi politici non potranno mai avere alcuna influenza sensibile. Noi abbiamo quantitativamente decuplicato i segni o i simboli della nostra moneta, mentre i prodotti non crescevano e crescevano i consumi. Ci vuole poco a capire, senza essere economisti laureati, che quando si hanno dieci lire in tasca e con esse si comprano dieci lire di merce, se portiamo la quantità di moneta da 10 a 100 lire senza aumentare, anzi, diminuendo la merce, noi non avremo fatto altro che decuplicare, almeno, il prezzo della merce. Parimenti, finché noi esporteremo per tre miliardi e mezzo e importeremo per tredici o quattordici miliardi, è chiaro che resteremo debitori verso l’estero della differenza e il debito, accumulandosi con gli interessi, finirà col portarci rapidamente alla sicura bancarotta. E non c’è ingegno di Meda o di Tedesco (NdC: il Ministro delle Finanze del momento) che possa spostare questi termini.

I provvedimenti del Governo non sono quindi altro che espedienti di cassa, utilissimi come tali per prorogare il fallimento, finché sono possibili, ma fondamentalmente impotenti ad evitarlo. Più spesso, come l’usura, aggraveranno il deficit.

Più tassate e più impoverite. Tanto più che il denaro, che va allo Stato, alla burocrazia, al caro-viveri degli impiegati, alle spese militari e coloniali ecc., non è certo (con lo Stato come è oggi) il più redditizio. Al contrario! Lo Stato, di regola, assorbe assai più di quanto non renda. Esso forse è il più “pescecane” (NdC: approfittatore, specie durante la Grande Guerra) di tutti i “pescecani”! Tuttavia, fatta questa riserva, poiché ad ogni modo tassare è necessario, io mi permetto di accennare ad altri due cespiti. Di uno ha già trattato il Governo, anche presentando un disegno di legge; dell’altro finora s’è taciuto e certamente “pour cause” (NdC: “per un motivo preciso”). Entrambi mi sembrano degni di essere raccomandati agli onorevoli Meda e Tedesco. Alludo alle successioni, al vino e agli alcoolici.

Addosso agli alcoolici!

Cominciando da questi ultimi, io, che non sono un competente, domando ai competenti e al Governo se, proprio in materia di vini e di alcoolici, credano che sia stata esaurita la facoltà tassativa. So che è una questione che fa imbestialire una quantità di interessi costituiti. Ragione di più per affrontarla.

Intanto l’esperienza ha insegnato che tutti i consumi voluttuari, appunto perché tali, possono essere tassati fino all’ultimo estremo senza che il rincaro dei prezzi diventi proibitivo. Pensate solamente ai tabacchi. In generale il vizio è il miglior amico della finanza. Perfino il lotto (a dispetto della carestia) non ha mai dato gettito come ora! La legge contro l’alcoolismo si deve, se ben ricordo, all’onorevole Giolitti. Orbene questa legge è rimasta, si può dire, lettera morta. Il famoso ideale propostoci di ridurre via via gli spacci a non più di uno per 500 abitanti è rimasto pura utopia.

A ciò ha aiutato la giurisprudenza, ha aiutato il regolamento, hanno aiutato i municipi, le province, i deputati; hanno aiutato un po’ tutti.

Non contra hostem, ma pro hoste (NdC: “Non contro il nemico ma per il nemico”), a profitto dell’oste nemico (NdC: gioco di parole tra “oste” in italiano e “hostis” in latino, ossia “nemico”) ad aeterna auctoritas (NdC: “senza prescrizione”, ancora gioco di parole sul motto del diritto romano “adversus hostem aeterna auctoritas” ovvero “contro lo straniero non ci sarà la prescrizione”). Non si riuscì neppure a vietare la vendita del vino e dell’alcool ai ragazzi, per i quali è un vero veleno e neppure ai malati negli ospedali.

La guerra avvezzò al vino quotidiano coloro che avevano tutt’al più l’abitudine della sbornia domenicale. E se dovessimo fare la statistica del vino che si consuma nei nostri circoli vinicoli, magari socialisti [ma non credo che i cattolici, presso i quali lo “spirito di-vino” (NdC: gioco di parole anticlericale tra “Spirito” e “alcool” e tra “Divino” e “vino”) è tanto in auge da averne fatto persino un ingrediente della Santa Messa, staranno al disotto], troveremmo che lo stesso proletariato, con la metà di ciò che sciupa in fiaschi e bottiglie di vino, ai prezzi attuali, pagherebbe in eccesso la differenza fra il prezzo politico e il prezzo reale del pane.

Non ho fatto studi minuti in materia, ma so dei risultati magnifici ottenuti in America e in Russia durante la guerra, dove per alcuni anni l’abolizione della vodka ha fatto rigonfiare i forzieri di tutte le Casse di Risparmio.

E mi domando se non ci sia proprio altro da fare in questo argomento. Mi domando, ad esempio, perché non si è fatto quasi nulla per incoraggiare l’industria delle conserve, dei mosti d’uva, il cui sviluppo permetterebbe di agevolare, senza danni immediati, la trasformazione della coltivazione dei vigneti, in certe plaghe d’Italia, in altre e più utili coltivazioni, tanto più che oggi anche l’esportazione del vino e dei liquori è ridotta a proporzioni insignificanti.

E vi risparmio tutto il resto, perché mi darebbe tanti spunti per un lungo discorso: soprattutto se potessi indugiarmi in quella ch’io uso chiamare “la lotta del libro contro il litro”, nella quale purtroppo il litro, per il nulla che si è fatto per la diffusione della cultura popolare libera (non parlo di quella scolastica), sopratutto nelle campagne, continua a trionfare bestialissimamente. Passo invece a discorrere delle successioni.

Il progetto Rignano sulle successioni

L’onorevole presidente del Consiglio si propone di colpire le successioni con una più intensa progressività. Benissimo. Ma io gli domando: la progressività deve essere soltanto sulle cifre? O non è possibile istituire un’altra, più giusta, razionale e redditizia progressività, che potrebbe spingersi fino alla confisca totale delle eredità: quella cioè sul grado, nel tempo, dei passaggi di successione?

L’abolizione dell’eredità immediata, l’abolizione, intendo, del diritto del padre, della madre, del fratello, dell’amico ecc., di assicurare coi propri beni una certa indipendenza e agiatezza ai figli, alla vedova, alla sorella, a una persona cara qualsiasi, non è affatto (dichiariamolo subito) un concetto socialista. Il socialismo vuole abolire il capitale, in quanto permette di sfruttare il lavoro altrui, non già abolire la donazione, sia pure causa mortis (NdC: “a causa della morte”). L’eredità e il diritto di fare testamento o di donare possono essere un provvido stimolo al risparmio e al lavoro.

Ma vi sono eredità (quelle che provengono, per una specie di manomorta (NdC: diritto di proprietà perpetuo e privilegiato), dagli avi, da generazioni remote) che viceversa costituiscono la forma più sfacciata di parassitismo, l’incitamento più detestabile all’indolenza e una causa persino del decadimento progressivo delle famiglie e della stirpe.

Un mio illustre collaboratore e amico, l’ingegnere Eugenio Rignano, il direttore di Scientia, una delle più note riviste scientifiche italiane e, dovrei dire, cosmopolite, ha stampato e diffuso una serie di monografie per dimostrare questo principio dotato di un’evidenza elementare: si colpiscano moderatamente le eredità immediate; ma colpite molto più aspramente, sempre più aspramente, fino ad arrivare alla totale confisca, quelle che derivano (risalendo) dal secondo, dal terzo, dal quarto grado. L’eredità che io ebbi dai miei genitori (ben poca roba: lo avverto subito, per non stuzzicare gli artigli di Meda e di Tedesco) [si ride] è sacra e quasi intangibile; sia sacra (sarà ancora meno, purtroppo) quella che io dovessi lasciare ai miei figli, se ne avessi. Ma l’eredità che proviene da due, da tre generazioni non ha più ragione sociale e civile di essere. Abolirla, passarla alla collettività, è rinforzare, non scemare, lo stimolo al risparmio e al lavoro, perché io saprò che, se disperdo l’eredità di mio padre e non riesco a ricostituire il patrimonio sciupato, i miei figli, o alla peggio i miei nipoti, rimarranno senza il becco di un quattrino.

Ciò che si dice dei genitori e dei figli vale, s’intende bene, per qualunque altro rapporto successorio.

Ora, poiché l’amico Rignano, con l’aiuto di giuristi, ha anche articolato il suo progetto in forma legislativa, ovviando a tutte le obiezioni e le difficoltà di carattere sia tecnico sia giuridico che la sua idea poteva suscitare, io esorto il gruppo socialista a studiare seriamente il progetto e a farlo proprio. Tanto più che, se esso si può applicare oggi (pur essendo impregnato di spirito socialista) alla proprietà nel regime capitalistico, non perderebbe valore, neppure domani, in un qualsiasi regime socialista o comunista, nel quale sopravvivrebbero pur sempre la donazione e la successione, sia dei buoni di lavoro, sia di oggetti di consumo personale, non collettivizzati né collettivizzabili, dei quali sarebbe iniquo spossessare l’erede, ma dei quali sarebbe non meno iniquo consentire l’accumulazione inerte e indefinita attraverso i secoli, attraverso le generazioni. Veda intanto l’onorevole Giolitti se non vi sia qui un germe apprezzabile di quella “giustizia sociale” alla quale lei si richiama.

Ma anche questo (sia detto senza dilungarsi) non sarebbe, per quanto giusto e utilissimo, che un espediente. I beni, passati allo Stato anziché all’individuo, costituiscono sempre un semplice spostamento di ricchezza nazionale. Il problema della ricchezza rimane intatto. Con il pericolo, già accennato, che i beni, incamerati dallo Stato quale è oggi, si convertano in sperperi maggiori che se fossero passati ai patrimoni privati.

Il nodo del problema: la restaurazione economica. Ne è capace la borghesia?

Da qui il nodo del problema (e vengo con ciò al nucleo del mio discorso) si riduce sempre alla necessità di aumentare la produzione, migliorandone al tempo stesso la ripartizione, il che è anche un modo di aumentare la produzione, perché solo chi ha certezza di concorrere a una lauta ripartizione diventa un solerte produttore; ma la ripartizione è cosa secondaria, perché si ripartisce male dove non c’è nulla e non si socializzano i debiti e la miseria!

Qui mi attendevo un doppio gesto della Camera: un gesto di meraviglia e un gesto di scetticismo. Un gesto di meraviglia, perché mi si potrebbe obiettare: bella novità! Che forse non siamo tutti d’accordo? Lo stesso onorevole Nitti quante volte ci ha ripetuto il ritornello: “Consumare di meno e produrre di più!”. Lo ripeté tanto che, a furia di riudire la cantilena, la Camera sorrideva. Eppure, per essere sinceri, nessuno più dell’onorevole Nitti era preparato a realizzare un tale programma. Forse nessuno più di lui, con una serie di pubblicazioni molto conosciute, aveva non solo studiato come economista, ma divulgato con verve di giornalista, i problemi della ricostruzione e dell’incremento dell’industria in Italia per mezzo dello sfruttamento delle acque e dell’irrigazione. Aveva fatto perfino qualche esperimento con i bacini, non eccessivamente fortunato, nel suo collegio elettorale; ma è un destino che i “bacini elettorali” servano sì alla pesca dei voti; ma, in generale, perdano acqua… [ilarità].

Ora l’onorevole Giolitti nel discorso di Dronero ha toccato tutta quanta la gamma della restaurazione economica. Agricoltura da industrializzare; emancipazione dal grano estero; chi lascia terre incolte commette un delitto (da cui il suo progetto granario); confisca delle terre incolte; il cotone da coltivarsi nell’Eritrea o nel Benadir (oggi si può aggiungere l’Oltre Giuba) (NdC: due province della Somalia); irrigazione; istruzione agraria e tecnica seria; industrie che occupino più mano d’opera e meno materie prime, mentre sono ancora tanto care; utilizzo delle forze idriche e quindi emancipazione dal carbone estero ecc. Insomma tutto il ricettario. Ossia Giolitti è ancora Nitti. E siamo, ripeto, tutti d’accordo!

Ma la questione non è nell’essere d’accordo in teoria; è nel volere e nel potere realizzare. Direi quasi che il problema è superiore alla volontà dell’uomo. Può il ministero, con questa Camera, può la borghesia italiana, in questo momento, realizzare questo programma? Lo vuole essa davvero? Non c’è nel congegno del capitalismo italiano di quest’ora (poiché anche fra capitalismo e capitalismo bisogna spesso distinguere) qualche attrito invincibile che impedisca questa realizzazione?

I massimalisti del mio gruppo lo affermano dogmaticamente. Vi negano la capacità. È ormai diventato un luogo comune nei discorsi ortodossi di questa parte della Camera. Voi dovreste fare, ma non lo potrete; l’interesse di classe ve lo impedisce. E dovremo ad ogni costo farlo noi.

Io vorrei che essi un po’ s’ingannassero. Ciò risolverebbe il famoso iato del collega Treves, ciò faciliterebbe la saldatura. E chi ha letto il “Manifesto dei comunisti” sa che questa dello spingere all’estremo la produzione era, nel nostro concetto classico, la funzione specifica delle borghesie capitalistiche.

L’onorevole Giolitti ci ha parlato varie volte di un fallimento imminente se non si affrettano i ripari. Qualcuno gli avrà fatto rimprovero del tono troppo apocalittico per l’impressione che all’estero ne avrebbero ricevuto. Io gli (NdC: a Giolitti) do piena ragione. All’estero non hanno bisogno dei nostri discorsi per conoscere le nostre vere condizioni anche meglio di noi e si rassicurerebbero, anzi, se sapessero che almeno cominciamo pure noi a rendercene conto. I conti del Tesoro sono assai più sovversivi dei comizi anarchici.

La questione del tempo. L’urgenza del cominciare

Potrete dunque fare quanto è necessario e, sopratutto, potrete farlo con la dovuta rapidità? Perché qui la questione del tempo diventa decisiva. Non è più questione di anni; può essere questione di mesi. Se noi dovessimo, per pagare i debiti dello Stato, creare, stampare della nuova moneta cartacea, ossia “falsa” (NdC: nel senso traslato di assenza di copertura in oro o valute pregiate), come abbiamo fatto fino ad ora, vedrete (vi ammonirà la piazza che è sensibilissima a questi espedienti di borsa)… Vedrete che cosa nascerà! Dunque non si può attendere, non si può stabilire, come sembra che voi vogliate, un prima e un dopo.

Oserei dire che il rassetto del bilancio economico (NdC: ossia la cosiddetta “bilancia dei pagamenti” con l’estero) deve precedere, perché un forte bilancio economico rattoppa qualunque deficit di bilancio finanziario e non viceversa.

E con ciò rispondo alla seconda obiezione, che mi aspettavo: “Ci vuole del tempo!” Sicuro! Ci vuole il tempo necessario. Ma ci vuole per arrivare alla meta.

Ma, per cominciare, basta anche un atto risoluto di volontà. E cominciare è risolvere il problema anche finanziario; è dare la sensazione che noi vogliamo e sappiamo risolvere la nostra situazione; con il che si rassicurano tutti coloro che ci possono prestare del danaro. L’uomo che lavora e produce (e lo stesso è per gli Stati) trova sempre credito.

Perché i banchieri americani ci hanno chiuso gli sportelli? Non già perché fossimo poveri. L’onorevole Nitti, qui presente, mi può essere testimone. Dio mio, sono sempre i poveri quelli che chiedono denaro! I ricchi ne prestano, sia pure ad usura: è proprio la loro funzione. I banchieri ci hanno chiuso gli sportelli perché noi non diamo loro sufficiente affidamento, con la nostra politica, di saper alacremente produrre e pagare alle scadenze.

L’America soffre di eccesso d’oro e non domanderebbe di meglio che di aiutarci a rifarci, tirandoci, sia pure fraternamente, per il collo, in accordo la legge di Monroe (NdC: la dottrina della supremazia degli USA)… Tanto più, badate, che in questo caso non si tratta di prestiti allo Stato, ma di prestiti alla Nazione.

In altri termini: la soluzione della crisi, politica, economica, morale, crisi di regime, crisi di transizione, chiamatela come meglio vi garba, consiste nel creare subito le condizioni economiche e politico-morali, per cui la Nazione possa in breve termine raddoppiare la sua produzione. O Dio, non pigliate la parola “raddoppiare” nel senso strettamente aritmetico; non s’intende dire che si debba produrre il doppio del grano, il doppio dei tessuti ecc.; s’intende dire: suscitare nuove sorgenti naturali, non artificiali, di energia nel Paese perché esso possa superare il deficit.

Quando questo si sarà ottenuto, si sarà molto più che raddoppiata la ricchezza. E ho parlato di condizioni economiche e di condizioni politico-morali, che sembrano due cose diverse e sono invece una sola; perché non si creano veri miglioramenti economici senza certe riforme politiche (e questo lo dico alla borghesia) e non si riesce a trarre profitto dalle riforme politiche (e questo dico ai miei compagni) senza certi coefficienti economici. Bisogna che il governo d’Italia [borghese? Comunista? Bolscevico? Di Giolitti? Di Misiano? (NdC: quest’ultimo era un socialista rivoluzionario coraggiosissimo e amico personale di K. Liebknecht, odiato da D’Annunzio e dai fascisti, divenuto poi comunista)] non importa il nome e la persona; non importa neppure l’etichetta, perché vi può essere un bolscevismo (vedi la Russia) che finisce per creare tutto ciò che vi è di più antisocialista, la piccola proprietà: l’economia è più forte di tutte le formule e di tutti i programmi pensati a tavolino… Bisogna, dicevo, che lo Stato italiano diventi, politicamente ed economicamente, anticipazione precipitata del comunismo classico, secondo la definizione e il presagio del nostro Engels, per il quale il “governo degli uomini” doveva, nel comunismo, diventare “l’amministrazione delle cose”. È unicamente a questo patto che la situazione può essere salvata per tutti, per la borghesia e per il socialismo; senza di questo è irremissibilmente perduta per tutti; per noi e per voi.

È possibile la pronta valorizzazione economica dell’Italia? L’Italia e le altre nazioni civili

È possibile questa valorizzazione pronta, rapida, dell’Italia economica? Io penso di sì. Si può (ecco il problema concreto) e in che modo si può, raddoppiare, nel senso che ho detto, in breve la produzione italiana? Rifare l’immensa ricchezza che abbiamo disperso e, malgrado il disastro, diventare più ricchi e più civili? Permettere che le tante promesse temerarie che avete fatto, durante la guerra, al proletariato di guerra non si risolvano in un tradimento? Che i programmi non siano soltanto chiffons de papier (NdC: “carta straccia”)? Che i governi possano esistere? Che le rappresentanze popolari, parlamenti o soviet, il nome poco importa, possano funzionare e non siano paraventi e menzogne? Si può; purché si sappia realmente rimediare al deficit nazionale. Anche qui, come dicono lo Smiles e il Lessona (NdC: due autori di testi educativi per ragazzi in cui si esalta la forza di volontà), volere è potere, ma a patto di sapere.

L’Italia è una nazione povera, più povera di tutte le altre nazioni europee, con cui fu e sarà in gara. I coefficienti decisivi per la ricchezza di un paese, a parte le colonie, sono la terra (vi comprendo il mare), le miniere e la forza intelligente dell’uomo. Per la terra, l’Italia è poverissima; all’infuori della Pianura Padana, non ha grandi estensioni di terreno profondo, pianeggiante, irrigabile. In fatto di miniere di ferro e di carbone, siamo quasi all’ablativo assoluto (NdC: gioco di parole tra il costrutto latino e la parola “ablazione” nel senso di “rimozione”), nonostante le amplificazioni speculative e politiche di certi gruppi interessati; per ogni altro minerale, il nostro sottosuolo è anche più povero. Speriamo pure che i rabdomanti che sta preparando l’onorevole Giolitti scovino tesori nascosti; per ora siamo in condizioni pessime, se si eccettuano alcuni giacimenti speciali (alludo specialmente allo zolfo) che, per la nostra inabilità e l’abile concorrenza altrui, vanno perdendo, anziché acquistando, valore.

Le altre nazioni, l’Inghilterra, la Francia, la Germania, l’Austria-Ungheria [ante bellum (NdC: “prima della guerra”)], la Russia, la Romania, il Belgio, l’Olanda ecc., sono tutte ricche di terreno piano, coltivabile, in proporzione agli abitanti assai più dell’Italia e quasi tutte ricche di giacimenti minerali, tra cui sono fondamentali il ferro e il carbone. In Italia la popolazione è eccessiva relativamente all’estensione e allo stato delle coltivazioni.

Se prima della guerra, perciò, il nostro equilibrio era già molto instabile, dopo la guerra le nostre condizioni sono molto peggiorate. Noi importavamo per tre miliardi e mezzo (parlo in cifre tonde) ed esportavamo per due miliardi e un terzo. Il miliardo e più di differenza era coperto dalle rimesse degli emigranti e dall’industria del turismo, risorse che per un certo tempo ci continueranno a mancare (NdC: Turati si riferisce al periodo post-bellico non molto adatto all’emigrazione e al turismo). In tali condizioni è naturale che la più piccola difficoltà: un rincaro di noli, di trasporti, un aumento nei prezzi di vendita all’estero, bastino a mandarci in malora. Bisogna trovare nuove fonti di ricchezza e saperle coltivare per ristabilire e consolidare l’equilibrio.

L’Inghilterra, nonostante la sua maggiore ricchezza, specialmente del sottosuolo, per la sua enorme popolazione, non basterebbe a se stessa, ma si salva con le colonie e con il dominio indiretto che esercita su quasi tutte le nazioni del mondo. Basta un lieve aumento del prezzo dei noli o dei prezzi di vendita dei prodotti di cui ha il monopolio (l’esempio del recente sovrapprezzo sul carbone esportato lo insegna) perché essa gravi il mondo intero e le regioni da lei dipendenti economicamente (prima l’Italia) di una tassa che è superiore a tutto il bilancio dello Stato del nostro Paese.

L’Olanda e il Belgio sono due piccole “Inghilterre”.

La Francia, oltre avere una popolazione unitaria di gran lunga inferiore alla nostra, oltre possedere colonie ricche, possiede, specialmente dopo la guerra, ampie riserve di ferro, carbone, fosfati e potassa.

Nella Russia le ricchezze potenziali sono enormi e c’è da sperare moltissimo nel suo avvenire.

La Romania, oltre avere estensioni grandissime di terreni piani, adatti alla coltura del grano, possiede miniere diverse e giacimenti di petrolio che può in molti casi sostituire il carbone. Sono tutti paesi infinitamente più ricchi, con una popolazione notevolmente più rada.

La Germania nel 1870 aveva una popolazione non inferiore alla nostra. La conquista delle ricchezze minerarie, che oggi le sono state tolte, ma, più che tutto, la cultura tecnica sapientemente ottenuta, lo sviluppo delle sue scuole tecniche, dei suoi insegnamenti professionali, le procacciarono una tale supremazia industriale su tutto il mondo, che le ha consentito non soltanto di abolire la emigrazione, ma di chiamare nel suo paese una immigrazione importante, raddoppiando al tempo stesso la popolazione. Ebbene, noi dobbiamo imitare la Germania, che abbiamo concorso a distruggere con infinito nostro danno; ma non già imitarla pedissequamente, come fu sempre costume del nostro governo e della nostra borghesia, ma imitarla con genialità latina, imitarne l’originalità, imitarne, starei per dire, la “non-imitazione”, applicando i suoi metodi, ma adattando i processi al nostro suolo, al nostro clima, alla nostra psicologia del tutto diversa.

L’ignavia della borghesia e dello Stato italiano

E qui mi sembra opportuno dir subito che, appunto per questa psicologia e per i tempi mutati, non ci riuscirà d’industrializzare il nostro paese se prima non faremo il “nuovo statuto dei lavoratori”, che li faccia, se non ancora arbitri assoluti, almeno partecipi della produzione e non già passivamente partecipi agli utili, secondo certe vedute ipocritamente filantropiche; ma partecipi della gestione, della direzione, del controllo della produzione nazionale, ossia condòmini veri.

Ora la borghesia italiana (e qui presto degli argomenti agli amici massimalisti) è sempre stata ignava, ebbe (salvo poche eccezioni) visioni limitate, umili, ciecamente pedisseque dell’estero, con una pronunciata tendenza a farsi parassita dello Stato, ad abbarbicarvisi, anziché cercare nella creazione, nello studio, nel miglioramento progressivo dell’industria e dell’agricoltura, la propria floridezza e quella che sarebbe la sua sola ragione d’essere. La guerra, poi, col “pescecanismo” ha fatto il resto. Ha portato a galla gli elementi più sporchi e disonesti della borghesia industriale, sviluppando la corruzione, rendendo possibili quegli “assalti alle banche” (NdC: speculazioni bancarie a danno dei piccoli risparmiatori) di cui sono indice significativo le recenti vergognose polemiche.

O essa sente in sé la forza di risanarsi, o il proletariato, benché immaturo e impreparato (ma speriamo più onesto), dovrà pure affrettarsi a sostituirla. Certo dobbiamo distinguere fra borghesia e borghesia anche nel tassarla. Questo anzi è il punto più delicato del problema finanziario. Tagliare il cancro senza offendere la parte sana della borghesia.

Di questa peggiore borghesia, la più faccendiera, la più organizzata, la più tenacemente gelosa del proprio egoistico interesse, che ha nella Camera e in Senato quelle propaggini le quali, se il voto del gruppo socialista ingenuamente le aiuta, possono anche rovesciare e quindi ricattare qualunque ministero. Di codesta borghesia putrefatta fu sempre complice e prigioniero lo Stato; il quale non ebbe mai programmi propri, visione indipendente dei problemi e fu sempre alla mercé di tutti gli interessi più insistenti, di tutto il “pescecanismo” parlamentare, fenomeno zootecnico-sociale (NdC: ironia sul doppio significato della parola “pescecane”) che esisteva, del resto, anche assai prima della guerra.

Lo Stato, i comuni, le provincie (ripeto le cose che dissi nel 1913, ma è legittimo il dubbio che non tutti le ricordino a puntino!) per provvedere alla disoccupazione, organizzano ovunque lavori con criteri politici, dovrei dire polizieschi, con visioni economiche errate, corrotte da ragioni demagogiche, le quali e i quali (NdC: ossia i criteri politici) fanno sì che i lavori siano per lo più anti-economici e costituiscano una vera concausa dell’imperversare del deficit statale nazionale.

Lavori improduttivi e sperpero di miliardi

Vi è oggi una crisi di produzione spaventosa, dappertutto, ma di più in Italia, perché è la nazione, come già dicemmo, più povera; vi è insieme una crisi dei trasporti (terrestri e marittimi) per noi tanto più grave in quanto dobbiamo importare tante materie prime per l’industria e per l’agricoltura e derrate per l’alimentazione di base. Orbene, i lavori sussidiati dallo Stato dovrebbero dunque tendere sopratutto a eliminare questa duplice crisi. Ma ragioni politiche, localistiche, l’impreparazione tecnica, il disordine amministrativo, il burocratismo, la mancanza di organi coordinatori ecc., fanno si che il 90% di questi lavori siano praticamente improduttivi e quindi rappresentino uno sperpero, un aumento dei debiti, un vero delitto contro il Paese.

Se non temessi di tediare troppo la Camera, potrei a tutto quello che asserisco apporre nomi, cifre e specifiche precise. Per questa documentazione precisa mi tengo, ad ogni modo, a disposizione del Governo e del Parlamento.

Ripeto che la maggior parte di questi lavori rappresentano dunque uno sperpero che è un vero e proprio delitto nel momento in cui siamo, mentre attraversiamo una crisi che potrebbe essere mortale. I lavori pubblici decretati di recente (ricordo i 600 milioni per la disoccupazione) sono stati in gran parte lavori inutili e quindi, oggi, criminosi [interruzioni].
Non so se lo siano stati proprio tutti, come osserva, interrompendo, il collega Albertelli (NdC: ingegnere, deputato e fondatore del PSI); certo furono improduttivi in grandissima parte.

Soprattutto, come tutti sanno, si decretò di costruire strade: strade che saranno utilissime, o meglio che potranno diventare utilissime, quando i traffici, oggi depressi, saranno di nuovo intensificati, ma che oggi, mentre urge rinvigorire la produzione, sono improduttive; sono capitale immobilizzato, ossia capitale sottratto, rubato, a quella che dovrebbe essere oggi la sua funzione.

Naturalmente le società approfittano volentieri dei sussidi del governo e costruiscono ferrovie, dirò meglio, “sedi stradali ferroviarie” (non è vero, amico Albertelli?) [c’è persino un recente decreto, di cui non ricordo la data, che incoraggia questo non-senso economico sulle quali, quando i tempi lo permetteranno (oggi non si trovano rotaie), si collocheranno i binari e in seguito, dopo alcuni altri anni, si faranno correre i vagoni].

Lo Stato ed altri enti iniziano e continuano opere poderose (non escludo certe “direttissime”) che saranno pronte fra un decennio e allora, soltanto allora, cominceranno a produrre. Questi lavori, oggi, costano scandalosamente e procedono con lentezza incredibile. Sospesi oggi e ripresi in condizioni normali di lavoro sarebbero ultimati alla stessa data e, evidentemente, costerebbero un bel po’ di meno…

Occorre un programma nazionale. Il problema idraulico, problema centrale

A tutti questi lavori passivi conviene sostituire subito lavori produttivi, quali le bonifiche idrauliche, la valorizzazione di nuovi terreni, l’intensificazione della produzione agricola, la produzione dei concimi, la costruzione di case, di vagoni ecc., tutte cose che decuplicherebbero i vantaggi e risolverebbero la crisi rapidamente. Ma questa è la tecnica, non è la cosiddetta politica, come la si intende generalmente, perciò invece la politica è questa: ogni comune vuole alloggiare i propri disoccupati in casa propria; l’operaio in tante regioni non vuole emigrare neanche all’interno, vuole che il lavoro “gli vada in casa”; le “camorre” piccole e grandi sono infinite; le intromissioni demagogiche e la corruzione sono molteplici; l’impreparazione tecnica e amministrativa è enorme e, più di tutto, manca qualunque azione d’insieme, manca la linea, il piano regolatore; vale a dire manca il cervello, e l’azione dello Stato è puramente spinale e, come dicono i fisiologi, riflessa: l’azione della rana a cui fu mozzata la testa (NdC: Turati qui si riferisce al noto esperimento di Galvani della rana elettrica).

Occorre il programma della Nazione, non un programma semplicemente di Governo. Quali sono i gravami maggiori del nostro bilancio nazionale? Lo disse ieri l’altro l’onorevole Giolitti: grano, ferro, carbone e (aggiunse egli) benzina, per lavare, suppongo, le nostre macchie della guerra (NdC: ironia pacifista sul doppio senso della parola “benzina”, ossia il carburante e lo smacchiatore a secco per gli abiti). E a tutto ciò si deve aggiungere una quantità di prodotti lavorati, che potremmo produrre e non produciamo. Che cosa diamo in compenso? Quali sono le nostre ricchezze naturali?

Si può dire (intendiamoci col solito “granello di sale”) che tutto si concentra nel problema idraulico. L’utilizzo delle forze idriche e la trasmissione dell’energia a distanza sono due scoperte fatte essenzialmente per l’Italia: non per nulla abbiamo avuto Galvani, Volta, Righi, Pacinotti, Galileo Ferraris (NdC: grandi scienziati italiani del XVIII e XIX secolo attivi nel campo dell’elettrologia).

Ad esse si connettono le sistemazioni montane, da cui la sicurezza delle alte pendici; il disciplinamento dei corsi d’acqua, da cui la difesa contro le piene; le bonifiche e quindi la valorizzazione di infiniti nuovi terreni; la soppressione della malaria e di qui una maggiore efficienza dei lavoratori, l’estensione delle piane abitabili e con ciò la soluzione necessaria, sto per dire automatica, di un’infinità di altri problemi: viabilità, ferrovie, scuole, ospedali ecc., che ne sono il naturale corollario; l’irrigazione e quindi l’aumento della produzione terriera, l’agricoltura razionale; la navigazione interna, da cui la facilitazione dei trasporti, l’emancipazione dal carbone di Cardiff (NdC: il carbone britannico estratto in Galles) ecc.; la regolazione dei deflussi per mezzo di serbatoi, da cui la creazione benefica di nuovi corsi d’acqua, a deflusso continuo, con tutte le utilità conseguenti; la trazione elettrica, da cui una soluzione tutta italiana del problema ferroviario e di nuovo l’emancipazione dal carbone estero; la diffusione dell’energia elettrica, da cui la fondazione di nuove industrie, specialmente dell’elettrochimica, cioè d’una industria fondamentale, essenzialmente nostra, perché non a base di carbone, con la valorizzazione, necessaria e naturale, di tutte le nostre ricchezze; la produzione intensiva di concimi, da cui il fiorire possibile di tutta la nostra industria granaria.

Necessità di coordinamento. L’ostruzionismo burocratico

Queste specifiche sono forse un elenco? Ma neppure per sogno! Esse sono una cosa sola; ecco il punto essenziale che io devo dimostrare. Ciò che è sempre mancato è il coordinamento, è la contemporaneità, la solidarietà d’insieme di questi provvedimenti; mancanza che ha reso inefficaci le iniziative, i provvedimenti presi isolatamente. Finora si è infatti proceduto anti-economicamente, individualisticamente, “proprietariamente”. È il caso del poligono chiuso delle forze, in cui un sistema poderoso di forze si annulla per la reciproca elisione.

Ma il coordinamento suppone l’organo coordinatore, suppone lo Stato (borghese o socialista poco importa) che abbia una visione sua; suppone la solidarietà degli organi esecutivi, mentre noi non abbiamo neppure un elementare affiatamento fra i vari ministeri e, quando si deve fare una di queste pratiche, c’è da perdere la pazienza. Io conosco ingegneri abili e intelligenti che scappano dall’Italia, perché l’ostruzione e la dissociazione fra i vari dicasteri è tale che è impossibile mettere d’accordo il Ministero di Agricoltura con quello della Marina, quello dei Lavori Pubblici con quello dell’Industria e i vari Consigli più o meno Superiori: ogni organismo non porta altro contributo che di complicazione e di ostruzionismo e quegli ingegneri scappano all’estero per poter respirare, per poter fare.

Del resto un ministro che siede ancora su quei banchi me lo confessava privatamente: ogni nostra iniziativa cade per l’ostruzionismo, per l’incapacità, per la complicazione burocratica. Non c’è forza d’uomo che valga. Bisognerebbe che il ministro facesse tutto egli solo, dal ministro allo scrivano.

E, amici miei (NdC: parla ai deputati socialisti), per quando farete il vostro governo vi do un consiglio fin da ora: unificate i ministeri; mi dispiace tanto per gli aspiranti ai Portafogli che saranno delusi, ma unificate l’Industria e il Commercio con l’Agricoltura, coi Lavori Pubblici e anche con il Lavoro. Con il Lavoro oggi no: oggi c’è l’antagonismo di classe; ma quando voi avrete il governo sarà un’altra cosa: basterà un Ministero dell’Economia Nazionale.

Il problema granario e il progetto dell’onorevole Giolitti

Noi importiamo ogni anno dai quindici ai venti milioni di quintali di grano per colmare il deficit della produzione interna, che è dai 40 ai 50 milioni di quintali.
La nostra produzione granaria è così “ben organizzata” (NdC: ironico) che, poco tempo fa, si dava, come tutti ricordano, il grano ai maiali perché costava meno del fieno e della biada. Comunque, prima della guerra, con le esportazioni, il bilancio si poteva tenere in sufficiente equilibrio. Ma siccome, come già osservò l’onorevole Giolitti, importavamo prodotti indispensabili ed esportavamo prodotti relativamente di lusso (oli, agrumi, vino), avvenne che, per la carestia della guerra, i prodotti necessari rincararono e quelli non necessari ribassarono; lo squilibrio divenne enorme. Bisogna quindi produrre più di grano, o più di altri prodotti da scambiarsi con il grano ed è qui che mi pare si annidi un vizio fondamentale nel vostro progetto granario, il quale tende unicamente alla requisizione dei terreni per coltivare il grano ed aumentare l’estensione di tale coltivazione.

Ora, io mi confesso un asino in questa materia, ma tutti gli agronomi in Italia constatano che, sui terreni lavorati (di quelli incolti parlerò in seguito), si è già estesa troppo la coltura granaria nella regione collinosa, dove la sua coltivazione non è più economica e dove converrebbe invece coltivare prodotti più naturali, da esportare, magari, per avere in cambio grano dall’estero. Non è quindi questione di estensione, ma d’intensificazione. Nell’Italia settentrionale e in parte della centrale, noi abbiamo già l’agricoltura razionale e si tratta unicamente di intensificarla; la questione è, essenzialmente, di concimi; questione che poi si connette, per le ragioni che i tecnici ben sanno, con l’altra dell’irrigazione, senza cui la concimazione difficilmente viene assimilata e può essere, qualche volta, più nociva che utile.

Viceversa, in parte dell’Italia centrale e del Mezzogiorno (salvo quelle tali oasi di oliveti, vigneti, agrumeti ecc. che tutti sanno), abbiamo un’agricoltura feudale, completamente medievale.

In Italia (forse questi dati non saranno noti a tutti) noi consumiamo un decimo di concime in confronto a quello che si consuma nei paesi più avanzati. In Belgio (con quel clima!) si produce il doppio del grano su la stessa unità territoriale in confronto dell’Italia; in Germania il triplo.

Si calcola che un aumento tra il 40% e il 50% della produzione granaria sia tutt’altro che impossibile, anzi sia facile, in breve tempo, nei terreni già lavorati.

Il paradosso dell’Italia meridionale

Alcuni teorici ritengono che il 90% dell’Italia meridionale non sia suscettibile di grandi miglioramenti. Si tratta di terreni montagnosi, disboscati, dilavati, franati, malarici e quindi refrattari. Ma è un’opinione puramente agraria, non scientifica nel senso completo della parola, che cioè fa astrazione sommaria dalle migliorie idrauliche del terreno, come mi può attestare il collega Albertelli, del cui assenso io non ho il minimo dubbio.

Quindi le opinioni del senatore Fortunato, dell’Azimonti, di Ciccotti, di Colajanni, dello stesso Valenti, valentissimo come agrario, sono opinioni unilaterali, opinioni statiche, che non tengono conto del potenziale che può diventare dinamico.

Ma ammettiamo pure che siano vere, che il 90% dell’Italia meridionale non sia migliorabile e che ammetta appena il rimboschimento e il pascolo! Resta il 10%, che è migliorabile all’infinito e basterebbe a compensare il resto. Poiché il paradosso dell’Italia meridionale é essenzialmente questo: che lì sono coltivati i terreni non lavorabili, da cui nasce automatico il latifondo, dove il terreno è lasciato inoperoso per sei mesi, per uno, per due anni e invece sono abbandonati i terreni fertili delle foci, del piano, delle valli, dove la profondità di humus è enorme, dove il terreno è fertilissimo e dove il sole, il clima, la verginità del terreno, il limo che vi è depositato garantirebbero una produzione decuplicata e prometterebbero veri tesori alla ricchezza del Paese.

Per effetto di codesto assurdo economico, tutta la vita meridionale è contro natura; si abitano le alture e sono deserte le piane; sono deserte e incolte perché c’è la malaria e chi ci si avventura muore. Le ferrovie corrono per le alture, o a mezza costa, su tracciati impossibili, su terreni argillosi che franano, con stazioni a 20 o 30 chilometri dall’abitato, da cui la vita selvaggia, l’emigrazione necessaria.

L’emigrante, quando ci torna, si compra a gran fatica un pezzo di terreno, da cui non ricava quanto dovrebbe avere come salario. Il diboscamento produce le frane, il dilavamento delle terre l’impoverimento dell’humus. I corsi d’acqua non imbrigliati né drenati dal bosco, generano piene irruenti, catastrofiche e allagamenti periodici, che distruggerebbero le messi, se messi ci fossero.

Per cui i proprietari, non disponendo né di mezzi, né di capacità tecnica, hanno interesse a lasciare quei terreni a boscaglia, a macchie per cinghiali, malgrado abbiano profondità di humus talora di sette, otto, dieci metri e siano ricchissimi di materie organiche.

Questo stato di fatto, che la proprietà non può risolvere, sovverte tutta la civiltà e impedisce qualsiasi progresso economico, quindi, di riflesso, sociale, politico e morale del Mezzogiorno. Le industrie non vi nascono, perché manca ad esse ogni base. La genialità della stirpe, la topografia di quelle regioni che stanno su un duplice mare, per cui avrebbero facile comunicazione con tutto il mondo, tutto questo è in pura perdita. Non solo è buttata via la terra, ma anche il mare è buttato via!

Pigliamo qualche esempio fra i più significativi.

Esempi pratici: Sardegna, Sicilia, Basilicata Calabria…e altri paesi

La Sardegna, isola sventurata, è un pascolo enorme, che nei periodi piovosi, per otto mesi dell’anno, potrebbe alimentare su una data unità territoriale, poniamo, cento capi di bestiame; ma, siccome negli altri mesi segue la siccità, essa non può alimentarne che dieci. Ossia la sua potenzialità zootecnica è ridotta da cento a dieci. Se il bestiame aumenta, bisogna ucciderlo o trasportarlo sul continente, o far venire i foraggi, carissimi, da fuori.

Ora basterebbe che la zona coltivata creasse la riserva del fieno, che potrebbe dare fin dodici tagli all’anno, per decuplicare la potenza zootecnica dell’isola, per arricchire la Sardegna. Essa avrebbe a dovizia carne, latte, prodotti derivati, lana, pelli, foraggi e con ciò una popolazione raddoppiata, uno sviluppo industriale ricchissimo, poiché tutte queste cose, è evidente, sono concatenate.

Ora c’è il Tirso, che sarà vasto quanto metà del lago Maggiore; si potrebbero fare altri cinque o sei laghi artificiali che darebbero risultati non minori; la Sardegna diverrebbe una delle regioni più ricche, anche per i prodotti minerari, dei quali mi riservo di parlare in seguito.

In Sicilia vi è la piana di Catania: 50 mila ettari (500 chilometri quadrati) che dovrebbero avere 300 o 400 abitanti per chilometro quadrato, dunque almeno 150 mila abitanti.
Ebbene, essa non ha un solo Comune, non ha un solo abitante, la popolazione si addensa a 800 metri, a 1000 metri di altitudine, nei comuni di Centuripe, Nicosia ecc.

In Basilicata, la patria dell’onorevole Nitti, terra così “fertile” di uomini politici [come si vede, non è vero che la politica non è affatto tecnica! (NdC: ironia sul termine “fertile”)], abbiamo la piana di Metaponto di circa 60 mila ettari, pari a 600 chilometri quadrati; io non vi sono stato mai, ma mi dicono che la stazione di Metaponto è nel deserto!

In Calabria, nella calle del Crati, abbiamo la famosa piana di Sibari; questo nome rammenta un’antica civiltà, ma di Sibari non ci sono più che alcune rovine e il “sibaritismo” è diventato la febbre malarica. Le Paludi Pontine, alle porte di Roma, con 100 mila ettari, pari a 1000 chilometri quadrati, dopo i tanti successivi progetti che voi ricordate, sono sempre ancora il deserto. Nelle Puglie, in Capitanata, ci sono ugualmente centinaia di migliaia di ettari malarici, a coltivazione estensiva, dove un anno si raccoglie il grano e due anni le terre sono tenute a maggese!

E queste vergogne non sono soltanto dell’Italia meridionale. Onorevole presidente del consiglio e cavaliere dell’Annunziata, vi sono dei tenute nella dolce Toscana, che appartengono alla Casa Reale, che non hanno nulla da invidiare a quelle del Mezzogiorno. C’è lì un santo che ha scelto molto bene il suo nome: San Rossore! (NdC: riferimento ironico alla tenuta di S. Rossore a nord di Pisa, zona umida e paludosa) [Si ride].

Bisogna “fare l’Italia”!

Nel complesso, nell’Italia meridionale, anche secondo l’ultimo annuario statistico, abbiamo molto più di un milione di ettari da valorizzare; terreni, che bonificati, renderebbero quanto e più dei migliori terreni del nostro Settentrione. Aggiunti ai 13 milioni di ettari (se non erro) di seminativi (quasi la metà dell’Italia) e ai 10 milioni di prati e di boschi, darebbero dei rendimenti prodigiosi. Il loro valore medio attuale, che si può calcolare pari a 1000 lire l’ettaro, ossia a un miliardo, salirebbe in 4 o 5 anni ad almeno 10 miliardi e il reddito in proporzione, rendendo per giunta razionale e civile tutta la vita di quelle popolazioni, che dalle irte vette dei monti si trasferirebbero sulle vie della civiltà, al piano e al mare.

Ma questo miracolo non si compie con la sola bonifica, con i soli serbatoi, con la sola elettrificazione; ma con tutte queste cose unite e contemporanee, rimuovendo gli ostacoli artificiali, storici, tradizionali e sopratutto politici, che impediscono di farlo con iniziative separate.

Il fiume straripa e poi dissecca. Anzi laggiù non vi sono fiumi. Mancano le Alpi e i ghiacciai; non vi sono che torrenti. Il torrente, questo vero anarchico, d’estate si gonfia, devasta e fugge, lasciando però gli acquitrini avvelenati che allontanano le popolazioni. Nel Nord, tutti lo sanno, abbiamo il fenomeno inverso: la siccità è specialmente invernale, quando il ghiacciaio non disgela.

Le piogge sono irregolarissime. Desumo, s’intende, questi dati da un opuscolo: “I nuovi orizzonti dell’idraulica italiana” dell’ingegner Angelo Omodeo di Milano, un tecnico di fama e di valore mondiale (non temete, non è un professore!) e insieme un cuore vibrante di idealità, da vero socialista, sebbene non tesserato. In queste poche pagine c’è infinitamente più socialismo che in tutta la serie dei nostri congressi di partito.

Sarebbe estremamente interessante leggervi quel che egli scrive, per esempio, sull’idrologia geologica, sull’indole dei torrenti, a seconda che percorrano terreni permeabili o impermeabili ecc.; ma il concetto essenziale di queste pagine, che sono una vera miniera, è la battaglia contro la follia criminosa per la quale l’Italia, seguendo la vecchia politica degli argini, buona per l’Italia settentrionale, butta, anche nel Sud, le sue acque al mare, ossia getta nell’oceano tutta la sua ricchezza potenziale. Il Mezzogiorno, contro un pregiudizio diffuso, è ricchissimo di acque; soltanto che sono mal distribuite. La sua redenzione è tutta nei laghi artificiali. Ma, o signori, chi potrà farli? Lo Stato da solo non basta! Il solo industriale non c’ha interesse, perché per una sola industria le spese e i rischi sono troppi. Se li fa, fa dei piccoli bacini, al servizio di un’azienda, che non serviranno all’irrigazione, all’acqua potabile, al riscaldamento, all’illuminazione, alle industrie, non ancora esistenti, della regione. Non serve insomma a creare le popolazioni, a creare la civiltà (dove non esiste ancora ), a creare l’Italia.

Perché è di questo che si tratta, onorevole Giolitti. È ormai tempo d’invertire il vecchio motto del nostro, veramente massimo, Massimo d’Azeglio. Secondo lui, fatta l’Italia, bisognava cominciare a fare gli italiani. Ora bisogna dire: fatti gli italiani bisogna fare l’Italia. L’Italia settentrionale fu “fatta” pezzo a pezzo, coi sacrifici, coi miliardi di decine di generazioni. Ma oggi si può fare in dieci anni ciò che in altri tempi esigeva qualche secolo.

Perché non si fanno le bonifiche. L’ostruzione anticivile della proprietà terriera

Tutto sta nel coordinare, nell’unificare le forze. Nel Mezzogiorno, come già dissi, il solo proprietario agrario non farà mai nulla. Esso manca della preparazione tecnica, della capacità finanziaria e anche dell’interesse diretto. È noto che alla bonifica idraulica e igienica, compito dello Stato, delle provincie, dei comuni, deve succedere la bonifica agraria, senza di cui la prima è in pura perdita (può produrre, anzi, dei danni) e sono milioni buttati. Nel Mezzogiorno ricordo un certo discorso di Sacchi, allora ministro dei lavori pubblici, che lo confessava: “È stato tutto un lavoro di Sisifo!” Si sono mandati alla malora centinaia di milioni. Per tre ragioni soprattutto: 1) perché si applicò, stupidamente, alle bonifiche meridionali, il tipo della bonifica padana, dove abbiamo le Alpi e i ghiacciai e i fiumi pensili e l’irrigazione già in atto e, insomma, condizioni diametralmente opposte a quelle del Mezzogiorno; 2) perché le bonifiche si fecero a scopo per lo più elettorale o per la disoccupazione: cioè per “dare lavoro” e non per intensificare la produzione e il lavoro. Così i lavori si facevano a spizzichi, secondo le influenze politiche e la bonifica, fatta oggi, era distrutta dalla piena del domani; 3) perché, soprattutto, alla bonifica idraulica i proprietari non facevano mai seguire la bonifica agraria. E non la facevano perché non vi hanno interesse: perché la bonifica distrugge il feudo, il latifondo, la ricchezza inoperosa, la soggezione cieca del contadino, la malaria e la barbarie (tutto ciò su cui s’ingrassa la grossa proprietà), uccide il grosso proprietario. Il proprietario, per definizione, è il nemico dell’umanità.

Il terreno da bonificare (desertico, senz’acqua, malarico) valeva, poniamo, anteguerra 500 lire l’ettaro. La bonifica idraulica, opera dello Stato, costava 1000 lire all’ettaro. La bonifica agraria (che comporta strade, case, stalle, scuole, ospedali) ne costava 3000. Su un fondo, supponiamo, di 10 mila ettari, del valore di 5 milioni (circa tutta la fortuna del proprietario), lo Stato doveva spendere 10 milioni e il proprietario, per la propria bonifica, doveva spendere 30 milioni. Da dove li trarrebbe, ammesso anche che avesse la capacità di concepire la grandiosità di un’opera simile?

Ecco perché, fino a quattro anni fa, la legge sulla bonifica non trovò applicazione. Vennero allora, sotto la spinta specialmente dell’ingegner Omodeo, i famosi “decreti Bonomi” (NdT: si tratta di Ivanoe Bonomi, politico ex-socialista espulso proprio per la sua collaborazione organica con i governi liberali), che faranno grande onore al suo nome e, quali che siano i suoi “delitti politici”, li riscatteranno: perché essi autorizzavano l’espropriazione proprietaria. Ogni progresso civile è opera di un attacco al diritto di proprietà. Fu allora che si inaugurarono, Ministro Giolitti, i lavori del Tirso e della Sila. Se nonché ora, codesti decreti, caro Bonomi (e tu, che hai tanta intelligenza e tante lauree, mi capirai senza fatica), oggi non servono più per le mutate condizioni. Bonifiche, che allora sarebbero state redditizie, oggi non possono più esserlo. Anzitutto v’è l’aumento e l’incertezza dei prezzi delle materie prime e della mano d’opera; poi vi è l’incertezza dei prezzi dei prodotti. Se si fosse certi che questi non caleranno, forse si potrebbe osare. Ma basta che i costi dei noli decrescano, che l’estero possa farci una maggiore concorrenza e sarebbe il disastro dell’impresa. Si aggiunga il pericolo dell’occupazione della terra da parte dei contadini, occupazione non socialista, ma individualista, “proprietarista”, quindi antisociale. E un po’ anche un’occupazione giolittiana, se devo prendere per norma il disegno di legge che autorizza l’espropriazione a fini granari per devolvere le terre alla proprietà privata dei coltivatori, siano essi individui o associazioni. Questo è veramente il baco che ci renderà ostilissimi al vostro progetto per la produzione granaria. Sono soprattutto le ragioni politiche che impedirono la valorizzazione dei terreni meridionali: da cui l’importanza essenziale del lato sociale, della soluzione dei problemi che riguardano i rapporti tra capitale e lavoro.

Chiamate i lavoratori! I miracoli della cooperazione socialista

Bisogna che lo Stato intervenga con criteri decisi e non possono essere che criteri sociali, ossia antiproprietari. Non basta la formula adottata dall’ex-ministro Visocchi, che mi onora della sua attenzione, nel quale, benché abbonato antichissimo della “Critica Sociale”, è evidente che qui l’istinto di classe ha preso il sopravvento; formula che, pur consentendo l’esproprio, lasciava però per le opere un diritto di prelazione ai proprietari.

I proprietari non lo useranno mai. Il proprietario, lasciatemelo ripetere, è naturalmente il nemico della civiltà; farà sempre ostruzionismo e personalmente e per mezzo dei consigli provinciali, comunali e per mezzo dei deputati e non potrà fare diversamente, spinto com’è dall’istinto e dalla necessità della propria conservazione. Vive del malanno del prossimo e del malanno del paese. Bisogna dunque mandar via i proprietari, disinteressarli (compensiamoli pure con indennità commisurate all’imposta fondiaria, con una piccola porzione del fondo bonificato, con obbligazioni che si possono creare; vi sono mille modi), ma bisogna levarli di mezzo e chiamare al loro posto i lavoratori organizzati, i soli il cui interesse coincide esattamente con l’interesse collettivo del paese. Come mai l’onorevole Giolitti non si è accorto di questo?

E, a questo proposito, io vorrei che prendessero la parola i nostri grandi cooperatori: il Vergnanini, se fosse qui, il Baldini, che siede su questi banchi e tutti gli altri. Essi ci direbbero, con dati e cifre, i miracoli che hanno fatto le cooperative del Ravennate, del Ferrarese e così via, per la propria redenzione e per quella dell’economia nazionale e quale opera potrebbero spiegare se aiutate realmente dallo Stato nel Mezzogiorno d’Italia, inviandovi non già tutti i propri lavoratori, ma soltanto alcuni fra essi, per utilizzare gli elementi locali, che si possono e debbono inquadrare nei nostri schemi del Nord, per educarli, per elevarli, per creare veramente l’unità proletaria, che sarà la prima e la maggiore unità dell’Italia. Ma costoro non chiedono proprietà, onorevole Giolitti: chiedono concessioni di esercizio, chiedono affitti collettivi, rimanendo la terra allo Stato.

Bisogna bensì che il lavoratore sia legato all’opera, sia interessato all’opera e poiché in queste opere il lavoro è quasi tutto (salvo per le case, tutto è movimento di terra), nel consorzio di tutti gli interessi che deve formarsi, fra proprietari, Stato, capitale, lavoro, il lavoro dovrà dominare. Esso dovrà avere non solo garanzie per il presente e per l’avvenire, ma diventare compartecipe dell’impresa, col sistema delle azioni di lavoro, o con altri sistemi di cointeressenza sui quali vi è ormai tutta una letteratura.

Mi compiaccio, onorevole Giolitti, dell’accenno che avete fatto alla forza della cooperazione; se però aveste inteso che non si tratta unicamente di aiutare una nuova forma meno imperfetta di produzione e di commercio, ma che si tratta di avvalorare una nuova grande forza rivoluzionaria, in quanto può rivoluzionare profondamente tutta l’attuale vita economica italiana, allora voi vedreste come le cooperative saprebbero industrializzare subito il Mezzogiorno, suscitando, per esempio, quelle industrie naturali, derivate dall’agricoltura e ad essa connesse, di cui noi manchiamo completamente, per cui siamo tributari all’estero per la manipolazione di quelli che sono i nostri prodotti essenziali.

Industrie naturali e industrie parassitarie. Le scalate alle banche

Dalle barbabietole si ricava lo zucchero; le marmellate le facciamo venire dall’Inghilterra, che le confeziona con la frutta che le mandiamo noi; le essenze, i fiori, i profumi sono cose nostre e ci vengono dall’estero: tutto il Mezzogiorno potrebbe diventare un grande Ospedaletti (NdC: ricca località ligure nota per la coltivazione dei fiori, degli agrumi e per il turismo); taccio dell’acido citrico e degli altri derivati del limone; del sommacco (NdC: da cui si estraeva il tannino) per la concia delle pelli; della manna (NdC: sostanza dolce ricavata dall’albero dell’orniello), dei colori, delle pelli, della lana, del latte, di un’infinità di ben di Dio che noi lasciamo perdere pazzescamente e la cui produzione rimetterebbe in pochi anni in equilibrio il nostro bilancio nazionale.

Nell’Italia meridionale, lamentava il Valenti in uno dei suoi ultimi scritti, non c’è una scuola, un laboratorio, un istituto superiore che studi l’agricoltura specializzata del paese, le malattie e la selezione delle piante, i problemi infiniti di chimica, di biologia, di meccanica, dell’irrigazione, la cui soluzione ne farebbe la più benedetta delle terre, l’Eldorado dell’Europa e la cui trascuratezza ci lascia nella più obbrobriosa barbarie. Noi siamo poveri e incivili perché vogliamo esserlo.

Perché lo Stato e il Parlamento si riempiono la bocca di parole e tradiscono il loro mandato fondamentale. Quando poi una scuola si fonda, le si negano i mezzi per funzionare sul serio.

Le nostre industrie maggiori sono quasi tutte artificiali, quindi false, antieconomiche, speculative, parassitarie. Se ne togliamo la seta, che è un’industria seria, che non chiese mai protezioni, che esporta perfino nel Giappone e credo sia la maggiore delle nostre industrie esportatrici [l’annuario statistico ci parla di circa 600 milioni all’anno e io lo constato con una certa soddisfazione perché “io nasco dal bozzolo” (NdC: Turati era nato in provincia di Como dove prosperava l’industria della seta)], e con essa le industrie elettriche, che ci sono invidiate all’estero, tantoché i nostri ingegneri sono chiamati dalle altre nazioni (è notizia di ieri che l’ingegner Angelo Omodeo veniva incaricato da una società inglese di elettrificare l’Inghilterra e la Scozia, dove le difficoltà del carbone cominciano a farsi sentire), tutto il resto si può dire che è basato sul falso e sulla frode. A proposito dei pochi esempi che ho citato, mi accade di pensare quale magnifica esportazione di intelligenze noi potremmo fare, invece di limitarci a mandare all’estero eserciti di straccioni.

La siderurgia, per esempio, è la cosa più balorda che si possa immaginare in un paese come il nostro, privo di carbone e di ferro. Così non si creano ricchezze, ma titoli di banca e ne avete, per conseguenza, le celebri scalate alle banche!

Tutta la civiltà industriale moderna è basata sul carbone: trazione, grandi industrie, illuminazione, sottoprodotti ecc. Non avendo carbone è giocoforza o rinunziare ad essere un paese industriale, o supplire con l’elettricità, che può quasi interamente surrogare il carbone.

L’industria tedesca e la guerra

Vedete a proposito i miracoli che si compiono all’estero. In Germania vi erano quelle famose fabbriche di anilina in cui venivano impiegati 200 o 300 chimici, dei quali i nove decimi non facevano che studiare e sperimentare di continuo: solo pochissimi si applicavano a produrre, e producevano miliardi. Ma bisogna allora conoscere la mirabile organizzazione di scuole e di laboratori di quel paese: università tecniche, che presero il posto delle antiche università accademiche e filosofiche, che creavano i capitani d’industria; scuole tecniche secondarie, varie secondo le regioni e le industrie prevalenti, che creavano gli aiutanti e i tecnici; scuole complementari obbligatorie per tutti gli operai, dai 13 ai 18 anni, che dovevano frequentarle, pagati, durante gli orari di lavoro. E non v’è fabbrica che non abbia laboratori, biblioteche, ogni sorta di presìdi. Le associazioni di ingegneri, che da noi hanno un carattere prettamente professionale, laggiù avevano la direzione intellettuale del movimento industriale. E sorvolo sull’opera dei consolati, degli informatori commerciali, degli esploratori commerciali sguinzagliati dappertutto per la conquista industriale del mondo. Da noi è ricordato un certo Congresso Geologico che, più di mezzo secolo fa, su proposta di Quintino Sella, decretò la carta geologica d’Italia, che doveva constare di 250 fogli. Il ministero, per quest’opera, stanziò (crepi l’avarizia!) la somma di quattromila lire!

Il miracolo dell’industria tedesca fu il prodotto unicamente di una forte volontà organizzatrice e fu l’opera di poco più di una generazione. E voi vedrete la Germania, dopo la sconfitta, rifiorire in pochi anni, mentre noi, dalla vittoria, ricaviamo lo sconforto e la crisi.

Da uno studio inedito che ho sottocchio sui miracoli dell’industria tedesca, io vorrei ricavare e comunicarvi soltanto uno specchietto, di sei sole cifre, che, secondo me, c’illustrano l’origine della guerra mondiale. È il confronto fra i progressi dell’industria inglese e della industria tedesca fra il 1870, il 1890 e il 1905. Commercio inglese, nel 1870, 13,5; nel 1890, 17,5; progresso del 30%; nel 1905, 24,5, progresso del 42%. Commercio tedesco, nel 1870, 6,5; nel 1890, 9,4; progresso del 49%; nel 1905, 16,2, progresso del 72%. In queste cifre è la spiegazione della guerra. È evidente che non vi era altro modo per l’Inghilterra impigrita di difendersi, che sacrificarci e massacrarci tutti quanti [applausi all’estrema sinistra].

Elettrifichiamo l’Italia!

Ora noi abbiamo poco ferro; abbiamo però copiosissime le piriti, da cui si ricava l’acido solforico che serve alla confezione dei perfosfati e che lasciano centinaia di migliaia di tonnellate di ceneri (NdC: si tratta di ossido ferrico) all’anno che mandiamo all’estero. Coi forni elettrici potremmo lavorarle nel Paese. Ma la nostra industria affaristica non si cura di queste miserie!

I concimi fondamentali sono azotati, fosfatici o potassici. Noi importiamo i potassici dalla Lorena (NdC: regione orientale della Francia appena strappata alla Germania dopo la Grande Guerra) (altra causa della guerra di liberazione e di democrazia), mentre le lave leucitiche, che possediamo, contengono maggiore quantità di potassio degli stessi minerali della Lorena. Si tratta di trovare il modo di renderlo più assimilabile e dicono che il modo ci sia, ma la consegna è di russare e gli importatori di potassa pagano il silenzio. Ora tutto questo è sabotaggio e rapina della nostra ricchezza.

In Sardegna abbiamo notevoli miniere di zinco. In Italia si producono 150 mila tonnellate all’anno di minerale di zinco, quasi tutto dalla Sardegna, che va tutto all’estero per la lavorazione, in Belgio e in Inghilterra e da cui si ricavano 70 mila tonnellate di zinco, di cui 20 mila all’incirca tornano in Italia, che le paga in oro, dopo aver pagato anche il trasporto delle scorie. I fonditori belgi ed inglesi ci pagano il minerale al prezzo più basso, per via della concorrenza del Tonchino e dell’Australia. Questa lavorazione in Belgio è a base di carbone, ma noi potremmo lavorarlo, come in Svezia, elettricamente sfruttando le forze idrauliche e guadagnando milioni e milioni di profitto.

Tutto questo perché lo Stato non ha una direttiva: non ha scuole, non ha laboratori, distrugge la ricchezza nazionale a diecine di miliardi.

Conosco una regione d’Italia dove solo tre milioni di lire per creare un serbatoio permetterebbero a un’industria già avviata di procurarsi un introito di 3 milioni e mezzo di sterline (al tasso attuale, 200 milioni di lire all’anno), per un prodotto sul quale basterebbe una lieve tassa di esportazione per farci ricuperare subito i tre milioni che avremmo anticipati [commenti]. Ho anch’io i miei segreti di fabbrica che non vi posso rivelare: ve li riserbo, compagni socialisti, per quando andrete voi al Governo!

E non parlo della lavorazione dell’acciaio. Noi ci ostiniamo nella siderurgia pesante, che è l’assurdo degli assurdi, perché dobbiamo comprare all’estero il carbone e i rottami ad altissimo prezzo, impiegando una minima quantità di mano d’opera. Trascuriamo la siderurgia fine, la meccanica fine, gli acciai speciali, nei quali la nostra abilissima e geniale mano d’opera troverebbe un impiego tanto più rimunerativo. In Italia elettrificare l’industria significherebbe renderla nazionale.

Ma vedo che la Camera è stanca…». [Voci:” No, no, prosegua!”].

TURATI: «… E debbo sorvolare su troppi altri argomenti. Tuttavia vorrei dire della possibilità che avremmo in Italia, a quanto mi dicono i tecnici, di una copiosa produzione di alluminio ricavabile dalle bauxiti dell’Abruzzo.

Ora l’alluminio si presta magnificamente a sostituire, nelle linee elettriche, il rame che noi importiamo a carissimo prezzo. In Germania e in America, dove il rame non manca, si fanno linee d’alluminio. Noi preferiamo importare il rame e trascurare l’alluminio e il Governo sussidia le linee in rame, con il doppio effetto di aumentare l’importazione a vantaggio dell’estero e di impedire lo sviluppo di un’industria italiana!

Questa è l’economia del nostro governo e del nostro paese!

Un altro tema importantissimo sarebbe l’elettrificazione delle ferrovie. Quante centinaia di milioni ci risparmierebbe? Si parla di quattromila chilometri, che sarebbero facilmente elettrificabili. Nitti ha parlato di seimila in 20 anni; ma atteniamoci pure ai quattromila, circa un terzo delle ferrovie italiane, che si stendono, come tutti sanno, per 13 mila chilometri. Se nonché quei quattromila chilometri consumano forse la metà del carbone, perché sono i più frequentati e quelli a pendio più ripido. Delle nostre energie idrauliche 3 o 4 milioni di cavalli-vapore sono liberi, e, del milione accaparrato, la metà circa va perduto. Così noi disperdiamo circa i nove decimi delle nostre energie idrauliche. Le buttiamo a mare. Notate che, a differenza degli esercizi a carbone, in quelli a elettricità la sola spesa è l’impianto: l’esercizio, si può dire, è gratuito. Le cascate non si fanno pagare.

E il riscaldamento?

Noi disboschiamo i nostri monti disperdendo un’immensa ricchezza, esponendo le valli alle piene e alla devastazione e la nostra acqua (che potrebbe riscaldarci quasi ad ufo) se ne va placidamente nei due mari!

L’Italia nuova non può essere che l’Italia elettrificata. O ci pensa il Governo, o dovranno provvedere i lavoratori.

Il compito dello Stato: suscitare e coordinare. Necessità di un “piano regolatore”

Ma l’elettrificazione non può avvenire, utilmente, a pezzetti successivi. Ciò che importa è creare un’unica grande rete elettrica italiana (il collega Umberto Bianchi deve avervi già accennato un’altra volta), che, in parte, è già spontaneamente iniziata tra le varie società che man mano si collegano fra loro creando un sistema di accordi, di compensi, di solidarietà, che è il solo che permetterà il massimo utilizzo delle energie nazionali.

Nella grande rete unica tutti i rimasugli, tutti i residui di energia possono venire utilizzati. Le ore di riposo di un servizio servono all’altro; gli Appennini compensano le Alpi e così di seguito.

Nell’industria elettrica, come in moltissime altre, il piccolo impianto localistico impedisce il grande, l’interesse particolaristico uccide l’interesse generale. Solo il Governo può imporsi sugli interessi egoistici particolari. La scoperta tedesca che permette di fissare l’azoto dall’aria (NdC: Turati si riferisce alla produzione di nitrati con il metodo Ostwald che usa ammoniaca, che, a sua volta, è ottenuta con il metodo Haber-Bosch. Si tratta di processi chimici entrambi ad alto consumo di energia date le elevate temperature in gioco) consente d’altronde una soluzione del grande problema, facile e sicura.
La legge Bonomi, ripeto, non fu che un primo e timido passo. Eppure, mentre l’anno precedente non si chiesero che 27 mila cavalli-vapore, in seguito se ne chiesero 350 mila e in due o tre anni un milione, del quale però (per il panico portato dalla guerra ) solo 150 mila sono utilizzati. Il rimedio, vi ripeto, non può essere che l’elettrochimica. Con essa, che importa impianti di pochissimo prezzo, che si ammortizzano in brevi anni, noi creeremmo per alcuni anni prodotti azotati, che redimerebbero la nostra agricoltura e prepareremmo un’enorme disponibilità di energia, da impiegarsi poi in una miriade di industrie, che sorgerebbero man mano e potrebbero pagare l’energia elettrica molto di più e ci assicurerebbero un reddito quand’anche la concorrenza estera ci facesse abbandonare la produzione dei concimi.

Per il grano si spendono oggi 5 o 6 miliardi all’estero. Basterebbero 180 mila tonnellate di azoto (oggi a mala pena se ne impiegano 9 o 10 mila) per superare la crisi granaria. A 3 lire il chilogrammo, ci sarebbe una spesa di mezzo miliardo che ci farebbe risparmiare 5 miliardi.

Ma qui è indispensabile l’intervento dello Stato. La sola industria privata, che ignora il mercato del domani, è impossibile che vi sopperisca. Solo lo Stato può affrontare i brevi rischi di qualche anno per la ricostituzione nazionale. Esso solo può unificare gli interessi, evitare la svalutazione della valuta derivante dalla esportazione del denaro e imporre la concimazione delle terre, la quale dovrebbe essere obbligatoria com’è obbligatoria l’istruzione, che è in qualche modo la concimazione dei cervelli.

Il coordinamento è essenziale, e, se io non avessi troppo abusato della pazienza della Camera, porterei altri argomenti a dimostrarvi, come questa organizzazione, che presuppone un vero piano regolatore di Stato, sarà il nostro programma di domani se per forza dovessimo accollarci la gestione dello Stato.

Decentramento regionale. Miniere, elettrochimica e agricoltura

Il coordinamento, per altro, dovrà essere ragionevolmente decentrato.
E mi spiego. Pigliamo la Sicilia. Qui il problema minerario si allaccia a quello agrario. Salvo per gli agrumi, l’agricoltura è medievale. Per la piana di Catania, di Terranova (NdC: oggi nota come piana di Gioia Tauro) (dove allignerebbe anche il cotone) ecc. è essenziale l’irrigazione. Occorrono i laghi artificiali. Questi diventano convenienti se con essi si risolve anche il problema minerario. Noi caviamo lo zolfo ancora col sistema preadamitico dei “calcheroni” (NdC: semplici forni in mattoni per l’estrazione dello zolfo dove la temperatura necessaria è ottenuta dalla combustione dello stesso zolfo, comportando così un rendimento del solo 50%); in America s’impiegano i forni elettrici che non sciupano minerale e producono un risparmio enorme. Aggiungete la “tassa di camorra” dei proprietari (NdC: sarcasmo di Turati sulle alte rendite dei proprietari terrieri siciliani ottenute dagli imprenditori attivi nell’estrazione dello zolfo), che arriva al 30% del prodotto lordo, ossia al 70% del netto. Perciò l’industria è terribilmente passiva. Anche qui il proprietario è il nemico.

La Calabria. In Calabria abbiamo acqua in enorme quantità. Circa 300 mila cavalli-vapore disponibili. Per l’agricoltura l’irrigazione è necessaria. Ma la Calabria, a cavallo dei due mari, potrebbe diventare anche il grande emporio chimico d’Italia (come la Toscana e la Sardegna sono i suoi centri minerari) con la produzione dell’azoto, questo re della chimica, ossia con la produzione dei concimi e dei suoi sottoprodotti. Ma, naturalmente, ci vorrebbero le scuole e il resto.

Sardegna. Ho già parlato dello zinco. Vi è anche rame, antimonio, argento che si lavorano all’estero. Anche qui il problema si risolve con l’energia elettrica. Abbiamo 100 mila cavalli-vapore per trasformare questa regione, per fecondare e risanare il Campidano, per incivilire la popolazione, per crearvi la grande industria agricola e mineraria.

Non parlerò della pesca, che da sola esigerebbe un lunghissimo discorso.

La Toscana è la gentile regione che sapete, ma ha un fiume che si chiama Arno, in cui si possono risciacquare le nostre pessime prose provinciali (NdC: Turati si riferisce ironicamente al noto motto manzoniano del “risciacquare i panni in Arno”), ma che in sostanza (sebbene sia il quarto fiume italiano dopo il Po, il Tevere e l’Adige) non è altro che un torrentello. A Firenze in estate trovate poca più acqua che in un qualunque rigagnolo delle Alpi. Ora l’Arno non è utilizzato né come forza motrice né come elemento per l’irrigazione. Esso ha un corso pianeggiante fin oltre Firenze. Potrebbe essere navigabile e non è navigato. Le sue piene minacciano Pisa. La sua portata, che attualmente va da 2 metri cubi al secondo nelle magre a 3000 metri cubi nelle piene, si potrebbe trasformare in un corso stabile da 60 a 70 metri cubi costanti, di enorme efficienza agricola e industriale.

Ma occorre la regolazione del fiume. I 100 mila cavalli-vapore che potrebbe produrre ci darebbero la difesa di Pisa, la navigabilità fino a San Giovanni Valdarno, il centro di quelle ligniti che, trasportate per via d’acqua, potrebbero costituire, sia pure con un quarto appena di calorie, un sostitutivo del carbone e la Toscana diventerebbe uno dei maggiori centri agricoli ed industriali.

Il programma dell’avvenire immediato e la classe lavoratrice

Ma tutto questo non si fa senza l’uomo e l’uomo è l’operaio, il proletario, lo scontento, il ribelle, il rivoluzionario e che sarà tale finché non ne avremo fatto il padrone del lavoro e della produzione.

Questo è dunque il programma dell’avvenire. Io non so chi lo eseguirà. Io so che, senza questi elementi di emancipazione dell’operaio, niente di questo si farà. E non occorre essere socialisti. Io ho trovato (mi è arrivato l’altro giorno e lo avrete ricevuto anche voi) in questo libro fatto tutto da “parrucconi” molto rispettabili, che contiene gli studi e le proposte della Commissione del dopoguerra presieduta da Vittorio Scialoja, quasi le mie medesime conclusioni. Leggete la relazione del nostro ex-collega l’onorevole Rava, presidente della decima sezione. Egli dice le medesime cose: “se non create le condizioni necessarie all’interessamento degli operai nella produzione, dati i tempi mutati, data la psicologia del dopoguerra, non otterrete nulla di nulla” .

Una volta era questione di giustizia, oggi è questione di vita o di morte.

Conosco altri due uomini che hanno visto queste cose e sono un antico e un moderno. Il moderno è il dottor Rathenau, forse il più geniale ricostruttore che abbia dato la guerra, il quale nella sua “Economia Nuova” dimostra, meglio di ciò che io abbia saputo fare, come questa valorizzazione dell’uomo in Germania (oggi colà le condizioni sono peggiori che in Italia) sia indispensabile per redimere il paese.

Vorrei ottenere che l’“Economia Nuova” fosse letta dai colleghi deputati; il mio discorso avrebbe raggiunto tutto intero il suo scopo.

Solo quel popolo (afferma l’autore) che prima avrà soppresso l’antagonismo che c’è fra l’operaio ed il capitale, solo quel popolo trionferà.

Ma conosco un altro uomo, col quale amo chiudere, anche perché sarà particolarmente caro al cuore dell’onorevole Giolitti; un uomo che si chiama Camillo Benso Conte di Cavour .

Leggevo in questi giorni nelle sue opere dell’edizione Zanichelli lo scritto “Chemins de fer en Italie”, del 1847, una recensione di una monografia del Conte Petitti sul problema delle ferrovie.

Nel 1847 le ferrovie incominciavano appena; appena ve n’era qualcuna nel Napoletano e in Toscana; lo scetticismo era diffuso; l’ignoranza del problema era formidabile.

Sono appena cinquanta pagine che si leggono deliziosamente e in cui si trova, come una dolce sorpresa, che questo socialista “pre-socialista” (perché io non faccio consistere il socialismo nelle tessere) aveva una visione così larga e perfetta e divinatrice, quasi una specie di spirito profetico, di tutti i problemi e di quello in particolare delle ferrovie, in rapporto con il commercio, con l’industria, coi problemi morali, con la soluzione di tutte le grandi questioni italiane, veramente da sbalordire.

È passato quasi un secolo, ma Cavour è più che un nostro contemporaneo. Orbene, quello che nel 1847 era il vapore, nel 1920 è l’elettricità. C’è un parallelismo perfetto. L’onorevole Giolitti fu da me una volta paragonato a Cavour e me ne fu fatto rimprovero. Confesso che, per quante siano le benemerenze dell’onorevole Giolitti, se il Conte di Cavour fosse vissuto, forse ci saremmo trovati assai meglio [ilarità].

Ho detto, frammentariamente, affrettatamente, le ragioni e le aspirazioni pratiche del socialismo. Ma in esse c’è anche la salvezza del paese. Inizierete voi quest’opera? O la inizieremo noi? Una cosa mi pare indubitabile: l’evoluzione civile non può muoversi se non per questa via. Qualsiasi cosa avvenga, la classe lavoratrice non sarà sorda al duplice appello della giustizia e della civiltà!» [Vivissimi e reiterati applausi all’estrema sinistra. Moltissime congratulazioni. Commenti prolungati].

Da “Rifare l’Italia e gli Italiani” di Filippo Turati (Casa Editrice “Critica Sociale”, 1946, Milano). Attualizzazione di lessico e punteggiatura e note a cura di D. Colognesi (2017).

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