Industria 4.0 convergenza socialista Renato Gatti socialismo sinistra economia

CI VOLEVA BILL GATES PER PARLARE DI 4.0

di Renato Gatti

Premessa

Il recente intervento di Bill Gates sulla “tassazione dei robots”, porta all’attenzione della pubblica opinione le tematiche della rivoluzione 4.0.
Vediamo intanto il ragionamento di Bill Gates: “Al momento se un lavoratore umano guadagna 50 mila dollari lavorando in una fabbrica, il suo redito è tassato. Se un robot svolge lo stesso lavoro dovrebbe essere tassato allo stesso livello”.
Chiaramente il ragionamento ha valore come “problema da affrontare” più che come soluzione da adottare. Tassare i robots sarebbe, come tutte le tassazioni dei fattori della produzione, controproducente ed assumerebbe un vago sapore luddistico. Ma il problema posto ha un enorme valore ed importanza per cui cercherò di affrontarlo in questo articolo.

I temi affrontati

1. La rivoluzione 4.0
2. I riflessi economici
3. I riflessi sociali
4. Un nuovo modello redistributivo

La rivoluzione 4.0

Già da anni la catena di montaggio ha cambiato natura. Da un modello a lisca di pesce in cui confluivano i vari lavori divisi e parcellizzati, svolti da opersi e tecnici nelle varie fasi (le singole lische di pesce) fino all’arrivo del prodotto finito; si è passati ad un modello in cui macchine “intelligenti” svolgono tutte le operazioni ripetitive in modo programmato, relegando il lavoro umano ad una fase di controllo della fase produttiva svolta dalle macchine. Gli addetti per prodotto finito sono scesi drasticamente.

Questo colloquio uomo/macchina viene ora sostituito da un colloquio macchina/macchina (M2M machine to machine) dove sensori sempre più diffusi in tutte i gangli della produzione segnalano ad un computer centrale o periferico messaggi che, elaborati dal computer stesso, diventano ordini inviati alle macchine per modificare o mutare processo lavorativo. Questa tecnologia, l’internet of things ovvero l’IOT, è una delle tecnologie della rivoluzione 4.0.
Rinviamo comunque all’Appendice per entrare più in dettaglio nelle nuove tecnologie di questa rivoluzione.

Con il concetto di “Industria 4.0” si intende oggi un paradigma industriale emergente, che determinerà una rivoluzione industriale paragonabile a quelle che si sono succedute negli ultimi tre secoli. Nel caso della “quarta rivoluzione industriale” non si ha una singola e rivoluzionaria tecnologia abilitante (es. il vapore o l’elettrificazione) ma, piuttosto, un insieme di tecnologie abilitanti che vengono ad aggregarsi grazie ad internet in modo sistemico in nuovi paradigmi produttivi. Questi paradigmi sottenderanno innovazioni di natura assai diversa, anche a seconda del settore: di processo, organizzative, di prodotto, e di modello di business. Pertanto, stiamo parlando di una rivoluzione in divenire.

Industria 4.0 è il termine che più frequentemente di altri (smart manifacturing, industria del futuro, industria digitale, manifattura avanzata, industria intelligente, etc) viene utilizzato per indicare una serie di rapide trasformazioni tecnologiche nella progettazione, produzione e distribuzione di sistemi e prodotti. In particolare, descrive l’organizzazione di processi produttivi basati sulla tecnologia e su dispositivi che comunicano tra di loro.
La manifattura rimane centrale alla produzione industriale, ma non va più considerata come una sequenza di passi e fasi separate ma come un flusso integrato immaterialmente grazie alle tecnologie digitali. Tutte le fasi sono gestite e influenzate dalle informazioni rilevate, comunicate e accumulate lungo tutta la catena, dalla progettazione all’utilizzo, al servizio post-vendita.

Questo è in estrema sintesi il senso del paradigma Industria 4.0 che rappresenta la sfida attuale del sistema industriale.

La connessione tra oggetti attraverso internet è resa possibile dalla disponibilità di sensori e attuatori (congegni in grado di collegare la componente digitale con quella meccanica degli oggetti) sempre più piccoli, dalla presenza di connessioni a internet a basso costo e pressoché ubique.

Già ora, 14 miliardi di sensori sono collegati a magazzini, sistemi stradali, linee di produzione in fabbrica, rete di trasmissione di energia elettrica, uffici, abitazioni. Nel 2030, si stima che più di 100 miliardi di sensori collegheranno l’ambiente umano e naturale in una rete globale intelligente e distribuita.

La natura di questa rivoluzione tecnologica implica che il confine tra manifattura e servizi divenga sempre meno netto, con un crescente coinvolgimento delle imprese manifatturiere in attività di servizio attraverso una separazione meno netta tra componente fisica e parte digitale della manifattura: i sistemi produttivi evolvono verso i modelli cyberfsici, i modelli di business evolvono verso modelli industriali di servizio (da l’indagine conoscitiva svolta dalla X COMMISSIONE PERMANENTE della Camera -Attivita` produttive, commercio e turismo- presieduta da GuglielmoEpifani).

I riflessi economici

La rivoluzione 4.0 comporta una liberazione dal lavoro in quanto le macchine che si parlano fra di loro rivoluzioneranno i processi produttivi generando un nuovo modo di produzione. In questi frangenti, quando si crea cioè un nuovo modo di produzione, consegue il fatto che le vecchie relazioni industriali tra i fattori della produzione entrano in conflitto con il nuovo modo di produzione. Questa dialettica è fonte di cambiamenti e di nuovi conflitti che, o vengono governati o vengono subiti. Approfondiremo questo tema nel prossimo capitolo sui riflessi sociali. Da un punto di vista economico è evidente che questi processi innovativi faranno salire di molto il livello della produttività potendo influire sia su una massa di produzione ben superiore a quella attuale, ma anche incidendo sul costo finale dei prodotti finiti. C’è quindi la potenzialità di venire incontro ai bisogni collettivi della popolazione mondiale liberando peraltro masse di uomini da lavori ora svolti dalle macchine e rendendo libero il tempo di vita per dedicarsi a occupazioni meno alienanti.

In via di principio non c’è che da essere ottimisti circa questo modo di produzione, respingendo atteggiamenti luddistici, operando in modo che i benefici possano raggiungere tutta l’umanità.

Al limite, estremizzando si potrebbe pensare, come scenario finale, ad un sistema di macchine che producono tutto il producibile (inclusa la produzione delle macchine stesse), facendo venir meno la necessità di lavoro salariato. Sarebbe la fine del capitalismo, così come lo conosciamo, essendo il capitalismo connesso intimamente con il lavoro salariato; si renderebbe così obsoleto il concetto di pluslavoro e di plusvalore. Scenario di estrema complessità e terribilità che va, a mio parere, gestito sin da ora da sindacati, politici, sociologi per evitare che, perdendo tempo, si affrontino temi come questo quando ormai è troppo tardi.

I riflessi sociali

Indubbiamente i riflessi sull’occupazione sono un elemento rilevante. All’OCSE si calcola che l’impatto diretto dei soli robots potrebbe mettere a rischio il 10% dei posti di lavoro e spingerebbe alla modifica delle mansioni almeno il 30% dei lavoratori. Un’altra proiezione (Carl Benedikt Frey e Michael A.Osborne) aveva calcolato nel 2013 che almeno il 47% dei posti di lavoro rischiano di sparire per via dell’automazione.

E’ decisamente arduo prevedere oggi quanti posti di lavoro si perderanno, anche se è molto probabile che non si creeranno posti nuovi in numero tale da compensare quelli persi. E’ invece facilissimo capire che serve una riqualificazione della mano d’opera profonda e diffusa. Certe categorie saranno incapaci di riqualificarsi ai livelli richiesti; per altre categorie la riqualificazione sarà possibile ma non indolore; i giovani invece saranno sicuramente più atti ad un agevole inserimento nei processi produttivi, ma molto spetta alla scuola e alle formazioni aziendali.

Per affrontare il problema nella sua essenza, tuttavia, serve pensare allo scenario estremo di cui all’ultimo capoverso del precedente punto. Ovvero serve pensare allo scenario in cui i robots faranno tutto il lavoro ed il lavoro salariato non esisterà più. Insomma si tratta di declinare la liberazione dal lavoro con la liberazione del lavoro.

Si tratta cioè di rendersi conto che occorre pensare, a fronte di un nuovo modo di produrre, ad un nuovo modello redistributivo. Le domande sono : il nuovo modello potrà ancora essere parametrato al tempo di lavoro? Sarà sufficiente agire solo sui flussi di reddito o occorre pensare ad una redistribuzione degli assets? Chi dovrà farsi carico di gestire il nuovo modello redistributivo?

Questo tema è stato affrontato in passato da Marx, Sylos Labini e James Meade e da molti altri autori. Marx nella sezione sul macchinismo nei Grundrisse, affronta il tema e giunge a proporre un modello redistributivo che ritroviamo nella seguente frase: “in una fase più elevata della società …, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!” (Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1875)

Lo stesso tema è affrontato da Sylos Labini a pagina 218 del suo libro “Nuove tecnologie e disoccupazione”.
“Ma che succede al valore e alla distribuzione del reddito in una economia completamente robotizzata? La risposta non può essere che questa: si deve ammettere che uno stato centrale munito come tutti gli stati di poteri coercitivi provveda alla redistribuzione del reddito seguendo come criterio guida non l’umanità la solidarietà o la carità, ma, più semplicemente l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i suoi bisogni.

Ma le pagine più interessanti sono quelle del Nobel James Meade.

La caratteristica di Meade è quella di ritenere che l’uguaglianza non possa essere perseguita solo gestendo i flussi di reddito ma occorre intervenire sugli assetti proprietari. “Libertà, eguaglianza ed efficienza” (1964).
Ciò che rende il libro impressionante è la sua preveggenza. Meade era profondamente pessimista sulle prospettive a lungo termine dello sviluppo del capitalismo, ritenendo che il progresso tecnologico avrebbe inesorabilmente incrementato i profitti del capitale contestualmente ad un decremento del lavoro. Egli pensava che, in assenza di una riforma strutturale dell’economia, i tempi sereni per il mondo del lavoro stavano per esaurirsi.

Meade chiamò il distopico futuro che le incontrollate forze dell’ineguaglianza avrebbero generato, “Il nuovo buon paradiso dei capitalisti”.

Sulle cose da fare per scongiurare questa prospettiva Meade è piuttosto ottimista, e propone una serie di idee su ciò che potrebbe essere fatto; ne abbozza in particolare quattro:

1. Uno Stato dei sindacati (trade union state) finalizzato a elevare i salari rafforzando il potere del lavoro organizzato;
2. Uno stato del benessere esteso (extended welfare state) che amplii gli interventi per ridurre la disuguaglianza attraverso una redistribuzione massiva, tassando i ricchi a favore dei poveri arricchendo i servizi pubblici e concedendo sussidi ai bassi salari;
3. Una “democrazia di proprietari” (property-owing democracy) che realizza una diffusione della ricchezza (inclusiva di capitale umano e non) a tutta la società, assicurando che tutti i settori della società abbiano redditi sia di lavoro che di capitale;
4. Uno Stato socialista (socialist state) con la creazione di un capitale pubblico attraverso fondi sovrani, o come Meade chiamò la sua versione una attività nazionale (National asset) finalizzata a costruire un importante quantitativo di capitale pubblico controllato democraticamente, utilizzato per fornire ai cittadini un reddito base.

Scrivendo in un periodo nel quale i sindacati erano molto più potenti di quanto lo siano oggi, Meade era preoccupato sulla prima idea (trade union state) che potrebbe dirottare il ruolo del sindacato da organizzatore del lavoro a distributore di salari.

Anche se era un fautore dello stato sociale, egli era preoccupato che lo stato sociale fosse incapace di creare una società tollerabilmente egualitaria, in quanto imbelle nell’attaccare le ineguaglianze proprietarie.

Meade credeva maggiormente nella democrazia di proprietari capace di creare condizioni favorevoli per la sicurezza dei cittadini, della loro libertà e indipendenza, concludendo che l’assetto proprietario è così rilevante per cui occorre riformare radicalmente la distribuzione delle proprietà e non limitarsi a controllare i flussi di reddito.
Meade quindi pervenne alla proposta di un ampliamento del welfare state attraverso il parallelo e contemporaneo perseguimento a) della diffusione della proprietà diffusa tra tutti i membri della società, con la conseguente tassazione delle eredità e dei trasferimenti di ricchezza, e b) la costruzione di un capitale pubblico democratico.

Piuttosto di puntare ad una lotta contro la disuguaglianza effettuata attraverso forme di tassazione sempre più redistributive, Meade tende a cambiare le regole proprietarie in modo tale che lo sviluppo capitalistico vada a vantaggio di tutti. Invece di puntare sulla distribuzione ex post, Meade pensa a una radicale forma di predistribuzione, una ricollocazione dei diritti proprietari tale da ristrutturare completamente la posizione individuale di ciascuno, in modo che gestisca la sua posizione all’interno del mercato come soggetto di redditi di lavoro e di proprietà.

Come si vede le proposte di Meade, vanno ben al di là della proposta, pur da tenere in considerazione, del reddito di cittadinanza.

APPENDICE

Ma vediamo, riportando ciò che l’indagine conoscitiva svolta dalla X COMMISSIONE PERMANENTE della Camera (Attivita` produttive, commercio e turismo) presieduta da Guglielmo Epifani i principali fattori abilitanti, le tecnologie più rilevanti incluse nella concezione della rivoluzione 4.0.

L’Internet of Things:
la rete di oggetti fisici (things) che dispongono intrinsecamente della tecnologia necessaria per rilevare e trasmettere, attraverso internet, informazioni sul proprio stato o sull’ambiente esterno. L’IoT è composto da un ecosistema che include gli oggetti, gli apparati e i sensori necessari per garantire le comunicazioni, le applicazioni e i sistemi per l’analisi dei dati; i campi di applicabilità sono molteplici, dalle applicazioni industriali, alla logistica, all’infomobilità, fino all’efficienza energetica, all’assistenza remota e alla tutela ambientale. L’innovazione che porta con sé l’IoT consiste nell’introdurre una nuova forma di interazione, non più limitata alle persone, ma tra persone e oggetti, denotata anche come Man-Machine Interaction (MMI), e pure tra oggetti e oggetti, Machine to Machine (M2M);

Il cloud e cloud computing:
il cloud è un’infrastruttura IT comune, flessibile, scalabile e open by design per condividere dati, informazioni e applicazioni attraverso internet in modo da seguire la trasformazione dei modelli di business con la capacità necessaria; il cloud computing abilita flessibilità, rilasci continui di servizi con cicli di vita ridotti a mesi, innovazione progressiva e trasversalità; lo sviluppo di una piattaforma tecnologica di cloud computing composta da una serie di moduli che permettano l’interoperabilità di soluzioni, anche eterogenee, sia aperte che proprietarie, può dare slancio a nuovi processi digitali e a nuove modalità di interazione tra aziende, cittadini e PA e allo sviluppo delle smart cities; i driver principali all’adozione del cloud saranno l’esplosione dell’IoT e dei dati raccolti da sensori e altri oggetti, la conseguente crescita dei big data, la pervasività del social e lo sviluppo dei dati sul consumatore;

Additive manufacturing/3D printing:
processo per la produzione di oggetti fisici tridimensionali, potenzialmente di qualsiasi forma e personalizzabili senza sprechi, a partire da un modello digitale; consente un’ottimizzazione dei costi in tutta la catena logistica e del processo distributivo;

Cybersecurity:
tecnologie, processi, prodotti e standard necessari per proteggere collegamenti, dispositivi e dati da accessi non autorizzati, garantendone la necessaria privacy. Gli attacchi e le minacce informatiche hanno colpito oltre il 90% delle realtà italiane negli ultimi anni. Nel 2014, le aziende hanno mostrato maggiore attenzione al tema della sicurezza, investendo in tecnologie, creando team interni dedicati alla cybersecurity e ricorrendo a servizi di risk e vulnerabilty assessment. Il mercato italiano della sicurezza (722 milioni di euro a fine 2014, +2% YoY – Rapporto Assinform 2015) è previsto in crescita, a conferma dell’importanza dedicata alla tematica e dalla spinta derivante dalla compliance normativa;

Big data e data analytics:
enormi quantità di dati, strutturati e non, accresciuti dall’introduzione di tecnologie digitali raccolti e analizzati con strumenti che li trasformano in informazioni in grado di rendere i processi decisionali più veloci, più flessibili e più efficienti anche attraverso l’utilizzo di innovazioni di frontiera quali i Sistemi Cognitivi; il rilevamento, l’analisi e lo sfruttamento di questi dati da parte delle aziende sarà sempre più alla base dei processi decisionali e delle strategie di business. La crescente mole di dati eterogenei generati dal web, dai dispositivi mobili e dalle app, dai social media e dagli oggetti connessi apre nuove opportunità per le aziende date dalla possibilità di correlare e interpretare i dati destrutturati, abilitando analisi real time, predittive etc.;

Robotica avanzata:
evoluzione delle macchine verso una maggiore autonomia, flessibilità e collaborazione, sia tra loro sia con gli esseri umani, dando vita a robot con aumentate capacità cognitive; applicata all’industria per migliorare la produttività, la qualità dei prodotti e la sicurezza dei lavoratori, la robotica italiana spicca per quantità e qualità della ricerca, sia in campo accademico che in campo industriale, con importanti centri di ricerca e progetti all’avanguardia in tutto il Paese come l’Istituto di Biorobotica della Scuola Sant’Anna di Pisa o l’Ecosistema robotico dell’IIT (che annovera piattaforme robotiche assistive e riabilitative in joint lab con INAIL, piattaforme robotiche umanoidi – iCub, Walkman, Koman -, piattaforme robotiche idrauliche – HyQ). Molte nuove imprese ad alto contenuto tecnologico hanno visto la luce nel corso degli ultimi due decenni. Sul versante della robotica industriale l’Italia annovera numerose imprese caratterizzate dalla produzione di robot industriali e di robot di servizio. In particolare, gli ambiti in cui si registra un utilizzo marcato di sistemi robotici industriali risultano quello dell’industria automobilistica, i sistemi logistici e di magazzino, gli ambiti di manutenzione industriale. Nel 2014, la produzione italiana di robot è cresciuta a 4.695 milioni di euro, segnando un incremento del 4,6% rispetto all’anno precedente;

Realtà aumentata:
per realtà aumentata, si intende l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni, in genere manipolate e convogliate elettronicamente, che non sarebbero percepibili con i 5 sensi; consente un impiego della tecnologia digitale per aggiungere dati e informazioni alla visione della realtà e agevolare, ad esempio, la selezione di prodotti e parti di ricambio, le attività di riparazione e in generale ogni decisione relativa al processo produttivo; moltissimi gli ambiti applicativi: museale e turistico; marketing/advertising; retail; editoria; medicale; difesa e sicurezza; gaming; entertainment; education. Gli analisti di Digi-Capital ritengono che la realtà aumentata conoscerà un vero e proprio boom nei prossimi 5 anni, raggiungendo un giro d’affari di 120 miliardi di dollari nel 2020;

Wearable technologies:
le tecnologie indossabili rappresentano un esempio di IoT dal momento che sono parte di oggetti fisici o “cose” integrati con elettronica, software, sensori e connettività per consentire agli oggetti lo scambio di dati con un produttore, un operatore o altri dispositivi collegati senza richiedere l’intervento umano; nuove generazioni di dispositivi indossabili, come orologi e braccialetti smart, contapassi, portachiavi dotati di sensori possono fornire un valido supporto per monitorare e intervenire sui parametri di comfort, salute e sicurezza, sia dei lavoratori sia dei clienti e fruitori, nei vari luoghi di attività;

Sistemi cognitivi:
oltre alle già citate possibilità applicative dei sistemi cognitivi per l’analisi di Big Data e per il controllo di robotica avanzata, i sistemi cognitivi automatizzeranno attività d’ufficio ripetitive, in analogia a quanto accade con i robot per le cose materiali, emergerà un fenomeno simile con degli infobot per le cose immateriali. Laddove il valore sarà la produttività del compito, entrerà l’intelligenza artificiale. Le persone continueranno a svolgere i lavori in cui il valore sarà la creatività e l’esecuzione di attività non di routine.

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