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PIERO SRAFFA

di Renato Gatti, economista

In questo mio contributo vorrei leggere la figura di Piero Sraffa come un momento caratteristico delle lotta di classe che si è sviluppata in un contesto inusuale: quello dell’egemonia culturale. Per questo compito svilupperò il mio articolo su tre punti: la figura dell’uomo, la tematica economica e il tema egemonico.

La figura dell’uomo

Il modesto, rigoroso Piero Sraffa presenta nel suo biglietto da visita l’identificazione della sua personalità elencando le persone di cui fu amico ed ebbe rapporti di reciproca dialettica culturale.
Si laurea nel 1920 con una tesi su L’inflazione monetaria in Italia durante e dopo la guerra, tesi di cui è relatore Luigi Einaudi con cui Sraffa manterrà buoni rapporti per tutta la vita. Sraffa mantenne rapporti anche con due assistenti di Einaudi: Carlo Rosselli e Raffaele Mattioli quando fu direttore dell’ufficio provinciale del lavoro a Milano e usava frequentare ambienti socialisti.

Nel 1919 all’università di Torino conosce Antonio Gramsci con cui manterrà uno stretto rapporto intellettuale pur senza mai iscriversi al Partito Comunista. Scriverà su L’ordine nuovo articoli di notevole impatto; tra tutti va ricordato un pezzo del 1924 in cui indica al Partito Comunista l’obiettivo di lottare contro il fascismo insieme alle forze democratiche borghesi, subordinando la rivoluzione al primario compito della conquista delle libertà democratiche. Gramsci pubblica la lettera di Sraffa criticandola, seguendo la linea del partito bordighiano, ma, con notevole intelligenza politica, utilizza la pubblicazione, in modo funzionale, alla divulgazione di tesi che, anche se diverse da quelle del partito, meritano tuttavia approfondimento e discussione. Linea che peraltro Gramsci fece sua nel 1935 quando propose un accordo fra tutte le forze politiche antifasciste per la ricostruzione di una Italia democratica.

Non dimentichiamo poi che i Quaderni dal carcere sono giunti a noi perché Gramsci li affidò a Sraffa e che le Lettere dal carcere sono una corrispondenza, tramite Tania, tra Gramsci e Sraffa.

Nel 1929 conosce Ludwig Josef Wittgenstein che aveva appena pubblicato il famoso Tractatus logico-philosophicus. In questo trattato Wittgenstein sviluppa un atomismo logico basato sul rapporto di verità tra i fatti del mondo e corrispondenti concetti filosofici. Nelle discussioni con Sraffa Wittgenstein si rende conto di un certo semplicismo, che non riconosce la complessità dell’essere e del pensiero, delle sue posizioni argomentate nel trattato, rivede quindi dette posizioni passando ad argomentazioni più mature espresse nelle Philosophische Untersuchungen nella cui prefazione attesta la sua gratitudine per la critica fattagli da Sraffa al cui stimolo “sono debitore delle feconde idee contenute nel presente scritto”.

Gli scritti di Sraffa suscitarono l’interesse di Keynes che chiese all’economista italiano di scrivere articoli per la sua rivista Economic Journal, ma i loro rapporti si intensificarono a seguito delle difficoltà incontrate da Sraffa con il regime fascista, con Mussolini in particolare che avrebbe voluto imporre il ritiro del suo articolo sulle banche italiane. Keynes offrì a Sraffa un posto a Cambridge, gli affidò il compito di curare l’edizione delle opere di Ricardo, intervenne per farlo uscire dal campo di concentramento inglese in cui furono rinchiusi, allo scoppio della guerra, tutti gli enemy alien, infine i due scrissero una dotta introduzione ad un rarissimo saggio di David Hume da loro ritrovato grazie alla comune passione per la bibliofilia.

Al Cambridge Circus Sraffa ebbe rapporti culturali con Richard Kahan, James Meade, Joan Robinson, Maurice Dobb, Frank Plumpton Ramsey, mentre in Italia mantenne rapporti con Claudio Napoleoni e Giorgio Napolitano.
Nel 1961 gli venne conferita la medaglia Sodestrom dell’Accademia svedese delle scienze, un premio che anticipava di fatto il Premio Nobel per l’Economia istituito solo nel successivo 1969.

La tematica economica

Nell’analizzare le opere di Marshall, la rigida consequenzialità logica di Sraffa individua una contraddizione nel coordinamento, fatto dall’autore marginalista, della legge classica dei rendimenti decrescenti, associata al la problematica della rendita, e la legge dei rendimenti crescenti, associata alla divisione del lavoro. La trasposizione dei rendimenti crescenti e decrescenti in un ambito diverso da quello originario rende incongruenti le giustificazioni originariamente addotte per spiegare l’andamento di costi. Conclude Sraffa che la teoria marshalliana “non può essere interpretata in modo da darle una coerenza logica interna, ed in pari tempo da metterla d’accordo coi fatti che si propone di spiegare” per cui “ la mia opinione è che (quella teoria) si debba scartare”.

Un’altra contraddizione della teoria marginalistica venne individuata in quella che noi oggi chiameremmo un loop; infatti Sraffa rilevò l’impossibilità di misurare il contributo del capitale, una delle due componenti della funzione della produzione insieme al lavoro, in maniera indipendente da ciò che il capitale stesso contribuiva a determinare. Praticamente veniva smentita la possibilità di risolvere il problema distributivo che calcola il tasso di profitto e il salario di equilibrio sulla base dei prodotti marginali di capitale e lavoro.

Nel periodo che va dal 1931 al 1940 Sraffa si dedica alla edizione critica di tutte le opere di Ricardo, operazione che lo convince della necessità di riproporre l’impostazione data dall’economia politica degli economisti classici, ripresa e sviluppata da Karl Marx, in opposizione all’impostazione marginalistica che ormai era divenuta dominante nel pensiero dell’economia; principalmente l’introduzione scritta da Sraffa al primo dei dieci volumi dei Works and correspondence of David Ricardo restituiscono a Ricardo e, suo tramite, a tutto il filone dell’economia classica un posto centrale nella teoria economica, liberando l’interpretazione del suo pensiero dai travisamenti delle letture in chiave marginalista.

La teoria marginalistica ricerca l’equilibrio e quindi la determinazione dei prezzi in un confronto duale di due curve “come due lame di una forbice”, corrispondenti alle curve della domanda e dell’offerta, curve ricavate dall’utilità marginale delle due componenti. La teoria marginalistica sviluppa una serie di eleganti sviluppi basati su derivate prime e seconde di concetti dal carattere individualistico, riflesso di un pensiero liberistico dove l’individualismo è dominante, dove la ricerca di ciascuno del proprio profitto garantisce il benessere di tutta la società, dove l’equilibrio tra le componenti è garantito dal libero codeterminarsi delle componenti che lasciate al libero gioco del confronto,ritrovano alla fine l’equilibrio del mercato.

Sraffa, nel suo testo fondamentale Produzione di merci a mezzo di merci, inizia la sua impostazione con la tabella seguente:
280 q grano +12 t ferro = 400 q grano
120 q grano + 8 t ferro = 20 t ferro

Da questa impostazione rileviamo:

1) che l’origine è decisamente classica, ricardiana;
2) che non appaiono le determinazioni marginalistiche, che non sono affatto necessarie alla ricerca dei prezzi che derivano dalle equazioni di Sraffa;
3) il rapporto, completamente assente nell’impostazione marginalistica, che lega l’output di una equazione all’input dell’altra che rendono quindi interdipendenti le relazioni tra i prezzi di un prodotto con quello dell’altro, smentendo totalmente la presunzione del coeteris paribus del marginalismo.

In tale sistema, il prodotto di ciascuna impresa non corrisponde al suo fabbisogno di mezzi di produzione ma ogni produttore deve entrare in contatto con l’altro produttore per ottenere da esso i mezzi di produzione che gli necessitano, in cambio di una parte almeno del proprio prodotto. Si ha così un’alternanza logica tra una fase di produzione e una fase di scambio. In tale modello il sovrappiù e la sua distribuzione tra le classi sociali sono un elemento della riflessione degli economisti classici laddove il rapporto tra gli individui delle diverse classi viene automaticamente risolto nel modello marginalistico dall’equilibrio delle curve delle utilità marginali.

Quando le merci sono allo stesso tempo prodotti e mezzi di produzione, non è possibile determinare il prezzo di un bene indipendentemente dagli altri, né il complesso dei prezzi relativi indipendentemente dalla distribuzione del reddito tra profitti e salari. Occorre allora considerare il sistema nel suo complesso e considerare congiuntamente distribuzione del reddito e determinazione dei prezzi relativi.

La critica sraffiana affronta poi gli effetti delle variazioni delle tecnologie così come esse impattano sui diversi rapporti dove esistono diseguaglianze delle proporzioni in cui il lavoro e i mezzi di produzione sono impiegati nelle varie industrie.

La critica sraffiana mina alle fondamenta l’idea, cruciale per la teoria macroeconomica marginalista, che un mercato del lavoro concorrenziale in un’economia chiusa tenderebbe automaticamente all’equilibrio.

Insomma, senza addentrarci ulteriormente nei tecnicismi e nelle analisi del lavoro del nostro autore, possiamo rilevare come la critica all’impostazione marginalistica sia radicale, in modo tale da suggerirne l’abbandono per un ritorno alla tradizione classica.

Il tema egemonico

Il nostro pensiero non può non correre ad un altro autore italiano: Paolo Sylos Labini che nel 2004 pubblicò il libro Torniamo ai classici ed il cui secondo capitolo è dedicato al Modello di Sraffa e il processo di sviluppo.

Rileviamo quindi che la necessità di abbandonare il metodo marginalista a favore di quella impostazione classica che da Ricardo arriva a Marx, non è una impostazione solitaria, obsoleta ormai superata, anzi quel ritorno aiuta l’analisi economica a risolvere tematiche e problematiche che il marginalismo non è in grado di risolvere.
All’inizio di questo pezzo parlavo di un momento caratteristico delle lotta di classe che si è sviluppata in un contesto inusuale: quello dell’egemonia culturale. Se oggi l’analisi economica insiste nell’approccio marginalistico ricacciando nell’angolo le rivendicazioni di un ritorno ai classici, ciò va interpretato come una espressione di quella lotta di classe che attraverso l’egemonia culturale asservisce l’approccio scientifico agli interessi del potere capitalistico dominante.

Se in Europa si sceglie la strada dell’austerità, del ritiro dell’azione politica dello stato nell’economia alfine di lasciare che la dialettica delle utilità marginali ci riportino all’equilibrio indispensabile allo sviluppo, ebbene assistiamo alla lotta di classe delle forze dominanti che, utilizzando analisi economiche le cui contraddizioni e incoerenze e mancanze Sraffa ha studiato, impongono la loro visione ad un antagonista debole che, per parte sua, non ha neppure la capacità di avvalersi del pensiero critico di autori come quello soggetto di questo mio intervento.

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