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BLOCCO STORICO E BLOCCO SOCIALE

di Renato Gatti, economista

Un sordo terremoto

Un sordo scricchiolio grave e minaccioso, come un annuncio di terremoto; un senso di disaffezione dapprima strisciante e poi sempre più esplicita; un’insoddisfazione profonda per un mondo che non sembra più appartenerci; un crescente individualismo che monta come rigetto di una filosofia sociale; una fuga dall’impegno collettivo; la crescita di una visione corporativa egoista e rinchiusa in sé stessa. Si sente, palpabilmente una sfiducia nell’esistente affiancata da un’incapacità di intravvedere una alternativa prospettica e che fa quindi ricadere nella reazione, nella presa di coscienza di impotenza che può sfociare solo nella disperazione o nella violenza.

Sembra il disegno di un disagio psichico ma, a ben vedere è lo scollamento tra la realtà di un sistema esistenziale e la rappresentazione che si ha di esso. Stranieri, direi che questo termine ben delinei lo stato del comune sentirsi immersi in questo mondo: chi rinuncia perché ormai non se la sente più, chi neppure concepisce la possibilità di cambiare adeguandosi alla protesta sterile ben rappresentata da molte posizioni politiche dei nostri giorni.

Ci soccorre, nell’interpretare questo stato d’animo, il concetto di BLOCCO STORICO che Gramsci approfondisce nei suoi Quaderni dal carcere, concetto che Gramsci riprende da Sorel. Con la nozione di “blocco storico” Gramsci indica l’unità dialettica, la reciproca interferenza che, nelle varie fasi storiche, esiste tra struttura economica (ovvero il complesso dei rapporti di produzione e quindi dei rapporti tra i vari fattori della produzione) e sovrastruttura (ovvero le ideologie che incarnano e confermano la coerenza con la struttura economica e che costruiscono una filosofia organica all’egemonia dominante ispirata al modo di produzione). Si ha un blocco storico quando si stabilisce un rapporto coeso ed omogeneo, un’effettiva integrazione, una feconda simbiosi tra struttura e sovrastruttura. Quando nello sviluppo dialettico questi rapporti si deteriorano ed entrano, per oggettive motivazioni, in conflitto, in contraddizione, si registra un momento di crisi del blocco storicamente determinato.

Ebbene lo scricchiolio di cui parlavo in apertura è l’esternalizzazione dell’inadeguatezza della sovrastruttura ai mutamenti della struttura ovvero l’obsolescenza della struttura ai mutamenti della sovrastruttura. Il processo è, come si può ben intendere, dialettico nel senso che le due determinazioni si influenzano e si contraddicono reciprocamente senza alcun assoluto meccanicismo deterministico ed unidirezionale.

Le cause dello scontento

Alcuni esempi del malfunzionamento che portano allo scontento ma del quale ancora non si sono sviscerate le cause e quindi prospettate nuove proposte sono di seguito riportati.

La crisi del 2007 che ancora pesa sulla nostra economia (stiamo celebrando il decimo anniversario) viene vissuta come un incidente di cui si attende con rassegnazione che di per sé finisca; la continua mistificazione dei politici del tipo “vediamo l’uscita dal tunnel” ovvero “la crisi è ormai alle nostre spalle” non fanno altro che tentare di insinuare nel senso comune la rassegnazione e il concetto dell’”ha da passà a nuttata”. Ma nel senso comune questa rassegnazione è invece madre di scontento represso: rimane insoddisfatta la domanda che pesa su questo decennio: “Perché questo disastro nato nel mondo della finanza, ha innescato un meccanismo per cui sono stati gli Stati a doversi far carico dei buchi creati dallo scoppio di quella bolla, e quindi i guasti dal mondo della finanza si sono scaricati sugli Stati causando la crisi dei debiti sovrani, costringendo poi gli Stati a stringere la cinghia della spesa pubblica, degli investimenti, del welfare facendo quindi ricadere sulla popolazione comune i guasti generati a migliaia di chilometri di distanza? In sintesi perché i disastri della finanza si sono trasformati alla fine in disoccupazione di milioni di lavoratori?”. Questa domanda senza risposta dovrebbe far intravvedere una dimostrazione palese di come si articola oggi la lotta di classe al negativo, ovvero invece di appropriarsi del plusvalore il capitale riversa sulla classe più debole il danno da esso creato.

Ma l’incapacità di sviscerare a fondo la relazione causa-effetto della crisi del 2007, rende ciechi a quegli stessi fenomeni che si stanno ripetendo ancora nel mondo del capitalismo finanziario. La BCE per esempio, finge di non volersi accorgere che i derivati nelle casse delle banche tedesche siano valutati correttamente, accontentandosi dei criteri di valutazione adottati dalle banche stesse; “far finta di essere sani” diceva una canzone di Gaber, tapparsi occhi ed orecchie per non vedere i guasti latenti che valgono milioni di euro. Ma ancora il titolo Bit-coin in 96 mesi ha “guadagnato” (si fa per dire) il 247.000% (Plateroti sul Sole 24 ore). Ma non si ha un senso di disgusto nel vedere questi fenomeni della struttura economica? Non si sente un fetore di cadaveri in putrescenza?

Guardiamo all’indice Gini; esso ci mostra coerentemente nello spazio (cioè in tutti i paesi) e nel tempo (cioè costantemente) una crescita che significa, in termini semplici, che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Viene il dubbio che questo smottamento non sia frutto del merito, ma frutto di un sistema intrinsecamente perverso. Poi approfondendo ci si chiede come mai, se il PIL non aumenta, ci sia un arricchimento dei più ricchi ed un impoverimento degli altri. Non è quindi nella ripartizione del sovrappiù prodotto che si genera lo spostamento della ricchezza, ma detto spostamento si genera a crescita zero, una palese forma di “income by appropriation” o in altre parole un furto di classe.

Poi uno si chiede cos’è un CDF?

Il CDF (Contract for difference) è un contratto tra due parti, acquirente e venditore, stipulante il patto per cui il venditore pagherà al compratore la differenza tra il valore corrente di un asset e il suo valore al termine contrattualmente stabilito ( se il valore è negativo sarà il compratore a pagare il venditore). Naturalmente non c’è nessun trasferimento dell’asset interessato, perché l’importo che una delle due parti deve pagare all’altra è solo una differenza di valore. E’ quindi una specie di scommessa sull’andamento futuro di un asset.

Il CDS (Credit default swap) è un contratto ragionevole se io, avendo un credito da riscuotere, temendo il fallimento del mio debitore stipulo un CDS che, nel caso di fallimento del debitore, mi rimborsa l’importo fissato dal CDS stesso. Questo istituto è meno ragionevole quando questi CDS sono stipulati su crediti di cui il creditore non è chi stipula ma un terzo. In sintesi io scommetto sul fallimento di un operatore e vinco il premio se quell’operatore fallisce, anche se io con quell’operatore non ho alcun rapporto.

Questi sono due tipici contratti del capitalismo finanziario. Di questi assets sono in circolazione importi pari a 12 volte il PIL mondiale. Il commercio di questi derivati si basa sul meccanismo per cui ci si aspetta che ad ogni passaggio la valutazione del titolo aumenti di modo da dare al primo ed ai successivi venditori un guadagno vero che invoglia aspiranti speculatori ad accettare la scommessa finché l’ultimo acquirente rimane con il cerino in mano e con il derivato che, scoppiata la bolla, torna al suo valore iniziale. Keynes ha descritto magistralmente il meccanismo, paragonandolo al gioco della sedia musicale: ci sono n giocatori e n-1 sedie, il gioco inizia con l’inizio della musica e consiste nel cambiare continuamente di sedia. Quando la musica a sorpresa cessa, tutti sono seduti e perde chi è rimasto in piedi.

Le osservazioni da fare sono due: a) i giocatori che han trovato una sedia hanno guadagnato soldi veri, quei soldi che l’ultimo rimasto in piedi ha perso. E’ una classica speculazione, un income by appropriation, dove una o più parti vincono a scapito di una o più altre parti che perdono; b) il valore che aumenta ad ogni passaggio è un valore cui non corrisponde un sottostante incremento di ricchezza, ma è soltanto una ipostatizzazione di una icona; nella produzione reale l’aumento di valore di un bene lavorato e prodotto corrisponde a maggior ricchezza. In termini marxiani nella produzione reale abbiamo D – M – D’, nella valorizzazione finanziaria abbiamo D – D’, un maggior valore senza ricchezza. Oppure, utilizzando un altro approccio possiamo dire che l’incremento della ricchezza è data da maggiori quantità valorizzate allo stesso prezzo, mentre l’incremento della valorizzazione è dato dalla stessa quantità ad un valore maggiore.

Se il gioco della sedia musicale coinvolgesse solo i giocatori, a parte l’immoralità calvinista di una ricchezza non guadagnata, si potrebbe dire che in fondo sono fatti dei giocatori. Ma purtroppo così non è: il disastro dell’economia finanziaria, nel sistema economico che stiamo vivendo, coinvolge e trasmigra sull’economia reale, prima via perdite di quelle banche che hanno finanziato gli speculatori, poi lo Stato salva le banche, e infine chi ci va di mezzo sono i disoccupati creati dalla crisi.

C’è da chiedersi se i nuovi strumenti finanziari che fanno funzionare il capitalismo finanziario siano coerenti con una sovrastruttura che, fondata sul lavoro, vorrebbe che queste operazioni fossero catalogate come gioco d’azzardo e quindi sotto la gestione dei Monopoli di Stato, e non nella borsa valori che dovrebbe invece ritrovare la miglior collocazione dei capitali a medio lungo termine. Oggi invece per sfruttare le opportunità speculative del nanosecondo si è posato un cavo sottomarino esclusivo per mettere in comunicazione gli operatori (insiders) di New York e Londra, creando asimmetrie di conoscenza con gli operatori meno attrezzati (outsiders).

La discrasia struttura – sovrastruttura

Rileviamo quindi un conflitto tra una sovrastruttura “fondata sul lavoro” anche se all’interno di un capitalismo produttivo ed una struttura economica che abbandona il mondo produttivo per trasmigrare nel mondo della finanza; dei prodotti finanziari, dei derivati, dei CDS, dei CDF e cose similari.

Di questo conflitto abbiamo due esempi storicamente vicini.
La riforma costituzionale del governo Renzi con il combinato disposto eliminazione del Senato e legge elettorale con ballottaggio e premio spropositato, tendeva a sottomettere la sovrastruttura istituzionale alle esigenze della nuova struttura economica finanziaria. Già si era visto che le norme varate andavano più a favore del capitale (riduzione dell’Ires e dell’Irap) che non delle imprese (ACE e misure sull’industria 4.0). Il voto referendario ha bloccato questo tentativo di adeguare la sovrastruttura istituzionale alle richieste del capitalismo finanziario.

Negli Stati Uniti, invece, il presidente Obama, quando chiese ai contribuenti di salvare le istituzioni finanziarie promise che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui i contribuenti avessero rimediato ai guasti della finanza. Per attuare la promessa predispose il Frank-Dodd act finalizzato a normare il mondo della finanza. Il boicottaggio di Wall Street fu notevole ed infine con l’avvento di Trump quell’atto è destinato ad essere cassato. In questo caso la struttura finanziaria ha bloccato il tentativo sovrastrutturale di condizionarlo.

Un nuovo blocco storico per il XXI secolo

Ci rendiamo conto che la tecnologia, la digitalizzazione, la robotizzazione, l’internet of things, i computer quantistici e tutto quanto la scienza e l’innovazione, anche quella “by learning”, stanno mutando il modo di produrre. Siamo anche convinti che l’ideologia della valorizzazione non può che portare continue e sempre più gravi bolle speculative e che quindi, occorre disegnare un nuovo blocco storico tra una nuova struttura economica che tenga conto del nuovo modo di produrre ed una sovrastruttura coerente con questo nuova struttura.

Il lavoro vedrà da una parte una liberazione dalle fatiche fisiche, e non solo quelle, generata dalle macchine, dall’altra vedrà la necessità di una trasformazione, che parte dalla scuola su su fino all’Università e che avvicini sempre più il lavoratore a quello che sono oggi i ricercatori, ovvero un lavoro creativo e responsabile, finalizzato alla ricerca di nuove soluzioni da affidare alle macchine. Un lavoro che gratifichi chi lo svolge e che dia risultati in cui il lavoratore si possa riconoscere. Un lavoro responsabilizzato che perde la sua connotazione subordinata e assurge ad un livello di collaborazione nella gestione. Quello che definisco lavoro non alienato.

L’imprenditore che quale lavoratore di alta professionalità, coniuga le opportunità produttive e distributive in collaborazione con i suoi lavoratori; un clima cogestivo che recependo le novità del nuovo modo di produrre, riconosce che ad esso deve corrispondere una diversa distribuzione delle responsabilità e poteri decisori nell’azienda. Quello che definisco imprenditore schumpeteriano.

Il capitalista che è ancora convinto di un ruolo sociale del capitale; che non vede come finalità la valorizzazione di quello, ma vede nella risposta ai bisogni la finalità del suo impiego, può essere parte in questo nuovo relazionarsi tra modo di produzione e rapporti tra i fattori della produzione. Quello che definisco capitalista produttivo.

Questo potrebbe essere il nuovo blocco sociale che si pone come intellettuale collettivo per forgiare quella proposta egemonica atta ad affrontare l’attuale crisi offrendo una alternativa.

La riflessione non può non tener conto dello scenario estremo (ma non irrealistico) di un mondo completamente robotizzato, in cui sparisce il lavoro salariato e con esso finisce il capitalismo che, di lavoro salariato, si nutre. Il blocco storico sopra delineato, potrebbe essere un blocco di transizione verso quello che si dovrà formare quando le macchine produrranno tutto, anche di più ed anche meglio, e produrranno anche macchine figlie più intelligenti.

Alla liberazione dal lavoro occorre affiancare la liberazione del lavoro.

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