UN GRANDE SOCIALISTA DIMENTICATO: JULIJ MARTOV

di Daniele Colognesi, coordinatore della rubrica ‘L’ideologia Socialista’

Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia
Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia, San Pietroburgo, dicembre 1895. Da sinistra a destra, in piedi: A. L. Mal’čenko, P. K. Zaporožec, A. A. Vaneev; seduti: V. V. Starkov, G. M. Kržižanovskij, V. I. Ul’janov (N. Lenin) e J. O. Cederbaum (J. Martov).

Julij Martov, contro la guerra e la dittatura

Introduzione

Quest’anno, il 2017, sarà denso di ricorrenze di centenari, in quanto il 1917 fu un vero punto di svolta nella storia mondiale, in modo particolare per la Russia. È infatti l’anno di due importanti rivoluzioni: quella di Febbraio e quella di Ottobre, accadute in realtà, rispettivamente, il 13 marzo e il 7 novembre a causa dell’uso del vecchio calendario giuliano nella Russia zarista. Ora, se quel che resta del movimento comunista internazionale celebra comprensibilmente gli eventi dell’Ottobre bolscevico e il loro principale ispiratore, Vladimir I. Ul’janov (ossia N. Lenin), è invece abbastanza curioso che noti intellettuali liberal-socialisti italiani abbiano deciso di animare un convegno (sponsorizzato dalla rivista Mondoperaio) in ricordo della Rivoluzione di Febbraio e di uno dei suoi massimi interpreti: Aleksandr F. Kerenskij, arrivando a definire quest’ultimo “uno di noi”. Ricorderei en passant ai nostri intellettuali soltanto il “piccolo” episodio della cosiddetta “controffensiva di luglio di Kerenskij” contro le truppe austro-tedesche, voluta fortemente dal nostro per accreditarsi presso l’Intesa (e gestita malamente dal gen. Aleksej A. Brusilov): 60.000 perdite in 19 giorni di combattimenti (1-19 luglio 1917). Niente male davvero per un governo “socialisteggiante”!

Con il rischio di passare per il solito massimalista non posso proprio associarmi a nessuna di queste due commemorazioni: né quella del Febbraio “democratico”, né quella dell’Ottobre comunista. Né Kerenskij, né Lenin (nonostante che entrambi si fossero presentati, almeno per un lungo periodo della loro vita, come “socialisti”) possono essere rivendicati e spero di spiegarlo in questo breve articolo utilizzando un’altra figura, forse meno nota o magari del tutto dimenticata, ma che fu realmente quella un gigante del socialismo russo: Julji O. Cederbaum, detto Julji Martov.

La vita

Martov nasce a Costantinopoli nel 1873 da una famiglia russa di origine ebraica. Fonda nel 1895 l’Unione di lotta per l’emancipazione della classe lavoratrice insieme a Lenin, ma viene arrestato l’anno dopo e condannato a una detenzione di tre anni. Liberato, sempre insieme a Lenin, partecipa alla fondazione del giornale rivoluzionario “Iskra” (“la Scintilla”) di cui diviene direttore. Nel 1903, durante il secondo congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (POSDR), si scontra per la prima volta con Lenin su un’importante questione organizzativa, ovvero quella che oppone l’idea “bolscevica” (da bol’šinstvo: maggioranza) di un partito retto da un’oligarchia di rivoluzionari di professione a quella “menscevica” (da men’šinstvo: minoranza) di un partito di attivisti, soprattutto, ma non solo, di estrazione operaia. Fonda quindi la corrente socialista menscevica e ne diviene uno dei massimi dirigenti. Dal 1912 in poi le due fazioni diventeranno di fatto due partiti distinti. Martov partecipa alla fallita rivoluzione russa del 1905 e, in quanto membro del soviet di San Pietroburgo, viene nuovamente arrestato.

Particolarmente vessato dalla polizia zarista in quanto ebreo, viene esiliato a Turuchansk nella regione polare artica, mentre altri socialisti, come Lenin e Stalin, godranno di un esilio molto più confortevole. A proposito di Stalin, Martov ha il merito di aver denunciato il suo carattere subdolo, banditesco e violento, ben prima di Lev Trockij, già nel 1918, scrivendo anche di una vecchia espulsione dal partito nel 1907. Ovviamente non verrà creduto, in quanto menscevico, e sarà tacciato da Lenin di essere calunniatore: Stalin godrà infatti del pieno appoggio di Lenin ancora per alcuni anni. Convinto pacifista già nel 1914 allo scoppio della I Guerra Mondiale, è nel 1915 uno dei grandi animatori della conferenza socialista di pace di Zimmerwald, dove contesta lo slogan bolscevico del “disfattismo rivoluzionario” in quanto giudicato velleitario e pericoloso per la classe lavoratrice.

S’allinea invece alla formula propria dei socialisti italiani: “né aderire, né sabotare”, considerandola come l’unica possibile in quel momento. Nel 1917 critica aspramente i suoi compagni menscevichi (Dan, Cereteli, Potresov ecc.) che appoggiano o collaborano con il governo di Kerenskij, ma si oppone anche al putsch bolscevico di ottobre voluto da Lenin di cui, però, resta un caro amico personale. Pur disapprovando i bolscevichi per i loro metodi dittatoriali e, soprattutto, per lo scioglimento dell’Assemblea Costituente (7-1-1918), Martov li considera, a differenza di molti menscevichi, sempre preferibili alla reazione zarista delle cosiddette “armate bianche”. Tuttavia i suoi scritti e la sua presenza cominciano a infastidire il nuovo regime sovietico; così nel 1920 è costretto a lasciare la Russia. Trasferitosi in Germania, partecipa alla convenzione di Halle del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania (USPD) e, sostenendo le tesi della minoranza kautskiana, fa un lucido ma accorato appello ai militanti affinché non si uniscano all’Internazionale Comunista. Inascoltato, muore povero e malato a soli 49 anni nel 1923.

Il pensiero

Il pensiero politico di Martov va ovviamente visto nella cornice del marxismo della II Internazionale; più precisamente nel filone anti-revisionista di matrice kautskiana, fermamente radicato in una concezione democratica della vita politica e opposto sia alla collaborazione con i partiti liberali, sia a condividere i metodi insurrezionalisti dei“narodniki” (“populisti” in russo), degli anarchici o degli anarco-sindacalisti.

I suoi scritti sono moltissimi e vari temi vengono toccati: dalle questioni organizzative (già menzionate), agli aspetti teorici, alla situazione della Russia, alla politica internazionale ecc. Naturalmente in questo brevissimo articolo potremo citare sommariamente solo due lavori che a mio avviso sono di estremo interesse per la teoria socialista ancora oggi: “Lo Stato e la Rivoluzione Socialista” [1] (1918-1919) e “Bolscevismo Mondiale” [2] (1919). Il primo è una raccolta di articoli e saggi, scritti in Russia nel primo e nel secondo anno di vita del potere sovietico, legati da un solido filo conduttore a mo’ di domanda: l’opera più celebrata di Lenin, “Stato e Rivoluzione” (1917), fa davvero piazza pulita del cosiddetto “marxismo adulterato” della II Internazionale, oppure, all’opposto, è essa stessa una profonda alterazione del pensiero di Marx ed Engels successivo alla Comune di Parigi?
Martov, mostrandosi marxista profondo e informato, non ha difficoltà a scoprire le forzature leniniste, costruite con abile maestria ma con poco rispetto per l’evoluzione storica del pensiero dei due padri del socialismo scientifico, ovvero mescolando analisi e concezioni appartenenti a periodi distanti anche trent’anni. Ma c’è di più, in flagrante contraddizione con la pretesa leninista di “spezzare la macchina dello Stato borghese”, Martov ha gioco facile a riscontrare nella Russia sovietica del 1918-1919 la sopravvivenza di strutture di potere inferiori (e non superiori) a quelle della tanto disprezzata democrazia parlamentare. Infatti scrive:

Reality has cruelly shattered all these illusions. The ‘Soviet State’ has not established in any instance electiveness and recall of public officials and the commanding staff. It has not suppressed the professional police. It has not done away with social hierarchy in production. On the contrary, in proportion to its evolution, the Soviet State shows a tendency in the opposite direction. It shows a tendency toward the utmost possible strengthening of the principles of hierarchy and compulsion. It shows a tendency toward the development of a more specialized apparatus of repression than before. It shows a tendency toward the total freedom of the executive organisms from the tutelage of the electors.

E ancora:

In Russia the evolution of the ‘Soviet State’ has already created a new and complicated State machine, based on the ‘administration of persons’ as against the ‘administration of things’ based on the opposition of the functionary (official) to the citizen. These antagonisms are in no way different from the antagonisms that characterize the capitalist State.

Il secondo volume, pubblicato soltanto postumo nel 1923 da Dan (in esilio), è veramente un classico del marxismo democratico: qui la critica al comunismo non si ferma alla teoria e alla pratica bolsceviche in Russia. Il comunismo, al contrario, è visto ora come un fenomeno europeo e globale. Una “malattia” della classe lavoratrice e dei suoi capi indotta da anni di vita misera e brutale nelle trincee della Grande Guerra. Un’interruzione del cammino di maturazione della coscienza di classe, dell’aumento dell’istruzione e della cultura, dell’azione intelligente di un partito genuinamente socialista all’interno degli spazi politici democratici in vista della conquista pacifica del potere.
No, con il comunismo, scrive Martov, si torna indietro ai metodi blanquisti e violenti precedenti la Comune di Parigi, che sia Marx che Engels (e soprattutto quest’ultimo) pensavano essere solo un lontano retaggio dell’epoca dei cospiratori. Martov capisce, osservando acutamente i fatti ungheresi e tedeschi, che non sono solo le condizioni di arretratezza economica della Russia a causare la diffusione del comunismo nel movimento operaio: sono stati anche i quattro anni di guerra e di carneficine innumerevoli, che lui, a differenza di altri compagni, aveva sempre combattuto. Esattamente come i socialisti italiani: coerentemente schierati contro la guerra, dai riformisti di Turati fino ai massimalisti di Lazzari.

Conclusione

Possiamo concludere questo breve articolo su Martov spiegando in modo chiaro perché, a differenza di Kerenskij, è davvero “uno di noi”. Lo facciamo con le parole di Filippo Turati che, pur provenendo da un noto discorso parlamentare del 1920, sembrano invece uscire da una pagina “Bolscevismo mondiale” sui tanti flagelli della guerra:

La guerra ha alterato profondamente tutti i valori morali consuetudinari. La gente minaccia l’altrui vita ed espone la propria con un’indifferenza non conosciuta prima della guerra. L’“arditismo” [NdA: atteggiamento sregolato, gratuitamente violento, scioccamente temerario e sprezzante del pericolo] è un fenomeno quasi generale, che sopravvive anche allo scioglimento del corpo militare degli Arditi, se è vero che sia stato sciolto. Chi una volta diceva una villania o dava uno spintone, oggi cava la rivoltella.

[1] Non esiste in italiano. In inglese: J. Martov, “The State and the Socialist Revolution” (International Review, New York, 1938).
[2] J. Martov, “Bolscevismo Mondiale” (Einaudi, Torino, 1980).

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