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COME COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE

di Renato Gatti, economista

Rileggendo il testo di Paolo Sylos Labini “Torniamo ai classici” mi colpisce a pagina 57 il seguente passo:
“Il grafico di fig.2 riguarda le due curve (D e I/Y) (ovvero D disoccupazione, I investimenti e Y PIL) per il periodo 1921-1940, che include la Grande Depressione; il coefficiente di correlazione è ottimo: 0,88. Da notare che in quel periodo, nel 1933, la quota dei disoccupati toccò il 25%, un livello mai visto nell’intera storia economica degli Stati Uniti.”

Il grafico di cui parla il testo, è stato da me rielaborato nel senso che il grafico originario esprimeva un rapporto inverso tra andamento del rapporto tra investimenti/reddito e disoccupazione. Essendo rapporto inverso laddove il primo indice aumenta il secondo diminuisce e viceversa. La mia rielaborazione è consistita nel confrontare la variazione del primo indice VAR I/Y e la VAR D preceduta dal segno meno, in tal modo si nota più visivamente la concordanza tra le due variazioni.

Ecco il grafico rielaborato:

Grafico 1


La coerenza tra i due andamenti è evidente; il suo significato è che quando la incidenza degli investimenti sul PIL aumenta l’occupazione sale (ovvero la disoccupazione scende) e viceversa.
Sussiste quindi una correlazione inversa (rielaborata in diretta nel mio grafico) fra il rappporto investimenti/reddito I/Y e la quota di disoccupazione D, l’indicazione di questa correlazione è importante per capire le cause della disoccupazione e per individuare gli strumenti necessari per combatterla.

Le iniziative roosveltiane dei primi anni ’30 sono evidenti e dovrebbero anche esserci di esempio per affrontare l’attuale crisi italiana (notevolmente differente da quella degli USA e degli stessi altri paesi europei), dopo aver verificato se il grafico degli anni 2000-2015 fa riscontrare la stessa correlazione.

Italia anni 2000-2015

Il seguente grafico analizza per gli anni 2000-2015 il rapporto I/Y e l’andamento (in negativo) della disoccupazione D, alfine di verificare l’eventuale correlazione tra detti indici.

Ricordo che l’andamento Investimenti/disoccupazione dovrebbe essere inversamente proporzionale. Ai soli fini di una miglior evidenza visiva ho rielaborato l’indice analizzando le variazioni del primo indice con il negativo delle variazioni del secondo indice.

Grafico 2

Notiamo anche in questo grafico una notevole correlazione (il cui indice non ho calcolato) tra investimenti e riduzione della disoccupazione. Ci verrebbe da sottolineare che una seria azione per lottare contro la disoccupazione deve tenere in considerazione la correlazione sopra identificata, e non, invece, affidarsi ai bonuses che sembrano assumere sempre più finalià diverse.

E nel 2016? Sono usciti in questi giorni i dati Istat che rilevano nel 2016 un crollo degli investimenti pubblici che registrano un calo del 4.4% rispetto all’anno precedente. Se questa dinamica fosse confermata, non manca chi a Bruxelles sostiene che la clausola investimenti concessa l’anno scorso potrebbe essere revocata, con ricaduta sulla dimensione della manovra correttiva.

Quali investimenti

Premettiamo che relativamente alle regole europee, riteniamo che ottenere “flessibilità” con clausole investimenti sia una prassi che va superata, tendendo invece alla “golden rule di Delors” che esclude gli investimenti dal calcolo del deficit. Equiparare gli investimenti con la spesa corrente (come in sostanza si fa con la nuova norma costituzionale dell’equilibrio di bilancio) è un errore di base che rende pro-cicliche le regole esistenti e che disconosce l’esperienza del New Deal e delle proposte keynesiane e in sintesi del buon senso. E’ ragionevole, tuttavia, che gli investimenti progettati siano sottoposti ad un controllo preventivo da parte dell’Europa ( anche per un coordinamento programmatorio con gli altri paesi) così come devono essere controllati nell’avanzamento dei lavori e nei risultati ottenuti.

Quando parliamo di investimenti dobbiamo distinguere quelli pubblici da quelli privati che hanno una diversa logica: gli investimenti pubblici devono essere produttivi ma non nel senso che devono fare profitti, ma nel senso che devono contribuire a generare PIL, mentre quelli privati sono necessariamente legati alla ricerca della produttività e al profitto.
Ad esempio la realizzazione di infrastrutture pubbliche, finalizzate alla maggior efficienza dei servizi, anche coordinate con gli obiettivi di una politica industriale ed agricola programmaticamente elaborata, è una delle voci su cui il governo del Paese dovrebbe dedicarsi.

Quando invece pensiamo agli investimenti privati occorre considerare due tipi di problemi:
a) l’obiezione secondo cui non si investe in carenza di domanda;
b) l’investimento aumenta la produttività e quindi può far diminuire i posti di lavoro.

Sul primo punto vorrei osservare che solo chi ha fatto investimenti innovativi con coraggio e sano spirito imprenditoriale, oggi, in piena crisi, riesce ad esportare ed ad aumentare la produzione. Sono poche imprese, che mi piace definire schumpeteriane, che hanno una dimensione non micro, come invece il 95% delle nostre imprese, e che, evidentemente hanno capitalisti produttivi alle spalle.

Inoltre occorre ricordare che da anni la nostra produttività se non negativa è a livello zero, mentre gli altri paesi fanno segnare positive crescite di produttività. E maggior produttività significa maggior competitività, per cui un aumento della domanda potrebbe rivolgersi maggiormente a prodotti esteri (pur se comunitari) più convenienti piuttosto che rivolgersi alla produzione interna, e su questo punto l’esperienza “imbecille” degli 80 euro potrebbe dirci qualcosa.
Non si investe solo per aumentare la produzione (effetto Smith), ma soprattutto per aumentare la produttività (effetto Ricardo), altrimenti si riesce, bene o male, a far fronte alla concorrenza solo agendo sul fronte della diminuzione del costo del lavoro, o tramite riduzione degli stipendi o facendo ricorso a forme di lavoro anomale (basti pensare all’esplosione dei vouchers) o pietendo la riduzione del cuneo fiscale. Insomma l’obiezione per cui non si fanno investimenti in carenza di domanda, mi pare una obiezione corporativa, retrograda e fondamentalmente dovuta al fatto che non ci sono fondi disponibili, perché il nostro capitalismo ha molti aspetti del capitalismo degli straccioni.

Molto più serio il secondo punto; è vero, la produttività toglie posti di lavoro, e così come si propone in questi tempi è difficile che crei posti di lavoro pari in numero a quelli cancellati, e comunque la riconversione delle figure professionali che vengono espulse (odio l’ipocrisia di dire che “perdono” il lavoro) in figura professionali richieste dai nuovi lavori eventualmente creati, è estremamente difficile.

L’industria 4.0 viene, ed a ragione, esaltata come il nuovo modo di produrre, tale per cui schumpeterianamente chi non cavalca questa onda di innovazioni tecnologiche sarà espulso dal mercato. Bene fa Calenda a cercare di far aprire gli occhi a Renzi su questo fronte, quel Renzi che preferirebbe abbassare il costo del lavoro con bonuses o decontribuzioni che, abbassando il costo del lavoro fanno preferire la bassa produttività invece di perseguirla. Cavalca il facile consenso di chi riceve i doni dal capo, ma perde la grande sfida con i produttori degli altri paesi.

Se quindi l’investimento in produttività fa perdere posti di lavoro, ciò non si concilierebbe con l’obiettivo di combattere la disoccupazione.

Ora con l’aumento della produttività si produce (faccio un esempio) in tre ore quello che prima si produceva in otto ore. Se quindi la produzione rimane immutata nonostante la drastica riduzione del lavoro prestato, non si vede quale squilibrio si avrebbe se quelle tre ore venissero retribuite nella stessa misura in cui erano retribuite le otto ore. Lo squilibrio ci sarebbe invece se le tre ore venissero retribuite allo stesso costo orario: non ci sarebbero consumatori per il 62.5% del prodotto.

Proviamo fare un ulteriore sforzo d’immaginazione. Se in un domani tutto ciò che viene prodotto oggi, fosse prodotto senza lavoro, forse anche in maggior quantità e miglior qualità, avremmo tre effetti:

· Finisce il capitalismo basato sul lavoro salariato;
· Scompaiono i lavoratori dipendenti;
· Scompaiono anche i consumatori di quei beni che vengono prodotti

Nulla vieterebbe allora di superare il criterio della distribuzione del prodotto basato sul tempo di lavoro, e passare ad un diverso criterio di redistribuzione che concilii:

· la convenienza di continuare a produrre sempre meglio,
· occupi le persone liberate dal lavoro in attività socialmente richieste e gratificanti,
· dia a tutti i cittadini un accesso ai beni di consumo sulla base di un riconoscimento del tempo dedicato alle attività sociali e di un reddito di cittadinanza.

Insomma è tempo di impostare, già sin d’ora, un progetto politico che guardi a James Meade e alla sua Agathotopia, sapendo che se non cominciamo ora a pensarci, domani quando le multinazionali possederanno tutti i robots, sarà troppo tardi per impostare un discorso e si darà inizio ad un neo-schiavismo di inedita dimensione.

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