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LA MANOVRINA E IL DEF

di Renato Gatti, economista

La “manovrina” e la presentazione del DEF ci porgono l’occasione di approfondire alcune scelte fiscali che, di volta in volta, ci vengono proposte; il mio approccio tende sempre ad individuare le componenti di “classe” delle scelte fatte.

La filosofia della manovra parte da un dictat, più o meno esplicito, quello cioè del “nessuna nuova tassa” frutto del primitivismo renziano secondo cui bisogna abbassare le tasse (che secondo Padoa Schioppa erano invece un consolante segno di comunitarismo) e non, invece, migliorare il rapporto tra carico fiscale e servizi resi. Due diverse filosofie: la prima populista, la seconda illuminista.

Lo Split Payment

Esaminiamo allora lo Split Payment, uno strumento ideato da Vincenzo Visco, contrabbandato come lotta all’evasione che, al contrario, è l’imposizione di un prestito forzoso ai fornitori, prima della P.A. ora delle sue controllate direttamente o indirettamente ed anche delle società quotate.

Il meccanismo opera sull’Iva che, come noto, è un’imposta sul consumo anticipata dalle aziende in proporzione del “valore aggiunto” in ogni fase produttiva. Ogni azienda paga al suo fornitore ( che la versa allo stato) l’iva sui suoi acquisti, e incassa dai suoi clienti l’iva sulle sue vendite. La differenza tra l’iva incassata dai clienti e quella pagata ai fornitori viene versata allo stato in sede di liquidazione mensile (o trimestrale).

Con lo Split Payment il fornitore della P.A. etc. paga l’iva ai suoi fornitori ma non incassa l’iva dai suoi clienti, questi infatti, versano l’iva dovuta al fornitore, direttamente all’erario. Il fornitore della P.A. si trova quindi in credito cronico nella sua situazione iva per tutta l’imposta che ha pagato ai suoi fornitori e l’erario si trova ad incassare dalle aziende della P.A. tutta l’iva da queste dovuta ai suoi fornitori senza detrarre l’iva a monte. Si tratta di un prestito forzoso che genererà, nelle stime del governo, circa 900 milioni, un plafond rotativo visto che prima o poi lo stato dovrà rimborsre ai fornitori della P.a. l’iva da questi pagata in più.
Ma con un pizzico di perfidia, la manovrina ha ridotto i crediti fiscali compensabili senza visto di conformità da 15 a 5 mila euro.

Quindi nessuna tassa in più, ma soldi in più sì e ciò a sfavore delle imprese per le quali invece l’iva dovrebbe essere neutrale; lo è da un punto di vista economico (ovvero di costi e ricavi) non lo è da un punto di vista finanziario (debiti, crediti e liquidità).

Abbassiamo l’Ires, l’Irap ma non l’Irpef

Quando ho anticipato l’angolatura di classe della mia analisi, intendevo dire che tendo a distinguere ciò che va a favore del mondo del lavoro (impresa inclusa, anzi massima espressione del mondo del lavoro) da ciò che va a favore del capitale.

Nella presentazione del DEF, la programmata riduzione dell’Irpef non è presente, mentre la riduzione dell’Ires (dal 27,5 al 24%) e dell’Irap sono già legge dello stato. Gioacchino Assogna, in un suo post, a commentato dicendo che le riduzioni delle tasse a favore dell’imprenditore sono passate, mentre quelle a favore dei lavoratori sono state cancellate.

Corre l’obbligo di segnalare che le riduzioni di Ires e Irap non vanno affatto a favore dell’imprenditore (che non sia socio) e neppure, e ciò è anche peggio a favore delle imprese; quelle riduzioni vanno solo ed esclusivamente a favore del capitale.

Infatti l’impresa (massima espressione del mondo del lavoro) produce un plus che può essere ripartito in tre modi: allo stato (sotto forma di imposte), ai capitalisti (sotto forma di dividendi) oppure reinvestito in azienda (con quello strumento incentivante che si chiama ACE aiuto alla crescita economica).
Se il mio utile pre imposte fosse 1.000 e l’Ires fosse il 27,5%, l’utile andrebbe per 275 all’erario e per 725 ai capitalisti (prescindendo dall’Irap). Se riduco l’aliquota dal 27,5 al 24, allora la ripartizione sarebbe 240 all’erario e 760 al capitale. L’impresa in sè non ha alcun beneficio. Ben diverso invece se l’utile fosse reinvestito in azienda ed allora all’erario andrebbe di meno (grazie all’incentivo ACE) al capitale non andrebbe nulla (ma il valore intrinseco dell’azione aumenterebbe) mentre all’impresa giungerebbero mezzi per reinvestire a rafforzamento della sua produttività.

Si potrebbe obiettare che con una maggior retribuzione del capitale i capitalisti sarebbero più invogliati a reinvestire in attività produttive. L’osservazione è sicuramente vera, ma è altrettanto vero che storicamente che le scelte del capitale, a mezzo distribuzione dei dividendi o a mezzo di buy back, sono state di disinvestire le attività produttive per orientarsi verso le attività finanziarie e la speculazione.

L’ACE e la decontribuzione ai nuovi assunti

Ricordo, a completamento della manovrina che l’azione del governo di ridurre Ires e Irap senza giovare all’impresa è stata aggravata dalla drastica riduzione dell’agevolazione ACE che invece, come argomentavo poc’anzi, è il vero strumento (anche questo inventato da Vincenzo Visco con il nome di Income Dual Tax e poi ribattezzata da Monti in ACE) di supporto fiscale alle imprese.

Seguendo lo stesso filone logico, vorrei esaminare le decontribuzioni alle nuove assunzioni, all’assunzione dei giovani etc. Certamente, ma solo il primo anno, le logiche di decontribuzione hanno spostato da forme di lavoro più o meno precario a forme di lavoro strutturato parecchie migliaia di lavoratori. Ho sempre appoggiato il contratto di lavoro a tutele crescenti se questa forma di contratto avesse azzerato tutte le altre forme di lavoro precario. Il che non è stato, e rimane comunque da verificare, passati i 36 mesi di abbrivio di questo nuovo istituto, quante di quelle assunzioni raggiungeranno la pienezza delle tutele.

Ma il mio approccio vuol essere diverso. La decontribuzione persegue l’obiettivo di diminuire la disoccupazione, e lo fa riducendo, in sostanza, il costo del lavoro, modificando quindi per l’impresa, nei suoi calcoli economici, i termini dell’effetto Ricardo. Ovvero se il costo del lavoro costa meno di un investimento innovativo tecnologico, l’imprenditore sarà incentivato ad orientarsi ad utilizzare di più il fattore lavoro salariato che non a favorire l’innovazione.

L’effetto immediato, è certamente più favorevole ai lavoratori salariati, ma ignora, come è tipico del primitivismo renziano, che così operando, nel lungo termine i prodotti del sistema Italia saranno sempre meno competitivi con quelli esteri perchè l’incremento della produttività resterà fermo al palo, come in effetti lo è da venti e più anni in qua.

Ciò che serve invece di questi strumenti falso-intelligenti è una politica tesa alla maggior produttività e competitività (Renzi infatti su questo fronte combatte Calenda e lo consiglia a fare il premier del centro destra), che mettano in moto l’effetto Smith e cioè maggior produzione e quindi economie di scala; non dimenticando l’effetto Schumpeter ovvero la vera concorrenza basata su rivoluzioni tecnologiche e innovative.
Servirebbero cioè grandi investimenti produttivi pubblici e privati che, per mille ragioni non ci sono stati, specialmente dallo scoppio della crisi in poi, perseguendo una logica hooveriana e non keynesiana. Al proposito rimando al mio precedente articolo su “Come combttere la disoccupazione”.

Ci sono 47 miliardi di tesoretto

Quando si avvicinano le elezioni ci sono due sintomi inequivocabili: si asfaltano le strade e si parla di tesoretti.
Ora pare ci siano 47 miliardi di investimenti pubblici pronti per essere investiti nel giro di soli 15 anni.
Questa battuta mediatica mette in luce il vero tema del nostro disagio verso i trattati europei: la regola del bilancio in pareggio (servilmente adottata dal parlamento italiano) che non distingue tra spese correnti ed investimenti, va sostituita dalla “golden rule di Delors” secondo la quale gli investimenti non vanno conteggiati nel deficit.

Questo è un dei punti fondamentali di correzione da apportare alle regole “stupide” europee che purtroppo non si ha il coraggio di portare avanti (cosa che avrebbe dovuto fare Renzi capo del maggior partito del PSE do po le europee radunando tutti i partiti del PSE e ponendo il tema al centro del dibattito europeo).
Nella speranza che si giunga alla auspicata correzione delle regole europee (dopo di che dovremo ricambiare la costituzione perchè ciò che a fatica l’Europa permetterebbe l’articolo 81 della costituzione vieterebbe) sarebbe il caso di fare un’altra riflessione.

Renzi parla di 47 miliardi (per i quali serve però trovare le coperture finanziarie) in 15 anni, ma allora perchè non prendere in considerazione 200 miliardi in due anni adottando la moneta fiscale che Stefano Sylos Labini da tempo sta proponendo?

Mi pare che sia doveroso studiare ed approfondire questa proposta, legandola all’obbligo delle imprese appaltatrici delle opere pubbliche ad accettare in pagamento dei SAL i CCF emessi dallo stato e facendo convenzioni con le banche per lo sconto di detti CCF. Insomma cerchiamo di volare un po più in alto.

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