Karl Marx Hof austro marxismo

TRE AUSTRIACI GENIALI: LA SOCIALDEMOCRAZIA VIENNESE TRA KANT E MARX

di Daniele Colognesi, coordinatore della rubrica ‘L’ideologia Socialista’

Alle radici del socialismo europeo

Gli inizi: dalle origini alla fine dell’Impero

Dopo inizi piuttosto frammentati e litigiosi, il 1° gennaio 1889 nasce il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori d’Austria (SDAPÖ) per opera, principalmente, di Victor Adler. Infatti, pochi giorni prima, durante il congresso di Hainfeld, era stata accettata una Dichiarazione d’Intenti scritta da lui stesso (insieme al famoso teorico Karl Kautsky) con un’impronta essenzialmente marxista. Sempre nel 1889 il partito si dota di un giornale, l’”Arbeiter Zeitung”, e si affilia alla Seconda Internazionale partecipando al Congresso di Parigi. Sviluppatosi velocemente nelle zone più industrializzate dell’Impero Austro-Ungarico, il partito si batte in modo coraggioso per l’estensione del diritto di voto agli operai e, dieci anni dopo, nel 1899 si dota di un nuovo programma (il programma di Brno/Brünn) che prevede la riforma dell’Impero e la costituzione di uno stato democratico federale, trovando così il consenso anche dei socialisti triestini di etnia italiana che avevano dato vita nel 1897 a una “Sezione Italiana Adriatica del Partito Operaio Socialdemocratico d’Austria”.

Ma il vero salto di qualità avviene con l’introduzione del suffragio universale per l’elezione del Reichsrat (il Consiglio Imperiale, una sorta di parlamento austriaco) nel 1907: i socialdemocratici conquistano 87 seggi su 516. Nel 1911 supereranno anche i cristiano-sociali (CS) divenendo così il primo gruppo parlamentare. Il partito, come nella gran parte delle nazioni belligeranti (Italia esclusa), scivola purtroppo nel social-patriottismo nell’agosto del 1914 sostenendo la dichiarazione di guerra alla Serbia, tuttavia in modo molto meno convinto e generalizzato dei corrispondenti partiti operai tedeschi, francesi e inglesi. Emerge presto un’ala di sinistra, pacifista e anti-militarista, guidata dal giovanissimo Friedrich Adler (figlio di Victor) che pubblica articoli sulla rivista radicale “Der Kampf” tradotti e ripresi persino dal giornale socialista italiano l’“Avanti!”.

Friedrich Adler, frustrato dalle vaghe promesse di pace del suo governo, giunge al gesto estremo di assassinare il ministro degli esteri Karl von Stürgkh, visto come una squallida marionetta nelle mani degli alleati tedeschi, e viene condannato prima a morte e poi, a causa della sua giovane età (e della successione imperiale nel novembre 1916), a 18 anni di reclusione. La triste vicenda di Adler ha però l’effetto di galvanizzare tutto il partito, che diviene sempre più apertamente pacifista, arrivando a organizzare la prima manifestazione contro la guerra nel dicembre del 1916. Tredici mesi dopo, anche a causa dei durissimi razionamenti, scoppiano scioperi in tutto l’Impero per chiedere la fine immediata delle ostilità.

Il blocco navale anglo-italiano e gli insuccessi militari portano lo Stato Maggiore a chiedere l’armistizio il 4 novembre 1918, ma già un’assemblea nazionale provvisoria svincolata dalla burocrazia imperiale, la “Provisorische Nationalversammlung für Deutschösterreich”, di stampo socialista, si era organizzata dal mese precedente e aveva steso una bozza costituzionale. Una settimana dopo l’armistizio, il 12 novembre 1918, Karl Renner, il nuovo cancelliere socialdemocratico, dichiara la repubblica e promette d’introdurre, come scritto nel vecchio programma della SDAPÖ, la giornata lavorativa di otto ore e le ferie pagate. L’Impero millenario, che purtroppo non aveva saputo democratizzarsi e “federalizzarsi” in tempo, come previsto da Otto Bauer già nel 1907 [1], era finito frantumandosi in una serie di stati nazionali. La socialdemocrazia aveva vinto, ma a un prezzo molto alto.

Gli uomini: dalla repubblica del 1918 alla contro-rivoluzione fascista del 1934

La SDAPÖ è cruciale nella costruzione della cosiddetta Repubblica dell’Austria Tedesca, anche se nel settembre del 1919 si vede amputata l’importante ala boema del partito che si costituisce come organismo autonomo. Così l’aspirazione dei socialisti austriaci in questo periodo è l’“Anschluss”, ovvero l’unione politica con la Germania (dove, va ricordato, il Kaiser era stato costretto ad abdicare in seguito alla sconfitta militare).

Nelle prime elezioni postbelliche, quelle per l’assemblea costituente del febbraio del 1919, la SDAPÖ diviene il partito più forte, ma non riesce a governare da sola ed è costretta a una grande coalizione con i cristiano-sociali, che sono invece avversi all’Anschluss. Nel maggio dello stesso anno però i socialdemocratici conquistano il comune di Vienna eleggendo il sindaco e 100 consiglieri su 165: la capitale diventerà uno stabile baluardo del partito nel cuore di una nazione largamente conservatrice. Per questo verrà ribattezzata negli anni ’20 con il nomignolo di “Rotes Wien” (ossia “Vienna la rossa”). Tuttavia la grande coalizione, dopo aver implementato una serie di leggi chiaramente socialiste (per esempio, la giornata lavorativa di otto ore e l’istituzione dei consigli di fabbrica) e posto in essere la nuova costituzione repubblicana, entra in crisi in seguito alle elezioni dell’ottobre del 1920 (vinte dai CS) e i socialisti abbandonano il governo.

Questo scatenerà forti attriti tra le due ali della SDAPÖ: quella moderata e riformista dell’ex-cancelliere Karl Renner e quella più radicale guidata dall’ideologo di partito Otto Bauer, che rifiuta a priori possibili alleanze con i cristiano-sociali. Progressivamente il clima politico in Austria si deteriora: a partire dal 1924 nascono varie forze paramilitari di partito con scopi inizialmente protettivi (i CS fondano la Heimwehr, i socialdemocratici il Republikanischer Schutzbund ecc.) che però, interagendo tra loro, con la polizia regolare e con l’esercito, rischiano di trasformare le occasioni di confronto politico in veri e propri scontri armati. Nel 1926 la SDAPÖ si riunisce a Linz per il suo congresso ed elabora un nuovo programma fortemente influenzato dalla sinistra di Bauer segnando de facto l’apertura di un conflitto permanente con i CS. La scintilla scoccherà nel gennaio dell’anno dopo con i famosi fatti di Schattendorf (due membri del Republikanischer Schutzbund uccisi dalla Heimwehr) e l’assoluzione legale degli assassini. Il 15 luglio del 1927 socialisti e sindacati guidano enormi manifestazioni di protesta che malauguratamente provocano l’incendio del Palazzo di Giustizia.

La risposta della polizia è feroce: 85 lavoratori uccisi e 600 feriti. È l’inizio del crollo della giovane democrazia austriaca: solo tre anni dopo la Heimwehr si dichiara apertamente a favore di un regime autoritario di stampo clerico-fascista. Questo vedrà la luce il 7 marzo del 1933 a causa di un’autosospensione del parlamento che trasferisce provvisoriamente tutti i poteri nelle mani del cancelliere Engelbert Dollfuß, il quale governerà mediante decretazione d’urgenza in base a vecchie leggi di guerra del periodo imperiale. È la nascita del cosiddetto “austro-fascismo”, inizialmente in modo abbastanza blando: s’instaura la censura sulla stampa e le espressioni di dissenso politico vengono fortemente controllate.

La SDAPÖ cerca di reagire, almeno nelle città principali, organizzando proteste e raduni. Tuttavia una perquisizione poliziesca nella sede del partito di Linz (12 febbraio 1934) getta benzina sul fuoco: a Vienna e nelle altre zone industriali la milizia socialista inizia a resistere armi alla mano alla polizia. Il governo fa allora intervenire l’esercito che bombarda il Karl-Marx-Hof, sede del Republikanischer Schutzbund. Divampa nel paese la guerra civile che durerà fino al 16 febbraio, quando i dirigenti della SDAPÖ, ormai fuorilegge, saranno tutti o arrestati (come Renner) o espatriati (come F. Adler e Bauer).

Ma la vittoria di Dollfuß sarà davvero effimera: il cancelliere verrà ucciso da un fanatico nazista nel luglio successivo e, dopo soli quattro anni, il paese verrà annesso al Terzo Reich tedesco.

Le idee: l’austro-marxismo

Ma i fatti eroici e tragici dei socialisti austriaci tra le due guerre mondiali non giustificherebbero del tutto il nostro interesse attuale per la SDAPÖ se, a fianco agli uomini che abbiamo citato, non fosse cresciuto anche un bagaglio di esperienze, analisi, idee ed elaborazioni noto con il nome, un po’ riduttivo, di “austro-marxismo”. In effetti in Austria, nei primi 35 anni del secolo scorso, sorge un atteggiamento verso la teoria socialista molto particolare che certamente risente del grande fermento culturale della società viennese del periodo. Sarebbe inutile ricordare gli enormi successi della cultura di questo paese nei campi più disparati: dalla psicoanalisi (Freud, Reich), alla fisica (Boltzmann, Schrödinger), alla biologia (Perutz, Chargaff), alla filosofia (Wittgenstein, Schlick), alla matematica (Gödel), all’economia (Schumpeter, von Hayek), alla musica (Schönberg, Berg, Webern), alla pittura (Klimt, Schiele), all’architettura (O. Wagner e Loos) ecc.

Ebbene, proprio in questo clima intellettualmente così stimolante un piccolo gruppo di tre intellettuali socialisti (due dei quali abbiamo già incontrato come dirigenti della SDAPÖ): Karl Renner, Otto Bauer e Max Adler (fratello maggiore di Friedrich) iniziano a esplorare una via non-ortodossa al marxismo, che da un lato respinga l’arido e ingombrante dogmatismo comunista che si sta sviluppando in tutta Europa ad imitazione dell’URSS, ma che dall’altro non restringa le acquisizioni teoriche ai generici canoni accettati più o meno da tutto il mondo socialista democratico dell’epoca: materialismo storico, lotta di classe e socializzazione dei mezzi di produzione. Quest’ultimo atteggiamento di riduzione a un “bagaglio minimo” era il portato della precedente evoluzione del marxismo in ambito positivista (specie in Karl Kautsky e Georgij V. Plekhanov), che, incapace di reagire in modo completamente convincente sia alle critiche del revisionismo di Bernstein, di Sorel e dei fabiani, sia agli attacchi del marginalismo economico (Jevons, von Böhm Bawerk, Pantaleoni ecc.), si era ripiegato su se stesso in una forma teorica gracile e poco attraente.

I nostri tre intellettuali, soprattutto Max Adler, compresero che lo stallo del marxismo aveva, tra l’altro, anche profonde radici filosofiche: se da un verso l’ideologia comunista occidentale era andata largamente alla riscoperta e alla valorizzazione degli elementi dialettici ed hegeliani del marxismo (si pensi, per esempio, a Lukàcs, Korsch, Gramsci, Adorno, Marcuse ecc.), quella “minima” di marca socialdemocratica era piuttosto il frutto di un’ibridazione del marxismo con il materialismo scientista, evoluzionista e determinista di fine secolo (E. H. Häckel, E. Ferri ecc.). Ma sia un ritorno più o meno velato all’hegelismo, sia il rifarsi a movimenti filosofici ormai datati e screditati, sarebbe stato per gli austro-marxisti del tutto inaccettabile. Era necessario, all’opposto, dare alla teoria socialista una base filosofica robusta e ben fondata, senza scardinare il contributo marxiano, anzi, al contrario, irrobustendolo e rendendolo capace d’interloquire senza complessi o anatemi con quanto di meglio la cultura del novecento stava proponendo.

Max Adler capisce che il riferimento obbligato per ogni possibile consolidamento della teoria socialista è Kant. Ma perché un filosofo, seppure tra i maggiori della storia del pensiero umano, morto addirittura nel 1804? Spiegare oggi l’importanza del kantismo nella cultura europea (soprattutto, ma non solo, di lingua tedesca) della prima metà del ‘900 non è facile. Basterà fare riferimento all’importantissimo movimento di rinascita kantiana, il cosiddetto neo-criticismo, che si dipana dal 1871, con i primi lavori di Cohen, e giunge attraverso Windelband, Rickert, Lask, Riehl ecc. fino a Natorp e Cassirer, che sono contemporanei degli austro-marxisti. Ebbene, l’impronta del neo-criticismo sulle scienze umane del periodo è fortissima.

Quasi nulla è comprensibile al di fuori di un’ottica kantiana. Anche la nascente filosofia della scienza ne è in qualche modo influenzata: la base neo-criticista del pensiero di Mach è evidente a tutti e viene, per esempio, apertamente contestata da Lenin nella sua polemica nota come “Materialismo ed Empiriocricismo” del 1908. Ma dove il teorico del bolscevismo vede solo pericoli, M. Adler suggerisce un’integrazione con quella che considera la migliore eredità del pensiero della borghesia nella sua fase illuminista e progressista. E non soltanto sulle questioni teoretiche ed epistemologiche; all’opposto, anche la vigorosa etica kantiana, opportunamente modernizzata dal neo-criticista Herman Cohen, può coniugarsi positivamente con il socialismo democratico, arrivando addirittura allo slogan (forse un po’ semplicistico) di “socialismo kantiano”. In questa sede ci è impossibile approfondire l’argomento dei rapporti fecondi tra kantismo ed austro-marxismo, rimandando i lettori interessati al recente lavoro di Giorgio Ridolfi: “La filosofia di Max Adler: dalla disputa sulle scienze alla fede nella redenzione” [2]. Tuttavia prima di terminare ci piace riassumere anche i contributi specifici di Karl Renner e Otto Bauer alla teoria socialista, così ben messi in evidenza da Norbert Leser nel suo libro “Teoria e prassi dell’Austromarxismo” [3].

Karl Renner, che incarna l’ala moderata della SDAPÖ, è un fine giurista e si considera, nonostante tutte le sue cautele politiche e i suoi lunghi impegni istituzionali, come un intellettuale accademico di scuola marxista, scrivendo spesso sotto pseudonimo. I suoi campi d’interesse sono molteplici, ma si possono suddividere in due grandi filoni: il cambiamento del ruolo di classe dello Stato nell’epoca delle democrazie rappresentative e i rapporti tra diritto privato e proprietà privata. Nel primo campo integra il pensiero di M. Adler sulla concezione marxista dello Stato, specie in polemica con H. Kelsen sulla possibilità di un socialismo veramente “democratico”. Il secondo argomento invece, con l’opera del 1904 “Le istituzioni del diritto privato e la loro funzione sociale”, lo vede addirittura fondatore di una nuova disciplina: la sociologia del diritto. Renner sviluppa infatti in modo originale una teoria marxista del diritto privato arrivando a sostenere che la separazione netta tra diritto pubblico e diritto privato, tipica dell’epoca moderna, è una creazione del capitalismo tramite la quale lo Stato fa rispettare gli interessi dei possessori di capitale.

Otto Bauer, teorico dell’ala sinistra del partito e uomo dal genio poliedrico, spazia dall’economia teorica, alla geopolitica mondiale, alla storia antica, agli studi sull’URSS, ma va certamente ricordato per due questioni particolarmente importanti per la teoria socialista.
La prima riguarda la tutela delle minoranze e la questione nazionale, affrontata in modo innovativo e spregiudicato, ancora ventiquattrenne, nell’opera che abbiamo già citato [1].
La seconda, forse ancora più importante, tocca il problema della rivoluzione socialista nei paesi democratici a capitalismo avanzato. Bauer, assai critico dell’attendismo e dell’incerta tattica riformista, è pure ostile al concetto leninista di conquista violenta e insurrezionale del potere e lumeggia quindi, già nel 1924, l’idea di una “terza via”, la cosiddetta “lenta rivoluzione”, che tanta fortuna avrà poi con Gramsci e, dopo ancora, con l’Eurocomunismo.

Il trasferimento di potere alla classe lavoratrice e ai suoi rappresentanti politici dovrà avvenire legalmente e senza strappi, ma in modo irreversibile, mediante l’estensione della democrazia dagli aspetti giudici anche a quelli economici. In quest’epoca di transizione (di “riforme strutturali” si sarebbe detto quarant’anni dopo) il ruolo dei consigli dei lavoratori sarà importante, ma sempre in ausilio a quello del parlamento e non in sostituzione ad esso. Tuttavia, si sa, in politica la riconoscenza è merce rara e il debito di tanta sinistra europea con l’austro-marxismo verrà riconosciuto (eccettuate figure isolate come Saragat e Basso) solo tardivamente, alla fine degli anni ‘70, da intellettuali come l’eurocomunista britannico T. B. Bottomore e l’italiano G. Marramao.

[1] cfr. Otto Bauer, La Socialdemocrazia e la questione nazionale (Ed. Riuniti, Roma, 1999).
[2] Giorgio Ridolfi, “La filosofia di Max Adler: dalla disputa sulle scienze alla fede nella redenzione” (Ed. Università di Trieste, Trieste, 2012).
[3] Norbert Leser, Teoria e prassi dell’Austromarxismo (Mondo Operaio – Ed. Avanti!, Milano, 1979).

Nell’immagine, il Karl-Marx-Hof, quartier generale del partito socialdemocratico austriaco, fu costruita tra il 1926 e il 1930 dal celebre architetto K. Ehn. L’edificio divenne tristemente famoso durante la Guerra Civile Austriaca nel 1934, quando i resistenti socialisti vi si barricarono e furono costretti ad arrendersi solo dopo che l’esercito austriaco e le milizie clerico-fasciste presero a bombardare l’intero quartiere con artiglieria. I restauri furono compiuti solo negli anni ’50 con la rinascita della repubblica austriaca.

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