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LA BISTRATTATA ACE

di Renato Gatti

Premessa

Nella fase matura del nostro miracolo economico, la richiesta che veniva dal mondo capitalistico ed imprenditoriale era quella che richiedeva di non tassare gli utili reinvestiti.

Sembra abbastanza condivisibile, o almeno lo è da parte mia, che gli utili che restano in azienda e vengono reinvestiti (ci sarebbe eventualmente da discutere sul come vengono reinvestiti) abbiano un trattamento preferenziale rispetto a quelli distribuiti.

Va anche detto che a quei tempi, siamo prima della riforma fiscale di Tremonti, il presupposto principe per la imposizione fiscale era la distribuzione dei profitti e non la produzione di essi. Ciò significa che i profitti d’impresa non erano tassati al momento in cui erano prodotti e rimanevano all’interno dell’impresa, ma al momento in cui ne uscivano sotto forma di dividendi. Questo principio eticamente corretto, venne scavalcato dal pragmatismo delle esigenze di cassa dello Stato. Per aiutare il gettito, si istituì una imposta sulle imprese da considerarsi quale acconto su quanto avessero percepito successivamente. i prenditori di dividendi. Stante questa impostazione fu previsto che nella tassazione del socio percipiente di utili, il calcolo dell’imponibile includesse il dividendo ricevuto al lordo della tassazione avvenuta in impresa, di modo che la progressività dell’imposta non tenesse conto dell’acconto pagato dall’impresa per conto del prenditore di dividendi. Ricostruito così l’imponibile totale, definite le fasce di progressività e applicate le aliquote conseguenti, si determinava l’importo di imposte da pagare cui venivano sottratte le imposte già pagate dall’impresa per conto del prenditore di dividendi. Insomma per esigenze di cassa dello Stato le imprese venivano obbligate ad anticipare imposte altrui molto tempo in anticipo rispetto allìeffettiva erogazione dei dividendi.

Voglio anche ricordare che la riforma Tremonti, spostando il momento impositivo al momento produttivo, creava un problema per le imprese cooperative. Infatti, come noto, le imprese cooperative non possono distribuire dividendi per cui l’imposta sulle società intesa come acconto sulla futura imposta che avrebbero dovuto pagare i prenditori di dividendi, non aveva ragione di essere riscossa proprio per mancanza del presupposto della successiva distribuzione. Quindi non era vero che la non imponibilità delle cooperative era una privilegio di queste, ma era al contrario vero che la loro non imponibilità era conseguenza logica del sistema. Dopo la riforma Tremonti, che ricordo vedeva il presupposto impositivo nella produzione e non nella distribuzione del dividendo, gli utili delle cooperative diventavano di fatto imponibili, per cui la riforma Tremonti le esentò, creando allora sì un privilegio per le società cooperative.

Alla luce di quanto sopra ne consegue la correttezza logica e sistematica di un diverso trattamento tra utili distribuiti e utili che rimangono in impresa, si giustifica cioè, e ciò almeno a mio parere, la richiesta di non tassare gli utili reinvestiti.

La dual income tax (DIT) e l’aiuto alla crescita economica (ACE)

Fu Vincenzo Visco ad introdurre la DIT con il seguente meccanismo: ogni incremento del patrimonio netto (che aumenta anche a seguito della non distribuzione di dividendi) rispetto al patrimonio netto di un anno di partenza fissato per legge, faceva maturare uno sconto fiscale. Ciò non solo nell’anno dell’aumento del patrimonio netto, ma anche in tutti gli anni successivi secondo la formula : patrimonio netto + utili non distribuiti + nuovi apporti di denaro– dividendi.

La DIT fu cancellata da Tremonti e fu riesumata da Monti; ha cambiato nome ma nella filosofia e nelle modalità è praticamente la stessa meccanica della DIT.
Attenzione che quando l’IRES diminuisce o aumenta, aumenta o diminuisce la quota di dividendo imponibile per l’Irpef del percipiente i dividendi, quindi (ma parliamo di percettori qualificati) la riduzione dell’IRES è compensata dall’aumento dell’IRPEF lasciando inalterato ( o almeno così dovrebbe essere) il carico fiscale totale sul percipiente finale.

La filosofia della riduzione dell’IRES e quella dell’aumento dell’ACE

La filosofia dell’IRES.
Vanto del governo è quello di aver ridotto (prima di Trump) l’aliquota IRES (imposta sulle imprese) dal 27.5 al 24%. Lo scopo è fondamentalmente quello di acquisire consensi sull’onda dello slogan berlusconiano “meno tasse per tutti”. Ma per essere più scientifici e intellettualmente onesti dobbiamo approfondire la filosofia che sta dietro a questa operazione e confrontarla con la filosofia che sta invece dietro all’ACE.

Se un’impresa fa profitti per 100 e l’IRES è pari al 27.5% l’utile netto (che potrà essere distribuito o reinvestito) sarà di 72.50. Se l’aliquota IRES scende al 24% l’utile netto sarà di 76. Ne deriva che il capitalista ha un maggior dividendo che potrà utilizzare con quattro alternative: a) consumarlo, b) reinvestirlo in investimenti produttivi, c) investirlo in assets finanziari e d) tesaurizzarlo. Le quattro alternative hanno diversi effetti:

  • il maggior consumo aumenterà la domanda aggregata e quindi potrebbe dare un beneficio (effetto Smith) all’economia generale; tuttavia i grossi percettori di dividendi hanno una scarsa propensione al consumo (essendo già a livelli alti)
  • il reinvestimento in investimenti produttivi è di evidente beneficio per l’incremento della produttività (effetto Ricardo). Notare che in questo caso l’investimento produttivo può essere rivolto anche a imprese diverse da quelle che hanno prodotto il profitto (anticipo con questo una differenza con l’ACE);
  • investirlo in assets finanziari significa sottrarre al mondo del lavoro risorse che invece aiuterebbero gli imprenditori a realizzare piani di sviluppo, con benefici a cascata su produzione, occupazione, produttività;
  • la tesaurizzazione può essere un eufemismo per l’esportazione di capitali all’estero.

Ne consegue che per chi abbia a cuore lo sviluppo del Paese la riduzione dell’aliquota fiscale, di enorme effetto mediatico, dà ai capitalisti il seguente messaggio:

io ti riduco le imposte sperando, auspicando che questa riduzione ti convinca, ti faccia trovare più conveniente investire in nuove attività produttive

rimanendo chiaro che il capitalista ha altre tre opportunità di cui due contrarie agli obiettivi che il governo si dovrebbe porre. Rimane il fatto che negli ultimi anni i capitalisti (esclusi quelli che io chiamo schumpeteriani) tra dividendi e buy-back hanno ridotto gli investimenti in attività produttive preferendo investimenti finanziari ed esportazione di capitali.
Il risultato di questa operazione è quello di diminuire il gettito fiscale sperando che il capitalista sia incentivato, ma senza sicurezza, a operare in modo conforme alle speranze del progetto di crescita del Paese.

La filosofia dell’ACE
Se invece di distribuire dividendi l’utile netto viene reinvestito nell’impresa, tale incremento di patrimonio netto genera un importo non imponibile ai fini dell’IRES. Praticamente con un meccanismo non tra i più semplici, il fatto di “reinvestire gli utili” in azienda genera una riduzione dell’imposizione IRES.

Qui l’approccio è diametralmente opposto alla filosofia dell’IRES in quanto lo strumento ACE permette gli stessi benefici della riduzione dell’IRES solo nel caso in cui gli utili siano reinvestiti (come abbiamo già notato, tale reinvestimento può essere fatto nella sola impresa che ha generato il profitto da reinvestire), ciò significa che condizione per avere lo sconto di imposte è un comportamento ritenuto essere conforme ai progetti di crescita del Paese. Non è chi non veda la correttezza, la consequenzialità, la logica e l’intelligenza di uno strumento che concede benefici condizionati ad un comportamento auspicato, rispetto a uno strumento (quello della riduzione dell’IRES) che concede il beneficio incondizionatamente sperando nel buon cuore del beneficiato. Definirei laica e illuminista la filosofia dell’ACE, subalterna e succube la filosofia dell’IRES.

Stavolta, poi si è esagerato.

Con l’ultima manovrina, non ancora convertita in legge, l’Ace viene ristrutturata dopo che recentemente è stato più che dimezzato il beneficio che essa genera. Quindi dopo averla massacrata riducendo il tasso di rendimento ora viene mutata la modalità di calcolo.

Nella versione precedente il patrimonio di riferimento era il 2010, quindi un incremento fatto dopo il 2010 produceva il beneficio ACE in tutti gli anni successivi; con la nuova versione il patrimonio netto di riferimento non è più il 2010 bensi quello del quinto esercizio precedente, quindi chi ha incrementato il patrimonio netto nel 2011 nel 2017 perde il beneficio ACE. Viene quindi a cessare il perpetuo beneficio di un incremento di patrimonio netto limitandolo a soli 5 anni.

La cosa in sé potrebbe anche avere un senso, occorre, a mio parere, andare ad esaminare il perché di questa modifica. Tale perché potrebbe essere quello di voler spingere ad ulteriori incrementi di patrimonio netto, ne consegue comunque che lo strumento diventa sicuramente meno incentivante di prima, persistendo quindi in una filosofia che ho definito succube.

Certo che se fosse vero che il mutato sistema sia finalizzato a far beneficiare il Monte Paschi di Siena (come riferito tempestivamente dal management della banca nella sua relazione di bilancio) di un importo di minor tassazione superiore agli 800 milioni, beh ci sarebbe da rimanere basiti (per essere eleganti).

Riporto il pezzo di Barbera e Paolucci sulla Stampa in cui il sottosegretario Barretta spiega il fenomeno:
Per Monte dei Paschi, l’unica che finora ha spiegato con piena chiarezza gli effetti della nuova norma nel comunicato dell’ultima trimestrale, vale 891 milioni di euro sottoforma di minori tasse nel prossimo trimestre, con conseguente miglioramento dell’utile e del patrimonio netto. Effetti analoghi si avranno anche per le due venete, le prossime in lista d’attesa per ricevere gli aiuti di Stato. Di fatto, un pezzo dell’aumento di capitale arriverà con questa misura.

Il decreto, che deve essere ancora convertito in legge e potrebbe dunque essere modificato, dispiegherà i suoi effetti a partire dal prossimo trimestre e a quel punto sarà più chiaro anche l’onere per lo Stato. Dice Baretta:
«L’effetto fiscale prodotto dalla rimodulazione della base imponibile della cosiddetta “Ace” non è stato voluto. Durante la discussione la nostra attenzione si è concentrata su come reperire il gettito necessario a finanziare la manovra. Se poi il caso ha voluto che ciò possa essere d’aiuto ad un istituto in difficoltà come Mps, ben venga».

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