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NELL’80° ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DEI FRATELLI ROSSELLI

Scritti Politici di Carlo Rosselli a cura di Z. Ciuffoletti e P. Bagnoli, Napoli,Guida editori, 1988, p.284, (da “Giustizia e Libertà” del 18 maggio 1934):

“SIAMO ANTIFASCISTI non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi. Il nostro antifascismo implica, perciò, una fede positiva, la contrapposizione di un mondo nuovo al mondo che ha generato il fascismo. Questa nostra fede, questo nostro mondo, si chiamano libertà, socialismo, repubblica; dignità e autonomia della persona e di tutti i gruppi umani spontaneamente formati; emancipazione del lavoro e del pensiero dalla servitù capitalistica; nuovo Umanesimo. Forma moderna della reazione capitalistica, anzi ormai forma tipica di governo verso cui tende in tutti i paesi la classe dominante non appena senta minacciati i suoi privilegi, il fascismo esprime ad un tempo la feroce volontà di difesa della grande borghesia e la irrimediabile decadenza della civiltà che porta il suo nome. Antifascismo è perciò sinonimo di anticapitalismo, di un anticapitalismo concreto e storico che si giustifica non tanto col richiamo ad un astratto schema teorico quanto con le sofferenze materiali e morali delle grandi masse lavoratrici, il cui destino è il nostro destino, e con la constatata incapacità di una classe dirigente che non riesce neppure a sfamare i suoi servi”.

Bassa Normandia, tardo pomeriggio del 9 giugno 1937, i fratelli Carlo e Nello Rosselli cadono per la mano assassina di militanti della formazione filofascista francese Cagoule. Dopo una visita in automobile ad Alençon, rientrando in albergo a Bagnoles-de-l’Orne, sono costretti a fermarsi in una strada isolata di campagna, vengono assaliti e brutalmente uccisi a colpi di pistola e pugnalate. Saranno ritrovati due giorni dopo: negli ambienti dei fuoriusciti italiani si ha subito chiaro che i mandanti sono in Italia, nelle alte sfere del Regime. L’attentato era stato preparato con cura, la stessa rapidità con cui le autorità avevano rilasciato il passaporto a Nello fa supporre che si sperasse in un suo ricongiungimento con il fratello che si trovava nella località termale per curare una flebite aggravatasi in Spagna durante la guerra civile nell’anno precedente. Il 19 giugno a Parigi si celebrano i funerali solenni dei fratelli Rosselli, sepolti al cimitero monumentale Père-Lachaise; la cerimonia è seguita con larga partecipazione non solo dagli esuli italiani, ma anche da tutti i partiti antifascisti e dalla folla parigina. Prima della partenza del corteo, come chiesto da Carlo nel testamento, davanti ai feretri, alla Maison des Syndicats, fu eseguita la Settima sinfonia di Beethoven. Le bare furono esposte circondate da bandiere e corone di fiori provenienti da tutto il mondo. Artisti e intellettuali presenti in Francia, inclusi André Breton, Pablo Picasso, Fernand Léger e l’editore Gaston Gallimard avevano dichiarato che l’assassinio dei fratelli Rosselli segnava la morte di tutte le libertà in Europa. Il 29 aprile 1951, in occasione del ritorno delle salme di Carlo e Nello Rosselli da Parigi a Firenze per essere tumulate nel cimitero di Trespiano, si svolse a Palazzo Vecchio una solenne cerimonia; Salvemini tenne il discorso commemorativo alla presenza del presidente della Repubblica Luigi Einaudi. In questo cimitero sono sepolti oggi anche lo stesso Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei e Spartaco Lavagnini. La tomba riporta il simbolo della “spada di fiamma”, emblema di GL, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: «Giustizia e Libertà, per questo morirono, per questo vivono».

Carlo, teorico e militante del socialismo liberale, era da tempo considerato uno dei nemici principali del Regime, Nello era destinato a divenire un valente storico del Risorgimento. I fratelli Rosselli facevamo parte di un’agiata famiglia di origini ebraiche, sia da parte del padre Joe, all’anagrafe Giuseppe Emanuele, di origine livornese, musicologo e compositore, sia della madre Amelia Pincherle, di origine veneziana, autrice di opere teatrali e letterarie di successo, zia paterna del futuro scrittore Alberto Moravia. Entrambe le famiglie avevano preso parte al movimento per l’indipendenza e l’Unità nazionale; un nonno materno aveva partecipato alla difesa della repubblica veneziana nel 1849 mentre a Pisa nel 1872 Mazzini era morto sotto il falso nome di Giorgio Brown proprio in casa dell’antenato Pellegrino Rosselli. Dopo la separazione dal marito, nel 1903, Amelia si trasferisce con i figli da Roma a Firenze assumendosi tutta la responsabilità della loro educazione, trasmettendogli la sua austera moralità insieme al saldissimo affetto che durerà per tutta la vita, col tragico epilogo della perdita di tutti e tre i figli. Nel 1926 Carlo sposerà l’inglese Marion Cave, attivista del partito laburista britannico, dalla quale avrà tre figli tra i quali la nota poetessa Amelia (che portava il nome di sua madre), morta suicida a Roma nel 1996. Nello sposerà Maria Todesco, ebrea padovana, dalla quale avrà quattro figli.

Carlo era nato nel 1899 e Nello nel 1900, entrambi a Roma. Avevano un fratello maggiore, Aldo, nato a Vienna nel 1895, che cadde sul fronte della Carnia nel 1916. Allo scoppio della guerra, in un clima familiare di acceso interventismo, aveva infatti deciso di partire volontario, senza sfruttare i benefici di legge offerti ai figli degli orfani (il padre Joe era morto nel settembre 1911). Anche Carlo nel 1918, nominato sottotenente viene inviato in zona di guerra con l’artiglieria alpina. Tornato alla vita civile riprende gli studi interrotti dalla cesura bellica. Ad inizio anni Venti conosce Einaudi, Modigliani, Treves, Turati, Gobetti ed il gruppo di giovani che a Torino pubblicano “La Rivoluzione Liberale”. Inizia la collaborazione con la rivista socialista di Turati “Critica sociale”, nel 1923 vi pubblica l’articolo Liberalismo socialista in cui presenta i primi fondamenti del suo pensiero politico. E’ già dei primi anni Venti l’idea di un socialismo che può salvarsi solo adottando il metodo liberale: Carlo ne propone quindi una revisione teorica ed una riorganizzazione. La matrice liberale d’ispirazione illuminista, appresa da Einaudi, quella socialista umanitaria, libertaria e riformista, appresa da Salvemini, oltre all’apprezzamento del movimento laburista conosciuto durante i suoi viaggi di studio a Londra, permeato dall’esperienza militante della moglie, costituiranno per Carlo quella “suprema sintesi democratica” a cui avrebbe in seguito informato tutta la sua formulazione politico-ideologica. Per i due fratelli risulta fondamentale l’incontro con Gaetano Salvemini al quale si lega soprattutto il più giovane, di un affetto quasi filiale. Per Carlo risulterà importante anche l’incontro con il filosofo di fede turatiana Alessandro Levi tramite il quale approfondisce il socialismo dopo il non meno fondamentale incontro fatto con le masse proletarie dentro le trincee. Cominciarono anche a far parte del ristretto Circolo di cultura fiorentina promosso da Salvemini, diventato ormai docente di riferimento del fratello Nello, da Calamandrei, da Piero Jahier ed Ernesto Rossi. Un circolo che si orienterà su posizioni antifasciste ma non dandosi espressamente precisi confini politici.

Trasferitosi nel 1923 nei locali di Borgo Santi Apostoli con il sostegno economico di Rosselli, che potrà attingere alle rendite delle azioni dello Stabilimento minerario del Siele sul Monte Amiata, provenienti dall’eredità del padre, il circolo verrà devastato il 31 dicembre del 1924 dai fascisti e chiuso nel gennaio 1925 dal Prefetto di Firenze “per motivi di ordine pubblico”. Nel gennaio 1921 aveva partecipato al XVII Congresso socialista di Livorno. In occasione del XIX Congresso del PSI del 1922 in cui la corrente dei riformisti, guidata da Turati, Treves e Matteotti è espulsa, Rosselli si schiera con i fuoriusciti che fondano il Partito socialista unitario (PSU), il cui organo di stampa è “La Giustizia”: Carlo si iscriverà al partito nel 1924 all’indomani del delitto Matteotti. Questo stesso evento traumatico spinge il gruppo che fa capo a Salvemini a riconoscere che l’unica via per contrastare il fascismo sia ormai al di fuori dei canali istituzionali e nel giugno 1924 si costituisce una sezione fiorentina dell’associazione combattentistica “Italia libera”, da considerarsi il primo movimento antifascista clandestino. A Firenze si fronteggiano gli squadristi più violenti e gli antifascisti di maggiore audacia. “Italia Libera” nel capoluogo toscano sarà costretta a smobilitare già l’anno successivo: aveva visto la partecipazione dell’intero gruppo salveminiano con personaggi del calibro di Calamandrei, Rossi e Nello Niccoli, futuro comandante del Corpo Volontari della Libertà della Toscana, molti riunitisi poi nel Partito d’Azione. Dopo essersi laureato in scienze politiche a Firenze si laurea anche in legge a Siena divenendo, nel biennio 1923–1925, assistente dell’Istituto di Economia politica della Bocconi diretto da Einaudi, venendo chiamato poi dal Prof. Attilio Cabiati, ordinario della prestigiosa Scuola Superiore di Commercio di Genova, ad insegnare Economia politica prima e Storia delle dottrine economiche poi. Nella primavera del 1926, nell’ambito della campagna contro gli insegnanti ostili al regime, inizia una persecuzione nei confronti di Rosselli, divenuto un punto di riferimento per gli antifascisti genovesi, al fine di ottenerne l’allontanamento dall’Ateneo genovese.

Il giornale “Il Littorio” pubblica una lettera aperta contro Rosselli che viene anche aggredito così che a luglio decide di lasciare l’insegnamento e la città per tornare a Milano. Con il fratello intanto nel 1925 aveva fondato il bollettino clandestino “Non Mollare” che prende il nome da uno slogan lanciato da Nello, sostenuto finanziariamente dai Rosselli e da Salvemini. Quest’ultimo, prima di partire per il suo esilio in Francia, passa una notte in casa Rosselli, presenza che, segnalata da un delatore, provoca la reazione fascista con la devastazione dell’abitazione di via Giusti. “Non Mollare” dà del filo da torcere a Mussolini pubblicando dei memoriali sul delitto Matteotti che suscitano scalpore in tutt’Italia. “Il Quarto Stato”, settimanale milanese fondato e diretto da Nenni e Carlo avrà una durata ancora più breve, solo dal marzo all’ottobre del 1926. Insieme a Ferruccio Parri e Riccardo Bauer comincia a mettere in piedi un’organizzazione per l’espatrio degli antifascisti. Dal novembre 1926 il gruppo socialista di Milano inizia a organizzare fattivamente l’espatrio clandestino degli oppositori al regime: Carlo, con Bauer e Parri, coordinano e preparano tra le altre anche la fuga di Saragat, Treves e Nenni, in novembre, e di Pertini e Turati in dicembre. Nel 1927 Carlo viene arrestato per l’espatrio di Turati e condannato a cinque anni di confino a Lipari per intervento diretto del duce.

Iniziano i tentativi di fuga dall’isola siciliana, con Nitti e Lussu, nell’estate del 1929 riesce a fuggire diretto in Francia a bordo di un motoscafo guidato da Italo Oxilia. L’impresa consente a Rosselli di raggiungere la Tunisia e quindi Marsiglia e Parigi, dove giunge il 1° agosto. Il 1930 è l’anno dell’uscita dell’edizione francese del fondamentale saggio teorico Socialisme Libéral[1]. Il testo elaborato durante il periodo di confino riprende le riflessioni presentate già nei precedenti lavori giornalistici e si propone di costruire su basi libertarie un socialismo d’impronta democratica alternativo a quello d’origine marxista soprattutto nella versione positivistica e deterministica che si era affermata con la Seconda Internazionale. E’ accolta infatti da aspre critiche sia da parte dei comunisti sia dei socialisti, in particolare da Giuseppe Saragat. Socialismo e democrazia sono nel pensiero di Carlo due concetti strettamente connessi e compatibili: il liberalismo congiunge a sua volta entrambe le nozioni permeandole di una coscienza morale basata sul valore della libertà riguardante istituzioni, gruppi ed individui. Il pensiero rosselliano si fonda su una concezione pluralistica dello Stato e della società; tale concezione, sul piano della teoria politica, conferisce alle istituzioni della democrazia un valore primario e, tuttavia, non statico: Carlo è convinto fin dal 1924 che il liberalismo debba interpretarsi in una dimensione dinamica, come “continuo divenire, in via di perpetuo rinnovamento e di perenne superamento delle posizioni già acquisite” (Liberalismo socialista, in «La rivoluzione liberale», 15 luglio 1924, p. 114).

La libertà può essere salvaguardata solo dal meccanismo democratico che ha il suo fondamento nelle istituzioni, non solo in quelle che nascono dalla rappresentanza, ma anche in quelle che nascono dall’autorganizzazione dei cittadini, come i partiti e i sindacati. Il saggio Socialisme Libéral pertanto rappresenta, da una parte, una critica storico-politica al socialismo italiano che, intricato in un marxismo dalle attese messianiche, non ha compreso il valore della democrazia invalidandosi nel determinismo economico e, dall’altra, una vera e propria riformulazione dell’ideologia socialista edificata sul trinomio liberalismo-democrazia-giustizia sociale. Il socialismo è l’espressione di un’idea concreta di libertà, delle sue manifestazioni; non persegue un’indistinta eguaglianza, ma è frutto delle successive modificazioni che le lotte del movimento operaio mettono in campo contro gli assetti del capitalismo. Per Carlo il socialismo non è un sistema come lo rappresenta Karl Marx ma un percorso continuo di conquiste civili, economiche e politiche, secondo la lezione di Eduard Bernstein, conquiste tali da segnare l’avanzamento del proletariato e tali da riscattarlo dalle tradizionali annose condizioni di sottomissione e di sfruttamento. Nel ripensare criticamente alla disfatta della democrazia liberale e alle inadeguatezze del socialismo italiano, e dimostrando quanto sia prolifico in lui l’insegnamento di Gobetti, Carlo scrive che il problema italiano è primariamente un problema di libertà: senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero, senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di affrancamento delle classi. La libertà comincia con l’educazione dell’uomo e si conclude con il trionfo di uno Stato in cui la libertà di ciascuno è condizione e limite alla libertà di tutti. Nella dissociazione tra marxismo e socialismo Carlo assegna a quest’ultimo un obiettivo ben diverso da quello tradizionale: infatti il socialismo, prima che profondo cambiamento materiale, è in primo luogo “rivoluzione morale”.

Nel novembre del 1929, a Parigi, dopo una gestazione iniziata nell’estate, si arriva alla fondazione del movimento rivoluzionario antifascista “Giustizia e Libertà”. E’ Salvemini a stendere la bozza di statuto; nel nuovo gruppo hanno posto storie e istanze politiche diverse escluso i comunisti; liberali come Tarchiani, repubblicani come Gioacchino Dolci che disegna il simbolo, Francesco Fausto e Vincenzo Nitti ed il sardista-repubblicano Lussu che suggerisce il motto “Insorgere! Risorgere!”[2]. La guida del movimento è affidata ad un triumvirato espressivo delle varie correnti su cui GL si fonda: Rosselli, Tarchiani e Lussu. In seguito alla proclamazione della repubblica in Spagna, nell’aprile del 1931 Carlo compie i primi viaggi a Barcellona e Madrid per cercare contatti. Sempre nello stesso periodo si conclude l’accordo fra “Giustizia e Libertà” e la “Concentrazione Antifascista”: il movimento di Rosselli aderendo all’organizzazione rinuncia all’autonomia operativa all’estero ed è riconosciuto come rappresentante della “Concentrazione” in Italia. Lo scioglimento della Concentrazione avverrà nel maggio 1934 per dissidi fra le varie correnti. All’inizio degli anni Trenta escono i Quaderni di Giustizia e Libertà di cui si pubblicheranno dodici numeri dal 1932 al 1935. In occasione del primo congresso di GL tenutosi a Parigi, sul numero del 20 settembre 1935 dei Quaderni viene pubblicato il “Manifesto agli Italiani” (scritto da Carlo ed Umberto Calosso). Diversi i temi su cui si concentrano i vari fascicoli, tra questi ampio spazio è dato ai motivi dell’opposizione alla guerra in Etiopia (Perché siamo contro la guerra d’Africa?-“Giustizia e Libertà”, 8 marzo 1935).

Nel marzo 1936 fallisce il tentativo di uccidere Rosselli da parte di un disertore della Marina italiana infiltratosi tra gli esuli, Giuseppe Zanatta. A luglio del 1936 inizia la guerra civile spagnola, prende vita la “Colonna italiana”, formazione di circa centocinquanta antifascisti italiani di ogni fede politica compresi comunisti e anarchici, impiegata sul fronte d’Aragona. Il comando militare della Colonna è affidato a Mario Angeloni, vista la sua significativa esperienza di volontario nella Grande Guerra (ufficiale di cavalleria, ottenne a Caporetto la medaglia d’argento al valor militare) e a Rosselli. Il 28 agosto nella battaglia di Monte Pelato i franchisti, in netta superiorità numerica, vengono respinti ma si registrano molti caduti fra gli italiani, fra i quali Angeloni, mentre Rosselli viene ferito. I risultati militari ottenuti hanno risonanza internazionale, la Spagna consacra Carlo come uno dei leader dell’antifascismo europeo, un motivo in più per metterlo tra i primi della lista dei più temuti da Mussolini. Carlo è convinto che questa esperienza avrebbe potuto condurre alla vittoria anche in Italia; la sua celebre frase “Oggi in Spagna, domani in Italia” diviene un vero e proprio motto dell’antifascismo. Partecipa alla guerra civile da combattente ma anche da giornalista e politico, scrivendo e trasmettendo da Radio Barcellona, destinando messaggi anche alle truppe italiane inviate dal duce a sostegno di Francisco Franco. La ferita ed il riacutizzarsi di una flebite di cui aveva sofferto da ragazzo lo bloccherà per tutto dicembre, lo costringerà a lasciare il comando ed a rientrare a Parigi nel gennaio 1937. A fine aprile muore Gramsci, Carlo gli dedica tutta la prima pagina di “Giustizia e Libertà”: anche a lui restano poche settimane di vita. Il 17 maggio 1937 si reca insieme alla moglie a Bagnoles-de-l’Orne in convalescenza, dove il 5 giugno li raggiunge il fratello Nello. Intanto gli agenti del servizio segreto militare e della polizia politica Ovra hanno cominciato a circondarlo di spie, di pedinatori, di infiltrati all’interno dello stesso movimento antifascista.

Nello esordisce sedicenne nel gennaio 1917 fondando a Firenze, insieme al fratello maggiore, il giornale per studenti “Noi giovani”, sul quale scrive con lo pseudonimo di Juvenis (Carlo utilizza invece quello di Civis).

Nel 1923 discute con Salvemini la tesi di laurea Mazzini e il movimento operaio dal 1861 al 1872, che il docente gli fa redigere per ben tre volte prima di accettarla; un primo passo di quella che avrebbe potuto essere una brillante carriera di studioso del Risorgimento. Storico di profondi sentimenti liberali, nel 1924 aderisce alla fondazione dell’Unione nazionale delle forze liberali e democratiche promossa da Giovanni Amendola. Nel novembre dello stesso anno è tra i firmatari del Manifesto dell’Unione che propugna l’opposizione al regime “in nome dell’esistenza dello Stato legale”. Sempre nel 1924 è da ricordare la sua partecipazione al Congresso Ebraico di Livorno: per Nello, ebreo non ortodosso e non osservante, l’ebraismo non si adempie nell’osservazione formale dei riti e delle tradizioni, è fondamento del suo impegno di vita e non sente contrapposizione tra l’essere ebreo e l’essere italiano. Dalla tribuna dell’assise, esprimendo una posizione laica e contraria al sionismo integralista, lancia un forte messaggio di mobilitazione. Continua intanto la sua attività di ricerca testimoniata dalla pubblicazione, tra il 1923 e il 1927, di numerosi articoli su riviste storiche italiane e del saggio Mazzini e Bakunin, rielaborazione della sua tesi di laurea. Si occupa anche dello studio delle relazioni diplomatiche fra Italia e Inghilterra durante il Risorgimento, ricerche che lo occupano per diversi anni. Il suo lavoro indaga il passato risorgimentale e le lotte operaie di fine Ottocento e inizio Novecento anche per trovarvi le ragioni della crisi del presente, dell’affermazione del fascismo. E’ soprattutto il lavoro storiografico su Mazzini che segna una rilevante novità nella storiografia italiana sulle origini del socialismo. In esso, infatti, egli affronta il problema delle radici più antiche del movimento operaio italiano, testimoniando la sua caratura di storico dalla solida impostazione critica. Prima dell’opera di Nello non erano naturalmente mancati studi su questa tematica, ma egli ha il merito di impostare con maggiore rigore scientifico e metodologico la questione. All’inizio di giugno del 1927 venne arrestato in quanto “individuo pericoloso all’ordine nazionale dello Stato” e condannato a 5 anni di confino a Ustica dove aveva chiesto di andare nella speranza di ritrovare il fratello, ma all’inizio del 1928 venne rilasciato forse perché le sue idee liberali non venivano considerate troppo pericolose dal regime. Era inoltre stato rimesso in libertà dietro la garanzia di Gioacchino Volpe che, a nome del “Comitato nazionale per la storia del Risorgimento”, assicurò che si sarebbe occupato solo di storia. Volpe era diventato ormai lo storico ufficiale del fascismo, principe di una sempre più marcata visione nazionalistica, pur non essendo estraneo ad un certo spirito liberale. Nello poté quindi lasciare Ustica e riprendere la sua attività di ricercatore in archivi e biblioteche a Palermo, a Roma e infine a Torino, ma fu messo sotto sorveglianza perché in realtà non abbandonò l’attività cospirativa e nell’estate del 1929, dopo la fuga da Lipari del fratello, venne nuovamente arrestato, mandato nel carcere di Frosinone e condannato a 5 anni di confino, di nuovo a Ustica e successivamente a Ponza. Nell’ottobre del 1929 gli viene però accordata la licenza di tornare a Firenze presso la moglie che deve partorire ed il mese successivo viene infine “liberato per atto di clemenza del duce”.

Gli anni a seguire saranno dedicati ad un’intensa ricerca storica con diversi viaggi all’estero e lunghi soggiorni in Inghilterra. Le borse di studio ed i programmi di ricerca assegnatigli di fatto non erano liberi, la “Scuola di storia moderna e contemporanea” diretta da Volpe puntava infatti a formare gli storici del regime, e i temi assegnati a Nello miravano essenzialmente ad inquadrare il nuovo ruolo europeo dell’Italia nazionalistica. Nel 1930 collabora con l’Enciclopedia Italiana redigendo la voce dedicata a Michail Bakunin. Dal confino trasse ispirazione per le pagine più belle del saggio Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano che fu poi pubblicato nel 1932. Nell’agosto del 1933 partecipa al Congresso internazionale di scienze storiche di Cracovia come rappresentante dell’Italia, nel 1934 soggiorna di nuovo in Inghilterra proseguendo le sue ricerche storiche. Rientrato nella sua villa di Apparita, a Bagno a Ripoli, nei pressi di Firenze, inizia a scrivere una biografia di Giuseppe Montanelli (1813-1862), fucecchiese, presidente del Consiglio del Granducato di Toscana nel 1848-49, sostenitore di un’idea di Costituente in grado di risolvere la questione italiana organizzando la libertà e l’indipendenza del Paese sul modello federalista.

Nello si rifiutò di considerarlo un personaggio minore del Risorgimento valorizzandone altresì la figura quale valente personalità del campo democratico, repubblicano e federalista, un intellettuale ed un combattente che cercò di conciliare il suo radicale liberalismo con la realtà del nascente socialismo; si comprendono bene le ragioni dell’interesse di Nello che in Montanelli vide espresse le forme concrete della libertà e della democrazia. Le pagine dedicate a Montanelli rappresentano il testamento non solo storiografico di Nello che, nello scrivere la sua biografia, si prefissa non solo di perseguire la propria opera di revisione del Risorgimento, ma anche di testimoniare politicamente per l’attualità il fondamentale nesso tra libertà, democrazia e giustizia sociale, inteso come il retaggio più autentico del Risorgimento nazionale[3].
Nell’aprile 1936 partecipa alla riunione della Commissione internazionale della storia dei movimenti sociali e del Comitato internazionale delle scienze storiche, che si tiene a Bucarest. Nello si dedica agli studi ma non per questo diserta la prima linea nella battaglia per recuperare la libertà perduta. Aveva ottenuto il passaporto nel maggio 1937 su intercessione di Gioacchino Volpe (probabilmente in buona fede) con una sollecitudine che ad alcuni amici, tra i quali Calamandrei, parve sospetta e motivata dal fine di arrivare attraverso Nello al rifugio di Carlo. Dopo la morte nel 1946 la casa editrice Einaudi pubblicò la raccolta Saggi su Risorgimento italiano e altri scritti mentre gli studi sulle relazioni diplomatiche italo-inglesi andarono a costituire il volume curato da Paolo Treves Inghilterra e Regno di Sardegna: dal 1815 al 1847, edito nel 1954 sempre da Einaudi. Accanto all’attività di studioso e antifascista bisogna ricordare anche quella di pittore di grande sensibilità; nel 1990 fu allestita una mostra dei suoi quadri nella Sala d’Armi di Palazzo Vecchio a Firenze.

I processi celebrati in Francia a partire dall’ottobre 1948 e poi in Italia, nonostante le prove emerse nelle fasi di istruttoria, e al di là di alcune condanne di appartenenti al gruppo dei sette killer, tra questi una donna trentenne, Alice Lamy, non hanno mai stabilito la piena verità. A ottant’anni di distanza, uno dei grandi delitti politici del fascismo, resta una storia di giustizia italiana mancata. Il 29 gennaio 1945 presso l’Alta Corte di Roma inizia il processo per l’assassinio dei fratelli Rosselli; la madre Amelia e le mogli Marion e Maria si costituiscono parte civile e nominano avvocati difensori Piero Calamandrei e Alberto Carocci, e procuratori Alberto Cianca ed Emilio Lussu. A conclusione del dibattimento già il 10 marzo viene pronunciata la sentenza di condanna a morte, in contumacia, per Filippo Anfuso, all’ergastolo per il generale Mario Roatta (evaso pochi giorni prima della sentenza dall’ospedale militare dove era ricoverato), per il colonnello Santo Emanuele, responsabile del controspionaggio e per il maggiore Roberto Navale, comandante del Sim di Torino (Servizio Informazioni Militari), a 24 anni di reclusione per i diplomatici Francesco Jacomoni e Fulvio Suvich. L’ufficiale Paolo Angioy al rientro dalla guerra apprende della condanna quale mandante dell’omicidio Rosselli, a seguito di revisione del processo viene però prosciolto con formula piena e riammesso nella carriera militare, dove termina col grado di generale di corpo d’armata. Dopo il delitto, per effetto dei depistaggi orditi dalla stampa di regime, delle trame del ministro Galeazzo Ciano e del suo capogabinetto Anfuso, dei comportamenti degli imputati e delle decisioni della magistratura, della particolare storia dell’O.S.A.R.N., (Organisation secrète d’action révolutionnaire nationale, meglio nota appunto come Cagoule, “gli incappucciati”, fondata nel giugno 1936 da un ingegnere navale francese, Eugène Deloncle e da Jean Filliol, militante che aveva diretto una squadra dei Camelots du Roi, organizzazione paramilitare dell’Action française), tutto concorse ad allontanare verità e giustizia. Il vasto materiale disponibile, fonti processuali, rapporti di polizia, nuove acquisizioni storiografiche, permetterebbero ancora oggi volendo una riconsiderazione complessiva degli eventi[4].
Sfruttando la Cagoule il Sim aveva di fatto varcato la frontiera di uno stato europeo libero e democratico per liquidare due tra i più “pericolosi” oppositori del regime fascista. Uno dei primi crimini “senza mandanti” della lunga serie della storia del Novecento italiano, un delitto inquinato da depistaggi di Stato e tentativi di accollarne le responsabilità agli esuli politici, alla massoneria, ai servizi segreti sovietici. Sulla dinamica precisa dei fatti gli atti del processo francese consegnano, fin dal novembre ’48, un quadro più che affidabile[5]. Sulle responsabilità politiche, le dichiarazioni e le opere di Garosci, Salvemini, Calamandrei, nonché la prima sentenza dell’Alta corte di Giustizia, offrono giudizi inequivoci, nonostante gli immediati depistaggi. Sui mandanti italiani, infine, persino l’ultima sentenza assolutoria della Corte d’Appello di Perugia del 14 ottobre 1949 non lascia dubbi, inchiodando Navale e Emanuele all’evidenza delle loro stesse dichiarazioni, pur ignorando le precise responsabilità di Anfuso e di Ciano. Su questo verdetto Calamandrei ebbe a parlare di “sentenza suicida”, perché conteneva “nella sua motivazione la spiegazione della sua stessa infondatezza”; scrisse inoltre: “Qui il giudice estensore ha voluto salvare l’anima: ha voluto far sapere ai cittadini che quegli assolti erano colpevoli e che, se si fosse potuto fare giustizia, avrebbero essere dovuti condannati”. Lo storico Mimmo Franzinelli, riprendendo gli eventi in Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista, Milano, Mondadori, 2002, ha scritto: “Filippo Anfuso fu assolto perché tra il 1946 e il 1949 quel Tribunale assolveva tutti. La ragione è semplice; molti magistrati della procura perugina erano debitori nei confronti di Piero Pisenti, ministro fascista della giustizia” (della Repubblica Sociale Italiana, n.d.r.). I rapporti tra gli esecutori del delitto, il Sim ed il controspionaggio militare italiano, il vertice del ministero degli Esteri, erano insomma emersi chiaramente. Furono invece tutti assolti con motivazioni che suscitarono diffuse riprovazioni[6].

Dopo la Liberazione, il sostegno dei cagoulards a De Gaulle e la loro amicizia con lo stesso François Mitterrand chiuderanno le porte a ogni tentativo di risalire alla trama di connivenze e responsabilità più ampie e diffuse[7]. Così, a pagare con i lavori forzati a vita resta solo uno dei sicari, Fernand Jakubiez, parigino, figlio di un immigrato polacco e la già rammentata Alice Lamy, condannata a cinque anni di lavori forzati. Anfuso sarà di lì a poco deputato del MSI; Emanuele farà il pensionato di lusso e Navale sarà assunto alla Fiat come capo del servizio interno di sicurezza. Un epilogo amaro; una sorta di copione per molti altri casi che verranno. Dopo il procedimento del 1945, i successivi gradi di giudizio in Italia hanno visto presente una sola parte: la difesa degli imputati. La magistratura assunse atteggiamenti contraddittori, fino appunto ad un’assoluzione generalizzata. Davvero stridente il divario tra gli atti della giustizia e le relative acquisizioni storiografiche.

L’assassinio dei Rosselli ha rappresentato una perdita incolmabile per la lotta antifascista e per la successiva storia repubblicana. Entrambi i fratelli avevano caratterizzato da subito il loro cammino di lotta per la giustizia e la libertà accompagnando sempre, all’elaborazione teorico-politica, l’azione concreta: organizzando fughe all’estero dei più noti antifascisti italiani; finanziando periodici e promuovendo atti di propaganda antifascista clamorosi come il volo di Bassanesi su Milano nel 1930; imbracciando il fucile in Spagna. Carlo e Nello sono stati due autentici combattenti caduti a 38 e 37 anni per la libertà del nostro Paese, una morte sciagurata nella terra culla di libertà e diritti civili. Ma è riduttivo considerarli solo come martiri, seppur questo costituisca un nobile ruolo: continuano a rappresentare l’ideale di un Italia civile, democratica e socialmente giusta che mai potrà soccombere.

Note
[1] Socialismo liberale è stato scritto da Carlo Rosselli fra il 1928 e il 1929 a Lipari, durante il periodo del confino. Dopo la fuga dall’isola, avvenuta il 27 luglio del 1929, il manoscritto fu nascosto dalla moglie in un pianoforte per eludere le perquisizioni fasciste. Successivamente Marion riuscì ad inviarlo clandestinamente in Francia, dove l’autore scrisse le ultime pagine. La prima edizione, che Carlo rivide con l’aiuto di Nello, è tradotta in francese da Stefan Priacel e pubblicata nel 1930 presso Librarie Valois. L’edizione italiana, introvabile se non in qualche biblioteca, tradotta dal francese da Leone Bordone e rivista da Aldo Garosci, è pubblicata in pochi esemplari nel 1945 per i tipi di Edizioni U, piccola ma significativa casa editrice che diffondeva testi soprattutto di stampo azionista che operò intensamente fino al 1948 con l’appoggio, per la distribuzione dei volumi, della casa fiorentina Vallecchi. Per questa edizione italiana, visto che il manoscritto, per una serie di motivi dovuti all’invasione di Parigi da parte delle truppe naziste, divenne irreperibile, si effettuò la traduzione in lingua italiana dall’edizione francese. Si trattò quindi di una “traduzione della traduzione” che presentò problemi redazionali di non poco conto. In questa edizione, il saggio è preceduto da una Lettera alla moglie di Carlo a Marion Cave. Nel 1973 dopo quasi trent’anni di oblio il testo è ripubblicato da Einaudi con una prefazione di John Rosselli, figlio di Carlo ed una prefazione di Aldo Garosci. Questa è la prima edizione italiana del saggio di Lipari, basata cioè sul manoscritto originale di Rosselli, quindi diversa dall’edizione francese del 1930 ed italiana del 1945 che presentava come accennato sopra una diversa composizione; il saggio è stato ristampato nel 1979 e più recentemente, sempre da Einaudi, nel 1997, con prefazione e saggi di Norberto Bobbio.
[2] Nel primo appello di GL si legge infatti: “Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere e creiamo un’unità d’azione. Movimento rivoluzionario, non partito, «Giustizia e libertà» è il nome e il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile”.
[3] Indro Montanelli, anch’esso di Fucecchio (Firenze), in un suo libro scrisse di Giuseppe Montanelli come di un suo “prozio” forzando, come lui stesso poi ammise, una lontana parentela comune; tuttavia ricerche genealogiche svolte nel 2013 hanno smentito questa ipotesi di parentela.
[4] Si veda per esempio il volume di Mimmo Franzinelli, Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico, Milano, Mondadori, 2007. L’autore vuole offrire al lettore una nuova complessiva valutazione della vicenda: oltre che relativamente ai fatti del 1937 la sua attenzione è rivolta a quanto è accaduto dopo il delitto sulla base di una straordinaria quantità di materiale d’archivio italiano e francese. Franzinelli chiarisce con precisione le dinamiche del delitto e giunge a conclusioni innovative sui rapporti intercorsi tra il gruppo di fuoco parigino della Cagoule e i mandanti italiani del delitto.
[5] I fatti sono ripresi anche dal romanzo di Sergio Anelli, 9 giugno ’37. Uccidere Rosselli, Torino, Aragno, 2006, ed inoltre dall’interessante film-documentario presentato nel 2007 in occasione del 70° anniversario della morte, Il caso Rosselli – un delitto di regime. Attraverso il ritratto della loro esemplare vicenda umana e politica, il docu-film racconta l’Italia degli anni ’20 e ‘30, lacerata tra fascismo e antifascismo, sulla scia di un’inesorabile soppressione di tutte le libertà. Utilizzando da una parte l’epistolario di famiglia, i documenti dell’Ovra, dello spionaggio e dei processi del dopo-guerra italiano, il documentario guarda allo stato di polizia di un’Europa che stava scendendo ineluttabilmente nel suo periodo più buio. Documentario che si avvale della consulenza storica di Giovanni Sabbatucci e della partecipazione del figlio di Nello, Alberto, che quando il padre e lo zio furono uccisi aveva solo 40 giorni. I documenti storici sono stati forniti dall’Archivio Storico dell’Istituto Luce, dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dalla Fondazione Rosselli di Torino, dall’Istituto di Storia della Resistenza, dall’Archivio Centrale di Stato di Perugia e di Roma.
[6] Tra le varie illogicità presenti nella motivazione della sentenza si trova scritto: “dal complesso delle prove raccolte è emerso in modo indubbio che elementi italiani diedero a Emanuele e Navale l’incarico di provvedere all’uccisione di Carlo Rosselli, per toglierlo di mezzo come antifascista pericoloso, e che costoro presero accordi coi cagoulards…”. La logica conclusione sarebbe la dichiarazione di responsabilità dell’Emanuele e del Navale per l’uccisione di Carlo Rosselli, ma la Corte se la cava con un dubbio: visto che tra i fascisti francesi della Cagoule si registravano non poche attività criminose, indipendenti dai rapporti con lo spionaggio italiano, non si poteva del tutto escludere che il delitto fosse avvenuto per scelta autonoma degli squadristi francesi, magari all’insaputa di Emanuele e di Navale. In conseguenza di questo dubbio, affidato a supposizioni incerte, la corte li assolveva per insufficienza di prove. Filippo Anfuso, espressamente accusato come mandante dal suo coimputato Emanuele fu assolto per le stesse ragioni (come riportato negli Atti di Istruttoria sul delitto Rosselli – verbale di interrogatorio dell’imputato Emanuele del 16 settembre 1944).
[7] Il generale De Gaulle una volta asceso al potere negli anni Cinquanta pose il veto sul fascicolo riguardante La Cagoule; i presidenti gollisti che gli sono succeduti hanno mantenuto quel veto e nessuno storico ha mai potuto consultare la preziosa documentazione riguardante l’assassinio dei Fratelli Rosselli. Anche negli anni Ottanta e Novanta quando il socialista Mitterrand è stato presidente della Repubblica per quattordici anni il veto non è stato eliminato. La documentazione sui cagoulards presente negli Archivi nazionali francesi e che gli appositi cataloghi testimoniano non è a tutt’oggi consultabile.

Bibliografia:

Opere di Carlo Rosselli:
• Socialisme libéral, Parigi, Librairie Valois, 1930;
• Socialismo liberale, prefazione di Aldo Garosci, Roma-Firenze-Milano, Edizioni U, 1945;
• Socialismo liberale, a cura di John Rosselli, prefazione di Aldo Garosci, Torino, Einaudi, 1973;
• Socialismo liberale e altri scritti, a cura di John Rosselli, Torino, Einaudi, 1973;
• Socialismo liberale, a cura di John Rosselli, introduzione di Norberto Bobbio, Torino, Einaudi, 1979;
• Socialismo Liberale, a cura di John Rosselli, introduzione e saggi critici di Norberto Bobbio, Torino, Einaudi, 1997;
• Oggi in Spagna, domani in Italia, prefazione di Gaetano Salvemini, Parigi, Edizioni di “Giustizia e Libertà”, 1938;
• Oggi in Spagna, domani in Italia, prefazione di Gaetano Salvemini, introduzione di Aldo Garosci, Torino, Einaudi, 1967;
• Scritti politici e autobiografici, prefazione di Gaetano Salvemini, Napoli, Polis editrice, 1944;
• Scritti politici e autobiografici, prefazione di Gaetano Salvemini, a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Vincenzo Caciulli, Manduria, Lacaita, 1992;
• Opere scelte di Carlo Rosselli, Torino, Einaudi, 1979, contiene Socialismo liberale e altri scritti, a cura di John Rosselli;
• Scritti politici, a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Bagnoli, Napoli, Guida, 1988;
• Scritti dell’esilio. I. “Giustizia e Libertà” e la Concentrazione antifascista (1929-1934) , a cura di Costanzo Casucci, Torino, Einaudi, 1988;
• Scritti dell’esilio. II. Dallo scioglimento della “Concentrazione antifascista” alla guerra di Spagna (1934-1937) , a cura di Costanzo Casucci, Torino, Einaudi, 1992.

Opere di Nello Rosselli:
• Mazzini e Bakounine: 12 anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), Torino, F.lli Bocca, 1927;
• Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), prefazione di Leo Valiani, Torino, Einaudi, 1967;
• Mazzini e Bakunin. Dodici anni di movimento operaio in Italia (1860-1872), prefazione di Leo Valiani, Torino, Einaudi, 1982;
• Michail Bakounine, a cura di Nello Rosselli, V volume dell’Enciclopedia Italiana diretta da Gioacchino Volpe, 1930;
• Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Torino, F.lli Bocca, 1932;
• Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, Genova, E. degli Orfini, 1936;
• Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, con un saggio di Walter Maturi, Torino, Einaudi, 1977;
• Saggi sul Risorgimento e altri scritti, prefazione di Gaetano Salvemini, Torino, Einaudi, 1946;
• Saggi sul Risorgimento, prefazione di Gaetano Salvemini, introduzione di Alessandro Galante Garrone, Torino, Einaudi, 1980;
• Inghilterra e il regno di Sardegna. Dal 1815 al 1847, a cura di Paolo Treves, introduzione di Walter Maturi, Torino, Einaudi, 1954.

Opere sui Fratelli Rosselli:

Biografie:
• Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, 2 voll., Firenze, Vallecchi,1973;
• Nicola Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a “Giustizia e Libertà”, Bari, Laterza, 1968;
• Giuseppe Fiori, Casa Rosselli, Torino, Einaudi,1999;
• Alessandro Levi, Ricordi dei fratelli Rosselli, Firenze, La Nuova Italia, 1947;
• Aldo Rosselli, La famiglia Rosselli. Una tragedia italiana, presentazione di Sandro Pertini, prefazione di Alberto Moravia, Milano, Bompiani,1983.
• Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, 2 voll., Firenze, Vallecchi,1973;
• Nicola Tranfaglia, Carlo Rosselli dall’interventismo a “Giustizia e Libertà”, Bari, Laterza, 1968;
• Giuseppe Fiori, Casa Rosselli, Torino, Einaudi,1999;
• Alessandro Levi, Ricordi dei fratelli Rosselli, Firenze, La Nuova Italia, 1947;
• Aldo Rosselli, La famiglia Rosselli. Una tragedia italiana, presentazione di Sandro Pertini, prefazione di Alberto Moravia, Milano, Bompiani,1983.

Epistolari:
• Zeffiro Ciuffoletti (a cura di), I Rosselli. Epistolario familiare, Milano, Mondadori, 1997; (L’epistolario familiare raccoglie l’importantissima corrispondenza tra Carlo, Nello e la madre. Oltre alla nuova edizione del 1997 è disponibile una vecchia edizione di vent’anni prima dell’editore milanese SugarCo, 1977, con un’introduzione di Leo Valiani);
• Costanzo Casucci (a cura di), Dall’esilio: lettere alla moglie, 1929-1937, prefazione di John Rosselli, Firenze, Passigli, 1997.

Saggi:
• Franco Bandini, Il cono d’ombra. Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli, Milano, SugarCo, 1990;
• Liberalismo socialista e socialismo liberale, a cura di Nicola Terracciano, Vibo Valentia, Qualecultura, 1996;
• Simone Visciola, Giuseppe Limone (a cura di), I Rosselli. Eresia creativa, eredità originale, Napoli, Guida, 2005;
• Mimmo Franzinelli, Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico, Milano, Mondadori, 2007;
• Valdo Spini (a cura di): Carlo e Nello Rosselli testimoni di “Giustizia e Libertà”, Firenze, Clichy, 2016;
• Giovanna Angelini, L’altro socialismo, Milano, Franco Angeli, 1999;
• Zeffiro Ciuffoletti, Paolo Bagnoli (a cura di), Il pensiero politico di Carlo Rosselli, Napoli, Guida, 1988;
• Paolo Bagnoli, L’ antifascismo rivoluzionario dei “Quaderni di Giustizia e Libertà”, Firenze, Leo S. Olschki, 1976;
• Paolo Bagnoli, Carlo Rosselli: tra pensiero politico e azione, Firenze, Passigli, 1985;
• Paolo Bagnoli, Rosselli, Gobetti e la rivoluzione democratica. Uomini e idee tra liberalismo e socialismo, Firenze, La Nuova Italia,1996;
• Giovanni Spadolini, Carlo e Nello Rosselli. Le radici mazziniane del loro pensiero, Firenze, Passigli, 1990;
• Salvo Mastellone, Carlo Rosselli e “la rivoluzione liberale del socialismo”. Con scritti e documenti inediti, Firenze, Leo S. Olschki,1999.

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