Luigi Einaudi socialismo convergenza capitalismo

EINAUDI, ECONOMISTA LIBERALE NON LIBERISTA

di Renato Gatti

L’eguaglianza dei punti di partenza

Einaudi parte dal principio democratico per cui ogni soggetto deve avere le stesse opportunità nella gara della vita, nessuno deve partire con l’handicap e nessuno deve partire avvantaggiato. “Partendo dalla premessa che solo una minoranza degli eletti può giungere sino ai posti di comando, (è altrettanto vero che) sarebbe ben diverso se la selezione degli eletti potesse farsi tra l’universale degli uomini”.

Ma il principio dell’eguaglianza dei punti di partenza presupporrebbe che ogni nuovo nato parta in condizioni uguali, tutti nudi e senza differenza di mezzi al momento della nascita per lasciare che la competizione selezioni, darwinianamente, il più adatto a ricoprire i ruoli in cui eccelle.

Einaudi respinge questo egualitarismo perché questa soluzione annullerebbe il lavoro fatto dalla famiglia a favore dei propri discendenti e scoraggerebbe l’iniziativa dei singoli perché tutto quanto da essi creato sarebbe poi disappropriato e vanificato.

Per Einaudi possono permanere differenti stati di partenza purché a tutti, e soprattutto ai meno fortunati sia garantito un minimo di mezzi e conoscenze, un plafond minimo di opportunità. Sarà quindi compito dello Stato il procurare quello standard minimo indispensabile a permettere a tutti i cittadini di poter gareggiare se non ad armi pari, con accettabili differenze di partenza. “L’esigenza postulata non vieterebbe dunque ai genitori, posti più in alto nella scala sociale, di dare ai propri figli una educazione ed una preparazione migliore di quella minima garantita dall’ente pubblico”.

Einaudi avverte la contraddizione in cui si è infilato ed individua i due poli della contraddizione:

a) da una parte si dovrebbe mettere tutti i nuovi nati in posizione di perfetta parità affinché la gara che essi devono intraprendere li veda combattere ad armi pari;

b) dall’altra non si dovrebbe uccidere lo stimolo che ha il singolo ad operare e contribuire al miglioramento delle condizioni di vita sua e dei suoi discendenti, ma anche all’innovazione e arricchimento dei modi di produzione dei beni necessari per la vita.

Einaudi riconosce espressamente che uno Stato socialista sarebbe ben in grado di soddisfare la prima condizione, ma nega che lo stesso riesca a soddisfare la seconda a meno di programmare la vita di ognuno affidando a ciascuno o a gruppi di cittadini i compiti che una entità di governo ha programmato essere necessari al raggiungimento degli obiettivi posti dalla seconda condizione. Il rifiuto di Einaudi non è scientificamente dimostrato, ma risulta essere invece una scelta personale quasi pregiudiziale, che non considera dedicandosi, al contrario, a trovare una soluzione nell’ambito di una società non-socialista.

Osserviamo che l’approccio che le democrazie capitaliste hanno a questo problema è esattamente quello indicato da Einaudi almeno sull’approccio di base anche se ben diverso, come vedremo, nella sua applicazione pratica.

Il capitale non è ozioso

“Il capitale è una creazione continua e faticosa dell’uomo.(…) Il capitale esistente è men che nulla se non è conservato e rinnovato ed accresciuto.(…) Le quali verità sono così evidenti, che non varrebbe la pena neppure di enunciarle, se spesso non ci si dimenticasse della illazione la quale logicamente segue alla esigenza di conservazione e dell’incremento del capitale. Importa che qualcuno provveda al compito ora affermato necessario; e due sole sono le maniere sin qui inventate. O vi provvede la collettività o vi provvedono i singoli uomini”. Ritorna ancora l’Einaudi alla scelta tra socialismo e capitalismo, e ancora una volta opta per il secondo e si appresta a delineare le regole che possano rendere soddisfatta l’esigenza che qualcuno conservi ed incrementi il capitale.

L’Einaudi, che decisamente opta perché il compito di conservazione, accrescimento e innovazione del capitale sia affidato ai singoli uomini, intende questo affidamento come una missione che il singolo soggetto deve avere, una specie di mandato che la collettività affida ai singoli i quali allora non possono agire in piena discrezionalità ma, in quanto mandatari devono comportarsi avendo come scopo da perseguire quello che i mandanti hanno loro affidato. E’ su questo punto che l’Einaudi si smarca dai liberisti per affermarsi liberale. Non è affermata la completa libertà del soggetto singolo, bensì ne è affermata la funzione affidatagli, una specie di missione sociale che giustifica la scelta di aver privilegiato di individuare il singolo cittadino, anzichè la collettività, a conservare, incrementare innovare il capitale.

Tuttavia, per Einaudi, occorre che a fianco dell’imperativo soggettivo che dovrebbe guidare il comportamento del singolo, ci siano regole che garantiscono che in effetti detto imperativo sia soddisfatto.

L’imposta ereditaria

Il detto popolare per il quale il padre produce, il figlio mantiene ed il nipote dilapida, ispira a Einaudi una imposta ereditaria congegnata in modo tale sia contenuta in dimensioni marginali nel primo passaggio da padre a figlio, ma che, nel successivo passaggio l’imposta salirebbe ad un terzo dell’asse ereditario originario così come nei passaggi successivi. “Se il figlio vorrà trasmettere al figlio suo (nipote del padre) intatta la fortuna ricevuta dal padre, (…) dovrà” produrre ex novo una quota pari ad un terzo della eredità ricevuta per rimpiazzare il terzo assorbito dall’imposta ereditaria, e così pure dovrà fare il nipote.

“Quelle sole famiglie durerebbero, che serbassero virtù di lavoro e ricostruzione, non di mera conservazione. Una fortuna che non fosse diuturnamente ricostituita con nuovo risparmio, sarebbe ridotta dall’imposta inesorabilmente e gradualmente a zero col trascorrere di tre generazioni dopo quella del suo creatore. Ma si annullerebbe di fatto prima, se è vero essere, come afferma la sapienza popolare, assai più difficile conservare una fortuna dal crearla. La imposta ereditaria avrebbe soprattutto lo scopo e l’effetto di accelerare il processo per sè naturale e di volgere a profitto della cosa pubblica la tendenza alla dilapidazione propria delle nuove generazioni non astrette al lavoro dalla necessità di procacciarsi da vivere”.

La gestione delle imprese quindi si basa sull’attitudine del figlio e dei suoi figli, a conservae, accrescere e innovare il capitale. “Se essi saranno capaci a ricostituire, col risparmio, il patrimonio ogni volta ereditato, essi conserveranno il governo dell’impresa; e lo conserveranno meritatamente perchè il loro risparmio deriverà da nuovo impulso dato all’impresa medesima. Altrimenti, saranno estromessi dal governo dell’impresa a mano a mano siano costretti a vendere le azioni ereditate per poter pagare l’imposta”.

Conclusione

I due criteri che Einaudi si pone come condizione al raggiungimento dell’eguaglianza dei punti di partenza senza che tale obiettivo tarpi le ali alla creatività e allo stimolo creativo del lavoro individuale, gli offrono come sbocco un sistema di imposta ereditaria che, ad ogni passaggio ereditario successivo al primo nel quale la fortuna è stata creata, trasferisca alla cosa pubblica un terzo della fortuna originaria. A lungo andare la cosa pubblica si accresce offrendo alla politica di ampliare quel minimo standard di opportunità da offrire ai figli dei meno fortunati per renderli sempre meno svantaggiati nella gara per la vita.

L’azione dello Stato, l’imposta ereditaria, che Einaudi definisce “falcidiatrice”,ci porta a due conclusioni:

a) lentamente ma gradualmente e inesorabilmente le fortune create passano alla cosa pubblica, accrescendo sempre più quella quota di ricchezza la cui conservazione, accrescimento e innovazione è delegata alla collettività e non al singolo individuo. Come dire che lo sbocco finale potrebbe essere anche quel socialismo rifiutato nella prima scelta;

b) osservando la realtà del secondo dopoguerra, ed in particolare degli ultimi decenni, non possiamo non rilevare che i punti di partenza non si stanno affatto avvicinando ma, testimone l’indice Gini, le differenze si stanno sistematicamente divaricando. Non è chi non veda che il sistema capitalistico, specialmente nella sua fase finanziaria, sia strutturato in modo da aggravare le differenze di opportunità tra i nuovi nati, contravvenendo platealmente al principio liberale di estendere la gara per il successo all’universalità dei cittadini per lasciare al merito il compito di determinare gli eletti. I governi ma direi di più, la cultura che stiamo respirando è aliena dal porsi ed affrontare questo tema: quello dello scopo della vita sociale. Da tempo sostengo che la cultura si è trasformata in noi grazie al periodo berlusconiano che ha inciso potentemente nel senso comune; non per nulla Berlusconi voleva eliminare l’imposta ereditaria, ed il motto per cui passerà alla storia è “meno tasse per tutti”, slogan che ritroviamo, coscienti o meno, in tutti i programmi dei partiti politici di oggi. Questa mutazione culturale segnala il passaggio da mentalità liberali a mentalità liberiste mentre l’orizzonte del socialismo rimane sempre come un residuo di idee medioevali.

Cercare di modificare razionalmente il senso comune è il compito che, a mio parere, ci rimane utilizzando talora anche pensatori squisitamente liberali come Luigi Einaudi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...