Gentiloni, Padoan, LE STRATEGIE DEL PD

LE STRATEGIE DEL PD

di Renato Gatti

Due interessanti articoli sono apparsi oggi, 7 luglio, uno sul Sole 24 Ore, l’altro su La Repubblica. Entrambi gli articoli disegnano la strategia economica del prossimo quinquennio da intendersi anche come punti fondamentali della campagna elettorale per le prossime elezioni. L’articolo de Il Sole parla del libro “Avanti” di Matteo Renzi, segretario del PD, l’articolo de La Repubblica parla delle decisioni di palazzo Chigi, ovvero della coppia Gentiloni-Padoan.

In comune c’è il condivisibile obiettivo di opporsi alla trasformazione in Trattato del famoso “fiscal compact”. Come noto il fiscal compact, padre dell’austerità, oltre a ribadire i parametri di Maastricht impone ai paesi membri con un debito superiore al 60% del PIL (oggi come oggi, quasi tutti) di ridurre detto ratio di un 5% l’anno. Ora il ratio debito/PIL si riduce sia diminuendo il numeratore, sia aumentando il denominatore; chiaramente gli effetti sono diametralmente opposti: se si agisce sul debito si mette in moto un processo deflazionista che tende se non a diminuire a tenere fermo il PIL, se invece si agisce sul PIL si mette in moto un processo virtuoso di ripresa del paese. Praticamente il primo è un modello Hooveriano, il secondo un modello Keynesiano.
Ambedue le strategie scelgono di agire sul denominatore ovvero sull’aumento del PIL. Ma dove le due strategie differiscono è sul come operare per aumentare il PIL.

La strategia Gentiloni-Padoan si prefigge di ottenere, in sede europea, un grosso obiettivo, ovvero l’applicazione della Golden rule di Delors, ovvero il non considerare nel calcolo del deficit le somme spese per investimenti pubblici virtuosi che fanno aumentare il PIL. Questa Golden rule è di una razionalità che non fa una grinza. Quando si investe in una iniziativa con moltiplicatore >1, la somma spesa produrrà un aumento di PIL tale da annullare, con l’aumento del denominatore, l’aumento del numeratore; si otterrà in tal modo una riduzione del ratio debito/PIL. E’ molto difficile ottenere dai paesi nordici l’assenso a questa proposta ciò non toglie che sia lodevole, se non necessario portare avanti questa posizione che appare l’unica in grado di farci uscire dalla terribile stagnazione in cui il Paese si trova. Non dimentichiamo poi che la situazione del nostro Paese richiede di recuperare punti di produttività rispetto agli altri paesi nostri concorrenti, investimenti in infrastrutture coerenti con la rivoluzione 4.0 sono assolutamente necessari per ritrovare la persa competitività e quindi per dare slancio all’occupazione. Ritengo quindi che la strategia Gentiloni-Padoan abbia quella logica, quella coerenza che può essere di aiuto al nostro Paese.
Va tuttavia notato che il non conteggio nel deficit delle spese per investimenti virtuosi, qualora fosse accettato a livello europeo, non sarebbe applicabile in Italia stante l’esistenza dell’articolo 81 della Costituzione che obbliga al pareggio (equilibrio) di bilancio. Sarà necessaria una revisione costituzionale che vada a correggere la versione dell’art. 81 del 2012.

Completamente diversa appare invece la strategia del segretario del Pd, Matteo Renzi, che nel libro citato scrive quanto segue:
“Accordo di legislatura con l’Europa: 5 anni di deficit al 2,9% permettarà al nostro Paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di € per i prossimi 5 anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare la strategia di crescita. La mia proposta è semplice: questo spazio fiscale va utilizzato tutto e soltanto per la riduzione delle tasse”.
Il segretario Pd pare ignorare che moltissimi economisti ritengono necessari investimenti pubblici virtuosi per poter far crescere il Pil, perseguendo invece la strada del “meno tasse per tutti” o meglio “più bonus per tutti”. Come possa ritenersi che la riduzione della pressione fiscale possa essere di per sè causa tale da avere come effetto l’aumento del Pil è tipico di una cultura liberista che fa a pugni con la razionalità scientifica del socialismo, razionalità che, per la verità, il segretario Renzi non si è mai proposto di voler prendere in considerazione.

Resta da concludere che esiste una profonda frattura tra le due strategie: la prima con una sua coerenza economica, la seconda che par più argomento da campagna elettorale.
A meno che, furbescamente, si vogliano perseguire tutte e due le strategie, che in effetti non sono incompatibili.

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