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SULLE BANCHE

di Renato Gatti

E’ da anni che ci accartocciamo sul problema banche. Il povero Padoan continua a vedere uscite da tunnel, ma temo che ancora una volta sia ottimista. Le difficoltà di Padoan sono evidenti nel fatto che dopo 10 giorni dall’insediamento il governo Gentiloni ha stanziato i famosi 20 miliardi per le banche. Ora è pacifico che questo decreto è stato ispirato da Padoan, ed è pure plausibile che l’esigenza non gli sia nata in pochi giorni. Ne deduco che per anni il governo Renzi si è rifiutato di fare un decreto che il ministyro del Tesoro richiedeva probabilmente per paura di perdere voti. Gentiloni cui non interessano i voti in pochi giorni l’ha emesso. E ciò la dice lunga su tante cose.

Ma a parte ciò vengo alla prima considerazione elementare. E’meglio il decreto o bisognava far fallire le banche?

La risposta è netta: non si possono far fallire le banche, ma i modi per salvarle sono più di uno. Quindi chi pone l’alternativa “Se non ti sta bene il decreto allora facevi fallire le banche” pecca di prepotenza e illogicità e tenta di far passare senza discutere un decreto che lascia molto perplessi.

Le domande corrette da porre sono invece a mio parere due: quale modo migliore c’era per salvare le banche e che fare per prevenire che si debbano salvare altre banche in futuro. C’è una domanda laterale sulla punibilità e azione di responsabilità contro gli amministratori delle banche da salvare che ha per me una risposta chiara: certo che vanno perseguiti e debbono risarcire il danno ma questa giusta posizione punitiva deve valere anche come dissuasione dal “moral hazard” obiettivo principale del bail-in.

C’era un modo migliore per salvare le banche?

Non voglio entrare nei tecnicismi, anche se condivido la posizione di Zanetti, vorrei solo esprimere una linea poitica: gli aiuti dati alle imprese non devono essere mai a fondo perduto; quegli aiuti diventino partecipazioni che, se il salvataggio è ben fatto, prima o poi produrranno frutti per lo Stato auspicabilmente fino a ripianare i fondi anticipati.

L’idea (che rubo a Landini, ma che già espressi in un mio documento anni fa) è quella di istituire un Ente Partecipazioni Statali con un fondo di dotazione da utilizzare non solo per fare salvataggi ma anche per dare incentivi produttivi di tipo fiscale o contributivo. Tutti questi trasferimenti dallo Stato alle imprese, bancarie e non, si trasformano in partecipazioni statali in attività da salvare, aiutare, incentivare, lanciare (un obiettivo più largo di quello della CDDPP). Tale partecipazioni possono essere mantenute o possono essere rivendute anche con profitto al fine di rendere liberi nuovi fondi quando le aziende sovvenzionate non necessitano più di sostegno. Naturalmente la partecipazione da diritto ad un posto in CdA.

Una logica questa che dovrebbe essere studiata per ogni incremento di produttività legato ad innovazione tecnologica (tipo gli incentivi agli investimenti 4.0) in modo da generare fondi aziendali finalizzati al trasferimento alla collettività (partecipazioni statali) dei benefici dell’innovazione per creare opportunità al mondo del lavoro. Un meccanismo che non boicotta luddisticamente le innovazioni ma distribuisce i benefici su tutte le forze produttive interessate alla produzione.

Che fare per prevenire che si debbano salvare altre banche in futuro.

E’ mia convinzione che le banche vadano anzitutto divise tra banche d’affari e banche tradizionali, regola nata dopo la crisi del 29 e cancellata, se non erro, da Clinton negli USA. In Italia il titolo VI della legge bancaria del 1936 impose la separazione fra “banche di credito ordinario” che raccoglievano presso la clientela e prestavano solo a breve termine (credito per liquidità), e gli “istituti di credito a medio e lungo termine”, specializzati nel credito per investimenti. Questi ultimi erano controllati dalle banche di credito ordinario. Fra di essi Mediobanca, nel periodo che va dagli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta, sotto la guida di Enrico Cuccia ebbe un ruolo di “arbitro” dell’economia italiana per alcuni decenni.

Ovviamente il salvataggio deve essere previsto solo per le banche commerciali o di credito ordinario, non certo per quelle che agiscono come roulettes fondandosi sulla speculazione.

La domanda è se le banche commerciali debbano essere pubbliche o possano essere anche private. La mia propensione è per la banca pubblica perché il sistema delle banche private si è dimostrato, e non da oggi, un sistema troppo oneroso per la collettività, troppo disinvolto nell’erogazione del credito, troppo soggetto ai rischi del moral hazard.

Non che la banca “pubblica” sia una garanzia in sé, anzi comporta grossi problemi di strumentalità politica e di rischi corruttivi, per cui penserei ad una forma di responsbilità collettiva e solidale, in cui tuttavia le attività ispettive di Bankitalia (perché anche Consob? Per permettere lo scaricabarile?) assuma un ruolo di maggior efficienza.

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