Resistenza e Costituzione Convergenza Socialista CS socialismo

REVISIONISMI STORIOGRAFICI E DIBATTITO POLITICO

di Marco Moriconi

Storia,storiografia e revisione storiografica

Per affrontare, seppur in sintesi, il tema del revisionismo, occorrono almeno alcune minime premesse tese innanzitutto a riposizionare termini e relativi significati, viste le frequenti semplificazioni giornalistiche.
L’idea della “storia”, fin dall’etimologia del termine (historìa), ha rimandato sia al corso degli eventi che all’indagine e rendiconto su di essi. Tutti noi infatti continuiamo ad usare la parola “storia” in due sensi, indicando con essa sia i fatti accaduti (le res gestae dei latini), sia la narrazione del susseguirsi di tali avvenimenti (la historia rerum gestarum). Quest’ultimo aspetto è più propriamente detto “storiografia”, termine utilizzato in Italia fin dal ‘600. Un primo problema è quindi già costituito dalla relazione tra il fatto storico in sé e l’attività di scrittura sullo stesso, a cui si aggiunge appunto una certa confusione legata all’uso indistinto dello stesso vocabolo per entrambi i concetti.

L’appellativo “revisionista” ha avuto un’origine assai più politica che accademica. Fu infatti utilizzato come qualifica dispregiativa da Lenin nei confronti di un socialdemocratico tedesco di fine ‘800, reo di voler correggere la dottrina marxista, contrapponendo la via riformista a quella rivoluzionaria. Oggigiorno, nel linguaggio comune, revisionisti sono tutti coloro i quali, da sedi accademiche o attraverso i media, intendono smontare i “miti” della storiografia tradizionale, in genere dal Risorgimento in poi, passando per il regime fascista, fino al movimento di Liberazione.

L’aspirazione di pervenire ad una restituzione totale del passato si è rivelata ben presto assai difficile da realizzare. Storici e filosofi sono ormai arrivati a stabilire che si è trattato di un’illusione legata soprattutto allo storicismo ottocentesco. Non è possibile considerare asetticamente la conoscenza del passato avulsa dall’opera del ricercatore, dai suoi filtri personali e dal tempo in cui vive. E’ evidente che ogni storico porti con sé le proprie posizioni ideali e politiche e che le conseguenti interpretazioni ne siano influenzate.

Questo scetticismo di fondo non deve ovviamente far concludere che gli storici possano anche smettere di lavorare…. Occorre altresì valorizzare la storia quale strumento indispensabile per ricostruire la memoria e sviluppare un’identità, per tenere unite insieme le varie tappe del nostro percorso individuale e collettivo. E’ necessario però che gli storici si attengano rigorosamente a quella metodologia che è stata elaborata nel tempo: non a caso si parla di scienze storiche. E’ indispensabile infine che si vigili sulla conservazione di quella memoria che qualcuno vorrebbe rimuovere, in alcuni casi con il mero pretesto di un abbassamento dei toni del contingente dibattito politico.

Il mestiere dello storico ha i suoi rischi ed il primo problema che gli si pone davanti è il discernimento critico delle fonti, attitudine che la pubblicistica giornalistica spesso non ama coltivare eccezion fatta per i residui e più seri lavori di giornalismo d’inchiesta. Sarebbe opportuno cominciare ad utilizzare e confrontare le fonti più varie, smettendo di privilegiare i soli documenti ufficiali, come quelli archivistici. Prima e piuttosto che giudicare, magari con lenti ideologiche deformanti, occorrerebbe analizzare con circospezione ed esercizio del dubbio. Ci sono studiosi che ambiscono ad uno statuto scientifico per evitare di farsi accecare da preconcetti vari nella fase interpretativa. Altri che mirano a rimuovere o mistificare. Altri ancora invece preferiscono servirsi del passato per legittimare o condannare meglio il presente, spesso con l’ausilio di adattamenti strumentali utili allo scopo.

La conoscenza del passato non deve essere considerata un’entità statica ma piuttosto in divenire, che può quindi perfezionarsi costantemente. La re-visione è pertanto un fattore centrale nella teoria e nella prassi storica: ripudiare questo compito significherebbe eludere la stessa ricerca ed i progressi degli studi. In un certo senso mi sento di dire che tutti gli storici possono essere “revisionisti” e che non tutte le revisioni preoccupano chi ha a cuore la serietà nell’indagine. Non è la costante opera di rilettura del passato in sé a porre dei problemi ma il modo in cui viene compiuta ed i fini che le si attribuiscono. Non tutte le interpretazioni infatti possono essere messe sullo stesso piano: legittimare la possibilità di riscrivere la storia di un singolo evento o periodo, non significa che si debba poi rimanere senza punti fermi di riferimento.

Storici revisionisti

Propongo di seguito solo pochi esempi di opere di revisione che dimostrano come alcune di esse, anche attraverso semplificazioni assai audaci, portino a teorie singolari e come altre invece introducano innovazioni importanti.
Il lavoro di storici notoriamente revisionisti come Nolte, Furet, De Felice, è giunto spesso ad interpretazioni ardite. Tra comunismo e fascismo ad esempio non può esistere quella corrispondenza ipotizzata soprattutto da Nolte, anche se esiste ovviamente una relazione di carattere storico-politico. Il nazismo rappresenta, agli occhi dello storico tedesco, la difesa di un’identità nazionale minacciata dal comunismo internazionale: un primo passo per giungere poi ad una sua rivalutazione.

Altri storici, anch’essi definibili revisionisti, come quelli legati alla famosa rivista francese “Les Annales”, fondata da Febvre e Bloch nel 1929, hanno invece contribuito all’apertura della ricerca storica verso temi prima neanche presi in considerazione, oltre al rinnovamento dei temi classici. Il tutto si è realizzato nell’ambito di un proficuo incontro con le scienze sociali, orientamento questo che ha poi caratterizzato buona parte della storiografia del Novecento. A questi insigni studiosi, verso i quali non nascondo il mio apprezzamento, dobbiamo fra l’altro l’introduzione della storia economica, sociale e della mentalità, in netta rottura con la tradizione accademica fino allora dominata da una visione della storia come mera successione di soli eventi politico-militari.
Come non ricordare poi il cosiddetto “negazionismo” che con la disciplina storica ha evidentemente poco da spartire, dal momento che è arrivato ad affermare che camere a gas e forni crematori non sono mai esistiti così come neanche la volontà della “soluzione finale”. In questo caso non siamo neanche di fronte ad una seppur opinabile interpretazione, ma molto più semplicemente ad un falso ad opera di storici filo-nazisti.

Attualmente per “revisionismo” dobbiamo intendere qualcosa di più circoscritto e specifico: una vera e propria corrente che cerca di riscrivere la storia, principalmente contemporanea, relativizzando soprattutto l’orrore del nazismo e del fascismo, condannando altresì indistintamente tutto ciò che ha a che fare sia con gli ideali socialisti e comunisti che con le sue tentate realizzazioni concrete.

Revisionismo e rivoluzioni del passato

Il revisionismo ha tra i suoi principali obiettivi la demonizzazione del ciclo rivoluzionario che va dal 1789 al 1917. E’ pacifico che, una volta liquidata la Rivoluzione francese, si sia passati al Risorgimento italiano. Così come, bollata fin dal suo inizio la Rivoluzione d’Ottobre, anche mediante la diffusione in Europa ed America del mito del complotto ebraico-bolscevico, siano stati delegittimate anche le Resistenze al nazi-fascismo ed i movimenti anti-coloniali che dalla rivoluzione dei Soviet avevano in parte tratto ispirazione.

Senza la Rivoluzione francese i popoli non avrebbero avuto quell’impulso alla libertà ed alla civilizzazione che rimane, anche nei decenni successivi, l’obiettivo primario di ogni tentativo di modernizzazione. Le stesse monarchie costituzionali ottocentesche si ricollegarono, per certi aspetti, al modello rivoluzionario francese. Nonostante le rivisitazioni storiografiche di Furet, (che ha recuperato le precedenti tesi a partire da Tocqueville ed ha polemizzato con la storiografia marxista, definita neogiacobina), la Rivoluzione francese non può essere liquidata come una mera parentesi soltanto negativa. Essa rimane un momento determinante nell’opera di rafforzamento della classe borghese e di quella generale civilizzazione che certo non sarebbe stata possibile con il perdurare dell’Ancien Regime. Il contributo fondamentale della rivoluzione in questione offerto alla modernità risiede soprattutto nell’innovazione politica, anche se i suoi esiti economico-sociali sono stati più duraturi che non le sue conquiste democratiche e liberali, come dimostrano soprattutto i totalitarismi novecenteschi, ma non solo.

Nell’ambito della Rivoluzione francese vennero elaborate anche quelle parole d’ordine che dovevano servire per il riscatto dei poveri e degli oppressi della vecchia società dell’ingiustizia. Tutto ciò indirizzò i grandi movimenti popolari democratici e progressisti che troviamo nella successiva storia europea. Negare l’influsso del 1789 avrebbe ripercussioni negative sulla stessa storia della classe borghese perché andrebbe a ridimensionare la portata della sua vittoria sull’Ancien Regime, sull’aristocrazia e sui residui feudali. L’uguaglianza di stampo liberale emersa da questi avvenimenti non poteva tuttavia che condurre ad una limitata quanto astratta emancipazione giuridica. Al di là dell’indubbia importanza dell’evento rivoluzionario francese nel contesto della storia universale, non posso non continuare a riconoscere che soltanto la fine dello sfruttamento economico, concreto, delle persone nella vita di tutti i giorni, con tutte le sue varie forme tipiche delle società attuali, possa portare ad una piena emancipazione umana.

Mi sono soffermato sul tema della Rivoluzione francese, nonostante i nostri interessi quando si parla di revisionismo siano più spostati verso gli argomenti del Novecento, perché è soprattutto da quell’evento che parte ogni impulso revisionistico sulla storia dell’Europa moderna. Accanto a questa esecrazione della tradizione rivoluzionaria, si è avuta una più o meno spiccata riabilitazione, a seconda degli autori, sia del nazismo che del fascismo, fenomeni che fin dalle loro origini si erano posti in aperta contrapposizione verso le stesse esperienze rivoluzionarie ricordate.

Revisionismi storiografici, cultura e politica

Le interpretazioni degli storici che vengono fatti rientrare nella categoria dei revisionisti non costituiscono un tutto omogeneo e come ho già accennato possono essere fra loro assai diversificate. Quello che invece li accomuna è il fatto che le loro tesi abbiano quasi sempre conseguenze politiche. C’è un chiaro rapporto tra cultura e politica, tra rilettura storica e lotta politica contingente. Ci sono utilizzi ideologici della storia (o più semplicemente volgarizzazioni del passato) che mirano ad una visione appiattita e soprattutto funzionale alla prassi politica. L’uso dello status di vittima che ad esempio certi intellettuali israeliani continuano a coltivare, prontamente emulato dai coloni dei “territori occupati”, mira evidentemente ad una lettura delle passate persecuzioni anti-ebraiche per legittimare la politica aggressiva del loro Stato contro le popolazioni libanesi e palestinesi.

Si tratta di un utilizzo chiaramente strumentale delle tragiche persecuzioni subite dal popolo ebraico in ogni tempo e luogo ed ovviamente soprattutto dell’olocausto nazista. In generale i regimi autoritari si sono spesso preparati la strada con un processo di revisionismo culturale, a partire dal Terzo Reich. Benedetto Croce scriveva che ogni storia è di fatto sempre una storia contemporanea proprio nel senso che la ricostruzione di un’epoca ha sempre delle ricadute sull’attualità politica. La cultura è il principale fra i vari strumenti egemonici utilizzabili in una società pertanto ogni apparato culturale è in costante ristrutturazione sulla base del mutare delle tendenze politiche. Sintetizzerei che in ogni epoca gran parte della storiografia è storia del potere.

Dal “ventennio”

Per quanto concerne le vicende italiane, assai poco frequentata quando non addirittura dimenticata, è risultata la storia del colonialismo fascista nell’Africa orientale. Questa porzione di storia patria ha dato sfogo ad una forma di revisionismo ideologico, se non più semplicemente ad una vera e propria rimozione dall’immaginario collettivo degli avvenimenti più scomodi. Abbiamo così assistito ad una ricostruzione dei fatti sulla base di miti come quello degli “italiani brava gente”. Dopo mezzo secolo di menzogne e soltanto grazie alla pubblicazione di documenti d’archivio inoppugnabili, si è giunti ad ammettere pubblicamente l’uso di gas tossici nella guerra condotta dall’esercito italiano in Etiopia. Non fu però questione di sola iprite, l’arma chimica prodotta dalle industrie italiane, ma anche di eccidi perpetuati contro gli indigeni con una “sistematica politica del terrore e dello sterminio contro i ribelli e le popolazioni complici”, come si evince da uno stesso telegramma del 1936 inviato dal duce al generale Rodolfo Graziani. Informazioni come questa si trovano per la prima volta nelle opere di Angelo Del Boca, uno dei massimi studiosi del colonialismo italiano in terra d’Africa. L’efficacia distruttiva e terrorizzante dell’arma chimica era comunque già stata sperimentata anni prima quando il governatore della Libia generale Pietro Badoglio, nel luglio 1930, aveva autorizzato un bombardamento all’iprite in un’oasi del deserto libico, dove si sospettava si rifugiassero i ribelli: fu una strage di contadini e pastori.

Le negazioni delle vicende della guerra d’Africa sono legate anche al fatto che nel dopoguerra e per molti anni a venire era quasi impossibile affrontare l’argomento in sede storiografica e tanto meno istituzionale, senza essere incolpati di falso e denunciati per vilipendio alle forze armate.

Da Renzo De Felice al berlusconismo

In Italia il revisionismo liberal-democratico, dalla fine degli anni ’70 in poi, si è trasformato in una sorta di storiografia militante. L’editore Laterza nel 1975 aveva pubblicato la famosa “Intervista sul fascismo”, una conversazione di un allievo di George Mosse a Renzo De Felice, autore della monumentale quanto storiograficamente eterodossa biografia del duce. Il libro scatenò una violenta polemica: a De Felice veniva contestata una rivisitazione troppo compiacente della figura di Mussolini e dei suoi gerarchi. Oltre a ciò gli si additava un uso strumentale della cosiddetta “teoria degli opposti estremismi”. Intorno agli studi defeliciani crescevano le contestazioni e le sue opere venivano considerate ormai dichiaratamente revisioniste.

In tempi più recenti la revisione ha cominciato a cercare di offuscare la memoria, soprattutto quella delle giovani generazioni, già adeguatamente distratte dai miti del Dio mercato, arrivando anche a rovesciare apertamente l’analisi dei fatti passati. Il caso della lotta partigiana in Italia e la tentata campagna di pacificazione nazionale ne è esempio eloquente. La stessa cultura di sinistra ha promosso fin dal dopoguerra una lettura convenzionale del processo resistenziale, ad esempio escludendo a priori qualsiasi ragione di classe. Non ritengo interessante entrare nel merito politico di queste proposte, ne sottolineo soltanto l’inopportunità da un punto di vista quanto meno storiografico. A questo proposito come dimenticare la lezione di Claudio Pavone, recentemente scomparso, che pur rimanendo all’interno di una rigorosa metodologia, ha tentato di superare gli schemi tradizionali d’interpretazione con la formula delle tre guerre, ossia patriottica, civile e di classe? Tedeschi, fascisti e padroni erano di esse i rispettivi nemici; il tutto non era poi esente da sovrapposizioni complicanti un quadro non così unitario come presentato fino ad allora dalla letteratura resistenziale. Presentare le cose in un modo anziché in un altro può produrre riflessi diversificati, non solo sul piano storiografico, ma anche su quello della coscienza civile. La più recente storiografia deve assolutamente tenere conto di certe novità provenienti dal filone revisionista di sinistra. Nel movimento di Liberazione confluirono culture ed aspirazioni politiche molto diverse tra loro, in certi casi perfino contraddittorie. Pertanto la scomposizione della Resistenza italiana in molteplici Resistenze è divenuta forse un passaggio obbligato se vogliamo far progredire gli studi. Sicuramente la lotta di Liberazione non fu una piacevole passeggiata e non è possibile negarne gli eccessi compiuti, sia collettivamente che individualmente. Ma piuttosto che utilizzare strumentalmente quegli avvenimenti, sarebbe necessario avviare una seria ricerca storica in modo da comprendere le condizioni di vita della gente di allora, il contesto dell’attualità ed il peso del passato regime e della guerra, le dinamiche sociali allora in corso, i fattori psicologici collettivi e personali.

Mi riferisco a tutti quegli elementi cioè che contribuirono a mettere in moto comportamenti violenti che evidentemente non poterono fermarsi all’improvviso nel momento in cui il potere politico decise che l’insurrezione era finita e che tutti, “buoni” e “cattivi”, dovevano tornare a casa facendo finta che non fosse successo niente. Il problema essenziale è che il revisionismo in certi casi rappresenta, oggi più di ieri, una vera e propria spendibile posizione politica che ha poco in comune con la ricerca storiografica. Il prezzo da pagare è che si va indubbiamente introducendo un nuovo deformato senso storico. Pavone in una nota intervista su “La Repubblica” di qualche anno fa evidenziò che della storia si va facendo sempre più un uso immediatamente politico, anche se presentato come scientifico, col risultato di “confondere il dibattito” e di “inquinare la coscienza civile”. Ci sono fior fiore di personaggi pubblici che hanno usato ed usano la storia come strumento di lotta politica contingente: Montanelli, Mieli, Oliva, Galli della Loggia, Pansa. Costoro non operano certo da storici e quest’ultimo, autore de “Il sangue dei vinti” e poi di altri volumi simili, è arrivato anche ad ammetterlo. Nel nostro Paese abbiamo assistito ad una campagna di riorganizzazione del pensiero storico e politico, capeggiata dai principali personaggi della nuova classe dirigente della cosiddetta “Seconda Repubblica” con la sponda di politici di sinistra a partire da Luciano Violante spesosi nell’ottica di una confusa e distorta volontà di “pacificazione”. Il neoliberismo e la confusione ideologica tra progressisti e conservatori, diventano il substrato culturale e politico da cui partono i revisionismi.

Le campagne giornalistiche sono sostenute da una storiografia neo-revisionista e viceversa. Si cerca di sostituire la vecchia visione del passato con nozioni storiche meno imbarazzanti. Dalla lettura delle pagine culturali dei vari quotidiani o dalla visione di certi programmi televisivi si nota abbastanza chiaramente il tentativo di elaborazione di argomenti storiografici, da spendere a fini politici. Alla fin fine si mette in revisione il passato per stabilire una nuova verità o per scopi egemonici in campo culturale. L’impressione è infatti che da qualche tempo la posta in gioco del dibattito tra storiografia tradizionale e revisionismo non sia più l’accertamento dei fatti ma l’egemonia culturale nel Paese.

Per motivi di spazio ho necessariamente tralasciato molti altri aspetti che andrebbero approfonditi, come ad esempio, pur all’interno di una comune matrice di umana tragicità, le differenze che comunque ci furono tra campi di sterminio e gulag, come il fenomeno degli infoibamenti, tornato alla ribalta soprattutto di recente e da inquadrare necessariamente nel complesso della vicenda dei profughi istriani, come le risultanze che sono emerse dal processo per la strage di S. Anna di Stazzema. A proposito di quest’ultimo fatto vorrei consigliare la lettura de “L’armadio della vergogna” del compianto Franco Giustolisi, Editore Nutrimenti, pubblicato nel 2004, nel quale si prendono in considerazione anche molte altre delle oltre 2200 stragi ad opera di nazisti e fascisti che tra il ’43 ed il ’45 colpirono migliaia di civili in tutto il Paese. I nomi dei possibili colpevoli sono a lungo rimasti nascosti nell’ormai noto armadio trovato riverso nella Procura Generale Militare di Roma.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...