Lavoro, disoccupazione e giovani socialismo convergenza sinistra

DECONTRIBUZIONE PER I GIOVANI

di Renato Gatti

Si prospetta una decontribuzione per le assunzioni di giovani il cui tasso di disoccupazione risulta essere preoccupantemente alto.

Il problema è reale, anche se buona parte della disoccupazione giovanile è dovuta alla scarsa (o comunque inferiore a quella degli altri paesi europei) iscrizione all’Università; è chiaro che se più giovani si iscrivessero all’Università avremmo due effetti positivi: diminuirebbe il tasso di disoccupazione, avremmo, potenzialmente, giovani più preparti per rispondere alla domanda di lavori nuovi richiesti dalla rivoluzione 4.0, ammesso che l’istruzione univeritaria si ponga come obiettivo anche quello di formare in funzione di lavori futuri, spesso ignoti allo stato attuale.

Comunque il progetto governativo di decontribuzione finalizzata all’assunzione di giovani mi lascia perplesso e dubbioso, a causa di tre considerazioni che voglio sviluppare di seguito.

Prima considerazione

Decontribuire gli oneri a carico dell’impresa per ogni giovane assunto, oltre a incentivare l’impresa ad assumere giovani disoccupati, incide sulle scelte imprnditoriali relative all’alternativa di investire in mano d’opera o in tecnologia. Chiaramente di fronte ad un basso costo del lavoro, l’imprenditore viene incentivato ad assumere lavoratori anzichè investire in tecnologia. Nel breve termine tale scelta parrebbe meritevole (umanitaria direbbero gli ideologi) perchè da lavoro a giovani che, disoccupati, vedono sempre più difficile la realizzazione del loro progetto di vita rendendo cupe le prospettive di un loro futuro.
Nel medio-lungo termine, invece, questa scelta condanna l’impresa ad essere emarginata sul fronte della competitività. Infatti spingere le imprese a preferire l’assunzione di mano d’opera a basso costo piuttosto che investire in tecnologia, oltre a ripercorrere la vecchia strada di puntare ad una competitività basata sul basso costo del lavoro, causa un ritardo tecnologico nell’assetto delle imprese che le esclude dalla competitività, nonostante il basso costo del lavoro, con le altre imprese concorrenti ch abbiano invece puntato sull’innovazione.

Sappiamo benissimo che il costo del lavoro italiano è più basso di quello europeo, ma nel contempo, stante il basso valore aggiunto della produzione, il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) è tra i più alti in Europa. La scelta della decontribuzione punta ancora ed ancora al basso costo dellavoro come arma da usare nella competizione internazionale, ignorando completamente la lezione di Schumpeter che individua nelle scelte tecnologiche quel processo di “distruzione creativa” alla base della dialettica concorrenziale. Questa poi è la stessa logica di chi vuole un ritorno alla lira che, con una svalutazione superiore al 30% renderebbe temporaneamente competitive le nostre produzioni, ma il cui effetto benefico (se dimentichiamo per un attimo l’effetto estremamente negativo della svalutazione su salari e pensioni) è destinato a estinguersi in tempi brevi, ancor più brevi in tempi in cui il modo di produzione sta vivendo la rivoluzione 4.0. La miopia di questo indirizzo economico è la prima causa delle mie perplessità.

Seconda considerazione

Tutte le volte che c’è una decontribuzione a favore di qualche categoria, è di estrema importanza evitare i comportamenti furbeschi, che, come noto, sono pratica usuale dei cacciatori di bonuses. Quando si parla di decontribuzione a categorie di lavoratori è fondamentale conoscere bene ciò che succede alla fine della decontribuzione, in particolare è necessario mettere in moto meccanismi tali per cui finita la fine della decontribuzione arrivi il licenziamento o dell’ex decontribuito o di altre posizioni lavorative.

Sarebbe il caso di prevedere allora la “revoca” della decontribuzione in caso di ingiustificate riduzioni di personale durante o dopo il periodo di decontribuzione. Ma lo stesso dovrebbe valere nel periodo precedente la decontribuzione; occorre cioè prevedere che viene decontribuita ogni assunzione di giovani “in eccesso” all’organico medio di un certo periodo precedente. Si eviterebbe in questo modo di assistere a licenziamenti a fine decontribuzione o ad assunzioni fatte in sostituzione ed a discapito di vecchi lavoratori, al solo scopo di speculare la decontribuzione.

Terza considerazione

In tempi di rivoluzione 4.0, non mi azzardo a fare previsione su quante posizioni lavorative saranno distrutte e quante ne saranno create (anche se la mia previsione a lungo termine considera lo scenario della completa eliminazione o liberazione dal lavoro, scenario questo che reca con sè considerazioni sulla fine del capitalismo, sul pericolo di neo-schiavismo, e sulla necessità di pensare ad un nuovo modello redistributivo non basato sull’erogazione di lavoro; un modello che si ispiri al passaggio da “a ciascuno secondo il lavoro che produce” al “a ciascuno secondo i suoi bisogni”).

Sono al contrario certo che i lavori creati saranno completamente diversi dai lavori distrutti, e addirittura abbiamo difficoltà ad immaginare la qualità dei lavori creati; difficoltà che tuttavia possono essere anticipate con una certa probabilità di intravvederne le caratteristiche: ci sarà una forte specializzazione in campo informatico, richiederanno capacità di “problem solving”, capacità di relazionarsi con macchine intelligenti e robots, estrema familiarità con l’elettronica e con la digitalizzazione. Saranno invece distrutti lavori di pura manualità e ripetitività, lavori poveri di specializzazione, generici, generalisti.

Già oggi assistiamo a sostanziali differenze tra lavori offerti e lavori richiesti, immaginarsi come questa frattura si allargherà in futuro se non si procede a preparare, già sin d’ora, ad una revisione dei percorsi scolastici, ad una riconversione della qualità lavorativa dei giovani disoccupati.

Quello che mi pare essere l’investimento da fare fin dalla prossima legge di stabilità, invece di puntare sulla decontribuzione, è quello nella revisione dagli asili nido all’Università dei percorsi formativi in contemporanea con corsi di formazione specialistica, nei campi che si possono anticipare essere necessari per la futura occupazione, ma già presenti nella attuale domanda di lavoro, dei giovani disoccupati.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...