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LINEA POLITICA DEL PARTITO

La linea politica di Convergenza Socialista
Manuel Santoro, Segretario nazionale

Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 si cominciò a discutere, anche in Italia, della situazione politica della sinistra cilena. L’idea della “convergenza socialista” dell’epoca presupponeva una grande prova di pluralismo delle idee, trasparenza dei metodi e democrazia interna mentre si era in lotta contro una dittatura militare.

Oggi, naturalmente, non combattiamo contro una dittatura militare ma potremmo affermare che lottiamo contro il solidificarsi di una dittatura politico-finanziaria i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Inoltre, oggi in Italia, testimoniamo lo sgretolamento atomistico di quelle aree della sinistra storica e la dissoluzione di qualsiasi organizzazione politica autonoma di stampo socialista. Quello che rimane del socialismo italiano e’ ben poco.

Constatiamo che il socialismo italiano ha raggiunto il suo minimo in termini di militanza e di voti, annullando cosi’ qualsiasi speranza per una alternativa di societa’. Oggi è proprio la maggioranza ad essere disinteressata alla politica e, di conseguenza, al bene comune. Uomini e donne, nostri connazionali, non credono piu’ di poter contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di tutti, alienati nel tempo da una politica egoista ed egocentrica, ripiegata su se stessa, sui suoi ciechi fini senza la capacita’ di dare una visione d’insieme, una speranza (come una volta si diceva) per un futuro migliore. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, riprendere il discorso della costruzione di un partito socialista, fermo a sinistra, in Italia?

Naturalmente, sì. Non provarci significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di un’azione socialista.

Convergenza Socialista è una realtà nuova. Partito socialista e di sinistra.

Quando una realtà nuova emerge, anche se agli albori ed in fase di costruzione organizzativa, ci si chiede dove si collocherà, quale progetto politico ingloberà, quale direzione politica intenderà seguire. Domande lecite alle quali cercherò di dare una mia risposta con l’aggiunta, per noi importante, di come intendiamo proseguire nel cammino, già iniziato, dello sviluppo del partito.

Prima di tutto, CS non nasce, come affermato da alcuni, per spirito di contrapposizione verso altri soggetti politici. CS è l’alternativa socialista in quanto ritiene che il socialismo sia ormai orfano di una sua collocazione organizzativa e partitica nella società. L’esigenza, infatti, è stata da tempo quella di creare una piattaforma politica ed organizzativa che potesse accogliere il pensiero e l’azione socialista radicalmente riformista e dare la possibilità a tante donne e uomini, spogli da adesioni in altri soggetti politici, intonsi da altri interessi, di lavorare per un progetto di lungo periodo, in condizioni chiare e limpide, senza occulti interessi, senza multipli incarichi. CS è per chi vuole militare solo in CS, per chi pensa che CS possa essere il futuro del socialismo italiano. CS non è per chi ha i piedi in troppe scarpe.

Premesso questo, poniamo primaria importanza nelle politiche atte all’emersione di un nuovo stato sociale, in Italia ed in Europa. Questo significa, ma per chi ci segue è oramai chiaro, valorizzare linee guida, direttrici politiche riformatrici per il sollevamento economico, sociale e culturale di chi è indietro. Questo implica essere contro le politiche di austerità sin qui adottate, promuovere ed ottenere il primato della politica sulla finanza, chiedere con forza la realizzazione di un’Europa politica, non tecnocratica. E’ altresì fondamentale capovolgere profondamente l’idea di Europa, le sue funzioni, i suoi vincoli, iniziando dal Fiscal Compact e dal Patto di stabilità e crescita, dalla creazione di una rete bancaria pubblica e socialmente utile, dall’utilizzo del QUARS o altro indice qualitativo, alternativo al PIL, anche in chiave europea, come papabile indice per descrivere un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità e sulla sostenibilità.

Ripensare le politiche di governo, locale, nazionale ed europeo, in modo tale da ricostruire un welfare di “pubblica utilità” che punti sui temi di sempre con l’intento di assicurare il necessario a tutti, uomini e donne.

Salute, casa, istruzione, lavoro, benessere economico, sicurezza, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca, innovazione, servizi, ecc. Questi sono i temi di sempre su cui lavoriamo e sui quali si possono fare progressi importanti i quali però richiedono, prima di tutto, un atto di verità e di coraggio. Su tre sponde.

Iniziamo dalla tenuta democratica di questo Paese ed il rispetto della Carta Costituzionale. Quando si piegano le maglie delle regole democratiche viene meno la possibilità di giocarsi la partita politica su basi eque così come viene meno la possibilità che offerte politiche alternative abbiano la possibilità di emergere, di essere valutare e discusse ed, infine, di approdare nelle istituzioni. Modificare le regole democratiche “ad partitum” e disattendere al dettato costituzionale evitando di attuare importanti articoli costituzionali rendono la società italiana sempre più succube dei più forti, cioè di una netta minoranza di individui che va combattuta con decisione sul terreno politico.

Il seconda problema è nell’informazione, tv e giornali, in mano a pochi individui, parte dei poteri forti. Punto questo legato al primo, senza una multipolarità dell’informazione ed una trasparenza netta dei canali informativi, senza una chiara legge sui conflitti di interesse che spezzi il connubio potente-editore, il Paese rimane bloccato in un mondo chiuso, spesso censurato e senza verità. Considerare la verità e la trasparenza elementi scomodi al congelamento del potere politico attraverso la complicità dei grandi media, rende inevitabile l’impossibilità di emersione di alternative politiche che proprio questo giochino vorrebbero rompere.

Ultimo punto consiste nella presa di coscienza che viviamo in un mondo globalizzato in guerra. Non mi riferisco solo alle guerre finanziarie e valutarie occulte ai più, ma a veri conflitti armati, piccoli e meno piccoli, causati da interessi economici e geopolitici vari e noti, i cui effetti sono morte, miseria, fughe ed emigrazioni forzate. Grandi migrazioni forzate, poiché necessarie, effetto di guerre che sono a loro volta effetto degli interessi economici e geopolitici di nazioni, spesso, lontane ed immuni dagli effetti delle proprie azioni. Se la causa è l’interesse economico e geopolitico di pochi ed uno degli effetti finali è la migrazione di massa, il nostro dovere non è quello di attaccare gli effetti ma la causa che rende il mondo meno vivibile, meno sicuro. L’errore politico e strategico da evitare sta proprio nel prendercela con i poveracci. Dovremmo, invece, contrastare con forza coloro che, lontani e dietro le quinte, destabilizzano Paesi, pianificano soluzioni, organizzano gruppi armati, per i propri interessi e contro gli interessi delle collettività del pianeta.

Puntiamo sulla riduzione drastica delle spese sugli armamenti, soprattutto quelli offensivi, e chiediamo di verificare se, con il denaro pubblico, vengano sovvenzionate aziende che producono componentistica per mine antiuomo. Chiediamo il rafforzamento del ruolo strategico delle Nazioni Unite come principale interlocutore e paciere dei conflitti internazionali.

Chiediamo con forza allo Stato l’abolizione della legge 62/2000 sul finanziamento delle scuole private con soldi pubblici. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

E’ prioritario risolvere i tanti conflitti d’interessi che da anni ci affliggono e di una legge “ammazza lobby”.

Dobbiamo ridefinire le direttrici di una politica industriale, ecologicamente compatibile se si vuole affrontare con coraggio e senza illusioni il problema del lavoro e della crescita economica. Puntiamo, quindi, sulla conoscenza e sull’innovazione; sulla promozione di un impianto economico più efficiente, più competitivo ed ecologicamente compatibile da un punto di vista delle risorse; sulla valorizzazione di una economia ad alto tasso di occupazione che favorisca una maggiore coesione sociale e territoriale.

E’ necessario riconvertire o parallelizzare un sistema bancario a tenuta privata con uno che sia un servizio socialmente utile. Un sistema bancario che aggredisca e risolva il problema del credito soprattutto per le famiglie e le piccole imprese e che, quindi, abbia l’effetto di agire direttamente sulla ripresa economica agendo sui consumi ed investimenti.

Salute e sicurezza sul lavoro sono la priorità. La Corte di Cassazione ha ribadito, con la sentenza n. 31679 datata 11 Agosto 2010, che “il datore di lavoro deve avere la cultura e la forma mentis del garante del bene costituzionalmente rilevante costituito dall’integrità del lavoratore, e non deve perciò limitarsi a informare i lavoratori sulle norme antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria, che tali norme siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi del lavoro”. L’integrità del lavoratore” dovrebbe altresì includere, da parte del datore di lavoro, la salvaguardia di tutti quei lavoratori esposti a fonti altamente inquinanti con danni ingenti per la salute. E’ evidente la necessita’ di una riconversione delle aziende inquinanti e dei luoghi di lavoro altamente nocivi per il lavoratore, in aziende a basso o nullo impatto ambientale in modo tale da garantire “l’integrità del lavoratore”.

Stipendi della politica. Pensiamo ad un ancoraggio annuale degli stipendi della politica al reddito medio dichiarato l’anno precedente dai cittadini italiani. Questo comporta l’implementazione di un fattore di scala fisso rispetto al reddito medio dichiarato dagli italiani, ritenuto giusto ed equo, e diverso a seconda della carica pubblica ricoperta; i costi della politica vanno ridimensionati e legati alle possibilità reali del Paese.

Nuove abitazioni popolari ed assorbimento dell’invenduto. Lo Stato deve riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda rilevante e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Troviamo soluzioni al problema dei residenti senza fissa dimora. Il numero stimato delle persone senza fissa dimora si aggira tra i 43-mila e le 52-mila unità, tenendo presente che la stima è di tipo campionario e che i comuni coinvolti sono 158. Si stima che le persone senza fissa dimora nel Nord-ovest corrispondano allo 0,35% della popolazione residente. Lo 0,27% nel Nord-est, 0,20% nel Centro, lo 0,21% nelle Isole e lo 0,10% nel Sud. Puntiamo, quindi, in tutte le sedi competenti alla formulazione di apposita proposta di legge per la risoluzione di questa problematica.

Il compito prioritario di una forza politica socialista è quello di aiutare gli ultimi. O meglio, è quello di aiutare tutti coloro che la società ha deciso di abbandonare e che, nel modello organizzativo corrente, sono definiti come ultimi. Essere o risultare ultimi significa che si è posti al punto più basso di una scala che misura gradualmente il livello di ricchezza, l’intensità della condizione agiata del singolo individuo. Esseri ultimi o primi non contempla la qualità dell’animo o l’intensità dell’intelletto. Non la benevolenza dei comportamenti o la cura nei rapporti umani. Qui trattiamo del livello di povertà materiale dell’uomo il quale marchia l’animo umano con il termine ultimo.

Il problema è naturalmente politico ma va anche risolto culturalmente. Le risposte, di conseguenza, non potranno che essere radicali e non solo a livello nazionale.

Le famiglie relativamente povere sono state, in Italia nel 2012, più di 3 milioni, vale a dire il 12,7% delle famiglie italiane. Le persone, invece, in povertà relativa hanno superato, sempre nel 2012, i 9 milioni, corrispondente al 15,8% dell’intera popolazione. Si è poveri relativi quando la spesa per consumi è pari oppure al di sotto di una certa spesa media mensile per individuo la quale è di 990,88 euro per una famiglia di due persone.
Per quanto concerne la povertà assoluta, invece, il 6,8% delle famiglie, pari a quasi 5 milioni di persone, si ritrova in condizioni tragiche. In questo caso, si è poveri assoluti quando si è al di sotto di una spesa mensile minima necessaria ad acquisire il paniere di beni considerati essenziali.

In questo quadro desolante, l’Italia meridionale ed insulare risultano avere una incidenza di poveri doppia rispetto alla media nazionale.
Il divario Nord-Sud è evidente dai seguenti dati e ci delinea una situazione di grave differenza territoriale all’interno della penisola, per cui nel Sud Italia vi è una più diffusa povertà ed un minore livello di spesa media rispetto al Nord.

Il compito della politica è quello di mettere in moto politiche espansive che ci permettano di risollevarci prendendo per una mano il Sud d’Italia e, con l’altra, il resto del Paese. Iniziando, per esempio, dal reddito minimo. Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il diritto alla salute è di tutti. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tuttora in corso, tra norme scritte e norme applicate.

Le politiche di assistenza sanitaria sono indiscutibilmente una nostra priorità tenuto conto dell’elevato impatto sociale associato. E’ bene, quindi, rimarcare da subito la necessità di un ripensamento strategico del pubblico in questo settore, il quale deve coadiuvare efficienza e trasparenza.
La valorizzazione delle strutture pubbliche è una necessità sociale e non può essere abbandonata, stracciata con politiche privatistiche dettate da interessi di pochi per il malessere finanziario dei molti. E’ proprio nei momenti in cui il pubblico arretra, dando spazio ai privati, e i costi per il singolo cittadino aumentano, è fondamentale ribadire che l’assistenza sanitaria deve essere erogata prima di tutto da strutture pubbliche, accessibili a tutti. Penso sia utile cominciare a pensare al pubblico come al privato di tutti, il quale deve prevedere strutture all’altezza, con servizi e trattamenti egregi.

In uno Stato civile non ci possono essere cittadini di serie Z, cioè, individui spogliati dei più elementari diritti e mezzi di sostentamento. La crescente povertà, soprattutto quell’estrema, oltre a rappresentare una profonda ingiustizia sociale costituisce un’autentica mina collocata nelle fondamenta dello Stato.

Per superare la grave crisi economica occorre costituire in Italia e in Europa un Nuovo Stato Sociale capace di garantire a tutti i cittadini la possibilità di nutrirsi, vestirsi, avere un tetto, curarsi, istruirsi e difendersi legalmente.

La creazione di un Nuovo Stato Sociale deve diventare la ‘priorità delle priorità’, da effettuare a qualsiasi costo e sacrificio. E’ un’esigenza che riguarda e andrà a beneficio di tutti, in termini d’inclusione sociale, capacità di spesa, sicurezza e sviluppo ordinato.
Per Stato Sociale non s’intende Stato Assistenziale, caritatevole. Per raggiungere questi obiettivi lo Stato dovrà tornare a essere il principale erogatore e controllore dei servizi essenziali, come la sanità, l’istruzione, l’elettricità, il gas, l’acqua, l’ambiente, e via discorrendo.
Il finanziamento del Nuovo Stato Sociale richiederà la creazione di un capitolo di spesa autonomo, identificabile con un Fondo Sociale gestito da una banca pubblica senza finalità di lucro e socialmente utile.

Il Fondo Sociale potrà essere alimentato: a) dal cambio di destinazione di numerose imposte ‘improprie’ gravanti sulla benzina (ad esempio, per la guerra di Abissinia del 1935 o per la crisi di Suez del 1956); b) da un’adeguata valorizzazione del nostro immenso patrimonio storico e archeologico (il più grande del mondo) che oggi frutta pochissimo alle casse dello Stato (basti ricordare che il museo del Barcellona calcio incassa quasi quanto il Colosseo).

L’utilizzo delle risorse provenienti dal patrimonio culturale e archeologico non va considerato un regalo concesso ai poveri ma un’eredità lasciata a tutti gli italiani dalle generazioni precedenti.

L’introduzione di un Nuovo Stato Sociale richiede l’affermazione in larghi strati della popolazione di una nuova coscienza nazionale, basata sul recupero dei valori sociali. Questo compito, anche in un’ottica di lungo termine, dovrà in buona parte essere assolto dal potenziamento dell’Educazione civica nelle scuole.

La priorità di Convergenza Socialista è ripensare un Nuovo Stato Sociale, e questo si traduce nel trovare risposte fattibili, strade percorribili che ci permettano di uscire dalla miseria diffusa e dal malessere sociale in cui ci ritroviamo.

Prima di tutto dobbiamo comprendere che il nostro compito è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Questo richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che dobbiamo adoperarci lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarci per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarci per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali.

Terzo, adoperarci affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività.

Quarto, adoperarci affinché si torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne puntando alla realizzazione di un nuovo Stato sociale.

In Europa, pero’, non siamo i mastini del socialismo europeo a tutti i costi. Anzi. Ad oggi le nostre posizioni sono in linea con quanto scritto nei documenti della sinistra europea rispetto alle direttrici politiche del PSE. Siamo europeisti ma per un’Europa sociale e, soprattutto, “socialmente utile” ai suoi cittadini, non ai poteri forti.

In Italia, ed in Europa, un nuovo modello politico e sociale è possibile. Un modello radicalmente riformista che sfoci nella definizione di un Nuovo Stato Sociale sul quale stiamo gia’ lavorando. Un modello che sappia valorizzare e perseguire con saggezza un ancoraggio forte con i cittadini, con le comunità, con la società intera nei suoi mille rivoli. Un modello che sappia ricercare costantemente un rapporto privilegiato con la base, e dalla base, comprendere i problemi ed i bisogni reali della società.

Negli ultimi decenni la società italiana si è culturalmente e socialmente impoverita, degradata, impaurita. Tale processo recessivo ha coinvolto la politica, tutta, nella sfera dell’autorevolezza, delle capacità, dell’intelligenza. Lentamente il militante socialista che aveva un punto di riferimento consolidato nel tempo, si è visto orfano e, vagando negli anni alla ricerca di un approdo familiare, si è culturalmente trasformato in qualcosa di diverso oppure eclissato nell’indifferenza.

E’ un fatto che, nei vent’anni che ci separano dall’implosione della prima Repubblica, l’opposizione culturale e sociale, prima che politica, alle elite ormai sovrannazionali si sia vista lentamente erosa nelle idee e nel consenso. Negli anni l’opposizione ad una tendenza crescente verso posizioni politiche disumanizzanti ha lasciato per strada un numero enorme di elettori, simpatizzanti, militanti e questo impoverimento culturale ed umano ha lasciato terreno aperto ai valori delle elite economiche e finanziarie.

Abbiamo ormai abbandonato il conflitto ottocento-novecentesco tra classi e siamo entrati, nel XXI secolo, in un conflitto tra livelli. Le popolazioni contro l’elite. Il 99% contro l’1%.

Un primo livello composto da uomini e donne, dai popoli del pianeta, segregati in un ambito nazionale e, quindi, localistico. Il 99% della popolazione. Un secondo livello sovrastante, invece, composto dal grande capitale la cui globalizzazione dei processi bancari e finanziari ha prodotto una convergenza transnazionale in grado di autoregolarsi bypassando le diverse regole nazionali e le deboli regole internazionali. L’1% rimanente.
Cosa facciamo allora? Sovrannazionaliziamo il Legislatore oppure ridimensioniamo il Capitale?

Ho sempre avuto fiducia nel pluralismo ed in una società multipolare. Detesto l’idea del governo del mondo, il Legislatore unico. E le modalità con le quali l’Europa (monetaria) è stata costruita dovrebbe esserci di insegnamento. Penso fortemente, quindi, che la strada da intraprendere sia quella di un radicale ridimensionamento delle grandi voci multinazionali, soprattutto nel mondo bancario e finanziario. Se banche come Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e J.P. Morgan hanno un valore in assets comparabile ai primi dieci PIL nazionali (annui) nel mondo, un pensierino sul dove stiamo andando è dovuto. Dobbiamo puntare sul ripensamento e sulla valorizzazione di una economia a misura d’uomo. Puntare alla centralità dell’essere umano.
In questa ottica, CS guarda con forza e spirito collaborativo ai movimenti ed ai partiti del socialismo latinoamericano. Ad iniziare da quelli che fanno parte del Foro de Sao Paulo sino a movimenti piu’ piccoli come CS argentina.

Sino a pochissimi anni fa criticare il socialismo europeo era considerato, dai socialisti stessi, un’eresia, un affronto inconcepibile e impensabile. Si veniva tacciati di estremismo ed antieuropeismo.

Esattamente come pochissimi anni fa, e sicuramente con più coraggio di allora, continuiamo a criticare con forza il defunto socialismo europeo e ricerchiamo i semi primordiali, gli spunti iniziatori di una rifioritura delle basi di un socialismo protagonista e non succube del grande capitale e della grande finanza. Questo perché vogliamo bene all’idea di Europa e agli europei.

L’Europa è ben lontana dall’essere una comunità giusta e solidale al suo interno, senza egoismi, egocentrismi nazionali e spunti violenti. E’, anzi, dilaniata da una voglia autodistruttrice che farebbe impallidire i testimoni storici dell’avvento della prima guerra mondiale. Sarà probabilmente che in guerra, come europei e tra europei, ci siamo già. Una guerra non più combattuta con il fucile e le granate nel tentativo di conquistare militarmente territori, ma con il credito, con le privatizzazioni a basso costo di pezzi di Paesi sul lastrico, con il rigore usato a beneficio di pochi e a danno di tutti gli altri, nel tentativo di conquiste di pezzi di economie.

Osserviamo, quindi, le esperienze del socialismo latino-americano ricercando giustizia sociale e una sostenuta ridistribuzione della ricchezza nella società. La nostra vicinanza alle esperienze del socialismo latino-americano è forte. Così come è forte la curiosità su come alcuni dei Paesi dell’America Latina si stiano muovendo sulle problematiche sociali. Dall’abbattimento della povertà ai programmi statali per la casa, dal lavoro alla sanità.

Condividiamo il distacco netto di alcune amministrazioni latino-americane dalle politiche di privatizzazione e rivendichiamo la nostra linea politica, in Italia, di nazionalizzazione dei servizi strategici e di comune interesse, e di parallelizzazione del sistema bancario privato con un sistema bancario socialmente utile. Prendiamo il caso della Bolivia, per esempio, la cui nazionalizzazione dell’industria degli idrocarburi sta avendo il fine di recuperare la proprietà, il possesso e il controllo di tutto quello che e’ nel sottosuole e, de facto, appartiene al Paese.

Queste linee guida sono punti di riferimento importanti. Ora, pero’, il nostro compito è spenderci in prima persona nei territori, trasferire lo spirito delle linee guida sopra citate nel lavoro di assistenza politica che un partito socialista deve fare iniziando dai comuni e dai municipi, per ricreare un senso di speranza e ripensare profondamente il ruolo delle politiche socialiste nella società. Siamo consapevoli che per poter essere determinanti in futuro nella lotta politica dovremo accrescere le nostre forze dal basso.

Ricerchiamo la militanza politica, quella vera, quella in carne e ossa, quella partecipata e territorialmente attiva.

Ricerchiamo chi vuole spendersi per il proprio territorio cercando di trovare, insieme ad altri, soluzioni per un miglioramento della qualità della vita nel proprio quartiere, comune.

Il parchetto di un municipio romano, il pulmino per i disabili per un comune, la ricerca di nuove forme di lavoro e di mestieri, la ristrutturazione di un pezzo, anche piccolo, della nostra storia. Sono questi i temi sui quali, oggi, possiamo intervenire realmente.
Ricostruire una forza politica socialista richiede ristabilire nuovi rapporti di fiducia con le cittadinanze, con la militanza e con gli elettori. Richiede iniziare un lungo e duro lavoro con le persone vere, reali, partendo solo ed esclusivamente dai territori, dalle singole realtà locali, dai paesini, dalle città, dai municipi. Lavoro quotidiano che, per essere riconosciuto e, quindi, valorizzato, deve essere fatto sulle problematiche che quelle collettività sentono come urgenti.

I socialisti e, soprattutto, coloro che sono socialisti ma non sanno di esserlo, devono riacquisire quelle sensibilità umane perse nei decenni a scapito di interessi trasversali e egoismi di cattivo gusto, tutt’oggi in voga. Per costruire una così strutturata forza socialista, e’ necessario, oggi, riacquisire una nuova verginità ristabilendo un legame con le cittadinanze basato su nuovi punti di riferimento programmatici, necessariamente condivisi.

Il socialsimo, lo sappiamo anche se non ce lo vogliamo dire, oggi non esiste più nella società italiana. L’Italia è, invece, attraversata da pulsioni populiste e autoritarie, con un certa tendenza alla cieca fiducia verso politiche che mirano allo smantellamento del pluralismo e del welfare. E’ in quel cieco ottimismo che giace il consenso. Non altrove.

Il socialismo, oggi, ha un solo compito. Ripensarsi e, con l’onestà del tempo, farsi riconoscere attraverso l’operato di donne e uomini militanti come punto di riferimento per chi è rimasto indietro. Iniziando dai territori.

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