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IL DIVORZIO TRA TESORO E BANCA D’ITALIA

di Renato Gatti

Un passaggio nella storia italiana

Il fatto

Secondo alcuni economisti fino al 1981, l’Italia godeva di una piena sovranità monetaria nel senso che la Banca d’Italia acquistava (obbligatoriamente) tutti i titoli emessi dal Tesoro, non collocati presso gli investitori privati. Ora i titoli emessi dal Tesoro erano a tassi di interesse fuori mercato, per cui l’acquisto da parte degli investitori era ridotto ad una piccola quota mentre Banca d’Italia si faceva carico di acquistare tutto l’invenduto.

Con questo meccanismo la spesa per interessi gravava in modo minimale sul bilancio dello Stato, riuscendo nel contempo a finanziare la spesa pubblica.

Il 12 febbraio 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrisse al governatore della Banca d’Italia Azeglio Ciampi una lettera che sancì il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia; da quel momento lo Stato dovette cercare sul mercato la collocazione dei propri titoli del debito pubblico (anche se Banca d’Italia continuò, volontariamente stavolta, ad acquistare titoli) ma il collocamento avvenne stavolta a tassi di interesse sensibilmente più alti:
interessi, debito, inflazione indici 1977-1987

Dal grafico sopra riportato si nota:

  • l’incidenza degli interessi sul Pil (serie 1 con il rombo) praticamente raddoppia nel decennio (dal 4.4 al 8.8 nel 1986);
  • il debito sul PIL (serie 2 con il quadratino) passa dal 57.9 all’88,6 (un aumento del 53%);
  • l’inflazione (serie 3 con il triangolo) scende dal 17 (con un picco del 21.2 nel 1980) al 4.7 nel 1987.


Il divorzio causa quindi l’aumento del debito per interessi, l’aumento del debito ma debella l’inflazione. C’è inoltre un altro effetto che va a toccare il concetto di democrazia. Infatti si ritiene che svincolando la Banca d’Italia dall’obbligo di acquistare a interessi fuori mercato i titoli dello Stato, si sia tolto all’esecutivo la sovranità monetaria, delegandola a un’entità esterna. Da quel momento sarebbero stati i mercati, depositari del potere monetario, a dettare l’agenda economica al governo e al parlamento di Roma.

In sintesi dobbiamo esaminare i meccanismi prima e dopo il divorzio ed esaminare come le conseguenze incidessero sulle classi sociali.

Prima del divorzio

L’obbligo che aveva la Banca d’Italia di acquistare i titoli di Stato a interessi fuori mercato portava queste conseguenze:

  • bassa incidenza del costo del servizio del credito a carico dello Stato, libertà dell’esecutivo di far fronte ai suoi impegni di bilancio con emissione di titoli di sicura collocazione;
  • obbligo gravante sulla Banca d’Italia di acquistare masse incontrollate di titoli di Stato a bassa redditività e ciò stampando denaro in quantità notevole e ciò non per scelta autonoma della banca ma come conseguenza delle decisioni dell’esecutivo che era al limite il decisore finale (consapevole o inconsapevole) sulla massa monetaria messa in circolazione nel paese.

La Banca d’Italia perdeva così il controllo dell’offerta della moneta non potendo così porsi come garante della gestione monetaria e del controllo del livello dei prezzi e quindi del potere di acquisto della lira.

E’ vero che l’iniezione di massa monetaria non porta necessariamente ad effetti inflattivi, ma è altrettanto vero che, se la massa monetaria immessa non va destinata a investimenti produttivi, innestando quindi effetti moltiplicativi, bensì viene emessa per soddisfare la spesa corrente improduttiva e spesso con finalità elettorali, gli effetti inflattivi sono innegabili. Basti osservare i dati esposti in tabella per vedere i tassi inflattivi a due cifre che in alcuni anni hanno superato il 20%.

Il divorzio nasce quindi in un contesto storico in cui si inanellavano gli effetti del secondo shock petrolifero, gli effetti a spirale tra inflazione e scala mobile e l’ingresso nello Sme.

In sintesi lo Stato attuava quella che si chiama “repressione finanziaria” nascondendo le sue inefficienze dietro una bassa incidenza dell’onere degli interessi, e scaricando gli effetti sul costo della vita (inflazione).

Dopo il divorzio

La cessazione dell’obbligo per Banca d’Italia di acquistare i titoli emessi dallo Stato, ha causato un raddoppio dell’incidenza del costo degli interessi facendo di conseguenza aumentare anche il deficit e quindi il debito dello Stato.

Nel contempo l’inflazione viene debellata scendendo negli ultimi anni del periodo preso in esame sotto le due cifre e chiudendo il 1987 con una percentuale del 4.7.

Va quindi rilevato che cessa la finzione di una bassa incidenza degli interessi (forzosamente sotto mercato), che in effetti raddoppiano, ma che erano scaricati subdolamente sulla collettività facendo schizzare l’inflazione e potendo quindi accusare il meccanismo della scala mobile di essere la fonte dell’inflazione. Si torna a esporre la situazione così com’è nei fatti obiettivi, ovvero, è la spesa statale a creare il debito, cui consegue la necessità di emettere titoli di Stato e di pagarli a tassi non forzosi. Pone quindi in capo alla politica l’evidenza della responsabilità ad essa addebitabile distribuendo inoltre i compiti nei loro ambiti istituzionali: alla politica le scelte di bilancio, alla Banca d’Italia la responsabilità di governare la difesa della moneta e del suo potere d’acquisto.

E quest’ultima ripartizione di responsabilità mi pare altamente democratica, nel senso che la democrazia non è l’irresponsabilità della politica ma la ripartizione dei compiti e l’autonomia delle istituzioni che rispondo alla legge e al loro statuto, e non ad essere ridotti a vassalli del potere politico.

Va inoltre rilevato che gli effetti negativi prima del divorzio erano scaricati sul costo della vita, dopo il divorzio sono scaricati sul bilancio dello Stato e quindi la copertura dovrebbe essere coperto tramite fiscalità. Facile capire che mentre l’inflazione colpisce soprattutto salari e pensioni (il reddito fisso), la fiscalità dovrebbe essere finanziata secondo la nostra Costituzione, secondo la capacità contributiva di ciascun contribuente. Ne consegue che da un punto di vista di analisi di classe il divorzio ha messo in ordine la distribuzione dei costi e dei sacrifici (se almeno il fisco funzionasse e non lasciasse una evasione vergognosa).

Certo, i risultati attesi dal divorzio non si sono realizzati, l’inflazione si è quasi azzerata anche con l’eliminazione del meccanismo della scala mobile, ma l’onere per gli interessi è aumentato ancora ma non tanto quanto sarebbe potuto aumentare senza l’azzeramento del costo del denaro promosso dalla BCE; il debito poi ha raggiunto livelli insostenibili e pericolosi.

Varrebbe la pena, allora, verificare come la spesa pubblica si sia strutturata in questo periodo, rilevando i dati (Fonte Cerniglia – La spesa pubblica in Italia) di tre indici: spesa corrente, il di cui spesa per interessi e spesa in conto capitale.
spese correnti, interessi, spese primarie, capitale, Fonte Cerniglia, la spesa pubblica in Italia

Da cui si deduce che è vero che gli interessi sono raddoppiati (dal 4.4 al 7.9) ma le spese correnti sono aumentate dal 35.8 al 45.7% con un differenziale che va dal 31.4 al 37.8, mentre le spese in c/capitale, sono aumentate dal 4.3 al 5%.

Conclusioni

L’operazione divorzio ha riportato le componenti economiche ad una chiara responsabilità istituzionale; ha riportato l’onere della gestione finanziaria nell’area della fiscalità anziché lasciarla all’iniqua inflazione e dimostra in modo lampante che l’andamento del debito è conseguenza di scelte politiche che non privilegiano le spese in conto capitale per rincorrere le effimere sirene della spesa corrente.

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