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MARGINALITA’ E PROGRESSIVITA’

di Renato Gatti

Premessa

La legge dell’utilità marginale decrescente afferma che l’utilità totale aumenta al consumo di dosi successive di un certo bene, ma con incrementi progressivamente decrescenti.
Il criterio della marginalità è alla base della teoria soggettivistica del valore, elaborata dagli economisti neoclassici o marginalisti, in particolare da Jevons (1871), Menger (1871), Walras (1874). Poichè l’utilità di ogni successiva unità di consumo è via via minore, il valore di un bene non è rappresentato tanto dal valore d’uso dello stesso, quanto dal suo valore di scambio, il quale dipende dai gusti del consumatore e dalla scarsità dello stesso.

I marginalisti abbandonano la teoria del valore-lavoro dei classici (Smith e Marx) sostituendola con una taeoria del valore basata sull’utilità marginale.

Socialmente i marginalisti spostano l’attenzione dagli aggregati sociali classici (lavoratori, capitalisti) ai singoli individui e soggetti economici (consumatore, impresa). Ogni individuo prende le sue decisioni sulla base dell’utilità marginale e le sue decisioni sono razionali e massimizzano l’utilità totale determinando la domanda di mercato e l’incontro con l’offerta: l’incontro dell’utilità marginale di un bene per chi lo vuole acquisire corrisponde all’utilità marginale di chi vuol cedere quel bene è il prezzo scientifico di mercato. Individualismo, mercatismo, liberismo sono le parole chiave del marginalismo. I suoi limiti sono nella staticità delle sue analisi, e nell’essere divenuta la teoria che conferisce scientificità all’esistente storicamente determinato; sono gli scienziati del liberismo più sfrenato e quindi del capitalismo.

Progressività

La progressività fiscale è ritenuta da sinistra come una misura di giustizia sociale e come strumento di redistribuzione sancito dalla nostra Costituzione, da destra è ritenuto un residuo di una eredità socialista che ha permeato di sè la Costituzione e che va invece sostituita dalla “flat tax” ovvero una tassazione perfettamente proporzionale che sarebbe immune da ogni tipo di evasione.

La progressività dell’imposta deriva espressamente dal liberista marginalismo; infatti la progressività tende a eguagliare il sacrificio marginale dei contribuenti. Infatti l’utilità marginale di un euro per un contribuente che ha un reddito di 1500 euro al mese è molto più alta dell’utilità marginale di un euro per chi ha un reddito di 100.000 euro al mese. Per eguagliare il sacrificio fiscale dei due contribuenti se il primo paga un euro, il secondo ne deve pagare molti di più (ad esempio 150). A quel punto il sacrificio marginale dei due contribuenti è uguale secondo la teoria marginalista, spiazzando il liberismo fasullo della destra nostrana.

La progressività di imposta si è andata sempre più appannado nel corso degli anni del dopoguerra. Originalmente l’imposta progressiva era da applicarsi all’imposta unica personale e doveva avere una serie di aliquote quasi formassero una linea continua.
Quando venne istituita l’Irpef agli inizi degli anni 70, l’imposta era articolata su 32 scaglioni dai 2 ai 500 milioni di lire con aliquote che andavano dal 10% al 72%. Oggi gli scaglioni sono cinque e le aliquote vanno dal 23% al 43%. Inoltre si applica ad una porzione dei redditi del contribuente ove sono escluse molte voci che hanno una tassazione sostitutiva con aliquota fissa.
La progressività ha quindi perso moltissima della iniziale incisività anche per colpa di una percentuale di evasione che rende inefficace il sistema in toto.

Il referendum lombardo

La base del ragionamento alla base del referendum lombardo consiste nella verità fattuale che rileva che la Lombardia genera imposte (per esempio 50 miliardi), ma ne riceve in servizi molto di meno (per esempio 30 miliardi), sarebbe quindi più equo che la Lombardia si gestisse le sue imposte. Il ragionamento (di logica leghista) non fa una piega anche se sorge qualche interrogativo sulla solidarietà interregionale all’interno di un paese che, secondo la Costituzione, è unico.

Ma se ragionassimo con la logica liberista del marginalismo dovremmo fare un passo avanti rispetto alla logica leghista. Infatti se adottassimo la logica marginalista scopriremmo che forse il sacrificio marginale di una regione ricca come la Lombardia è pari al sacrificio marginale di una regione povera come la Basilicata, mentre entrambe ricevono gli stessi servizi nazionali.

Ma l’assurdo della logica leghista si rileverebbe se adottassimo quella logica non più su base regionale ma su base di classi sociali. La classe più ricca (diciamo ad esempio il decile più ricco) potrebbe obiettare che anche lei, come decile, paga molto di più di quanto paga il decile più povero e potrebbe allora, conseguentemente, richiedere che il suo gettito fosse gestito solo a favore del suo decile.
Sarebbe un ritorno al medio evo.

La volgarità della logica leghista entra in clamoroso contrasto con la logica marginalista madre del liberismo.
Non sono un fautore del liberismo, non condivido la logica marginalista, ma mi importa sottolineare come la logica leghista sia in netto contrasto con la logica marginalista, madre di quelliberalismo che i leghisti dicono di voler praticare.

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