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CHE CI ASPETTA NEL 2018. I C.C.F. SONO LA RISPOSTA?

di Renato Gatti

Che ci aspetta nel 2018

Benché si parli di ripresa, debole ma ripresa, benché ancora una volta si affermi di essere usciti dal tunnel, benché segnali positivi si leggono in alcune statistiche, ma non in tutte, le preoccupazioni per il 2018 sono cupe per le seguenti ragioni:

  • Le elezioni in Germania aumentano le spinte a proseguire nell’austerità;
  • Le nuove norme sugli NPL rischiano di restringere il credito che le banche potranno erogare alle imprese;
  • La fine del Q.E. cesserà di farci aiutare da tassi di interesse vicini allo zero;
  • Le elezioni politiche italiane prospettano se non l’ingovernabilità, che non è esclusa, un governo debole e condizionato

Come conseguenza delle cupe ragioni sopra esposte, è facile prevedere la persistenza di investimenti pubblici e privati in difficoltà, consumi ancora restii a crescere, insomma se non deflazione, una deludente stagnazione.

Ad ostacolare la ripresa è, a mio parere, soprattutto la bassa produttività del nostro sistema manifatturiero, bassa produttività cui corrisponde bassa competitività sui mercati internazionali, bassi livelli produttivi, bassi salari, bassi consumi. Certo nel corso del 2017 abbiamo fatto riscontrare un saldo positivo record nella bilancia commerciale, ma tali risultati sono stati realizzati da quelle imprese che, più delle altre, hanno innovato, investito, digitalizzato; e ciò a riprova che chi non innova, non investe, non digitalizza rimane ai margini, e ciò avviene per la grande massa delle piccole imprese che caratterizzano il nostro assetto produttivo.

Le norme di bilancio europee non riconoscendo la “golden rule di Delors” non permettono investimenti a debito e, quand’anche lo permettessero, non lo permetterebbe l’ultima formulazione dell’art. 81 della costituzione. L’esperienza malinconica degli 80 euro, non ha rilanciato la domanda e c’è da temere che una domanda rilanciata, vista la scarsa competitività dei prodotti nazionali, si rivolga all’estero.

Quali strumenti adottare per uscire da questa scomoda situazione?

I Certificati di Credito Fiscali

I Certificati di Credito Fiscali (d’ora in poi CCF) promossi da Grazzini, Cattaneo, Ortona, Bossone e Sylos Labini sarebbero certificati di credito emessi dallo Stato e assegnati gratuitamente ai cittadini imprese o altri beneficiari, utilizzabili per pagare imposte, tasse, multe ma solo a partire dal terzo anno successivo all’emissione; nel frattempo sarebbero negoziabili sul mercato finanziario e quindi convertibili in euro.

Gli autori ritengono che “una emissione di CCF pari al 10% del PIL contribuirebbe a chiudere l’output gap in circa tre anni e che un moltiplicatore del reddito di appena 0.8 basterebbe a far sì che nei due anni di differimento per la scadenza dei CCF lo Stato incassi introiti sufficienti ad evitare incrementi nel rapporto deficit pubblico/Pil.”
In sintesi, si immettono sul mercato 150 miliardi di CCF, questi si trasformano in investimenti e consumi, rilanciando l’economia in misura tale per cui i maggiori introiti dello Stato, compenseranno il mancato gettito del terzo anno successivo, quando le imposte non saranno pagate con soldi dei contribuenti ma con la cessione allo Stato dei CCF a suo tempo emessi.

Ci sono stati dei precedenti storici di strumenti simili ai CCF: nella Germania nazista degli anni 30 i Mefo-Bill finanziarono la spesa pubblica ed il riarmo, furono accettati come mezzo di pagamento e funzionarono. Funzionarono in un paese autarchico e in una dittatura. In California gli IOU (I owe you) furono emessi durante la crisi del 2009 per retribuire dipendenti pubblici, regolare i conti con i fornitori, ma il sistema durò per poco tempo. In Svizzera circola da 80 anni, una moneta alternativa, il Wir. Da rimarcare che uno studio per Mediobanca, di Angelo Guglielmi, condivide la validità dello strumento.

I punti cardine

Il sistema CCF mostra alcuni punti cardine che vanno analizzati per poter giudicare la loro efficacia:

  • che i CCF siano percepiti come mezzo di pagamento universale;
  • che funzioni il moltiplicatore keynesiano che dovrebbe compensare con maggiori entrate la perdita di gettito per lo Stato al terzo anno;
  • che i CCF non siano conteggiati come debito da Europa e BCE, al momento della loro emissione.

Non mi azzardo a considerare il terzo punto, mentre sui primi due punti mi sentirei di poter intervenire con alcune riflessioni.

Sono completamente convinto che gli investimenti debbano essere fatti a debito; ovvero risparmiare per dieci anni per avere i fondi necessari ad investire (evidentemente non a debito) significa che quell’investimento viene fatto dieci anni in ritardo e con dieci anni in ritardo se ne godranno i benefici. Oltre al fattore tempo, esiste anche un fattore di equità generazionale; nell’esempio fatto la generazione A farà sacrifici per dieci anni senza goderne i frutti, la generazione B godrà i benefici senza alcun sacrificio. L’investimento a debito anticipa di dieci anni i benefici e fa corrispondere, a detti benefici, sacrifici da sostenere.

Ne discende che i CCF dovrebbero per la maggior parte, non essere distribuiti come gli 80 euro (helicopter money) ma essere usati per investimenti strutturali e produttivi in grado di farci recuperare il ritardo tecnologico che riscontriamo rispetto agli altri paesi. Ma attenzione, fare investimenti non vuol dire non aumentare i consumi: se faccio investimenti acquisterò materiali, pagherò salari, assumerò dipendenti, insomma metterò in circolazione liquidità che metterà in azione il moltiplicatore con effetti benefici anche sui consumi e sull’occupazione.

Certo che lo Stato lanciando un piano di investimenti produttivi dovrà mettere, nelle clausole dell’assegnazione degli appalti, la condizione che le imprese aggiudicatarie saranno pagate in CCF. Lo Stato dovrà pure convincere il sistema bancario ad accettare i CCF come mezzo di pagamento (eventualmente scontati come gli zero coupon per il periodo di tempo mancante alla scadenza).

Il pericolo di questo strumento sta, soprattutto, nelle istituzioni che debbono gestirlo. Il pericolo è che i CCF vengano spesi per le spese correnti dello Stato e non utilizzate per investimenti produttivi di PIL. E, considerata la storia del debito pubblico italiano, questo elemento è, sinceramente quello che più mi preoccupa.

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